Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Donald Trump ha attaccato l’Iran il 28 febbraio per far cadere il regime e smantellare il nucleare. Quasi quattro mesi dopo il regime è in piedi, l’uranio arricchito è dov’era, e il quello festeggia. La guida suprema Ali Khamenei è morta sotto le bombe, certo: solo che al suo posto siede il figlio Mojtaba, eletto dall’Assemblea degli esperti l’8 marzo, una dinastia al posto della dinastia.
In ginocchio sul molo di Ashdod, le mani legate dietro la schiena, mentre un ministro cammina tra loro e ne riprende il video per metterlo sui propri profili. Quel filmato, girato dopo l’abbordaggio del 18 maggio in acque internazionali, ora è agli atti di un fascicolo della procura di Roma. L’8 giugno i magistrati hanno iscritto Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, nel registro degli indagati. Tre le ipotesi di reato: sequestro di persona, tortura, tentato omicidio.
Così la magistratura italiana scrive una parola, “tortura”. La politica italiana ne scrive un’altra. Oggi, 15 giugno, il dossier sanzioni contro lo stesso ministro arriva al Consiglio Affari esteri a Lussemburgo. Serve l’unanimità dei ventisette, e la Repubblica Ceca si oppone, con Germania e Austria che frenano. Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, ha definito la scena degli attivisti inginocchiati una cosa che «si vede solo nelle dittature». Eppure, dice, «isolare Israele sarebbe un errore grave»: niente rottura dell’accordo commerciale tra Unione europea e Israele, e l’auspicio di «un governo di unità nazionale» a Gerusalemme che isoli gli estremisti.
Una sanzione su un solo uomo, e pure quella ferma a Praga. Lo Stato resta intatto, lo scambio pure. Ben-Gvir intanto risponde che l’Italia «è diventata il Paese delle ciabatte» e che l’accordo Usa-Iran «non vincola Israele».
A Bengasi, in un sito segreto, restano detenuti dal 24 maggio Domenico Centrone, 33 anni, e Dina Alberizia, 67, del convoglio di terra della Sumud. L’udienza del 9 giugno è saltata senza preavviso. La parola che il fascicolo già contiene, il governo non la mette in conto.
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Cinque milioni e 560 mila. Tanti sono gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2026, secondo l’Istat: il 9,4 per cento della popolazione. Roberto Vannacci, alla costituente di Futuro Nazionale del 13 e 14 giugno, ha fissato il tetto al 4 per cento e ha promesso la remigrazione. Il conto è semplice: per arrivare a quella soglia bisognerebbe portar via più di tre milioni di persone. È da qui che il programma comincia a sgretolarsi.
Perché l’Italia, nel 2025, ha eseguito in tutto 6.772 rimpatri, dato del Viminale; nel 2024 erano stati 5.414. Anche al ritmo record dell’anno scorso, per spostare tre milioni di persone servirebbero più di quattro secoli. E ogni pratica, stima Frontex, costa intorno ai 5.800 euro: il totale supererebbe i 18 miliardi, solo di trasferimenti.
La maggior parte di quei cinque milioni e mezzo, poi, è regolare: lavora, versa contributi, ha un permesso valido. Più di un milione sono romeni, cittadini europei che il diritto dell’Unione vieta di rimpatriare. E anche restando ai soli irregolari, stimati dalla Fondazione Ismu in circa 339mila, al passo attuale servirebbero comunque decenni. Lo stesso vale in tutta l’Unione: nel 2024, su 453.840 ordini di espulsione europei ne sono stati eseguiti 119.155, poco più di uno su quattro, dati Eurostat. Il rimpatrio di massa non riesce a nessuno. La remigrazione è uno slogan, e sbatte contro l’aritmetica prima ancora che contro il diritto.
“La prima proposta che faremo”, ha annunciato Vannacci, “è riportare il libretto di lavoro a 14 anni”. Solo che in Italia l’età minima è 16 anni, e la regola poggia su tre pilastri: l’articolo 37 della Costituzione, il decreto legislativo 345 del 1999 che recepisce una direttiva europea del 1994, la convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro del 1973. Per mandare al lavoro i quattordicenni servirebbe smontare l’obbligo scolastico e violare insieme un trattato europeo e una convenzione Onu.
Stesso destino per la revoca della cittadinanza a chi commette reati. L’articolo 22 della Costituzione vieta di privare qualcuno della cittadinanza per motivi politici, e le convenzioni internazionali impediscono di creare apolidi. Oggi la revoca esiste, ma solo per terrorismo ed eversione e solo dopo condanna definitiva. Estenderla ai reati comuni è incostituzionale: perdere la cittadinanza italiana significa perdere anche quella europea, e la Corte di giustizia dell’Unione europea già nel 2019 impone un vaglio di proporzionalità caso per caso.
C’è poi l’ora legale tutto l’anno, accolta da un applauso fragoroso. Solo che in Europa la regola la direttiva 2000/84: nessuno Stato la fissa da solo, serve il coordinamento dei Ventisette, e la riforma è ferma dal 2019. Vannacci però la promette per decreto.
E quando dice che «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri», nega una legge in vigore. Il femminicidio è reato dal 17 dicembre 2025: articolo 577-bis del codice penale, ergastolo, legge 181. L’ha votata la Camera all’unanimità, 237 sì e nessun contrario, compresi i suoi ex alleati di Lega e Fratelli d’Italia.
Il resto sono promesse senza copertura: quoziente familiare, reddito di maternità, dighe nelle Alpi, tutte da pagare, parole sue, con “i soldi che diamo ai clandestini”. Soldi che, cacciando chi lavora e versa i contributi, sparirebbero insieme alle persone. Un programma che si autofinanzia tagliandosi le entrate, il cane che si morde la coda.
Sommando, resta poco. Un programma che sbatte contro i numeri, contro la Costituzione, contro i trattati europei resta quello che è: un raduno identitario travestito da piattaforma di governo. E si combatte con la calcolatrice, non con l’indignazione, perché ogni paragone con i tempi che furono gridato a sinistra gli regala il ruolo che cerca.
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Il 22 ottobre 2022, nel Salone delle Feste del Quirinale, Giorgia Meloni ha pronunciato la formula dell’articolo 93 della Costituzione: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi”. Senza quella firma il suo governo non sarebbe esistito.
Domenica la stessa Meloni ha definito “censura” e “patentino antifascista” la dichiarazione che gli editori dovranno sottoscrivere per esporre a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria promossa dall’Associazione italiana editori (Aie) e in programma a Roma dal 4 all’8 dicembre 2026. Il documento chiede di aderire ai principi costituzionali, democratici e antifascisti. Il caso l’ha sollevato Il Giornale. Lei l’ha rilanciato così: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. La fiera replica che è solo “un’esigenza di chiarezza”.
Solo che quella firma lo Stato la chiede di continuo, e da decenni. L’articolo 54 della Costituzione stabilisce che chi esercita funzioni pubbliche le adempie “prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
Il DPR 487/1994 fissa la formula per ogni dipendente pubblico: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato”. La stessa, parola più parola meno, vale per i ministri e per i militari, che l’articolo 575 del DPR 90/2010 impegna alla “salvaguardia delle libere istituzioni”. Magistrati, insegnanti, carabinieri, poliziotti: sono oltre 3,3 milioni di dipendenti pubblici, certifica il Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, e tutti hanno firmato la stessa promessa. La giura anche chi diventa cittadino italiano, come impone la legge 91 del 1992, promettendo di osservare “la Costituzione e le leggi dello Stato”. Nessuno l’ha mai chiamata patentino.
Nel giuramento la parola “antifascista” non compare, dicono. Vero. E allora Chi giura promette di osservare la Costituzione, e la Costituzione, alla XII disposizione transitoria, vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. La legge Scelba del 1952 punisce l’apologia del fascismo, la legge Mancino del 1993 l’incitamento all’odio razziale. Un fascista che osserva lealmente la Costituzione è una contraddizione in termini. I costituzionalisti la chiamano per questo Costituzione antifascista, figlia della Resistenza.
Quella formula, del resto, è nata apposta. La versione repubblicana ha cancellato il giuramento che dal 1931 imponeva ai dipendenti dello Stato e ai docenti fedeltà “al Re e al regime fascista”. Il giuramento è antifascista dalla nascita, anche quando la parola non c’è. Come “non rubare” non è scritto nel contratto di un cassiere ma vale lo stesso.
E quando la parola c’è, la chiede da anni anche chi oggi grida alla censura. Milano, con il sindaco Beppe Sala, fa firmare a chi usa spazi comunali l’impegno a rispettare “i valori della Costituzione italiana, repubblicana e antifascista”. Brescia lo prevede dal 2018. A Vicenza, Medaglia d’oro della Resistenza, la giunta leghista cancellò la clausola nel 2020, e i cittadini, con l’Anpi, la rivollero subito.
Persino per un passo carrabile. A Parma, il modulo per la concessione chiede di dichiarare l’adesione ai valori della Costituzione e il ripudio del fascismo.
Quindi la domanda vera è un’altra. Se chiedere fedeltà alla Costituzione antifascista è censura, allora era censura anche il foglio che Meloni ha firmato al Quirinale per diventare presidente del Consiglio. Solo che quel giorno l’ha chiamato giuramento. Adesso che a firmare sono gli editori, lo chiama patentino. La parola cambia soltanto a seconda di chi tiene la penna.
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Venerdì 12 giugno, mentre all’Institut du Monde Arabe di Parigi le società civili israeliana e palestinese chiudevano la seconda edizione dell’Appello di Parigi per la soluzione a due Stati, il ministro degli Esteri Antonio Tajani apriva alla Farnesina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo. Due stanze diverse della stessa politica estera. A Parigi c’erano i ministri degli Esteri e alti funzionari di decine di Paesi, riuniti dal Paris Peace Forum e dal governo francese. L’Italia no.
La conferenza, presieduta dal ministro Jean-Noël Barrot, arrivava a tre giorni dal vertice G7 di Évian, dal 15 al 17 giugno, sotto presidenza francese. Si è chiusa con un appello in otto punti: cessate il fuoco permanente, stop agli insediamenti, ricostruzione di Gaza, riforma della governance, più sostegno alla società civile. Una road map costruita dal basso da chi quei due popoli li abita, e pensata come alternativa al piano promosso da Donald Trump.
Di alternativa si tratta, anche se nessuno lo dice ad alta voce per non irritare Washington. Il piano Trump in venti punti ha ottenuto a ottobre 2025, con l’intesa di Sharm el-Sheikh, il cessate il fuoco della prima fase: rilascio degli ultimi 20ostaggi ancora vivi e ritiro israeliano dietro la cosiddetta “linea gialla”. Poi si è fermato lì. Alla seconda fase, quella del disarmo di Hamas e della governance del dopoguerra, i negoziati non sono mai davvero arrivati.
Da mesi Gaza vive in quella che gli analisti chiamano una condizione di “né guerra né pace”: l’esercito israeliano occupa ancora parte della Striscia, gli aiuti entrano troppo lenti, l’Onu avverte che restano sotto il minimo vitale. E i raid non si sono fermati, con centinaia di palestinesi uccisi nei mesi del cessate il fuoco proclamato. Il Board of Peace presieduto da Trump, dentro cui siede anche Tony Blair, sovrintende a una ricostruzione che non comincia.
Contro questo stallo le reti israelo-palestinesi hanno ripreso il filo del dialogo. Prima di Parigi c’era stato il People’s Peace Summit di Tel Aviv, diecimila persone in piazza per chiedere la fine della violenza. L’Alleanza per la pace in Medio Oriente mette insieme oltre 200 organizzazioni delle due società, una minoranza rumorosa che dice di rappresentare la maggioranza silenziosa di entrambe. A Parigi l’alta rappresentante europea Kaja Kallas ha annunciato oltre 20 milioni di euro per 88 organizzazioni della società civile, definendo quel lavoro indispensabile alla diplomazia. Belle parole. Solo che a un anno dal primo summit di Parigi gli organizzatori hanno dovuto ritrovarsi per ripetere le richieste già fatte nel 2025: il segno che nel mezzo nessuno ha mosso niente.
E qui torna l’assenza italiana, che pesa più di una distrazione d’agenda. Nel settembre 2025 l’Italia aveva votato a favore della Dichiarazione di New York sulla soluzione dei due Stati, approvata dall’Assemblea Onu con 142 sì, 10 no e 12 astenuti, e l’aveva pure co-sponsorizzata. Gli Stati che riconoscono la Palestina sono ormai 147. Il 9 giugno Tajani aveva ribadito che la politica estera italiana è “fondata sulla costruzione della pace” e che l’Italia è “pronta a fare la sua parte”.
Pronta dovunque, tranne che nella stanza dove la pace prova a costruirsi davvero. Intanto Giorgia Meloni è volata a Évian, accolta a Ginevra alla vigilia del G7 dove la stella è Trump, atteso con in tasca un possibile accordo Iran-Stati Uniti che Teheran non conferma. La road map della società civile chiede decisioni, non altre dichiarazioni. Sui due Stati il governo italiano le dichiarazioni le ha già messe tutte, votate e co-firmate. Poi, quando contava sedersi al tavolo di chi quella pace la prova sul campo, ha lasciato la sedia vuota.
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