Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Itamar Ben Gvir ha festeggiato i suoi cinquant’anni con una torta a tre piani. Piano superiore: un cappio dorato. Piano centrale: due pistole su una mappa con Gaza e Cisgiordania. La scritta: “A volte i sogni si avverano”. I video sui canali del partito. Dai governi europei: nessun commento. Nessun commento perché sono occupati a prendere nota. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile…
Domenica 3 maggio, Saif Abukeshek e Thiago Avila compaiono davanti al Tribunale di Ashkelon. Nessuna accusa formale è stata depositata. Il tribunale proroga la detenzione di due giorni, fino al 5 maggio. I due sono nel carcere di Shikma da quando le forze navali israeliane li hanno prelevati al largo di Creta il 30 aprile — oltre mille chilometri da Gaza, fuori da qualunque giurisdizione israeliana.
Le avvocate di Adalah, Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, hanno sostenuto che il procedimento è «fondamentalmente viziato e privo di fondamenti giuridici». Non esiste alcuna base legale per applicare extraterritorialmente i reati contestati — assistenza al nemico, contatto con agente straniero, appartenenza a organizzazione terroristica — ad azioni di cittadini stranieri in acque internazionali. Il tribunale ha ignorato l’eccezione.
Sabato 2 maggio le avvocate avevano visitato i due a Shikma. Avila ha dichiarato di essere stato «trascinato a faccia in giù e picchiato fino a perdere i sensi due volte». Abukeshek ha riferito di essere stato «legato alle mani, bendato e costretto a stare prono» fino all’arrivo in Israele. Adalah ha qualificato i trattamenti come «abusi fisici assimilabili a tortura».
L’ambasciata brasiliana ha incontrato Avila attraverso un vetro divisorio. I diplomatici hanno attestato lividi visibili e dolori alla spalla; nessuna cura era stata data. Il ministro spagnolo Albares ha dichiarato alla RAC1 che si tratta di «una detenzione illegale in acque internazionali, al di fuori di ogni giurisdizione israeliana». Sánchez ha chiesto a Netanyahu «la liberazione del cittadino spagnolo illegalmente detenuto».
Entrambi proseguono lo sciopero della fame. Nessuna accusa formale risulta depositata agli atti del Tribunale di Ashkelon alla sera del 3 maggio 2026.
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Nella notte tra il 29 e il 30 aprile le forze navali israeliane intercettano la Global Sumud Flotilla a oltre mille chilometri da Gaza, in acque al largo di Creta. Ventidue imbarcazioni sequestrate. Centosettantacinque attivisti trasferiti su navi militari. Motori distrutti, comunicazioni disturbate, civili lasciati in mare con una tempesta in avvicinamento.
Una fonte militare israeliana anonima ha dichiarato al Times of Israel che l’obiettivo era colpire «così lontano da Gaza» per sorpresa. L’ambasciatore all’ONU Danny Danon ha scritto che la Flotilla era stata «fermata prima di raggiungere la nostra area». Le imbarcazioni erano nella zona SAR greca. La guardia costiera ellenica non è intervenuta.
Il portavoce Oren Marmorstein ha dichiarato che l’operazione si era svolta «pacificamente e senza vittime». La Flotilla documentava motori distrutti e comunicazioni bloccate per impedire i soccorsi. Il ministero degli Esteri turco ha definito il raid «un atto di pirateria» in violazione della libertà di navigazione.
La nota congiunta di Italia e Germania, diffusa dalla Farnesina, parla di «forte preoccupazione» e chiede di «astenersi da azioni irresponsabili». e chiede di “astenersi da azioni irresponsabili”. Palazzo Chigi chiede al governo d’Israele «l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo». La Spagna ha convocato l’incaricato d’affari israeliano esprimendo «la più energica condanna».
Questa è l’intercettazione più lontana da Gaza mai documentata: in settembre 2025 avvenne assai più vicino alla Striscia. Israele ha esteso la propria giurisdizione a centinaia di miglia in acque europee. Il 30 aprile, tre persone sono state uccise vicino alla rotatoria del Kuwait a Gaza City, secondo Al Jazeera. Il ministero della Salute di Gaza conta già 790 morti dall’ottobre 2025 nonostante il cessate il fuoco.
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Ottocentoquarantamila morti all’anno. Vittime silenziose del lavoro, senza infortuni visibili, senza notizie in cronaca: morti per orari che non finiscono mai, per un capo che umilia, per un contratto che scade ogni tre mesi. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha pubblicato il suo primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali, “L’ambiente di lavoro e gli aspetti psicosociali. Sviluppi globali e percorsi per l’azione”, e il numero che apre il documento è quello: 840.088 decessi ogni anno riconducibili a tensione lavorativa, mobbing, precarietà, orari prolungati oltre le 55 ore settimanali, squilibrio tra sforzo e ricompensa. Malattie cardiovascolari, depressione, suicidio. Il lavoro che ammazza senza lasciare tracce visibili.
Quarantacinque milioni di anni di vita persi ogni anno. Una perdita economica stimata all’1,37 per cento del Pil mondiale. Per la prima volta l’OIL costruisce una contabilità di ciò che il sistema produttivo scarica sui corpi e sulle menti di chi lavora. Il 35 per cento dei lavoratori nel mondo supera le 48 ore settimanali. Il 23 per cento ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa.
Il rapporto introduce il concetto di “ambiente di lavoro psicosociale” come categoria analitica autonoma: non solo i singoli episodi di mobbing, ma l’insieme strutturale di come il lavoro è progettato, organizzato e gestito. I rischi emergono dall’interazione tra questi livelli, e solo interventi su tutti e tre possono ridurli. Il corso di mindfulness aziendale, il servizio di ascolto psicologico in busta paga: misure utili, dice l’OIL, ma insufficienti, capaci di mascherare le cause senza toccarle.
L’Italia non fa eccezione. Secondo l’indagine Istat 2022-2023, il 13,5 per cento delle donne lavoratrici tra i 15 e i 70 anni ha subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita. Tra le under 25 la percentuale sale al 21,2 per cento. L’autore più frequente è un collega maschio, nel 37,3 per cento dei casi. Solo il 2,3 per cento delle vittime si è rivolta alle forze dell’ordine.
I dati Inail sulle aggressioni fisiche confermano la tendenza. Nel 2023 i casi riconosciuti di aggressioni e minacce sono stati 6.813, in aumento dell’8,6 per cento rispetto al 2022. Per le donne la crescita è del 14,6 per cento. Il 61 per cento delle aggressioni proviene da clienti, pazienti, utenti: il sistema sanitario e dei servizi alla persona, dove lavorano per lo più donne con contratti precari e turni oltre ogni soglia.
Ad aprile 2025 l’Inail ha aggiornato la metodologia di valutazione dello stress lavoro-correlato, integrando strumenti per il lavoro da remoto e i contesti ad alta digitalizzazione. Tecnostress, iperconnessione, sfocatura tra tempo lavorativo e tempo privato: la vecchia metodologia del 2017 non li contemplava. L’aggiornamento è un riconoscimento implicito che il perimetro del danno si è allargato.
Solo il 18 per cento dei 338 accordi transfrontalieri sul dialogo sociale conclusi tra il 2000 e il 2025 contiene riferimenti espliciti alla salute mentale o ai fattori psicosociali. Lo strumento che dovrebbe tradurre le norme in protezione concreta si occupa di rischi psicosociali in meno di un accordo su cinque.
La Convenzione OIL 190 del 2019 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro è stata ratificata dall’Italia nel 2021. Quattro anni dopo, il 62 per cento delle donne italiane che subisce violenza sul lavoro non la denuncia, per paura di perdere il posto. Convenzionare è più semplice che proteggere.
Ottocentoquarantamila morti. Il lavoro che uccide senza fare rumore resta il più facile da ignorare.
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Per il quarto anno di fila, il governo ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. Stessa data, stesso rito: conferenza stampa, miliardo, parola magica. Quest’anno è “salario giusto”. L’anno scorso era sicurezza. Prima gli incentivi, il cuneo. Ogni Primo maggio la sua formula, ogni formula più lontana dalla realtà.
Il decreto vale 934 milioni, quasi tutti alle imprese. Gli sgravi per chi assume giovani o donne nelle aree Zes li incassa il datore, non il lavoratore. L’adeguamento per i rinnovi scaduti è al 30% dell’inflazione: tre punti con inflazione al 10%. I contratti già scaduti aspettano il 2027. Il salario minimo legale rimane il “logoro vessillo della sinistra”. Il decreto “Primo maggio 2023” aveva allargato i contratti a termine, il reddito di cittadinanza è stato abolito. Quattro anni, quattro decreti, quattro operazioni di retorica della dignità che hanno coperto lo svuotamento delle garanzie.
Intanto si continua a morire. Nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093, tre in più del 2024: 148 nelle costruzioni, 117 nella manifattura, 110 nei trasporti. I lavoratori stranieri muoiono a un ritmo doppio: 72 decessi ogni milione di occupati contro 29. Questi numeri non compaiono nelle conferenze stampa.
Ieri mattina Meloni si è svegliata con un’altra urgenza. La Global Sumud Flotilla era stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali, a 960 chilometri da Gaza, davanti a Creta. Tra i fermati, 57 italiani. Palazzo Chigi ha convocato Tajani, Crosetto e Mantovano. La nota finale condanna “il sequestro” e chiede “il pieno rispetto del diritto internazionale”. La stessa premier che per mesi ha coperto ogni escalation con il silenzio, che ha votato contro la sospensione degli accordi commerciali con Israele in sede europea. FdI è sceso al 27-28% dopo il referendum perso. Il Mediterraneo è tornato a essere uno specchio in cui si vede l’opinione pubblica.
La logica è la stessa del lavoro. Si cambia idea quando la pressione costa consensi. Un abbordaggio in acque greche basta a spostare Netanyahu dalla lista degli alleati impliciti. Resta da capire quale arrembaggio serva nel mare dei diritti. Finora non è bastata la morte di oltre mille persone l’anno.
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