Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Francesco Cancellato su Fanpage mette nero su bianco una cosa giusta: chi a sinistra festeggia perché Roberto Vannacci ruba voti a Giorgia Meloni non ha capito cosa arriva dopo. Il precedente è il Regno Unito del 2024. I Laburisti presero un voto su tre, il 33 per cento, e vinsero lo stesso, perché la destra si era spaccata tra conservatori e Reform Uk. La legge elettorale fece il resto.
L’8 giugno Fratelli d’Italia ha pubblicato su Instagram una grafica che riprende il titolo de Il Sole 24 Ore: l’Italia sarebbe «l’unica nazione dell’Eurozona» a rispettare i limiti di spesa del nuovo Patto di stabilità, mentre Francia e Germania sforano. Nella descrizione il partito di Giorgia Meloni attacca la sinistra che «pronosticava il baratro» e celebra una nazione «finalmente capace di farsi guardare con rispetto in Europa». Bella storia. Peccato sia gonfiata.
A sgonfiarla ci ha pensato Pagella Politica, che l’11 giugno è andata a leggere i documenti della Commissione europea, proprio quelli che il post sventola come prova. L’Eurozona conta 21 Paesi e l’Italia, in regola, è in compagnia: conformi o previsti conformi nel 2026 risultano anche Germania, Estonia, Irlanda, Grecia e Lettonia, più Cipro e Portogallo con qualche criticità. Lo scrive perfino lo stesso articolo del Sole ripreso da FdI: superano il tetto di spesa 15 dei 21 Paesi. Gli altri sei stanno sotto, e l’Italia è una dei sette.
Il dato vero, intanto, esiste: la crescita della spesa netta italiana per il 2026 è stimata all’1,4 per cento, sotto il limite dell’1,6, con un margine di 2 miliardi di euro. Anche il dato cumulato sta sotto il tetto, 0,8 per cento contro 0,9. Solo che da lì all’«unica in regola» ce ne corre, e il fact-checking firmato da Leonardo Becchi lo dice piano: un dato favorevole c’è, il primato è invenzione.
La Germania, dipinta come fuori dai parametri, è valutata conforme dalla Commissione grazie alla flessibilità concessa per la spesa in difesa, pur con una spesa netta al 5,6 per cento contro un limite del 4,5. La Francia è a rischio sul dato annuale ma conforme su quello cumulato. E gli stessi documenti che FdI brandisce aggiungono che i conti italiani restano fragili: debito altissimo, produttività ferma, un deficit eccessivo da correggere entro il 2026, dopo che nel 2025 i tetti erano stati superati. Il rispetto dei limiti, del resto, è il compito di un Paese sotto procedura, mica una medaglia. Festeggiare l’obbligo come trionfo magari è un po’ eccessivo.
Sarebbe un episodio, se fosse isolato. È la terza volta in quattro giorni che la macchina della comunicazione meloniana prende un numero vero, lo stacca dal contesto e lo gonfia. Il 9 giugno Pagella Politica aveva smontato l’annuncio dei 14 miliardi per l’energia: la flessibilità concessa da Bruxelles il 3 giugno esclude proprio il taglio delle accise e i sussidi agli idrocarburi già varati, cioè gli interventi che Meloni rivendicava di poter finanziare, mentre il commissario Valdis Dombrovskis definiva la riduzione «non mirata» delle accise «socialmente ed economicamente inefficiente». L’11 giugno, davanti a Camera e Senato in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, la presidente del Consiglio ha offerto altro materiale: undici dichiarazioni verificate, parecchie ritoccate. Il calo degli sbarchi «dell’80 per cento» regge solo scegliendo la finestra che conviene, i primi cinque mesi del 2026 contro il 2023: su base annua il calo è del 58 per cento, rispetto al 2022 del 37. I costi dell’accoglienza 2014-2016 diventano «tra gli 8 e i 10 miliardi», quando l’Osservatorio CPI della Cattolica ne conta circa 4,6 per la sola accoglienza: il doppio, con un arrotondamento disinvolto.
Il metodo è sempre quello, ed è chiaro: si parte da un dato vero, lo si stira fino al primato, si dà del gufo a chi verifica, mestiere che Pagella Politica fa dal 2012, contando sul fatto che il numero vero in mezzo regga tutto il resto. La grafica dell’8 giugno andrebbe incorniciata, anzi archiviata agli atti: è il manuale della propaganda di governo in un solo post. I fatti, dice FdI, raccontano un’altra storia. Già, e a quanto pare la raccontano pure a loro. Solo che stavolta era scritta nero su bianco.
L’articolo Italia “unica in regola” in Europa Anche no. E lo dice perfino l’articolo citato da Fratelli d’Italia per sostenerlo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Per andare in treno da Trapani a Messina, in Sicilia, servono dalle 7 ore e mezza alle 9 ore e mezza, con due o tre cambi e appena 4 corse al giorno. Sulla carta è un viaggio dentro la stessa regione, in pratica è una traversata. E’ la Sicilia del 2026: la Palermo-Agrigento è sospesa dal 15 maggio al 30 settembre per i cantieri, un intervento da 85 milioni di euro con 250 tra operai e tecnici al lavoro, treni cancellati e bus sostitutivi proprio nei mesi in cui l’isola si riempie di turisti.
Il resto è storia vecchia, anzi vecchissima. La Trapani-Palermo via Milo è chiusa dal febbraio 2013 per una frana, e la fine dei lavori oggi viene ipotizzata per il 2028, dopo tredici anni di annunci e rinvii. La Caltagirone-Gela è ferma dall’8 maggio 2011, quando crollò un viadotto. Quindici anni di autobus. «Il problema è l’immobilismo», ha detto a Collettiva Domenico Maimone, coordinatore delle attività ferroviarie della Filt Cgil Sicilia, descrivendo una rete di oltre 1.300 chilometri ancora in larga parte a binario unico, dove per realizzare i lavori si è dovuto scegliere chi penalizzare tra pendolari e turisti. La scelta è caduta sull’estate, perché gli abbonati garantiscono i ricavi da settembre a giugno, e così il disagio è finito addosso a chi arriva in vacanza e a chi in vacanza proprio non può andarci. E i lavoratori delle tratte chiuse, racconta il sindacalista, si sono arrangiati: chi ha bruciato le ferie arretrate, chi è passato al part-time, chi ha accettato la trasferta.
Solo che il problema ha smesso da tempo di essere siciliano. Per l’estate sono state annunciate 8 interruzioni programmate sulle linee principali, con circa 1.300 cantieri attivi ogni giorno: l’alta velocità Firenze-Roma si ferma dal 10 al 28 agosto, la Milano-Venezia dal 2 al 16 agosto con allungamenti fino a 90 minuti, la Milano-Bologna dal 10 al 17 agosto, e la Milano-Genova resta chiusa dal 20 luglio al 28 agosto per i lavori sul ponte sul Po. Dal 2023 le interruzioni programmate sulla rete sono cresciute del 115 per cento, e il Codacons ricorda che questa è la terza estate consecutiva passata tra deviazioni, bus e treni soppressi, chiedendo almeno una riduzione delle tariffe sulle tratte colpite. Del resto i pendolari sanno già come va a finire: sulla Palermo-Agrigento, dopo i lavori estivi del 2024, il comitato dei pendolari aveva contato in meno di cinque mesi 83 treni soppressi e oltre 14 mila minuti di ritardo.
I cantieri, certo, servono: il Pnrr ha scadenze rigide e l’infrastruttura paga decenni di manutenzione mancata. Eppure chi governa i trasporti italiani da quasi quattro anni ha scelto di raccontare un’altra storia, e di metterci pure la faccia.
Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, ha un dossier solo: il ponte sullo Stretto. Un’opera lievitata dai 3,9 miliardi della prima progettazione del 2006 agli attuali 13,5 miliardi, con la Corte dei conti che nell’autunno 2025 ha negato il visto alla delibera di approvazione e un nuovo voto del Cipess atteso entro fine giugno, mentre l’entrata in esercizio è già slittata al 2034. Il governo ha addirittura spostato 2,8 miliardi dal ponte a Rfi per puntellare i conti dei cantieri ferroviari, un travaso che il ministro ha salutato con “grande soddisfazione”. Lui, da parte sua, ha smesso di dare date: «prima voglio vedere la carta e poi partono i lavori», dice. E intanto, sul Ponte, è arrivata la Procura.
Il quadro è chiaro, senza troppe analisi: la propaganda corre verso un’opera che esiste solo nei rendering, mentre chi parte da Agrigento sale su un autobus, chi abita a Niscemi aspetta un treno dal 2011 e chi va da Trapani a Messina mette in conto nove ore. Il ministro promette il 2034. I siciliani, intanto, devono attraversare l’estate del 2026.
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In Cisgiordania tre anni hanno ucciso più dei diciassette anni precedenti. Tra il 2006 e il 2022 i civili palestinesi uccisi da esercito e coloni israeliani erano stati 1.036, tra cui 225 bambini. Dal 2023 sono 1.244, con 268 bambini. Lo certifica Oxfam l’11 giugno, sui dati delle Nazioni Unite, e il conto si rovescia.
Negli stessi tre anni gli sfollati forzati sono oltre 46 mila, contro i 13 mila dei quattordici anni precedenti. Le barriere che bloccano la circolazione di tre milioni di palestinesi sono salite a 925, il 43% in più. Solo nei primi mesi del 2026 si contano oltre 540 attacchi dei coloni, 33 uccisi, più di 2.200 sfollati, 60 infrastrutture idriche distrutte, l’acqua compromessa per 32 comunità.
“Mentre gli occhi del mondo erano puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza”, dichiara Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, “in Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica”.
E la sequenza è scritta. A luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia stabilisce che gli Stati devono astenersi dai rapporti economici che sostengono l’occupazione illegale. Il 14 maggio 2026 i leader di opposizione Bonelli, Conte, Schlein e Fratoianni depositano alla Camera una legge per vietare l’import di beni e servizi dagli insediamenti. Da un mese è ferma. Intanto l’Italia continua a comprare da Israele circa un miliardo l’anno.
A Bengasi Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati il 24 maggio, restano detenuti e in sciopero della fame; Amnesty il 10 giugno ne ha chiesto il rilascio. La contabilità della Cisgiordania ha già scritto quale numero cresce. La legge che dovrebbe fermarlo aspetta in un cassetto.
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Il sondaggio Lab21 che pubblichiamo oggi in esclusiva dice che per il 51,6% degli intervistati Matteo Renzi dentro il campo largo è una forza respingente, capace di allontanare l’elettorato di sinistra e dei 5 Stelle, contro un 24,3% che lo considera un valore aggiunto. E il 35,1% della base pentastellata, davanti ad un’alleanza, riconsidererebbe il voto tra astensione e Avs. Numeri, certo. Solo che qui il tema è politico.
Dopo il No del 23 marzo al referendum sulla giustizia la coalizione è ripartita subito dalle primarie: la spinta in questa direzione di Giuseppe Conte è stata letta da più parti come un tentativo di mettere in difficoltà il Pd, mentre i soliti noti, quelli che con il campo largo c’entrano poco e con la sinistra niente, spingevano Silvia Salis come ennesimo cavallo di Troia per logorare Elly Schlein. Adesso dentro il Pd qualcuno rassicura i malpancisti spiegando che Renzi sarebbe “ininfluente”. Ma imbarcare qualcuno perché tanto è ininfluente è un argomento che offende il buon senso prima ancora della politica. E il sondaggio lo smentisce pure: solo il 13,8% lo giudica davvero irrilevante, e il 54,1% prevede che un’alleanza strutturale produrrebbe frammentazione e veti incrociati.
Del resto Alleanza Verdi-Sinistra dovrebbe ingoiare l’ennesimo rospo, e la politica, nelle coalizioni, è molto più della somma aritmetica dei voti: è la capacità di proiettare l’idea di una comunità. Il punto vero quindi è altro. Renzi sì o Renzi no è una bazzecola rispetto al dovere di battere la peggiore destra che abbia governato questa Repubblica dal dopo guerra ad oggi.
Il punto vero è discuterne apertamente, serenamente, onestamente: la cosa migliore da offrire agli elettori è una coalizione che trova la sintesi alla luce del sole, fuori dagli uffici delle segreterie e dai dialoghi privati tra leader, una coalizione che con tutti i suoi problemi riesce a dire quali sono le cose che la tengono insieme. Perché vincere con il solo antimelonismo è un’illusione già vista: si chiamava antiberlusconismo, ha perso per decenni. Auguri a chi pensa che stavolta andrebbe diversamente.
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