Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Alla fiera aeronautica Ila di Berlino il cancelliere Friedrich Merz ha messo la firma sull’atto di morte del programma di difesa più ambizioso del continente. Il caccia di sesta generazione che Germania, Francia e Spagna dovevano costruire insieme, il Fcas, in francese Scaf, non si farà. Era nato nel 2017 dall’intesa tra Emmanuel Macron e Angela Merkel, venduto come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Otto anni dopo resta una voragine da oltre 100 miliardi di euro, la promessa militare più costosa mai tentata in Europa. La ricostruzione è di InsideOver.
Otto anni di trattative per finire così. Dassault Aviation, il colosso francese, ha rivendicato la guida con la logica del “migliore in campo”: costruisce caccia da decenni. In estate ha chiesto l’80% del carico di lavoro, pretesa che la capofila di tedeschi e spagnoli ha respinto. Il numero uno di Dassault, Eric Trappier, aveva avvertito che senza un accordo il progetto era morto. Parigi voleva un aereo capace di portare la bomba atomica e di decollare dalle portaerei, Berlino no. Sul tavolo c’erano brevetti, proprietà intellettuale e linee di assemblaggio, e nessuno voleva mollare la presa. La mediazione tra le due industrie è saltata il 18 aprile. Era già successo: negli anni Ottanta la Francia uscì dal programma che avrebbe prodotto l’Eurofighter per costruirsi il Rafale da sola.
Adesso ognuno va per conto suo. Dassault costruirà il suo aereo da sola, con dentro anche gli oltre 4 miliardi già stanziati sul Rafale aggiornato. Airbus guiderà il programma tedesco, il Combat Fighter System Nucleus, e ha già sondato la svedese Saab, che a Berlino giudicano un partner più disponibile. Resta in piedi solo il pezzo digitale, la “nuvola da combattimento”, che i due governi si spartiranno al consiglio dei ministri congiunto del 17 luglio. Dal canto suo, il carro armato comune, l’Mgcs, traballa per le stesse ragioni: Parigi ha già fatto capire che senza il caccia anche quello può saltare.
Sul resto, intanto, l’accordo è pieno. Da Bruxelles a Parigi i leader continuano a evocare l’esercito comune e l’autonomia strategica del continente. Poi, alla prova dei fatti, ogni capitale tiene per sé brevetti, fabbriche e linee di montaggio. Al vertice Nato dell’Aja del giugno 2025 gli alleati hanno promesso di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Nel solo 2025 gli europei l’hanno aumentata del 20% rispetto all’anno prima, oltre 574 miliardi di dollari. L’Unione europea ha messo in cantiere il piano ReArm Europe da 800 miliardi. La sola Germania supererà i 100 miliardi di bilancio della difesa nel 2026 e punta verso i 152 miliardi nel 2029, il triplo del 2023. Di quei 100 miliardi, in otto anni, sono usciti qualche disegno e un modello a grandezza naturale. Doveva volare un dimostratore entro il 2029: non esiste nemmeno quello. I soldi, quelli, si trovano sempre. L’aereo da costruire insieme no.
E l’Italia? Ha scelto l’altro consorzio, il Gcap, il Global Combat Air Programme con Regno Unito e Giappone, ognuno con il 33,3% e la guida industriale affidata alla joint venture Edgewing tra Leonardo, Bae Systems e i giapponesi. A Berlino, prima di scegliere la via solitaria, avevano persino sondato l’ingresso nel nostro consorzio. Solo che pure quel progetto vive giorni nervosi: Londra ha tempo fino al 30 giugno per sbloccare i fondi, e oltre 4mila ingegneri rischiano di essere spostati altrove se la firma non arriva. Due cordate rivali, nessun caccia in volo.
L’esercito europeo, intanto, resta uno slogan da convegno. L’unica cosa che Parigi e Berlino sanno finire insieme è la fattura.
L’articolo Caccia europeo, Francia e Germania divorziano sul progetto da 100 miliardi. Mentre la Difesa comune Ue resta il solito slogan sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Cinquantaquattro persone, 140 capi di imputazione. Chiuse le indagini a Pisa su studenti, dottorandi, ricercatori, lavoratrici delle pulizie, pensionati, mamme che in piazza c’erano con i figli. I fatti vanno dal luglio 2025 alla primavera del 2026: i blocchi dell’autostrada A12, dell’aeroporto, della superstrada FiPiLi, dei binari, l’occupazione del rettorato dell’Università di Pisa, i presidi contro il transito di armi. Interruzione di pubblico servizio, blocco stradale e ferroviario, resistenza, lesioni, occupazione di edifici pubblici, tutto ammassato in un fascicolo solo.
Pisa è la punta toscana di una mappa che copre il Paese. Bologna ha superato le 100 denunce, Genova le 80, Cagliari le 90, Massa le 37. A Milano la Procura è arrivata alle misure cautelari, obbligo di firma e divieto di uscire la notte per ragazzi accusati di aver camminato in corteo. Al 7 marzo l’Osservatorio Repressione contava oltre 400 denunciati in tutta Italia, e mancavano ancora i conti delle grandi città. Più le multe, fino a 5mila euro a testa.
Il perno è una norma. Il decreto sicurezza, il D.L. 48 dell’11 aprile 2025, ha introdotto undici nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti, e ha riportato il blocco stradale tra i delitti: chi ferma la circolazione in una manifestazione collettiva rischia da sei mesi a due anni. Fino al giorno prima era un illecito amministrativo, una multa. La legge, che in molti hanno chiamato il più duro attacco alla protesta della storia repubblicana, è passata in Parlamento nel giugno 2025. Il 5 febbraio 2026 il governo ci ha aggiunto un secondo pacchetto.
Del resto è tutto scritto nella legge. La condotta punita non chiede violenza né intenzione aggressiva: basta sedersi sull’asfalto e restare lì quando la polizia ordina di sciogliersi. A Bologna, più volte, sono stati gli stessi agenti ad accompagnare il corteo dentro la tangenziale, salvo poi scegliere i nomi da denunciare. La Procura di Torino ha chiesto al gip di mandare la questione alla Corte costituzionale: il carcere per chi protesta, scrivono i pm, ferisce il diritto di sciopero e la libertà di riunione.
In cima alla scala c’è Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati. Gli Stati Uniti l’hanno sanzionata due volte, nel luglio 2025 e di nuovo il 28 maggio 2026, e le hanno congelato conti e carte. Il governo italiano ha scelto il silenzio. Anzi: la maggioranza si è messa in fila con chi la vuole fuori. La Lega ha depositato una risoluzione per le dimissioni della relatrice l’11 febbraio, Fratelli d’Italia ha aperto una raccolta firme, il ministro degli Esteri Antonio Tajani l’ha definita “capo fazione” e ha giudicato “inevitabile” chiederne l’uscita. Il 17 febbraio il Coordination Committee delle Nazioni Unite ha smontato l’accusa, “fatti fabbricati” su una frase tagliata fuori contesto. Il governo, intanto, si era già schierato.
In fondo alla stessa scala c’è la signora che a Pisa spingeva il passeggino. In mezzo, il sindacato di base Usb indica l’arma vera: “Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce”. Il penale ha le sue garanzie, l’amministrativo quasi nessuna, e cinquemila euro per uno studente o un’operaia pesano più di un processo. Le notifiche arrivano mesi dopo i fatti, quando Gaza è uscita dai telegiornali. Qualcuno è indagato solo per essere entrato in stazione da una porta sbagliata. È il calcolo: colpire tardi, colpire a pioggia, colpire chi l’avvocato non se lo può permettere.
Il governo che chiedeva legalità e decoro ha trovato la sua emergenza nei cortei per Gaza, non nelle armi che dai porti toscani continuano a transitare. Quattrocento denunciati, una relatrice Onu lasciata sola, un decreto che una procura ha chiesto di portare davanti alla Consulta: qui da noi la solidarietà con la Palestina è diventata una questione di ordine pubblico.
L’articolo Decreto Sicurezza, i 54 Pro-Pal indagati a Pisa sono solo la punta dell’iceberg. Nella mappa della repressione del governo Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Conto per le vacanze da 1.484,90 euro. Tanto paga ad agosto una famiglia di due adulti e un bambino, auto al seguito, per andare e tornare da Livorno a Palermo in cabina. Una traversata sola, una cifra che Federconsumatori avvicina allo stipendio mensile di un collaboratore scolastico. Il mare è demanio, bene di tutti. Arrivarci, quest’estate, costa quanto una mensilità.
Il quadro generale lo fissa l’Istat. Il 29 maggio l’istituto ha certificato che l’inflazione è salita al 3,2% su base annua, da 2,7% di aprile: il valore più alto da settembre 2023, quando il tasso arrivò al 5,3%. A spingere sono l’energia non regolamentata, dal 9,6 al 12,6%, quella regolamentata dal 5,3 al 5,8, e i servizi dei trasporti, dallo 0,6 all’1,8. Il carrello della spesa resta fermo al 2,3, solo che i prodotti che si comprano più spesso corrono al 4,5.
La voglia di partire intanto regge. Secondo l’Istituto Piepoli il 70% degli italiani conta di concedersi un viaggio entro quattro mesi, eppure il 54% ha già cambiato programmi o resta indeciso, per il costo della vita e per le guerre. Chi parte, nel 56% dei casi resta in Italia, il 29% sceglie l’Europa. Si parte con la calcolatrice in mano. La vacanza, prima ancora di cominciare, è già una contabilità.
Verso le isole il pedaggio è il più salato. L’osservatorio di Federconsumatori calcola per agosto un rincaro medio del 15%in poltrona e del 18% in cabina sul 2025, per un nucleo di tre persone. La Livorno-Olbia segna il balzo maggiore, 29% in un anno.
E sul confronto con maggio il numero diventa grottesco: sulla stessa rotta più 298% in poltrona, più 251% in cabina, mentre la media nazionale tra il listino di maggio e quello di agosto sale dell’82 e del 78%. Tra le rotte più care c’è anche la Genova-Palermo, 945 euro a poltrona e 1.340 in cabina. La meno cara, la Napoli-Cagliari, parte comunque da 430 euro.
La causa, dice Federconsumatori, è il carburante, gonfiato dal conflitto in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, lo snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale via mare e che a giugno resta a una frazione del traffico ordinario. La continuità territoriale, il principio che dovrebbe far muovere un siciliano come un lombardo, si sgretola proprio lì dove dovrebbe reggere.
Sotto l’ombrellone i rincari sono più contenuti, ma arrivano lo stesso. Federconsumatori e la fondazione Isscon misurano per il 2026 un più 2,7% medio negli stabilimenti, più 5% sul triennio. Salgono l’abbonamento giornaliero (4%) e la sdraio (3%). La regione che corre di più è la Calabria, 5,2%, davanti a Sicilia (4,3%) e Veneto (4%), pur restando il Sud il più economico d’Italia. E dentro lo stabilimento il salasso vero è la tavola: acqua, tramezzini, pranzi possono costare il 40-45% in più che fuori, mentre molti lidi continuano a vietare, impropriamente, il panino portato da casa. Intanto si moltiplicano le formule per chi prova a risparmiare, mezza giornata, tariffa dopo le 14, pacchetto all inclusive: anche il risparmio diventa un prodotto da vendere.
Il governo ha tagliato le accise, dice. Le misure, secondo il Codacons, hanno solo circoscritto gli effetti del conflitto sul carrello, che per una coppia con due figli pesa oltre 1.400 euro l’anno, 269 solo di cibo per l’Assoutenti, che sugli ortaggi freschi misura un più 14,3% legato alle tensioni in Medio Oriente.
E c’è la bolletta: a maggio il gas segna più 8,9% sull’anno, l’elettricità più 7,2%, con l’allarme di una nuova stangata d’estate, quando i condizionatori vanno a pieno regime. A pagare il conto più salato sono gli isolani e le famiglie numerose, quelle che non scelgono quando partire e come. Il mare resta demanio sulla carta. Nei fatti è un bene a numero chiuso, e il numero lo decide il biglietto.
L’articolo Care… Vacanze, dai traghetti alle spiagge la stangata è servita: ecco tutti gli aumenti sotto l’ombrellone e non solo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
A Chicago, sabato scorso, l’attaccante che ha portato l’Iraq al Mondiale dopo quarant’anni è rimasto chiuso in una stanza dell’aeroporto O’Hare per quasi sette ore. Telefono controllato, poi via libera. Aymen Hussein è il fortunato: il fotografo della nazionale, dopo dieci ore, l’hanno rispedito indietro. Stesso copione per l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, designato dalla FIFA…
Dal vertice Ue-Balcani occidentali di Tivat, in Montenegro, Edi Rama ha trovato il colpevole della piazza che da una settimana assedia Tirana: l’Iran. Una «guerra ibrida», ha detto il 5 giugno 2026, e a chi gli chiedeva del resort ha risposto che senza Jared Kushner di mezzo all’Europa non importerebbe niente. Eppure, mentre lo diceva, a casa era il settimo giorno consecutivo e sotto la sua residenza si chiedevano le sue dimissioni. Il fronte, stavolta, non è uno solo.
La piazza la chiamano “rivoluzione dei fenicotteri”, dal simbolo dell’area protetta di Vjosa-Narta, sulla costa di Valona. Lì la società di Kushner, Affinity Partners, vuole un resort da 1,4 miliardi di euro, anzi fino a 4 secondo le ultime cifre dello stesso Rama, su un piano che arriva a diecimila fra camere e ville. Era partita il 30 maggio a Zvërnec, quando le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo la scogliera e un agente è finito in manette; le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza. Il 2 giugno lo Spak, la procura anticorruzione, ha congelato i conti di Albania Land Development, la società di imprenditori qatarioti che aveva comprato i terreni. Da Atene è arrivata una protesta formale, perché fra i feriti c’era anche un cittadino greco. La rabbia ha passato i confini, con cortei a Bruxelles, Berlino, Milano, New York. Ma Rama non arretra: alla Cnn ha parlato di un Paese «sotto attacco» da concorrenti e da migliaia di profili falsi, ha negato che esista «nessuna isola della famiglia Trump», e a Tivat ha assicurato che il resort «non sarà la mia Mar-a-Lago».
L’accusa di Rama non esce dal nulla. L’Albania ospita da anni circa 3.000 dissidenti iraniani del Mek, i Mujahedin del popolo, nel campo di Ashraf 3 vicino a Durazzo. Nel 2022 è stata il primo Paese al mondo a rompere le relazioni con Teheran, dopo un attacco informatico attribuito all’Iran: ambasciata espulsa in 24 ore, con Washington a coprirle le spalle. Già nel 2018 e nel 2019 aveva cacciato diplomatici iraniani per ragioni di sicurezza. Da allora Tirana ha costruito un pezzo della sua identità di sicurezza sull’essere la casa dei nemici di Teheran e sull’asse con Stati Uniti e Israele. È lo stesso asse che ha portato su quella costa un resort della famiglia del presidente americano, finanziato dal Golfo. Così, quando Rama dice che dietro la piazza c’è l’Iran, pesca da un avversario vero. Solo che i fenicotteri gonfiabili, stavolta, non li ha mandati Teheran.
La Commissione europea ha fatto sapere a Politico che Tirana deve evitare mosse capaci di compromettere i parametri di chiusura del capitolo 27, quello su ambiente e clima, e allinearsi alle direttive Uccelli e Habitat. Tradotto: ritirare le modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette e chiudere la legge sugli investimenti strategici del 2015. È la corsia veloce su cui il resort ha corso: status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, concessione fino a 99 anni. Il ministro dell’Ambiente, Sofjan Jaupaj, ha riferito a Bruxelles che i lavori sono sospesi e che si farà una valutazione d’impatto con la società civile. Poi il portavoce ha corretto: mai cominciati, perché nessun permesso è stato approvato. I manifestanti chiedono esattamente quelle due leggi. E il 2027 è l’anno in cui Rama ha promesso di chiudere i negoziati, per entrare nell’Unione entro il 2030.
A Tivat, racconta lui, nessun leader europeo gli ha sollevato la questione. Sarà. Solo che la Commissione gliel’ha messa per iscritto, e non è un nemico che si squalifica come si fa con i fenicotteri gonfiabili. La piazza, di fatto, Rama può chiamarla Iran. La scadenza che si è dato da solo, no. E l’Italia, primo partner commerciale di Tirana, guarda quella costa e parla solo di sbarchi.
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