Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Ieri, alla Camera dei rappresentanti, è passata 215 a 208 una risoluzione che intima a Donald Trump di ritirare i soldati americani dalla guerra in Iran. È la quarta volta che ci provano, ed è la prima che ci riescono: quattro repubblicani, Thomas Massie, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett e Warren Davidson, hanno votato con i democratici. Sulla carta vale poco: non ha forza di legge e il Senato deve…
Martedì, mentre i Fori Imperiali si riempivano di tricolori per gli ottant’anni della Repubblica, l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis ha scritto su X che la parata militare «andrebbe abolita», per ridare alla festa il suo carattere «civile, popolare e democratico». La reazione è arrivata in mezz’ora. Giorgia Meloni, senza nominarla, ha definito quelle dichiarazioni «non solo vergognose, ma anche indegne»; il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha replicato con sarcasmo, il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli ha parlato di «allergia alle divise».
Sia chiaro, Salis può piacere o no, e la proposta è rimasta isolata: nessuno a sinistra l’ha rilanciata. Solo che presentarla come l’eresia di un’eurodeputata in cerca di visibilità ignora un fatto. Chiedere un 2 giugno senza esibizione di armi è un dibattito che in Italia va avanti da decenni.
Sei settimane prima, il 17 aprile 2026, su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, è uscito un appello della società civile per una festa «aperta da insegnanti, medici, lavoratori e volontari», alternativa alla «consueta parata militare con l’esposizione delle armi». Una lettera al direttore firmata da personalità diverse, difficile da liquidare come provocazione massimalista.
Il giornalista Valerio Renzi lo ha notato: la posizione di Salis «se non maggioritaria, non è di certo isolata», ed è la stessa di Avvenire. Pax Christi, movimento cattolico per la pace, chiede la smilitarizzazione del 2 giugno ogni anno: la Repubblica nata dal referendum del 1946 celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Quest’anno il tono è cresciuto: per la prima volta ha sfilato un drappello di cappellani militari, scelta che il movimento ha definito «antievangelica», in contrasto con l’appello di Papa Leone XIV a una pace «disarmata e disarmante». Il fronte parte da dentro la Chiesa.
Il fronte, poi, tiene insieme laici e cattolici. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Cei, alla vigilia ha detto all’Ansa che la presenza dei cappellani militari non andrebbe valorizzata «nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi». E il precedente più scomodo per chi grida allo scandalo arriva dal Quirinale: nel 2012, dopo il terremoto in Emilia, una richiesta trasversale di annullare la sfilata e devolvere i fondi ai terremotati arrivò fin sul tavolo del presidente Giorgio Napolitano, che optò per una cerimonia «sobria». C’è poi un dettaglio quasi comico: tra chi oggi deride Salis qualcuno evoca Sandro Pertini come argomento d’autorità, dimenticando che durante la sua presidenza la parata, semplicemente, non si teneva.
C’è poi la storia, che smonta l’idea della parata come rito intangibile. La sfilata entra nel protocollo nel 1948. Nel 1976 salta per il terremoto in Friuli. Nel 1977, in piena austerity, il 2 giugno smette pure di essere festivo. La parata resta sospesa fino al 1982, torna ridotta nel 1983, e solo nel 2000, per volontà del presidente Carlo Azeglio Ciampi, festa e rivista tornano nella forma che conosciamo. Per quasi un quarto di secolo gli italiani hanno festeggiato la Repubblica senza carri armati ai Fori. È sopravvissuta lo stesso.
Resta il merito, e qui il giudizio è legittimo da entrambe le parti. Salis colloca la richiesta «in un’epoca segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine», e i numeri le danno sponda. Secondo l’osservatorio Milex, la spesa militare diretta del 2026 sfiora i 34 miliardi, record, in crescita del 2,8% sull’anno prima e oltre il 45% sul decennio. Per i soli armamenti sono stanziati 13,1 miliardi, e la Difesa punta al 3,5% del Pil entro il 2035, traguardo concordato con la Nato. La parata costa una frazione irrisoria di tutto questo, certo. Ma la discussione, del resto, riguarda il simbolo.
A inchiodare il paradosso ci ha pensato la cerimonia stessa. Sergio Mattarella, sul Colle, ha ricordato che deve prevalere «la forza della legge e non la prepotenza della forza delle armi», richiamando l’articolo 11 e il ripudio della guerra «gravemente aggrediti». Mentre ai Fori sfilavano 5.500 militari. E l’altro vicepremier, Matteo Salvini, non c’era: «Ognuno è dove vuole», ha glissato Ignazio La Russa.
Si può pensare che abolire la parata sia un errore, che il rito serva, che le Forze Armate meritino la vetrina. È rispettabile. Regge meno il riflesso condizionato: trattare come bestemmia un’idea che porta la firma dei vescovi, ventiquattro anni di storia e l’avallo implicito del Quirinale. Diversamente, a qualcuno andrebbe spiegato che l’allergia alle divise, qui, ce l’ha pure la Cei.
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Il 2 giugno, nella sede del ministero della Difesa a Tel Aviv, alcuni funzionari hanno alzato un cartello con una cifra: 19,2 miliardi di dollari. È il record delle esportazioni di armi israeliane nel 2025, quasi il 30% in più sul 2024. Il primo mercato è l’Europa, con il 36% delle vendite. Lo certifica il ministero stesso, ripreso da Associated Press e Times of Israel.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato come abbiano collaudato le armi. Nel comunicato ufficiale si legge: “un filo chiaro e inequivocabile collega i successi dell’esercito sul campo e il successo delle esportazioni israeliane nel mondo”. Il campo è Gaza, dove dal 7 ottobre 2023 l’agenzia palestinese Wafa conta 72.942 morti, ed è il Libano, ed è l’Iran. Alla fiera Defense Tech di Tel Aviv i manifestanti hanno chiamato quel campo con il suo nome di mercato: laboratorio di collaudo. A marzo il SIPRI ha registrato il sorpasso sul Regno Unito, settimo esportatore mondiale.
Quello che il listino vende come capacità è quello che la Corte internazionale di giustizia, dal gennaio 2024, considera un plausibile rischio di genocidio. Il prezzo nasce lì.
Antonio Tajani al Forum di Cernobbio ha definito gli invii di armi a Israele «una leggenda metropolitana», e le nuove licenze di esportazione restano sospese. Eppure nel 2025 l’Italia ha importato armamenti israeliani per circa 85 milioni di euro, secondo la Relazione 185/90 trasmessa al Parlamento il 25 marzo 2026. Compra cioè l’arma già collaudata.
Intanto domenica 31 maggio i resti dell’ammiraglia Kasr-i Sadabad, la barca della Global Sumud Flotilla abbandonata alla deriva dopo l’abbordaggio israeliano, sono stati spinti da vento e corrente fino alla spiaggia di Al-Mawasi. Due attivisti italiani del convoglio di terra restano trattenuti a Bengasi.
Dal mare arriva un relitto. Dal campo di collaudo escono diciannove miliardi.
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Acque agitate in Albania. A Zvërnec, sulla laguna di Narta, le ruspe sono entrate in un’area protetta e nel fine settimana le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo una scogliera. Le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza, arrestato un agente e rimosso un capo della polizia locale. Poi, il 1° e il 2 giugno 2026, a Tirana, migliaia di persone hanno sfilato al grido «L’Albania non è in vendita» contro il resort di lusso da 1,4 miliardi di euro che Jared Kushner, genero di Donald Trump, vuole costruire fra qui e l’isola di Sazan. A far montare la rabbia ha contribuito anche Ivanka Trump, che aveva parlato di Sazan come di un’isola privata scoperta dalla coppia.
Il progetto di Affinity Partners, finanziato in larga parte da fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi, ha ottenuto lo status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, con una concessione che arriva a novantanove anni. Le cifre riportate parlano di migliaia fra camere e ville su centinaia di ettari di costa protetta. Lo Spak, la procura anticorruzione albanese, ha aperto un’indagine sulle modifiche del 2024 allo status protetto dei terreni attorno a Sazan e a Vjosa-Narta. Edi Rama però difende il progetto in Parlamento in parlamento: vuole fare dell’Albania una destinazione da invidiare nella regione, dice, e nega che il piano tocchi la riserva. Solo che il resort è la parte che si vede. Sotto c’è altro.
Sazan sta all’imbocco della baia di Valona, a cinque chilometri da Capo Linguetta. Dentro la stessa baia, a Orikum, c’è la base navale di Pasha Liman: la Turchia la ricostruì con l’accordo militare del 1992 e la marina turca ne ha diritto d’uso. A pochi chilometri, la società israeliana Elbit Systems ha riaperto la scuola di aviazione di Valona e con l’azienda di Stato KAYO assembla droni, mentre la vecchia fabbrica di rame di Rubik viene convertita in centro per la produzione di armi. Il 12 maggio 2026 un summit a Tirana ha radunato quaranta aziende israeliane. Del resto circa metà del bilancio della difesa albanese per il 2026 va in acquisti da Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Tre presenze militari diverse in una manciata di chilometri di costa.
Perché la mossa albanese non è un caso isolato? Il 22 dicembre 2025 Israele, Grecia e Cipro hanno tenuto a Gerusalemme il decimo vertice trilaterale, e pochi giorni dopo, a Nicosia, hanno firmato il piano di cooperazione militare per il 2026: esercitazioni aeree e navali congiunte, l’addestramento delle forze speciali e l’ipotesi di una forza di reazione rapida, dichiaratamente per contenere la Turchia. È la spartizione del Mediterraneo orientale, che adesso lambisce l’Adriatico. Che Tel Aviv punti su quella costa anche a uno sbocco navale in funzione anti-turca resta da dimostrare: le carte oggi parlano di industria della difesa più che di una base. Eppure la traiettoria è quella, e Ankara la legge bene: il porto che presidiava da trent’anni oggi si ritrova accerchiato.
E l’Italia Sazan fu italiana dal 1920 al 1947, il sasso che la Regia Marina presidiava per chiudere l’imbocco dell’Adriatico, ancora oggi visibile dal Salento nelle giornate limpide. Oggi Roma è il primo partner commerciale di Tirana, ci tiene tremila imprese, ha firmato il 13 novembre 2025 un accordo di cooperazione su dieci settori e ha promesso a Rama Nave Libra per pattugliare le coste albanesi. Eppure sulla rada di Valona il gioco vero, capitale americano, base turca, difesa israeliana, asse di Gerusalemme, si decide intorno a noi. L’Italia parla solo di sbarchi e tiene aperto il protocollo migranti firmato il 6 novembre 2023, impantanato fra ricorsi e una pronuncia dell’avvocato generale Ue dell’aprile 2026, con i centri di Shëngjin e Gjadër. Della costa che teneva fino a ottant’anni fa, ignara. La geopolitica, dalle parti di Palazzo Chigi, è una materia troppo complicata.
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Il 29 maggio 2026 il Ministero della Salute ha firmato un’ordinanza sull’ebola che parla, testualmente, di “basso rischio di infezione” sul territorio nazionale. Quattro giorni dopo lo stesso virus serve a giustificare un’urgenza. È il sesto “decreto sicurezza” del governo di Giorgia Meloni in tre anni e mezzo, e arriva come i cinque che lo precedono: addosso al Quirinale.
Il provvedimento, raccontato dal Messaggero e atteso in uno dei prossimi Consigli dei ministri, serve a recepire il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che entra pienamente in vigore il 12 giugno. Le norme comprimono i diritti dei richiedenti asilo, allargano espulsioni e rimpatri, legittimano i centri di trattenimento fuori dall’Unione. Di fatto siamo sulla linea del modello del centro di Gjader, in Albania, nato da un accordo del novembre 2023 e rimasto quasi sempre vuoto.
Le norme per recepire il Patto erano già incardinate altrove. Il 5 febbraio il Consiglio dei ministri aveva approvato un decreto sicurezza e, accanto, un disegno di legge sullo stesso tema. L’11 febbraio quel ddl si era allargato con una delega: sei mesi al governo per adottare i decreti legislativi di recepimento. E poi lo strumento ordinario, quello in cui deputati e senatori fissano principi e paletti prima che l’esecutivo scriva: dal 13 maggio la commissione Affari costituzionali aveva avviato l’esame del testo, calendario delle audizioni compreso, ricostruisce Il Post.
Il decreto-legge ora azzera quel percorso. Interrompe di colpo la discussione parlamentare, sospende i lavori della commissione, e soprattutto sostituisce la delega con lo strumento d’urgenza: così a decidere parametri e contenuti torna il governo, da solo, aggirando le indicazioni di Camera e Senato. Anzi, le rende superflue.
E poi c’è il blocco navale, che a febbraio era parso troppo per la procedura d’urgenza ed era stato spostato proprio nel ddl. Adesso rientra dalla finestra. La formula scritta è “temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali”, da 30 giorni a 6 mesi, per minaccia terroristica, pressione migratoria considerata eccessiva o “emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”. Ecco a cosa serviva l’ebola. Il 16 maggio l’Oms ha dichiarato l’emergenza internazionale per il focolaio nella Repubblica Democratica del Congo, ceppo Bundibugyo. Lo stesso governo che lo evoca per blindare le acque, col proprio Ministero della Salute, ammette il rischio basso in Italia. Intanto gli sbarchi del 2026 restano sotto i 7mila, in calo netto.
Il copione si ripete, del resto. Aprile 2025: il governo prese un ddl sicurezza fermo in parlamento da un anno e mezzo e lo ricopiò quasi per intero in un decreto-legge, il DL 48/2025, espungendo i sei punti che Mattarella aveva giudicato inaccettabili. Aprile 2026: durante la conversione del quinto decreto spunta l’articolo 30-bis, un premio di 615 euro agli avvocati che portano a buon fine un rimpatrio volontario. Mattarella obietta, e convoca al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il testo non si può più toccare senza farlo decadere, e allora il Consiglio dei ministri vara un secondo decreto, il DL 55/2026, che corregge il primo lo stesso giorno della conversione: il 24 aprile la Camera vota 162 sì, 102 no, un astenuto, e solo a quel punto il Colle promulga. Tutto regolare, dice il governo.
Sei provvedimenti emergenziali sullo stesso tema, e un’urgenza che ogni volta va inventata: prima gli scontri di piazza, ora un virus che il governo stesso giudica lontano. Il Patto europeo andava recepito con calma, attraverso il parlamento. Si è scelta un’altra strada, e la si è scelta sapendo che porta dritto a un nuovo scontro col Quirinale. Buona fortuna a chi pensa sia l’ultima volta.
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