Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Aveva la borsa di studio, il visto italiano, il lasciapassare e l’autorizzazione di sicurezza rilasciata giorni prima. Il 2 giugno, al valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar, ingegnere di Jabalia e docente all’Università islamica di Gaza, è stato portato via mentre il gruppo di studenti proseguiva verso Roma, a Tor Vergata.
L’esercito israeliano lo definisce a Repubblica “un terrorista operativo di Hamas” che “ha partecipato all’invasione di Israele il 7 ottobre 2023”. Nessun capo d’imputazione, nessuna prova resa pubblica. La famiglia, raggiunta dalla testata Kritica, dice l’opposto: oppositore di Hamas, critico del gruppo anche sui social, unico superstite dei suoi, moglie e quattro figli uccisi in un raid israeliano dell’ottobre 2024. Ora, secondo i familiari, è nel carcere israeliano di Asqalan.
Il programma è di Antonio Tajani: 229 studenti palestinesi portati in Italia dallo scorso autunno, sempre per il valico israeliano di Kerem Shalom, sempre, scrive la Farnesina, “in raccordo con le Autorità israeliane”. L’occupante, che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale col parere del 19 luglio 2024, autorizza l’uscita e poi, al proprio cancello, decide chi è studente e chi terrorista, e fa sparire un civile. A maggio l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 119 persone, 19 bambini, il mese più letale dell’anno secondo il ministero della Salute.
Intanto restano a Bengasi da undici giorni i due italiani del convoglio di terra, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: il 2 giugno il procuratore libico ha prorogato la custodia senza fissare udienza, il 3 presidio alla Farnesina. Tajani: «Speriamo tornino presto».
I compagni di Mahmoud sono arrivati. Lui no. Tajani aveva promesso di portarli «in sicurezza verso un’opportunità di studio e di futuro».
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Il 3 giugno 2026, sotto la presidenza di turno di una tedesca, Annalena Baerbock, l’Assemblea Generale dell’Onu ha negato alla Germania il seggio europeo non permanente nel Consiglio di Sicurezza. Portogallo 134 voti, Austria 131, Berlino ferma a 104. Per la prima volta nella sua storia la locomotiva d’Europa, prima economia del continente e tra i maggiori finanziatori del Palazzo di Vetro, esce sconfitta da una corsa che aveva vinto tutte le sei volte precedenti. Una figuraccia, e per giunta in casa.
Il ministro degli Esteri Johann Wadephul lo ha chiamato «una vera delusione», poi ha provato a dare la colpa a Mosca, che avrebbe fatto campagna contro. Solo che, nello stesso giro di parole, ha ammesso anche l’altra cosa: la «responsabilità speciale» tedesca verso Israele «può essere costata dei voti». Tradotto dal diplomatese, è la confessione che a pesare nel voto dei Paesi extraeuropei è stato l’allineamento di Berlino a Benjamin Netanyahu. E quel «può» di troppo è già un’ammissione.
Conviene tornare al 18 giugno 2025. Davanti alle telecamere della Zdf il cancelliere Friedrich Merz definì gli attacchi israeliani all’Iran «il lavoro sporco per tutti noi». Si riferiva all’Operazione Rising Lion partita il 13 giugno: bombardamenti su Teheran, oltre 900 morti secondo il Lemkin Institute, centinaia di civili colpiti nelle case. Merz, informato in anticipo da Netanyahu, ringraziò la giornalista per l’espressione, anzi rivendicò di provare «il massimo rispetto» per chi quel lavoro lo eseguiva.
Un anno dopo i conti sono arrivati al banco. Certo, Berlino aveva due avversari veri e non più un solo concorrente come in passato: l’Austria correva dal 2011, il Portogallo dal 2013, candidature pazienti contro un arrivo tardivo. Solo che il voto è segreto, e nel segreto dell’urna 134 Stati hanno preferito Lisbona, 131 Vienna, e una sedia che a Berlino davano per scontata è finita altrove. Zimbabwe eletto al seggio africano con 182 voti, Trinidad e Tobago ai Caraibi, il Kirghizistan che stacca le Filippine 143 a 49: il Sud globale ha votato compatto, e ha votato contro chi ha trasformato la complicità in dottrina. Inchinarsi davanti a Washington e Tel Aviv come mai prima, del resto, un costo lo aveva. E la matematica non perdona: trenta voti in meno dell’Austria sono un giudizio politico, non un incidente di percorso.
E qui da noi? Pesiamo ancora meno. L’Italia ha occupato il Consiglio di Sicurezza per sette bienni, l’ultimo nel 2017 spartito con i Paesi Bassi, e oggi siede fuori dalla stanza dove si decide. Sulla guerra all’Iran Giorgia Meloni ha fatto la cosa più italiana possibile: tutto e il contrario di tutto. Al G7 del giugno 2025, in Canada, si disse favorevole al rovesciamento del regime di Teheran. Tre giorni dopo, alla Camera, chiedeva a Israele di fermare «immediatamente» le violenze a Gaza, «drammatiche e inaccettabili». Sull’attacco a Teheran, invece, nessuna posizione: «non ho gli elementi», disse, «nessuno dei due».
Merz almeno una linea ce l’ha, condivisibile o meno, ma una linea, e la rivendica davanti alle telecamere. Roma oscilla a seconda della corrente: si dice contro la guerra all’Iran a marzo 2026, sospende il rinnovo automatico del memorandum con Israele dopo lo strappo con Tel Aviv, e intanto per due anni e mezzo si è astenuta o ha votato contro le risoluzioni Onu sul cessate il fuoco a Gaza. Tre posizioni in tre stagioni, scelte come si sceglie un meteo. La Germania ha pagato un prezzo perché una scelta l’ha fatta, e l’ha fatta fino in fondo. L’Italia di Meloni quel prezzo non lo pagherà, ma solo perché in quella stanza, ormai, non la fanno nemmeno entrare a discutere. Stesso vassallaggio europeo, peso specifico molto minore. Auguri.
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Il 28 maggio 2026, all’aeroporto di Cagliari-Elmas, sono atterrati quattro voli della compagnia El Al partiti da Tel Aviv. Ad accoglierli, riferiscono i media locali, unità cinofile, artificieri, agenti in borghese e poliziotti armati. I passeggeri sono saliti su pullman e hanno raggiunto il Forte Hotel Village di Santa Margherita di Pula, in Sardegna, resort a cinque stelle una trentina di chilometri a sud di Cagliari, dove la direzione aveva già preparato il cordone di sicurezza. Un centinaio di famiglie. Per i gruppi sardi che si battono per la Palestina, riservisti dell’esercito israeliano in villeggiatura dopo i mesi a Gaza.
La questura di Cagliari ha disposto percorsi protetti, giubbotti antiproiettile, artificieri. L’addetta stampa, interpellata dal Fatto Quotidiano, ha parlato di “un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili”, e ha aggiunto che, per quanto risulta, si tratta di “turisti con le loro famiglie”. Il 1° giugno la scena si è ripetuta ad Alghero, allo scalo Riviera del Corallo: oltre cento cittadini israeliani, tre bus, gli agenti della Digos a fare da scorta. Nei giorni successivi, denunciano gli attivisti, gli arrivi sono proseguiti al ritmo di due o tre voli a settimana. Un arrivo che, denunciano i comitati, sarebbe stato tenuto riservato persino agli operatori aeroportuali.
Lo stesso copione era andato in scena nel settembre 2025, a Santa Teresa Gallura, dove un centinaio di soldati israeliani aveva soggiornato al Mangia’s di Baia Santa Reparata sotto scorta della Digos. Allora il caso arrivò alla Camera. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al question time del 10 settembre, parlò di prevenzione dell’antisemitismo e di “obiettivi sensibili” da tutelare come migliaia di altri, e negò qualsiasi accordo con l’esercito israeliano. Su chi organizzi questi soggiorni, e con quali interlocuzioni tra Roma e Tel Aviv, oggi si sa esattamente quanto si sapeva allora: niente.
E intanto la macchina riparte ogni estate. Lo Stato che dichiara di non avere intese mette comunque cinofili e artificieri a presidiare l’arrivo di chi, dice, sarebbe un turista qualunque. A gennaio la stessa governatrice della Sardegna, Alessandra Todde aveva ammesso che la Regione non ha strumenti per verificare né per intervenire, e aveva chiesto chiarezza a Palazzo Chigi. Il coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle in Sardegna, Alessandro Solinas, ha rilanciato le domande rimaste appese: “Chi organizza questi soggiorni? Esistono interlocuzioni tra autorità italiane e israeliane? Chi informa prefetture e forze dell’ordine?”. Nessuna risposta, per ora.
La cornice rende il caso ancora più stridente: il 16 luglio 2025 il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato la mozione numero 51, che impegna la giunta di Alessandra Todde a sospendere ogni rapporto istituzionale, economico e di cooperazione con Israele fino al termine delle violazioni del diritto internazionale. Un anno dopo, la stessa isola apre alberghi e scali, sotto protezione pubblica, a chi quelle violazioni le porta cucite sulla divisa. Il consigliere Valdo Di Nolfo (Uniti per Todde) lo ha detto senza troppi giri di parole: “La Sardegna deve ribadire la propria vocazione di pace e rispedire indietro questo carico pesante”.
Restano i numeri, e quelli nessun dispositivo di sicurezza li copre. Secondo il ministero della Salute di Gaza, al 16 febbraio 2026 i palestinesi uccisi erano almeno 72.063; lo stesso esercito israeliano, a gennaio, ha ammesso una cifra intorno ai 71.000. Uno studio del Lancet Global Health stima 75.200 morti violente già al gennaio 2025. Il cessate il fuoco dichiarato il 10 ottobre 2025 non ha fermato i morti: l’Ohchr ne conta almeno 200 dal solo 28 febbraio. È il conto che i riservisti in licenza si lasciano alle spalle quando salgono sull’aereo per il mare di Pula. Gli attivisti tornano in presidio sabato 6 giugno. Il governo, dice, non c’entra.
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Maurizio Gasparri (FI) si è scoperto paladino degli sfruttati. I 6 euro l’ora che alcuni animatori di «Due Spicci», la nuova serie di Zerocalcare su Netflix, avrebbero denunciato – secondo un articolo di stampa – di aver percepito lo hanno scosso al punto da depositare, qualche giorno fa, un’interrogazione per chiedere un’ispezione del ministero del Lavoro. Bel gesto. Solo che tirando il filo della produzione si finisce in un posto inaspettato.
La serie la anima DogHead Animation, nata nel 2018 e controllata da Movimenti Production, a sua volta controllata da Banijay Kids & Family (holding) che ne detiene il 51% delle quote. Il Ceo di Banijay è Marco Bassetti. E Bassetti è il marito di Stefania Craxi.
Craxi, Forza Italia. La stessa Forza Italia di Gasparri. Anzi: dal 26 marzo 2026, dopo che 14 senatori azzurri su 20 hanno firmato per sfiduciarlo, lui si è fatto da parte e lei ha preso il suo posto come capogruppo al Senato, con la regia di Marina Berlusconi che voleva il ricambio dopo il referendum perso sulla giustizia. Gasparri, da parte sua, ha ottenuto come compensazione la poltrona che era di Craxi alla Commissione Esteri, dove è approdato il 31 marzo con 18 voti su 20. Insomma, è stato rimpiazzato dalla moglie del Ceo che controlla la società contro cui lui oggi tuona.
Delle due l’una. O Gasparri ne era all’oscuro, ignorando dove avrebbe puntato la sua interrogazione. O lo sapeva, e allora chapeau: colpisci Zerocalcare, l’autore “di sinistra” che fa la morale sul precariato, e allo stesso tempo rifili uno sgambetto pure a chi ti ha tolto il posto. Due piccioni, una fava, zero impronte.
Le società intanto respingono tutto, parlano di attacco “inaccettabile” e di ricostruzioni “diffamatorie”; Zerocalcare, dal canto suo, dice di non occuparsi di budget né di contratti. Tutto da accertare, ovviamente. Resta l’ispezione invocata da un signore del partito che ha appena promosso a capogruppo la moglie del Ceo della società da ispezionare. La nuova serie è solo agli inizi. Mettetevi comodi.
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«La casa dei riformisti non c’è più». Il 4 giugno 2026 Pina Picierno ha affidato a Il Foglio l’addio al Partito democratico, e la scelta del giornale dice già molto. È la stessa testata che, con la galassia riformista intorno a Il Riformista e Linkiesta, per un po’ l’aveva immaginata perfino segretaria del Pd: un sogno coltivato lontano dai voti reali. Ora la vicepresidente del Parlamento europeo, quarantacinque anni, un passato da leader dei giovani della Margherita, eletta alla Camera a ventisette e all’Eurocamera con un boom di preferenze nel 2014, vicepresidente dal gennaio 2022 e confermata nella legislatura in corso, promette «qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni». In Europa approda nel Partito democratico europeo di Sandro Gozi, gruppo Renew; in Italia resta accanto a Carlo Calenda senza entrare in Azione, con una fondazione tutta sua.
L’addio segue un copione rodato: sofferenza dichiarata a mezzo stampa, appello al pluralismo come categoria astratta. Su queste pagine lo avevamo scritto il 21 maggio, tra i primi: il vocabolario della vittima serviva a preparare l’uscita. Il calendario lo conferma. La verifica di metà mandato all’Eurocamera cade nel gennaio 2027, la rotazione interna al gruppo S&D rimette in gioco la vicepresidenza, e il capodelegazione Nicola Zingaretti, sponsorizzato dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, è dato in pole per il posto.
Cambiando gruppo, Picierno cerca la riconferma senza dipendere dai voti del suo ex partito. Intanto al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo aveva fatto campagna pubblica per il Sì, unica tra gli eurodeputati dem: ha perso, il No ha vinto con il 53,2 per cento e un’affluenza del 58,9. Il voto, per chi conta, lo hanno vinto Schlein e Conte. Già sul piano ReArm Europe, nel marzo 2025, dieci dei ventuno dem avevano votato Sì contro l’indicazione della segretaria. E oggi accusa il Pd di essere «ambigui con il fascismo putiniano», quando la linea l’ha rotta lei.
Anche nel merito l’intervista calca dove dovrebbe pesare le parole: il 24 maggio, a Sinistra per Israele, aveva bollato come «antisemitismo» certe critiche da sinistra al governo Netanyahu, e così il dissenso politico finisce trasformato in sospetto. Lo stesso schema dell’incontro a Bruxelles con l’Israel Defense and Security Forum, legato al suo ruolo, contestato poi da un gruppo di dem da Laura Boldrini ad Andrea Orlando come “incompatibile” con la linea del partito, e che nel suo entourage viene ricordato come una “gogna amica”.
Resta la mossa della segretaria, ed è la più efficace. Alle richieste di Picierno, che per settimane ha ripetuto “sto aspettando una risposta dalla segretaria” e chiedeva di chiarire la natura del partito, Elly Schlein ha opposto il silenzio e una riga tenuta ferma: «la linea è una sola».
Sulle minacce, dopo l’attacco dell’anchorman russo Vladimir Solovyev e la scorta disposta dal Viminale nel giugno 2025, la solidarietà del Nazareno è rimasta istituzionale, mai una difesa politica riconoscibile. Così, senza un’espulsione e senza mai scomporsi cedendo alla provocazioni, Schlein ha ottenuto quello che molti elettori e dirigenti chiedevano da tempo: il distinguo riformista fuori dal partito, e per sua scelta.
Il referendum di marzo e le regionali di novembre avevano già premiato il campo largo, con le vittorie di Roberto Fico, Antonio Decaro ed Eugenio Giani. La segreteria che a ogni resa dei conti doveva crollare ne è uscita ogni volta più salda. A Picierno è rimasto il vittimismo, e con quello se n’è andata. La «casa dei riformisti» che evoca oggi la costruirà tra i liberali di Renew, accanto a Calenda, che mesi fa l’aveva già indicata come reclutabile. Resta il giornale da cui era partito il sogno della segreteria. Lì, e quasi solo lì, qualcuno ci aveva creduto davvero.
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