Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Sul lato gazawi di Kerem Shalom il contenuto di centinaia di camion di aiuti resta fermo, in attesa di un ritiro che non arriva. Lo scrive il Cogat, l’organismo del ministero della Difesa israeliano per i Territori, nel comunicato dell’8 giugno che annuncia la chiusura di tutti i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso”. La ragione dichiarata sono i missili iraniani sparati su Israele nella notte. Gaza, estranea a quel fronte, è la prima cosa sigillata.
È la terza volta da febbraio. Il 28 febbraio identica mossa, valichi riaperti pochi giorni dopo. Ogni volta che lo scambio con Teheran si riaccende l’assedio si stringe qui. E qui la tregua entrata in vigore il 10 ottobre ha già prodotto, secondo il ministero della Salute di Gaza che l’ONU considera attendibile, almeno 961 palestinesi uccisi e 3.020 feriti, contro cinque soldati israeliani nello stesso periodo. I morti dal 7 ottobre 2023 sono 72.971.
Il Cogat sostiene che la chiusura non avrà impatto umanitario, perché il cibo entrato con la tregua “supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione secondo le metodologie dell’ONU”. Una frase che misura in calorie un obbligo giuridico. La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza del 26 gennaio 2024 che riconosceva un rischio plausibile di genocidio, ha imposto a Israele di garantire l’assistenza umanitaria necessaria. Il Cogat risponde con un magazzino dichiarato a sufficienza.
Intanto al Cairo i mediatori trattano con le fazioni palestinesi per salvare quella tregua, mentre i valichi si richiudono. Domenico Centrone, 33 anni, docente di Molfetta, e Leonarda Alberizia, del Global Sumud Convoy, restano in carcere in Libia dal 24 maggio: il 7 giugno il consolato italiano a Bengasi insisteva ancora per la sola visita consolare.
I valichi, scrive il Cogat, riapriranno “gradualmente, sulla base di una continua valutazione operativa”. La valutazione lascia il cibo dichiarato sufficiente dentro i camion fermi.
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Il 7 giugno 2026 Pina Picierno ha fondato un movimento riformista e non ha citato una sola riforma. Tre giorni prima aveva lasciato il Partito democratico con una frase da lapide, «la casa dei riformisti non c’è più», ed era passata ai Democratici Europei, gruppo Renew Europe. Adesso c’è Spazio Pubblico, che lei stessa definisce “non una corrente, non un’etichetta”. Definirlo, in effetti, è il problema.
Il manifesto parla a “chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro” e promette di radunare “coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura”. Tolto l’aggettivo riformista resta il vecchio programma del partito dei signori con la cravatta civica. Per ora nessuna misura, nessun numero, nessuna proposta: la parola riformismo galleggia da sola, e galleggia perché ormai non nomina più nessuna riforma. Lo aveva spiegato bene Lorenzo Zamponi su Jacobin Italia già nel 2023: oggi riformismo significa il rifiuto categorico di uscire dai binari del pilota automatico.
Dicono di voler sconfiggere il populismo, qualsiasi cosa significhi. Solo che il populismo è esattamente questo: un appello al popolo virtuoso contro le élite corrotte, l’autoinvestitura dei migliori, il disprezzo per chi vota male. Sono populisti in purezza, col costume degli arguti, e pure con esibito orgoglio.
Potremmo chiamarlo pulpitismo: un piccolo gruppo che si percepisce come aristocrazia e che predica da un pulpito su cui non l’ha messa nessuno, autoproclamata competente, sicura di meritare la guida. Il fenomeno è più largo di Picierno: è l’intera area che si dice riformista, un centro affollato di dirigenti e povero di elettori, dove gli sparuti partiti si fanno la guerra. Il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda si è sciolto nel 2023 dopo mesi di liti, e da allora Azione, Italia Viva e +Europa corrono separati, tutti intorno alla soglia di sbarramento. Competenti per autocertificazione, condannati dall’aritmetica sporca e cattiva (e populista). E Calenda ha già salutato la nuova arrivata: Azione c’è, e tanto basta.
E così resta il riformismo come il vestito nuovo dell’imperatore: tutti chiamati ad ammirare il taglio sopraffino di un abito che non c’è, e guai a dire che il re è nudo. Le riforme, quelle, si vedono quando arrivano. Qualcuno, prima o poi, dovrà mostrarcele. Intanto accontentiamoci del pulpitismo.
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Il 3 giugno 2026, mentre a Palazzo Madama l’Aula seppelliva il disegno di legge sul fine vita con 88 voti favorevoli e 59 contrari, in Svizzera moriva Lucia, triestina di 80 anni. Aveva una degenerazione cortico-basale, malattia neurodegenerativa che le toglieva il corpo pezzo per pezzo. Aveva chiesto di morire in Italia, e l’Italia le aveva risposto prima con un no e poi con il silenzio: l’azienda sanitaria del Friuli l’aveva giudicata fuori dai requisiti, contro la sua documentazione medica. Stessa giornata, due facce dello stesso Paese.
Il voto porta la firma di Fratelli d’Italia: una questione sospensiva che rispedisce il testo del senatore Alfredo Bazoli (Pd) nelle commissioni Giustizia e Sanità, da dove era partito. Quella mattina la conferenza dei capigruppo aveva calendarizzato l’esame all’unanimità. Poi la maggioranza si è tirata indietro, e il presidente del Senato Ignazio La Russa (FdI) si è smarcato: «Il Parlamento è sovrano». Bazoli da parte sua l’ha chiamata col suo nome: «Non prendete in giro gli italiani, questo voto serve solo ad affossare la legge».
In questa storia le cronologia parla. La Corte costituzionale chiede una legge dal 2018, con l’ordinanza 207, poi con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato-Dj Fabo, poi ancora con la 135 del 2024. Otto anni di moniti. Il testo della maggioranza, a prima firma Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (FdI), giace in commissione dal luglio 2025 senza che si sia mai aperto l’esame degli emendamenti. Il termine, fissato al 17 luglio, era già slittato. Come tutto il resto.
E quando una Regione prova a colmare il vuoto, il governo la ferma: la legge della Toscana sul suicidio assistito è stata impugnata da Palazzo Chigi. Il testo del centrodestra, intanto, restringe il requisito fissato dalla Consulta. Dove la Corte scrive “trattamenti di sostegno vitale”, la proposta Zanettin-Zullo scrive “trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”, e affida il giudizio sull’accesso a un comitato di sette membri nominati dal presidente del Consiglio. Più stretto di quanto chieda la Corte, e fuori dal Servizio sanitario nazionale: un capolavoro. La maggioranza si difende con la prudenza e il presidente della commissione Sanità, Francesco Zaffini (FdI), ripete di volere una buona legge «senza invadere il campo dell’eutanasia». Solo che la prudenza, qui, somiglia parecchio a una scusa per rinviare.
E poi c’è la beffa tecnica. Il presidente del Cnr Andrea Lenzi ha trasmesso un documento in cui nega l’esistenza di dispositivi con marchio Ce per l’autosomministrazione del farmaco a chi è immobilizzato. Solo che a marzo 2026 quel dispositivo, a comando oculare, lo aveva costruito proprio il Cnr per Libera, 55enne toscana con sclerosi multipla. In pratica l’ente nega ciò che l’ente ha fatto.
Sul fine vita la maggioranza si scopre devotissima: evoca argini contro l’”eutanasia di Stato”. Eppure lo stesso governo è sordo a Papa Leone XIV quando il Pontefice lo incalza sui temi scomodi. Sul riarmo, che il Papa chiama tradimento dei popoli e denaro versato nelle «tasche dei mercanti di morte». Sui migranti, banco di prova della giustizia. Giorgia Meloni ha intanto giudicato gli impegni Nato sul riarmo «significativi e sostenibili». Cattolici quando conviene, laicissimi quando il Vangelo costa un voto.
Le critiche più dure le firmano i diretti interessati. Marco Cappato e l’avvocata Filomena Gallo, dell’Associazione Luca Coscioni, ricordano che in Italia l’aiuto medico a morire è legale da sette anni, dalla prima pronuncia della Consulta. Francesco Boccia (Pd) cita il Rapporto Eurispes: i favorevoli sono il 70 per cento. Numeri che la politica conosce e finge di non vedere.
Manca un anno al voto. La legislatura si chiuderà, il ddl si perderà, e qualcuno ricomincerà da capo. Che questo governo non avrebbe legiferato sul fine vita lo sapevano tutti. Ingenuo chi ci ha creduto.
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Venerdì 5 giugno, pagina 41 de la Repubblica: un corsivo senza firma sbeffeggia Paolo Di Paolo, firma di quella stessa redazione, come un codardo dall’”apparato digerente” formidabile. Il 13 giugno, intanto, lo stesso Di Paolo salirà sul palco che apre il festival Salerno Letteratura per farsi contestare di persona, dopo aver tolto a Erri De Luca la prolusione d’apertura. Tenete insieme le due…
L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca,, ha ottenuto l’accreditamento europeo nel 2025 per una ragione precisa: era indipendente. Il registro Eqar l’ha iscritta il 27 marzo, l’associazione Enqa ha rinnovato l’adesione il 10 aprile a Paphos, e in entrambi i casi il requisito che pesava di più era la distanza dal potere politico. Undici mesi dopo, quella distanza il governo l’ha riportata indietro.
Il regolamento varato con il Dpr 7 gennaio 2026 n. 12, in vigore dal 19 febbraio, ha riscritto la governance dell’Agenzia. A scegliere il presidente ora è il ministro, da una terna preparata da un comitato a maggioranza di nomina ministeriale, proprio lì dove prima decideva il Consiglio direttivo. A presiedere il comitato che filtra le candidature è il segretario generale del Ministero dell’Università e della Ricerca: l’autonomia, di fatto, parte da dentro il ministero. E l’Agenzia deve muoversi “in coerenza con le linee di indirizzo del Ministro”, che ne approva il programma. Il direttivo scende da sette a cinque, arriva un direttore generale, entra pure l’Afam, il sistema italiano di istruzione superiore di livello universitario dedicato alle arti visive, alla musica, alla danza e al design che sta sotto la supervisione del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). La ministra Anna Maria Bernini lo presenta come un rafforzamento dell’indipendenza, dice.
Sotto l’organigramma c’è il denaro. L’Anvur certifica la qualità di atenei, corsi e dottorati, e le sue valutazioni della ricerca pesano sulla redistribuzione del Fondo di finanziamento ordinario: una quota rilevante delle risorse alle università si muove sui risultati di quegli esercizi. Chi guida l’Agenzia quindi decide dove vanno i soldi.
Francesca De Rugeriis, segretaria Fp Cgil Roma e Lazio, ricorda che l’Agenzia regge tutto questo con 36 dipendenti su un fabbisogno di 59, e che se diventa «il braccio lungo del ministro» perde la sua funzione. Gli standard europei Esg chiedono esattamente l’opposto: separazione netta tra chi regola, il ministero, e chi valuta. Senza quel timbro, avverte la sindacalista, l’Agenzia perde autorevolezza in Europa e la capacità di trattenere competenze, mentre i ragazzi continuano ad andarsene. Cosa succederebbe al sistema universitario se quell’accreditamento saltasse?
Il 22 maggio il Consiglio dei ministri ha avviato le nomine. Alla presidenza Venerando Marano, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e ordinario a Tor Vergata, dato in quota Meloni. Nel direttivo Aurelio Tommasetti, ex rettore di Salerno e consigliere regionale della Lega in Campania fino a fine 2025, e Matteo Lorito, rettore della Federico II, indicato come riferimento di Forza Italia. Un seggio per partito.
Gianna Fracassi, segretaria della Flc Cgil, parla di conferma dei peggiori timori: l’Agenzia «è diventata di fatto un dipartimento del ministero». La stessa Fracassi lega la mossa a un taglio del Fondo arrivato insieme alla richiesta agli atenei di «semplificare le spese». Il Movimento 5 Stelle ha chiesto la ministra in commissione, parlando di spartizione di poltrone. Il governo risponde che i curriculum sono di alto profilo, e in effetti lo sono. Solo che il valore dei singoli non spiega il disegno.
L’Anvur è un caso dentro una sequenza. Il Servizio per il controllo parlamentare della Camera ha contato 103 caselle da riempire in 35 enti entro fine settembre; nelle sole partecipate pubbliche si parla di oltre 200 nomine nel corso del 2026; e poi la Consob, l’Antitrust, il collegio del Garante della privacy, gli enti culturali fino alla Reggia di Caserta, la Rai che le opposizioni contestano nomina dopo nomina da due anni. Ogni casella, ogni ente un presidio. Del resto è il metodo, prima ancora del merito di chi entra.
E l’accreditamento europeo, quello che certificava un’università italiana credibile oltre i confini, ora pende da un’indipendenza che il governo ha appena trasferito a sé stesso.
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