Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Tra il 2021 e il 2025, in alcune periferie di Milano gli affitti per una casa sono saliti fino al 60%, a Roma fino al 50%, secondo l’Osservatorio del mercato immobiliare. Nello stesso periodo il Pnrr, che su rigenerazione urbana e qualità dell’abitare schierava circa 6,7 miliardi, ne ha persi per strada 2,9. L’ha ricostruito Openpolis lunedì 15 giugno, con i dati portati alla commissione parlamentare sulle periferie.
Definanziamento è la parola tecnica. Significa togliere i fondi europei a un progetto perché non si chiuderebbe entro il 30 giugno 2026, la scadenza inderogabile del piano. La rigenerazione urbana, dotazione di circa 2 miliardi, ne ha persi 1,3. I piani urbani integrati partivano da quasi 2,5 miliardi e oggi ne valgono 900 milioni: taglio da 1,59 miliardi. Solo il Pinqua, il Programma innovativo per la qualità dell’abitare, ha tenuto i suoi 2,14 miliardi, anche se la Corte dei conti segnala impegni per 2,6 miliardi e pagamenti fermi a 1,4.
Anzi, sulla rigenerazione urbana è successa una cosa curiosa: meno soldi e più obiettivi. Il traguardo iniziale era 300 progetti, oggi ne servono almeno 1.080 entro giugno, per un milione di metri quadrati.
E le periferie non sono una cosa sola. Sono i quartieri marginali delle metropoli e sono le aree interne che si spopolano: tra il 2014 e il 2023 la popolazione italiana è calata del 2,2%, ma nei comuni periferici il calo tocca il 5,84% e negli ultraperiferici il 7,12%, certifica l’Istat. Le città, intanto, attirano turisti ma diventano sempre meno accessibili.
Quando i tagli partirono, il governo mise nero su bianco un impegno. Torniamo indietro, a marzo 2024, comunicazioni in Parlamento: l’allora ministro Raffaele Fitto assicurò che i progetti usciti dal Pnrr sarebbero stati finanziati comunque con altre risorse, e che il decreto Pnrr quater ne garantiva l’intera copertura. Due anni dopo il servizio studi della Camera annota che quelle misure sono state sostituite per circa 6,5 miliardi con interventi già finanziati da risorse nazionali, “perlopiù già effettuate negli anni precedenti”. Soldi spesi prima, contati di nuovo.
E intanto quei progetti sono usciti dal radar. Openpolis nota che gli interventi fuoriusciti dal perimetro non sono più monitorabili nel dettaglio: oltre 47mila opere restano sulla piattaforma Regis solo per la contabilità. Sapere se siano stati realizzati, e come, è di fatto impossibile. La quota media dei pagamenti sui progetti rimasti dentro si ferma al 58,9%, con Napoli al 32,4% contro il 71% di Roma. Dei progetti rimasti nel perimetro restano attivi 3.573 interventi, per circa 5,4 miliardi, e il 41,9% delle risorse va al Mezzogiorno.
Intanto il 30 aprile 2026 il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo Piano casa, decreto legge 66, in vigore dall’8 maggio. Giorgia Meloni l’ha presentato come la risposta all’emergenza: «100mila tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni», 60mila alloggi pubblici recuperati in dodici mesi, 10 miliardi sul piatto.
Solo che i 10 miliardi vanno guardati da vicino. La prima fase vale 1,7 miliardi, a cui si aggiungono fino a 4,8 riallocati proprio dai programmi di rigenerazione urbana, dice il governo. Gli stessi capitoli che il Pnrr ha appena svuotato. E la dote certa, dalle ultime tre leggi di bilancio, è di 970 milioni spalmati fino al 2030. Per centomila case.
Davide Faraone (Italia Viva) ha liquidato il piano come fuffa imbarazzante, Marco Grimaldi (Avs) ha fatto il conto: 970 milioni per centomila abitazioni. Al decreto si affianca un disegno di legge per accelerare gli sfratti. Resta il buco dei dati. Finché i progetti tagliati restano fuori da ogni rendicontazione pubblica, l’unico termometro del diritto all’abitare sono gli affitti delle periferie. E quelli, intanto, salgono.
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Nel 2024 hanno lasciato l’Italia 25mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni. Ne sono rientrati poco più di 4mila. Saldo: 21mila teste in meno in dodici mesi, fotografate dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat. La vera remigrazione che serve al Paese è questa. Il resto è propaganda.
Il Paese ne forma pochi, di laureati, e quei pochi se ne vanno. Nella fascia 25-34 anni ha un titolo universitario il 31,6%degli italiani, contro una media europea del 44,1%. Eppure chi studia lavora di più: il tasso di occupazione tocca l’85,3%tra i laureati, scende al 74,6% tra i diplomati, al 56,1% per chi ha la sola licenza media. L’Italia forma una minoranza preziosa e poi la regala oltrefrontiera. E più si sale nella formazione, più la fuga pesa: nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca usciti dalle università italiane lavorava già all’estero.
Le mete sono quattro, sempre le stesse: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia. Interpellati sul perché, l’81,7%degli espatriati indica la mancanza di un impiego all’altezza degli studi, il 73,7% gli stipendi troppo bassi. A cinque anni dal titolo chi è andato all’estero porta a casa 2.941 euro netti al mese contro i 1.840 di chi resta, quasi il 60% in più, ha calcolato AlmaLaurea. Del resto un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più del coetaneo italiano: lo ha rilevato il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, segnalando che a partire sono soprattutto ingegneri e informatici, le figure che alle imprese italiane mancano di più. E i salari, intanto, restano gli unici dell’area Ocse a essere calati in termini reali dal 1990, con un potere d’acquisto sceso dell’8,6% tra il 2019 e il 2025. Per i più giovani, calcola l’Ocse, la retribuzione media è ferma ai livelli del 1990.
Costa pure, questo spreco. Il Cnel ha stimato in quasi 160 miliardi il valore del capitale umano uscito tra il 2011 e il 2024, il 7,5% del Pil. Lo pagano soprattutto Lombardia con 28,4 miliardi, Sicilia con 16,7, Veneto con 14,8. Nello stesso periodo se ne sono andati 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni, 78mila nel solo 2024, e la quota di laureati tra loro è salita dal 33,8% dell’intero arco al 42,1% dell’ultimo triennio. Per il Sud il conto è doppio: prima la partenza verso l’estero, poi quella verso il Centro-Nord. L’esodo, insomma, diventa sempre più qualificato. Triplicati i laureati rispetto a fine anni Novanta, e ancora sotto l’Europa: pochi, e pure in fuga.
Qui si vede la differenza tra chi governa e chi grida. La remigrazione che servirebbe è un’altra: far restare, e magari tornare, quei 630mila. Solo che per riportarli servono cose noiose. Una casa che non costi un intero stipendio. Un salario che valga quanto quello tedesco. Servizi che funzionino, dai treni agli asili. Una vita culturale che non faccia sembrare provincia ogni città. Roba che si costruisce in anni, mica in un comizio.
E tutto questo nasce dal governo, non dagli slogan: dalla scelta di dove mettere i soldi, dal costruire nel tempo, dall’accettare che i risultati arrivino dopo il voto. Il generale Roberto Vannacci, che ha lasciato la Lega a febbraio e fondato Futuro Nazionale, la remigrazione la immagina invece al rovescio: prometterne l’espulsione, riempire un palco a Milano e incassare l’applauso. È più rapido, certo. Solo che mentre lui addita gli stranieri da rimandare indietro, gli italiani più istruiti continuano a partire da soli, in silenzio, con il biglietto pagato di tasca loro. E quei posti vuoti, in corsia o nei laboratori, non li riempie nessun comizio.
Le agevolazioni per il rientro dei cervelli il governo le ha messe, dice. Aspettiamo. Perché il talento si trattiene con un Paese serio, non con la paura. E un Paese serio va governato, non comandato.
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Il premier pakistano Shehbaz Sharif annuncia per la regione «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano». Poche ore dopo, lunedì 15 giugno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz scrive la frase opposta: l’esercito resta a Gaza “a tempo indeterminato”. Nello stesso comunicato, ripreso da Ynet, aggiunge che “il territorio sarà libero da residenti locali” e che questa “è la lezione principale degli eventi del 7 ottobre”.
L’intesa tra Stati Uniti e Iran, firma annunciata per venerdì 19 in Svizzera, dovrebbe chiudere le ostilità anche in Libano. Katz dice di no al ritiro, e di averlo già chiarito a Donald Trump e al segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth. In due anni e mezzo Israele ha preso circa mille chilometri quadrati di terra fra Gaza, Libano e Siria.
Intanto il ministero della Salute di Gaza conta 73.001 morti, quasi mille dei quali dall’inizio della tregua di ottobre, e oltre 173.200 feriti. Il 15 giugno una donna è stata uccisa ad Al Zawaida, nel centro della Striscia, in un attacco israeliano vicino a casa sua, riferisce l’agenzia palestinese Wafa. Quella che la Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha definito un’occupazione illegale da far cessare, il ministro che la comanda la dichiara ora senza scadenza.
L’inchiesta sugli abusi alla flotilla si allarga: il 16 giugno l’Australia ne apre una propria, accanto a quelle di Italia e Francia. A Bengasi, in un sito segreto, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia restano detenuti dal 24 maggio; l’udienza del 9 giugno è saltata, nessuna data nuova.
Della pace firmata venerdì il comunicato di Katz lascia una sola riga certa, e la firma lui: il territorio “libero da residenti locali”.
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Il 29 aprile 2026 la Commissione europea ha archiviato la procedura d’infrazione più longeva aperta contro l’Italia: dodici anni di contenzioso sui tempi dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. L’ha chiusa perché i numeri arrivati da Roma erano in regola. La Ragioneria generale dello Stato certifica un tempo medio di pagamento sceso a 27,2 giorni sulle fatture del 2025, da 29,9 dell’anno prima, sotto la soglia dei 30 giorni della direttiva 2011/7. Il debito commerciale della PA è sceso dai 31,2 miliardi del 2018 ai 23,2 del 2024: il miglioramento è reale, e per dodici anni la minaccia della sanzione europea ha tenuto il governo sotto pressione. Pratica chiusa.
Solo che, chi lavora nei cantieri racconta una realtà leggermente diversa. Lo ha detto la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, nella conferenza stampa per gli 80 anni dell’associazione: «La situazione è decisamente migliorata, quindi evidentemente, oltre alla buona volontà, anche la ‘spada di Damocle’ della procedura di infrazione aveva avuto i suoi effetti… Ad aprile di quest’anno abbiamo saputo che l’Europa stava chiudendo questa procedura perché i dati ricevuti dall’Italia mostravano che le imprese vengono pagate a 25 giorni dalla produzione. Non so se magari siamo un termometro non rappresentativo ma questi 25 giorni nessuno di noi li ha mai visti». Conta da dove parte il cronometro.
Il tempo medio che la Ragioneria misura corre dalla ricezione della fattura. E la fattura, in un appalto pubblico, arriva tardi nella catena. Prima il direttore dei lavori firma lo stato di avanzamento, il Sal; poi il Rup (Responsabile unico del procedimento), verificata la regolarità contributiva, emette il certificato di pagamento entro 7 giorni; solo allora l’impresa fattura. I mesi di attesa stanno quasi tutti a monte, prima che il cronometro ufficiale si accenda. Nel frattempo l’azienda anticipa, sconta i crediti in banca, paga interessi pur di tenere aperto il cantiere mentre lo Stato si conta virtuoso.
E c’è dell’altro. Un sondaggio Ance del marzo 2024, a cui hanno risposto 278 imprese, ha registrato ritardi nel 59% dei casi. Il 62% si è sentito chiedere di ritardare l’invio delle fatture, il 53% di posticipare il Sal, il 27% di accettare termini oltre quelli di legge, il 18% di rinunciare agli interessi di mora. La stazione appaltante, del resto, sposta il via quando le conviene.
Il Mef, interpellato su quel sondaggio, ha risposto che nel 2024 le fatture dell’edilizia sono state saldate in media in 27 giorni, in regola. L’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica ha replicato che la misura ignora il pezzo che salta: i ritardi spinti a monte restano fuori dal conteggio. A decidere quando far partire il cronometro è la stessa amministrazione che quel cronometro dovrebbe giudicare. Si saldano in fretta le fatture che arrivano quando la cassa è già pronta, e chiudere la procedura premia la misura, non il pagamento.
Bruxelles ha tolto la rete in un momento preciso. Nel 2025 gli investimenti in costruzioni sono calati dell’1,1%, molto meno del -7% temuto, perché le opere pubbliche trainate dal Pnrr sono cresciute del 21% e hanno coperto il crollo dell’edilizia abitativa, -15,6%. Il Piano si chiude il 31 agosto 2026, e dopo quel traino non torna. Le commesse pubbliche che hanno fatto da scudo si assottigliano, e con loro la leva che costringeva gli enti a saldare in tempo. Per dodici anni la sanzione possibile è stata l’argine più solido; ora resta la buona volontà.
E i pagamenti hanno già ripreso a rallentare dall’estate 2025, lo ammette la stessa Ance. Le imprese che il Pnrr ha patrimonializzato, in un settore che vale circa il 12% del Pil e che ha creato 350 mila posti di lavoro in pochi anni, rischiano di scivolare indietro proprio mentre sparisce la spada di Damocle che le proteggeva. La prima condanna della Corte di giustizia Ue, il 28 gennaio 2020, aveva pesato più di qualsiasi appello. Archiviata la pratica, resta un tempo medio di 27 giorni che, a sentire chi sta nei cantieri, comincia a correre quando conviene all’amministrazione.
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In milioni di euro, 381,75. È la spesa dichiarata per il 2026 dai principali gruppi di pressione che lavorano sulle istituzioni dell’Unione europea, secondo il rapporto “The EU Corporate Lobby League 2026” di Corporate Europe Observatory e LobbyControl, uscito l’11 giugno. Sono 173 soggetti con almeno un milione di budget dichiarato, quasi il 50% in più rispetto al 2020, e arrivano al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno con un accesso mai visto: nel 2025, ricorda il rapporto, il 40% degli incontri dei gabinetti dei commissari è stato con rappresentanti d’impresa, contro il 16% delle organizzazioni non governative, la cui quota è scesa dal 22% della prima Commissione von der Leyen.
A guidare è la tecnologia: le ventitré aziende più grandi del settore dichiarano insieme 73 milioni, il 57,8% in più del 2020. Meta è la prima singola azienda, con oltre 10 milioni, cresciuti del 135% in sei anni. La segue Amazon con 9 milioni, poi Apple con 8, Microsoft con 7. Dietro la tecnologia vengono la finanza, 66,75 milioni, l’energia, 52 milioni, la chimica e l’agroindustria, 46,5 milioni. In sei anni i soggetti sopra il milione sono aumentati del 29%. Il primo singolo dichiarante resta la chimica: la sua federazione europea, CEFIC, da sola mette a bilancio 12,29 milioni.
E i soldi rendono. “La più grande ondata di deregolamentazione mai vista” nell’Unione, la chiama il rapporto: dieci pacchetti omnibus che tagliano in blocco regole esistenti, su sostenibilità, agricoltura, chimica, emissioni industriali, pesticidi. Sul digitale, il Digital Omnibus presentato a fine novembre 2025 viene descritto come “il più grande arretramento dei diritti digitali fondamentali nella storia dell’Ue”. Ai cinque tavoli di consultazione che lo hanno preparato sedevano 114 aziende e 9 organizzazioni della società civile. A marzo la presidente della Commissione von der Leyen ha rinviato una multa da un miliardo di euro a Google per le regole sulla concorrenza, per non irritare l’amministrazione Trump. Le tecniche, ricorda LobbyControl, vanno dalle riunioni riservate agli studi commissionati, fino alle porte girevoli che reclutano ex politici con la loro rubrica di contatti.
E qui rientrano anche le guerre, ma da dentro il palazzo. Una sezione del rapporto si intitola, senza giri di parole, “Big Energy usa la guerra in Iran per incassare”: l’industria fossile cavalca la crisi mediorientale per spingere idrogeno e gas e smontare le regole sul metano, mentre i profitti di Shell nei primi tre mesi del 2026 sono più che raddoppiati, a 6,9 miliardi di dollari. Il conflitto su cui l’Unione, come soggetto politico, resta a guardare, dentro Bruxelles diventa l’ennesimo argomento di vendita.
Il quadro, avvertono gli autori, è parziale e per difetto. Il registro per la trasparenza è volontario, senza sanzioni i dati valgono quanto le aziende decidono di dichiarare, e LobbyControl stima in 1,3 miliardi la spesa reale complessiva per il lobbying europeo. Sullo sfondo c’è ReArm Europe, il piano che spinge gli Stati verso 800 miliardi di spesa militare. Che il problema sia reale lo dicono gli stessi numeri del registro: l’anno scorso una segnalazione degli autori ha costretto nove gruppi a correggere le dichiarazioni, per quasi 48 milioni complessivi.
La raccomandazione del rapporto è semplice: un registro vincolante e un argine che tenga le lobby fuori dalle decisioni su clima e diritti digitali, come già si tenta con il tabacco. Intanto la spesa cresce, e l’accesso pure. Trecentottantuno milioni, dichiarati. Quelli veri, nessuno li conta.
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