Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Per ricevere un pacco di farina dal World Food Programme, a Gaza, una persona deve scrivere il proprio nome, il numero del documento, il telefono e il quartiere in cui dorme. Quel modulo si chiama People Portal, l’applicazione di auto-registrazione che il WFP rivendicava per aver tagliato tempi e burocrazia. Oltre due milioni di palestinesi l’hanno compilato.
Il 14 maggio quei dati sono finiti in mani non autorizzate. Il The New Humanitarian, con l’inchiesta di Jacob Goldberg e Irwin Loy, parla di circa 600.000 famiglie esposte: nomi, documenti, telefoni, posizione. È la più grave violazione di dati di beneficiari umanitari mai registrata, sopra le 515.000 persone colpite nell’attacco al Comitato internazionale della Croce Rossa nel 2022.
Due giorni prima, il 12 maggio, un informatore aveva segnalato al WFP una falla individuata da un esperto indipendente. La sede di Roma aveva assicurato che era risolta. L’attacco è arrivato lo stesso, e gli abitanti di Gaza sono stati avvisati via Telegram solo il 31 maggio, diciassette giorni dopo. L’informatore descrive al The New Humanitarian dati «che possono individuare posizioni precise e causare danni», e nessuna valutazione del rischio.
A Gaza un dato di posizione pesa diversamente. La Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione con il parere del 19 luglio 2024, e dal gennaio 2024 considera la popolazione della Striscia esposta a un plausibile rischio di genocidio. Lì le forze israeliane hanno ucciso centinaia di persone in fila per gli aiuti del WFP, scrive la stessa testata.
Intanto Domenico Centrone e Leonarda Alberizia restano detenuti a Bengasi: il procuratore libico ha prorogato la custodia senza fissare udienza, il 4 giugno una delegazione alla Farnesina ha chiesto pressione.
Il WFP scrive ai registrati: “continuerete a ricevere assistenza”. Per riceverla, avevano già scritto dove dormono.
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In una caserma della polizia di Bengasi, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia hanno ottenuto il permesso di farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Lo ha negoziato il console generale Filippo Colombo durante la prima visita, la sera del 27 maggio 2026. Lui ha 33 anni e insegna a Molfetta, lei ne ha 67 ed è stata per trent’anni educatrice dei servizi del Comune di Torino. Per le autorità della Cirenaica sono due clandestini, fermati con l’accusa di ingresso illegale.
La stessa Bengasi è il posto dove l’Italia sta per aprire un centro di coordinamento dei soccorsi in mare, finanziato con fondi europei. Lo aveva scritto a gennaio il quotidiano tedesco nd, lo conferma l’inchiesta di IrpiMedia del 3 giugno sul nuovo accordo tecnico della missione Eunavfor Med Irini, reso pubblico il 28 maggio dall’ong britannica Statewatch. Qui da noi si chiama cooperazione.
Il Global Sumud Land Convoy è partito il 15 maggio, giorno della Nakba: oltre 200 persone da più di 25 Paesi, una trentina di mezzi, 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti diretti a Gaza via Rafah. Il 24 maggio il convoglio si è fermato nei pressi di Sirte, sulla linea 5+5 che divide l’ovest dall’est libico. Dieci attivisti hanno superato il posto di blocco per trattare il passaggio del resto della carovana. Da lì sono finiti in cella a Bengasi.
A trattenerli sono le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. Il 2 giugno il procuratore di Bengasi ha prolungato la custodia cautelare fino alla prossima udienza, e all’accusa di ingresso illegale si sarebbe aggiunta quella, più grave, di manifestazione illegale. Gli altri italiani del convoglio, una settantina di chilometri più indietro, sono già rientrati a Fiumicino. I dieci avevano superato il confine solo per negoziare un passaggio sicuro.
Per anni l’Italia ha addestrato e finanziato i libici passando da Tripoli, il governo riconosciuto dall’Onu. Adesso il raggio si allarga a est. Il documento riservato del Consiglio dell’Unione cita la formazione delle “istituzioni libiche”: una formula che a marzo 2025, nel rinnovo di Irini fino al 2027, ancora diceva “guardia costiera libica”. A ottobre, intanto, Frontex ha ricevuto per la prima volta funzionari di Haftar. La frontiera europea scende sempre più a sud, e Bengasi è la nuova porta. Il modello c’è già: l’Mrcc di Tripoli, il centro di coordinamento costruito dall’Italia con il progetto Sibmmil, sempre con soldi di Bruxelles.
Del resto il 22 maggio Francia e Grecia hanno deciso di non rinnovare il compito che autorizzava Irini a ispezionare in mare le navi sospettate di trasportare armi, previsto dalla risoluzione Onu 2292 del 2016. Restano il pattugliamento e l’addestramento dei guardacoste. Già nel 2017 gli esperti dell’Onu segnalavano violenze sui migranti compiute anche dopo i corsi di formazione. Dieci anni dopo, Haftar deve diventare un partner affidabile, costi quel che costi.
Sulla sorte di Centrone e Alberizia il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto la cosa più rivelatrice: «Mi auguro che li possano espellere il prima possibile». Espellere. La parola che lo Stato italiano ha contribuito a insegnare alla Libia torna indietro, applicata a due suoi cittadini. La deputata Chiara Appendino (M5S) gli chiede di muoversi «non con le parole di circostanza», il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) si dice preoccupato. Dal governo, sui due, parla solo Tajani, e parla di espulsione. La macchina dei rimpatri che l’Italia ha aiutato a costruire a Bengasi adesso stringe due italiani, e l’unica speranza ufficiale è che li restituisca da clandestini.
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A Tivat, ieri c’erano quasi tutti. I capi di Stato e di governo di 26 paesi dell’Unione europea, i sei dei Balcani occidentali, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Si discuteva di allargamento e delle sorti dell’Ucraina, che a giugno apre il primo capitolo negoziale. Giorgia Meloni invece era a Reggio Calabria, alla festa dei carabinieri, stentorea davanti a un francobollo.
Un francobollo vero, nato con tutti gli onori. Il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri prevedeva la cerimonia, fissata alle 11. Poi la premier ha voluto restare anche per l’annullo filatelico in Prefettura. Solo che alle 14 l’aereo di Stato è decollato verso Roma, non verso il Montenegro. Poco prima era arrivata la nota: “A causa del protrarsi della cerimonia” Meloni “non potrà più partecipare”…
L’annullo filatelico, insomma, è stato salvifico. Perché tutto era cominciato prima: su questo dossier, come su quasi tutto, la maggioranza è divisa. Inoltre la sera precedente da Palazzo Chigi filtrava fastidio per il coordinamento di Francia, Gran Bretagna e Germania con Kiev verso il tavolo con Mosca. L’Italia Esclusa, un’altra volta. È il “solito formato E3“, minimizzavano le fonti italiane, salvo aggiungere che “senza gli Usa al tavolo, non si arriva a un accordo con Putin“. Tradotto: offesi di non essere invitati, sospettosi di chi c’è andato.
Torniamo a maggio 2025, sempre lei. Kiev, poi Tirana: i volenterosi si vedevano, Meloni mandava un video o restava a casa, e rivendicava la coerenza di chi le truppe non le invia. Anzi, raccontava ai suoi elettori e a qualche giornale di essere un punto di riferimento internazionale. E invece era una semplice presenza evanescente, quando andava. Ieri ha fatto un passo avanti: si è risparmiata pure il viaggio.
Torna in mente l’adagio di Nanni Moretti: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente? La premier ha sciolto il dilemma nel modo più comodo. A Tivat il posto dell’Italia è rimasto vuoto, ma almeno in Prefettura il francobollo ha avuto il suo timbro puntuale. Commemoriamo quello, allora, chi se ne importa delle guerre alle porte dell’Europa e nelle tasche degli italiani.
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Donald Trump ha telefonato a Benjamin Netanyahu e gli ha dato del pazzo, lo sappiamo, l’abbiamo letto. Lo ha confermato lui stesso, al New York Post, il 3 giugno 2026: era «un po’ contrariato», ha detto, per le operazioni israeliane in Libano che rischiavano di far saltare il negoziato con l’Iran. Parole grosse, ripetute con un certo gusto. Eppure, nelle stesse ore in cui il presidente americano insultava l’alleato al telefono, la sua Camera lavorava a cucire i due eserciti in un corpo solo.
Il 4 giugno la commissione Forze armate della Camera, presieduta dal repubblicano Mike Rogers, ha respinto l’emendamento che chiedeva di cancellare la Sezione 224 dal National Defense Authorization Act per il 2027, la legge di bilancio della difesa. Voto per alzata di voce. Contrari nel merito in due: il democratico Ro Khanna (California) e la collega Sara Jacobs. Tutti gli altri, repubblicani e democratici insieme, dalla parte dell’integrazione. La norma istituisce la “United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative” e ordina al Pentagono di nominare un “agente esecutivo” che sincronizzi ricerca, sviluppo, test e produzione militare con Israele: dal cyber all’intelligenza artificiale. Di fatto un solo apparato tecnologico, ma con due bandiere. La cooperazione copre dati e reti militari, ricerca congiunta e coproduzione di armi, e una volta scritta dentro la legge che il Congresso deve approvare ogni anno diventa quasi impossibile da smontare. Il pacchetto vale 1.150 miliardi di dollari di spesa base, dentro una richiesta complessiva dell’amministrazione che arriva a 1.500 miliardi.
Khanna lo ha detto in aula: gli americani sono stanchi dell’arroganza di un premier straniero che detta la linea a Washington, e a comandare deve essere l’America, non il primo ministro di un altro Paese. Il repubblicano Thomas Massie (Kentucky) ha promesso un altro emendamento per stralciare la norma quando arriverà sul pavimento dell’aula. Jacobs ha ricordato il punto che pesa di più: la legge americana vieta di trasferire armi a chi commette crimini di guerra, e la Sezione 224 quella clausola la salta, insieme al voto del Congresso. Funziona così. L’integrazione aggira la procedura di vendita militare, che oggi pretende un impegno sui diritti umani prima di ogni via libera. Netanyahu, del resto, la chiama «il mio piano», e in una lettera al deputato Marlin Stutzman ha scritto che è arrivato il momento di passare “da beneficiario a partner”. Ben Freeman, del Quincy Institute, scrive che il Congresso dovrebbe bocciare la norma proprio adesso, mentre cresce il numero di americani contrari a quello che Israele fa nella regione, e avverte di un sistema politico sempre più esposto ai capricci di un governo israeliano. E Joe Kent, l’ex direttore dell’antiterrorismo dimessosi a marzo contro la guerra in Iran, scrive che esternalizzare pezzi di sicurezza nazionale a chi non condivide i tuoi interessi è il rovescio esatto dell’”America First”.
Ma la parte più eloquente sono i conti: Washington versa ogni anno 3,8 miliardi di dollari all’esercito israeliano, dato del Council on Foreign Relations, quasi 300 miliardi dal 1946, e la guerra in Iran è già costata oltre 50 miliardi ai contribuenti americani, secondo funzionari citati dalla CBS. I sondaggi richiamati nel dibattito raccontano un Paese che vuole meno aiuti a Israele, non di più. Tutto questo verso un alleato su cui pende un mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza.
Così la più grande potenza del mondo, come amano chiamarsi, mette nero su bianco nella sua legge di bilancio che farà da maggiordomo tecnologico a un primo ministro incriminato. Trump al telefono può anche urlare quanto vuole. La firma, intanto, dice il contrario.
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Pochi minuti dall’archiviazione di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri dall’inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993, e il centrodestra che ieri si prendeva a sberle torna compatto: parlano di assoluzione. Solo che assoluzione non è. La gip di Firenze Patrizia Martucci ha archiviato perché, scrivono gli stessi pm, manca «la ragionevole previsione di condanna», eppure su Dell’Utri resta «un…
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