Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Domenica 26 aprile, sessanta imbarcazioni della Global Sumud Flotilla lasciano Augusta, in Sicilia, con attivisti di più nazionalità e con carichi di prima necessità. La nave Arctic Sunrise di Greenpeace garantisce il supporto tecnico. Destinazione Gaza, per sfidare il blocco navale israeliano.
La risposta della Commissione europea arriva il 27 aprile a Bruxelles. La portavoce Eva Hrncirova usa una formula che merita lettura: «Pur rispettando l’impegno umanitario di tutte le persone a bordo della Flotilla, scoraggiamo questo tipo di consegne perché mettono a rischio la sicurezza dei partecipanti». Il diritto di navigazione in acque internazionali va rispettato. La Commissione chiede «costantemente un accesso senza ostacoli» per gli aiuti a Gaza.
Si tratta di contraddizione strutturale. Bruxelles vuole accesso senza ostacoli e scoraggia l’unica azione civile che tenta di forzare quell’ostacolo. Il blocco navale israeliano non viene nominato come problema: il problema, nella formula ufficiale, sono i rischi per i partecipanti. La sicurezza di chi sfida il blocco, non il blocco.
Questa è la grammatica diplomatica europea applicata a Gaza: solidarietà all’intenzione, scoraggiamento dell’azione, rinvio al dialogo con lo Stato che impone il blocco. Una formula che non produce pressione né accesso. Il carico dell’ong Music for Peace per la missione precedente è bloccato in Giordania da sei mesi per veto israeliano.
Il 27 aprile, mentre la Flotilla naviga verso la Grecia, le forze israeliane uccidono quattro palestinesi nella Striscia: due uomini al Kuwait Roundabout a Gaza City, uno vicino alla moschea Saqqa, una donna quarantenne a Khan Younis. Lo riportano gli ospedali Shifa e Nasser. Dall’ottobre 2025, secondo Ocha, i morti nel cessate il fuoco sono già 786: 226 bambini, 179 donne.
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A Sestri Ponente, durante un intervento neurochirurgico, qualcosa va storto. Il paziente si sveglia paraplegico. La Asl di Genova risarcisce un milione e 350mila euro, li chiede indietro ai tre medici. Uno di loro, condannato dalla Corte dei conti a versare 945mila euro, fa ricorso invocando la legge di riforma della stessa Corte: la sua esposizione scende a 170mila. Il resto rimane a carico della collettività.
Da questa vicenda la Seconda sezione centrale d’appello della Corte dei conti ha costruito l’ordinanza n. 9/2026, depositata il 23 aprile, rimettendo alla Consulta la verifica sulla riforma. Ottanta pagine, undici articoli della Costituzione in bilico. Il tetto al 30% del danno, entro il doppio della retribuzione lorda, è “in contrasto insanabile con le norme che governano la sana e corretta gestione delle risorse pubbliche.”
La legge n. 1/2026, in vigore dal 22 gennaio, porta il nome di Tommaso Foti, capogruppo di Fratelli d’Italia all’epoca, oggi ministro per gli Affari europei. Obiettivo dichiarato: combattere la “paura della firma”. Meccanismo: riduzione obbligatoria al 30% del danno, secondo tetto al doppio della retribuzione lorda. Vale il più basso. Per danni grandi, il parametro retributivo abbatte le cifre in quella che la dottrina chiama “risibile condanna.” I giudici: il sistema “premia l’amministratore incapace e colloca a carico della comunità i due terzi del danno, in piena contraddizione con i principi di eguaglianza” ex articolo 3 e di solidarietà ex articolo 2.
Il punto più controverso è la retroattività. La legge vale per i procedimenti in corso al 22 gennaio senza sentenza definitiva. Danni già accertati: tutto riscritto a vantaggio del convenuto. La Cassazione aveva segnalato che tetti risarcitori non possono operare retroattivamente, incidendo su diritti già maturati. La Sezione pugliese, dal canto suo, aveva sollevato separata questione con l’ordinanza n. 11/2026: l’elenco tassativo delle condotte rilevanti rischia di escludere gravi negligenze, con ricadute in sanità.
Ieri pomeriggio, Donato Centrone, presidente dell’Associazione magistrati della Corte dei conti, ha dichiarato piena condivisione “nel merito e nel metodo”. Il tetto “riduce l’efficacia dell’azione di responsabilità”. E sulla retroattività: “Incide su procedimenti in corso.” Il chiarimento della Consulta “è quanto mai necessario”.
La riforma chiude un disegno: abrogazione dell’abuso d’ufficio, interventi sulla magistratura ordinaria, ora il controllo sulla spesa pubblica. Un “controllore addomesticato”. Il referendum del marzo 2026 aveva respinto la separazione delle carriere con il 53,24% dei no. A Sestri Ponente, il paziente è ancora paraplegico. La legge ha già deciso chi paga.
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Un uomo su uno scooter, casco integrale e mimetica verde, si è fermato in via delle Sette Chiese a Roma e ha sparato tre colpi contro una coppia con il fazzoletto dell’Anpi. Cercavano un bar dopo il corteo. Questa è la fotografia del Paese. Il resto è chiacchiera. C’è un esercizio di moda: il lamento. Per la festa sporcata, la piazza indisciplinata, i toni da abbassare.
Il tetto era pesante. Giorgia Meloni lo disse esattamente così, il 25 ottobre 2022, rivolgendosi alla Camera per chiedere la fiducia al suo governo: bisognava «rompere il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste». La prima presidente del Consiglio della storia repubblicana, il discorso di investitura, il momento storico. Il problema è che dopo un momento storico viene la storia, e la storia ha il vizio di misurarsi con i fatti.
A metà aprile 2026 il governo ha rinnovato i vertici di Enel, Enav, Eni e Leonardo: sette uomini e una donna. Un rapporto coerente con i dati generali: secondo i calcoli di Pagella Politica, su 73 persone tra presidenti e amministratori delegati delle società a partecipazione statale, 65 sono uomini e 8 sono donne, meno dell’11 per cento. In 32 aziende su 39 non c’è nemmeno una donna ai vertici. Il dato colpisce perché nelle partecipate lo Stato non segue un mercato libero: sceglie direttamente. Il governo presieduto dalla prima donna nella storia della Repubblica sceglie quasi sempre un uomo.
Al momento della formazione, nell’ottobre 2022, il governo Meloni contava 6 ministre su 24 ministeri: il 25 per cento. Meno del governo Draghi (34,8 per cento), meno del secondo governo Conte (34,9 per cento), meno di tutti gli ultimi esecutivi. Secondo Pagella Politica, era dal governo Monti del 2011 che un esecutivo non scendeva così in basso. Poi è andata peggio: dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, le ministre sono diventate cinque su ventiquattro. Il 20,8 per cento.
Il minimo storico degli ultimi sette governi. Le cinque rimaste guidano i ministeri della Famiglia, della Disabilità, del Lavoro, dell’Università, delle Riforme istituzionali. I ministeri economici, quelli della sicurezza, quello degli esteri: tutti al maschile. Nelle regioni, su venti presidenti, le donne sono due, Alessandra Todde in Sardegna e Stefania Proietti in Umbria, entrambe elette con il centrosinistra, cioè fuori dalla maggioranza che avrebbe rotto il tetto.
Il mercato del lavoro continua a fotografare una struttura immobile. Secondo il Rendiconto di genere dell’Inps del febbraio 2026, nel 2024 il tasso di occupazione femminile si è fermato al 53,3 per cento, contro il 71,1 per cento degli uomini: quasi diciotto punti di distanza, quasi il doppio della media europea. Le donne sono il 67,2 per cento dei lavoratori a tempo parziale, in larga parte involontario. Il divario retributivo complessivo supera i 25 punti percentuali. Solo il 21,8 per cento dei ruoli dirigenziali è occupato da una donna. Nel 2025, una madre su cinque ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio Elle Active! con l’Università Cattolica di Milano.
C’è un capitolo che riguarda non l’assenza di politiche ma la loro riduzione deliberata. Secondo il report dell’organizzazione indipendente ActionAid, il governo Meloni ha tagliato del 70 per cento i fondi per la prevenzione della violenza di genere rispetto all’esecutivo precedente: dai 17 milioni stanziati dal governo Draghi per il 2022 a 5 milioni per il 2023. Il taglio ha colpito soprattutto la prevenzione primaria: educazione, sensibilizzazione, intervento prima che la violenza avvenga. Già storicamente la voce più sacrificata. Il governo ha contestato questa lettura. I dati di ActionAid restano.
Il tetto di cristallo che Meloni disse di aver rotto nel 2022 aveva un valore simbolico che sarebbe sciocco negare. Solo che un simbolo non è una politica. Nei ministeri e nelle partecipate le donne comandano in meno di un caso su dieci. Nei salari perdono oltre 25 punti percentuali. Il tetto è ancora lì.
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La giuria della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha messo per iscritto quanto i tribunali internazionali hanno già stabilito. Il 23 aprile, la presidente Solange Farkas e le altre componenti hanno dichiarato che “si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”. Il Leone d’Oro e il Leone d’Argento, cerimonia il 9 maggio, non potranno andare né alla Russia né a Israele.
Il mandato d’arresto della CPI contro Netanyahu è del novembre 2024. Da allora ha prodotto effetti in ambiti sempre più distanti dalle aule di giustizia. Una giuria culturale italiana, in piena autonomia, ha stabilito che quel mandato vincola anche le valutazioni estetiche. La Biennale si è limitata a precisare che la giuria “opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio nell’esercizio delle sue funzioni”: né approvazione né sconfessione, solo la presa d’atto di una distanza.
Nel 2024 il padiglione israeliano era stato chiuso all’inaugurazione da Ruth Patir. Partecipa, espone, ma non concorre. La distinzione è netta: non è l’artista ad essere escluso, è lo Stato che lo rappresenta a diventare ineleggibile finché Netanyahu risponde all’Aja di crimini contro l’umanità.
La Global Sumud Flotilla — 63 imbarcazioni partite stamani da Siracusa — naviga verso Gaza. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, ha dichiarato ieri: «A Gaza non è cambiato niente dall’anno scorso, eppure ci dicono che va tutto bene».
Anche la dichiarazione della giuria veneziana dice altro. I leader accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini contro l’umanità sono “attualmente” tali — non in astratto, non a titolo storico, ma adesso — nel momento stesso in cui si assegnano i premi.
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