Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Fakhri Abu Diab vive in una casa mobile piantata sulle macerie della sua casa, demolita dalle autorità israeliane nel febbraio 2024 ad al-Bustan, Gerusalemme est. Anche la casa mobile ha già l’ordine di rimozione. «Cercano di cancellare i miei ricordi, la mia infanzia, la mia storia», dice all’Associated Press, che il 10 giugno ha documentato la macchina amministrativa dell’espulsione: oltre 260 strutture palestinesi demolite nel 2025, il 70% in più di tre anni prima, e già 116 nel 2026, secondo l’organizzazione israeliana Ir Amim. «Israele può decidere: sì, questo quartiere vogliamo cancellarlo. Nessuno ci fermerà», dice ad AP il suo ricercatore Aviv Tatarsky. L’anno scorso sono stati approvati quasi 9.000 permessi edilizi per i residenti ebrei di Gerusalemme e meno di 700 per i palestinesi, che sono il 40% della città (dati Bimkom). Chi costruisce senza permesso, perché il permesso gli è negato, riceve il bulldozer. A marzo, registra B’Tselem, il quartiere di Batan al-Hawah ha contato il numero più alto di sfratti da decenni: 15 famiglie fuori, i coloni dentro. La magistratura israeliana risponde per iscritto che i tribunali decidono “nel merito di ogni singolo caso”. I numeri sopra dicono come finisce il merito. E intanto a Bengasi resta annullata senza preavviso l’udienza per i dieci del Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: all’avvocato le autorità libiche hanno indicato un indirizzo sbagliato del luogo di detenzione, denuncia la portavoce Maria Elena Delia, e Amnesty International il 10 giugno ne ha chiesto la liberazione. Ad AP il direttore dell’organizzazione di coloni Ateret Cohanim, Daniel Luria, consegna la frase che chiude ogni pratica: «Non ci sarà mai uno Stato palestinese».
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Del ponte sullo Stretto, oggi, esiste un modellino: quello che la figlia di Matteo Salvini gli ha regalato a Natale, “in attesa di quello vero”. Esiste una società, la Stretto di Messina Spa, con 672 milioni di capitale, che nell’ultimo anno ha speso 14,8 milioni tra stipendi e consulenze. E da ieri esiste un’inchiesta della Procura di Roma per corruzione. Il ponte di acciaio, ancora no.
Il 6 giugno 2026, a Viareggio, Roberto Vannacci ha definito l’ultima ondata di acquisti “il nostro sbarco in Normandia”. Quattro deputati in un colpo: Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dalla Lega, Attilio Pierro e Davide Bergamini da Forza Italia ma cresciuti nel Carroccio, più l’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato leghista. Futuro Nazionale sale così a 8 deputati alla Camera, la componente più nutrita del gruppo Misto. E i conti, per Matteo Salvini, non tornano proprio dove fanno più male.
Lo ha spiegato Pagella Politica: nella Commissione Affari costituzionali della Camera, quella da cui passa la riforma elettorale, Futuro Nazionale conta ora 3 deputati contro i 2 della Lega. All’inizio della legislatura il Carroccio ne aveva 5, il capogruppo Igor Iezzi, Simona Bordonali, Edoardo Ziello, lo stesso Bof e Laura Ravetto. Ziello, Bof e Ravetto sono passati con Vannacci. Così, in aula il partito del generale vale un sesto dei deputati leghisti, eppure nella commissione che decide le regole di voto conta di più. L’uomo che Salvini ha fatto entrare dalla porta principale lo supera esattamente lì dove la porta dà sul potere.
Intanto il partito frana anche lontano dalle commissioni. Il sondaggio Swg del 1° giugno dà la Lega al 5,8% e Futuro Nazionale al 4,6%: 1,2 punti, una distanza più che dimezzata in un mese, e in altre rilevazioni il Carroccio finisce perfino scavalcato da Alleanza Verdi-Sinistra. Lettera43 raccoglie i messaggi che girano ai piani alti della maggioranza, Salvini “sta perdendo il partito”, “ormai è finito”. Dato per spacciato al Papeete, dato per spacciato al sorpasso di Forza Italia, il segretario è sopravvissuto a tutto. Solo che stavolta la minaccia porta il nome di chi ha voluto lui. Lettera43 ricorda l’aprile 2012, le scope agitate alla Fiera di Bergamo per umiliare Umberto Bossi: a portarle, allora, era stato proprio Salvini. La ruota, nel Carroccio, gira.
E allora corre ai ripari. Per il ritiro di Treviso, il 4 e 5 luglio, Salvini avrebbe offerto a Luca Zaia la vicesegreteria, con Massimiliano Fedriga e Claudio Durigon a chiudere la squadra. Zaia, campione di preferenze con 203mila voti alle regionali venete, vuole garanzie su tutto, un partito nordista dentro il partito, autonomia sulle liste, mano sulla campagna. La Lega ritiene “prive di fondamento” le ricostruzioni, dice. Del resto c’è già chi teme che uno spazio così largo al doge equivalga al commissariamento del segretario.
C’è poi la legge elettorale, ed è qui che gli otto di Vannacci pesano davvero. Il 4 giugno la Commissione ha adottato il testo base, il cosiddetto “Bignami bis”, dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami: premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato a chi supera il 42%, niente ballottaggio, liste bloccate. Gli emendamenti vanno depositati entro l’11 giugno. E proprio sulle preferenze il centrodestra è spaccato, Fratelli d’Italia e Noi Moderati le rivogliono, Forza Italia e Lega le rifiutano.
A Viareggio Vannacci ha rilanciato, Futuro Nazionale “si sta battendo” perché le preferenze tornino. Tradotto: basta un emendamento dei suoi tre deputati in commissione per costringere la maggioranza a contarsi e a mostrare le crepe. Lì il centrodestra ha 17 voti su 32, le opposizioni 13, e se i tre vannacciani votassero col campo largo la maggioranza rischierebbe di andare sotto. L’ago della bilancia, nella commissione che riscrive le regole del voto, ce l’ha in mano un partito che da solo non ha un seggio di gruppo.
Salvini lo chiamò in politica nel 2024, lo decorò vicesegretario per tenerlo al guinzaglio. Oggi quel guinzaglio decide dove vota la Lega. Lo sbarco è cominciato, dice il generale. E stavolta la spiaggia è quella di casa.
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La Corte Suprema israeliana ha scritto che obbligare un’organizzazione a consegnare l’elenco dei propri dipendenti palestinesi è una misura “limitata e proporzionata” che “consente la continuazione dell’attività umanitaria”. Così ha respinto il ricorso di diciannove organizzazioni e convalidato la legge che dal 30 dicembre 2025 tiene fuori dai Territori trentasette Ong, tra cui Medici senza frontiere (Msf), Oxfam e Save the Children.
Le organizzazioni si rifiutano di consegnare quell’elenco: espone i loro operatori, e centinaia di lavoratori umanitari sono già stati uccisi, quindici di Msf dall’ottobre 2023. Per la Corte quella lista protegge la sicurezza dello Stato. Per chi ci finisce sopra, è una condanna.
Il 9 giugno diciotto Paesi europei, con Australia e Giappone, hanno chiesto a Israele di “non applicare la legge nella sua forma attuale”, ricordando che quasi tutta Gaza dipende dall’assistenza. Una richiesta, mentre la legge è già convalidata.
Lo stesso giorno il ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendicava in Parlamento di aver aderito «proprio oggi» a quella dichiarazione, ed elencava il contributo italiano: 85 tonnellate di Food for Gaza sbloccate dalla Giordania, 17 studenti arrivati il 2 giugno. Aiuti che passano, ha spiegato, col «via libera» delle autorità israeliane. Due modelli di accesso a confronto: quello che pretende un obbligo e quello che ringrazia per un permesso. L’Italia firma il primo e pratica il secondo.
E il conto intanto corre. Il ministero della Salute di Gaza all’8 giugno contava 72.980 morti dal 7 ottobre 2023, 970 dal cessate il fuoco di ottobre. A Bengasi i dieci volontari del Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, sono da una settimana in sciopero della fame.
“Consente la continuazione dell’attività umanitaria”, ha scritto la Corte. Le organizzazioni che quell’attività la fanno restano fuori, e l’unico elenco che cresce è quello dei morti.
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I nove Paesi che possiedono la bomba atomica nel 2025 hanno speso 118,8 miliardi di dollari per i loro arsenali nucleari. Mai così tanto: 3.768 dollari al secondo, un quinto in più dell’anno prima. Sono gli stessi che bombardano l’Iran dal giugno 2025, e di nuovo da febbraio, per smontare il suo programma nucleare. Solo che una testata l’Iran non la possiede, anzi resta dentro il Trattato di non proliferazione dal 1970. La possiede, eccome, chi lo bombarda.
Le date lo dicono meglio di qualsiasi commento. Il 13 giugno 2025 Israele lancia l’operazione “Rising Lion” contro gli impianti iraniani, il 22 giugno gli Stati Uniti calano su Fordow, Natanz e Isfahan la “Midnight Hammer”, con bombe da quasi quattordici tonnellate sganciate dai bombardieri B-2. Stessa storia da febbraio 2026, con lo Stretto di Hormuzbloccato e i mercati dell’energia in tensione.
A misurare la spesa è la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican), Nobel per la pace 2017, nel rapporto “Premeditated” diffuso oggi insieme ai nuovi numeri del Sipri di Stoccolma. L’aumento sul 2024 è di 16,8 miliardi, il più alto da quando la campagna tiene il conto. Gli Stati Uniti da soli hanno speso 69,2 miliardi, più degli altri otto messi insieme, il 58% del totale mondiale, con l’aumento maggiore: 12,4 miliardi in dodici mesi. Dietro la Cina con 13,5 miliardi e il Regno Unito con 12,6, che così ha scavalcato la Russia, ferma a 9,5. In cinque anni, dal 2020, il conto arriva a 471 miliardi.
E i soldi finiscono da qualche parte. Almeno 25 aziende hanno incassato nel solo 2025 non meno di 38 miliardi per lavori sul nucleare militare, con 394 miliardi di contratti ancora aperti. Le stesse, documenta ICAN, hanno pagato lobbisti per oltre 138 milioni tra Francia e Stati Uniti, e incontrato 226 volte i funzionari britannici, quattro volte l’ufficio del premier. Per mettere le cifre in fila: un solo giorno di questa spesa basterebbe a sottrarre alla fame due milioni di persone, una settimana a vaccinare contro morbillo e rosolia oltre dodici miliardi di esseri umani. E sono gli stessi governi che intanto tagliano i fondi alle Nazioni Unite e ai programmi umanitari. Secondo Alicia Sanders-Zakre, che ha firmato il rapporto, l’analisi è annuale ma la spesa no: i nove hanno già messo in programma di mantenere e ammodernare le forze atomiche per i decenni a venire, a scapito dei bisogni reali di sicurezza.
Intanto gli arsenali crescono. Il Sipri, nel suo annuario 2026, conta 12.187 testate nel mondo a gennaio, 9.745 nelle scorte operative, 4.012 già montate su missili e aerei pronti all’uso. Tutte e nove le potenze le stanno modernizzando, la Cina più in fretta di chiunque: ormai ne ha circa 620.
Anche l’Italia è dentro questa contabilità. Le basi di Aviano, nel Pordenonese, e Ghedi, nel Bresciano, ospitano le bombe atomiche statunitensi B61-12 dentro il programma di condivisione nucleare della Nato. Per le stime del Sipri sono tra 100 e 120 gli ordigni dislocati in sei o sette basi di sei Paesi europei. A questi si aggiungono i caccia F-35A che l’Italia compra, certificati per trasportarle. Roma paga, di fatto, la sua parte della catena della deterrenza atlantica.
La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte di Ican, chiede al governo di ratificare il Trattato Onu che proibisce le armi nucleari, in vigore dal 2021 e ormai sottoscritto da 99 Stati. Roma non lo ha fatto. E mentre a New York il Consiglio di sicurezza discute oggi nuove sanzioni a Teheran per il suo nucleare, i nove che la bomba ce l’hanno davvero mettono a bilancio la spesa per tenerla e ingrandirla, fino al prossimo secolo. Il pericolo atomico, a quanto pare, è sempre quello degli altri.
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