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I panettoni che ho regalato e che ho mangiato quest’anno li ho comprati alla Pasticceria Giotto che lavora nel carcere “Due Palazzi” di Padova, fianco a fianco con le persone detenute. La qualità è, come sempre, eccellente e, confesso, che anche il torrone non è affatto male.
L’obiettivo della Cooperativa che gestisce la pasticceria è che il lavoro in carcere sia un ponte tra il mondo fuori e dentro, uno strumento riabilitativo concreto, un luogo dove mettersi alla prova prima di tornare in società. Fino ad oggi più di 200 detenuti sono stati guidati in un percorso formativo e professionalizzante nell’arte pasticceria.
“Seconda Occasione” è la rubrica mensile di Pasticceria Giotto che racconta la vita nel laboratorio di pasticceria del carcere di Padova. Ricevo regolarmente la loro newsletter dalla quale ho tratto questo post che trovo davvero interessante.
(Mauro Presini)
“Abito in una trifamiliare. Sotto c’è una signora anziana, sopra c’era mio nonno. Io sono stato dentro diciotto mesi. Potrei dire un anno e mezzo, ma forse contare i mesi rende più l’idea di quanto mi sia sembrato infinito il tempo. Diciotto mesi non sono nulla, ma in quei diciotto mesi entrambi i miei nonni se ne sono andati.”
Avevamo parlato del più e del meno finché non è arrivato il mio caffè, dopodiché ha cominciato a raccontarmela per davvero la sua esperienza in carcere. Forse ha aspettato per educazione.
Non mi guarda mai negli occhi, tiene lo sguardo fisso verso la finestra, come se non potesse perdersi un secondo di ciò che accade fuori.
Non capisco se si vergogni, se sia intimorito, non sa che io lo sono più di lui, che ho paura di usare una parola sbagliata e interrompere il momento. Balbetto, mi impappino, lui per fortuna continua a guardare fuori. Fuori non succede praticamente nulla che io possa notare, ed è questo il punto credo. Me lo chiarisce lui: “Mi era mancata questa normalità”.
Soffio sul caffè perché non riesco a berlo se è bollente, ma è anche una scusa per tenermi occupato mentre mi racconta che aveva il terrore di finire in carcere e alla fine però ci è finito lo stesso, come se fosse una cosa inevitabile, una cosa che prima o poi ti capita se non stai attento.
Mi racconta che ha iniziato in Pasticceria durante la campagna natalizia, in logistica. È stato spostato in laboratorio alla produzione quando era il momento delle colombe. Non gli importava tanto quale fosse la mansione, voleva solo passarci più tempo possibile, per averne il meno possibile da solo per pensare. Avrebbe rifiutato volentieri il giorno di riposo. Rifiutava il rapporto coi colleghi detenuti, preferendo quello coi maestri pasticceri.
“Ci sono tante persone in carcere che non vedono l’ora di farti pesare di non essere normale. Loro non lo facevano.”
All’improvviso smette di guardare fuori e mi guarda. È lì che ingoio il caffè prendendomi il rischio di bruciarmi il palato. È freddo in realtà, è passato più tempo di quello che credevo.
I suoi ricordi si fanno più duri, in un’espressione che sembra ricalcare la rabbia che ha provato dentro. Li chiama sempre “loro”, ci tiene a tracciare una linea e mettercisi al di qua.
“Ho passato tutto il mio periodo di detenzione a evitare i problemi, che possono venire fuori da ogni situazione. Ti testano, vogliono vedere se stai con loro o coi maestri pasticceri. Se provi a dare confidenza a qualcuno sei finito. Così sei lasciato a te stesso, sei un numero di matricola, e invece magari non sei come chi lì dentro ci sta dieci anni, esce e poi rientra, non ha un progetto. Ma lo puoi diventare se ti distrai. Lì dentro peggiori. È il sistema che ti rende così. Non c’è niente di riabilitativo e rieducativo, lì dentro è una scuola di criminalità.”
Prima di ascoltarlo, immaginavo il lavoro in carcere come un’opportunità, come un modo di passare il tempo, come una fonte di stipendio. Tutto bellissimo. Ma dalle parole di A. capisco che c’è molto di più dietro. Mi dice “non lavoravo sentendomi degli occhi addosso, lo facevo per me. Perché se non ti aggrappi a una cosa normale come lavorare sei perduto.”
“Io ho dovuto accettare di essere in carcere, ma solo quello. Se ti ci abitui, se stabilisci una routine, se inizi a sentirtici a casa, non ne esci più.”
Il mio tempo con A. è scaduto, adesso attacca il suo turno. Non ci siamo seduti in un bar qualsiasi. Siamo nel bar dove l’hanno assunto con l’intercessione della pasticceria del carcere, grazie al suo percorso lì dentro. Lo ringrazio, mi ringrazia, non saprei nemmeno di che; lo vedo poi che si precipita nel retro del negozio per cambiarsi. Non è in ritardo, la sua sembra proprio impazienza di avere un progetto, di vivere la normalità che ha sospeso per diciotto mesi.
Io avrei voglia di un altro caffè, di bermelo da solo, di farci caso al fatto che bermi un caffè da solo non mi abbia mai angosciato.
Cover e immagini nel testo tratte dalla newsletter di “Seconda Occasione”
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Per quanto sia criticabile e orribile (e lo è) il regime di Maduro, l’intervento di forza e neo-coloniale di Trump è indifendibile. Arrestando Maduro e la moglie per narcotraffico, si vanta di un’azione di forza con pochi costi e molti vantaggi economici (petrolio), ma si prende un rischio enorme, in quanto non si sa come andrà a finire.
Trump dice che saranno gli USA a governare la transizione, il che fa intendere che sarà insieme alla vicepresidente Deley Rodriguez e all’esercito che, insieme alla milizia popolare, si dice conti su 5-6 milioni di affiliati.
Trump non esclude di usare “boots on the ground”(Militari sul campo) per affermare quella che è stata chiamata la dottrina Donroe (Donald+Monroe) e cioè che l’America Latina è il “cortile di casa” Usa che nessuno può toccare (messaggio alla Cina).
Ciò riporterebbe gli Usa ai tempi della ”esportazione della democrazia” (in realtà conquiste per interessi): Libia, Iraq, Afghanistan, Belgrado, Vietnam, minando il movimento MAGA nato anche per impedire che ciò continuasse ad accadere.
Una svolta sorprendente e che rafforza la Russia (vs Ucraina) e la Cina (vs Taiwan).
Non si sa come avverrà la transizione. La legge prevede che entro un mese si vada ad elezioni, che potrebbero essere vinte da un candidato chavezista, sotto la spinta patriottica che potrebbe rafforzarsi per l’ingerenza americana (coloniale) per impossessarsi del petrolio. Il rapporto ONU sulle droghe aveva già mostrato che i paesi narcotrafficanti sono Colombia, Guatemala, Messico, Perù e Ecuador e che solo il 5% della droga colombiana passa per il Venezuela.
L’ex presidente dell’Honduras Hernandez, condannato in Usa a 45 anni di galera per i suoi legami col capo dei narcos messicani, è stato, peraltro, graziato da Trump.
Trump stesso ammette (qui la differenza coi precedenti presidenti USA) che il vero interesse è la più ampia fonte di giacimento al mondo di petrolio e che saranno gli americani a gestire le infrastrutture per produrre più petrolio e recuperare furti (?) di risorse petrolifere fatte in passato a danno degli americani, con le nazionalizzazioni (che sono in realtà nelle disponibilità di legge del Venezuela).
Gli USA gestiranno anche la transizione politica (non dice mai democratica). Il che fa pensare che ci sarà un lungo periodo di instabilità e violenza, specie se gli americani, com’è pure possibile, saranno costretti a intervenire direttamente in mancanza di una rivolta popolare contro il regime di Maduro (che per ora non si vede).
Se dovesse succedere saranno seri problemi col movimento MAGA che ha sostenuto Trump il cui primo obiettivo era “mai più guerre in cui gli USA sono coinvolti”. Può essere che a spingere Trump sia stato Mario Rubio, figlio di esuli cubani, che ha il dente avvelenato contro Cuba, Colombia e Venezuela. Oppure il crollo nei consensi scesi a fine anno al 39% dal 49% del gennaio scorso (più bassi del Trump I e di Biden) dopo un anno.
E’ probabile che al Consiglio di sicurezza dell’ONU gli Stati Uniti rimarranno quasi isolati (col sostegno di pochi e di Israele), che si ampli il consenso a favore di Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa (BRICS) e che alcuni degli Stati europei (tra cui l’Italia) facciano la figura barbina di astenersi o appoggiare gli Usa mostrando, ancora una volta al Resto del mondo (che è maggioranza da tempo), di avere un doppio standard sulle questioni internazionali e una credibilità ormai scesa a zero.
La svolta di Trump conferma che gli Stati Uniti non sono così cambiati come si diceva, che gli interessi e la forza prevalgono (come in passato) sul diritto internazionale. L’azione è un chiaro messaggio contro la presenza della Cina in America Latina, considerata di nuovo “il cortile di casa” americano.
La UE si indebolisce nel difendere l’Ucraina e, domani, la Groenlandia, se Trump dovesse intervenire, come pure è possibile, dopo questo atto di forza. La UE si limita a dire che “siamo a fianco del popolo venezuelano verso la transizione democratica” (ma non condanna USA). Nata per armonizzare il mondo, per costruirsi terzo polo tra Cina e USA, è finita per supportare gli americani, auto privandosi di autonomia. La stessa Italia, pur alleata e nella NATO, ha sempre avuto una sua politica estera autonoma con De Gasperi, Andreotti, Moro, Craxi, Berlinguer fino al 1992.
La Cina dichiara “l’uso sfacciato della forza contro uno stato sovrano”. Condannerà la violazione del diritto internazionale USA in sede ONU e non farà più di tanto.
Sa di perdere qualche soldo in Venezuela (e un partner), ma di aumentare il suo rango a livello internazionale, in attesa che anche Trump tramonti, insieme al declino economico americano (ed europeo), in modo da mettere sul tavolo, al momento giusto, le sue (notevoli) carte, che avranno effetti devastanti sui paesi alleati agli USA (europei), se non cambieranno, come è prevedibile, la loro postura e non creeranno quella statualità e rango che è mancata all’Europa per far piacere (paradossalmente) all’alleato americano.
Si profila un mondo dove il diritto internazionale declina (non ha mai goduto di grande favore) a favore della forza di USA, Russia e Cina.
Ma non è detto che il secolo XXI sia quello della forza bruta, quando esagera può rivoltarsi contro. Data l’ignavia della UE non ci resta che sperare negli Stati non allineati a Cina e USA, come Brasile e India (pur parte dei BRICS).
Facciamo un altro passo verso la 3^ guerra mondiale. Per ora la prudenza cinese non ci avvicina. Nelle arti marziali (orientali) la forza viene usata contro chi la sferra e la storia a volte (speriamo) ha svolte impreviste.
Cover: Trump e Maduro – immagine Heute At su licenza Creative Commons
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illustrazione di Carlo Tassi
(tutti i diritti riservati)
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I grafemi sono i segni grafici che riproducono i suoni delle parole attraverso un simbolo. Un termine che mette quindi insieme figura e scrittura e che dà il titolo alla nuova mostra di arte contemporanea allestita a Ferrara nella home-gallery di Maria Livia Brunelli. La rassegna “Grafemi” raccoglie opere dove il tema dei segni di scrittura è usato come elemento di composizione da alcuni artisti assai differenti per origini ed età anagrafica, ma accomunati proprio dall’uso della grafia come parte integrante dell’opera figurativa. In questa chiave sono accostati i lavori dell’esposizione nella galleria-dimora che si trova nel centro storico di Ferrara, a metà tra il Castello Estense e il palazzo dei Diamanti.
Le opere spaziano da alcuni maestri dell’arte di avanguardia come Maria Lai (Nuoro 1919 – 2013) e Dadamaino (Milano 1930 – 2004) fino all’opera del concittadino artista-ingegnere Marcello Carrà (Ferrara, 1976), passando per la pittrice tedesca Irma Blank (Celle, Germania, 1934 – Milano 2023) e il pittore francese di origine polacca Roman Opalka (Hocquincourt, Francia, 1931 – Chieti, 6 agosto 2011) che ha dedicato tutta la vita a dipingere i numeri a partire dall’uno per arrivare fino a oltre 5 milioni e mezzo.
Artista nota per la performance che ha coinvolto l’intero paese natale e per le sue opere d’arte fatte con stoffa e fili, Maria Lai è rappresentata dai suoi caratteristici libri cuciti. Le parole sono mimate da segni di filo scuro che riproducono una calligrafia illeggibile, o meglio – come spiega la gallerista – “una calligrafia nella quale Maria Lai diceva che ognuno poteva leggere ciò che preferiva. Lei da bambina era dislessica e non riusciva a decifrare le parole. Poi, con l’arte, ha trasformato questa difficoltà in un’opportunità”. Una di queste opere è qui esposta per la prima volta al pubblico e rappresenta “La leggenda della Jana operosa”. Un collage di stoffa e fili dove si susseguono scene di immaginarie fate che vengono iniziate all’arte del cucito e “a tenere per mano l’ombra”. Il lavoro, realizzato nel 1992, è un prezioso prestito di Maria Elvira Ciusa, una delle amiche e collaboratrici più strette dell’artista sarda.
Dadamaino, pseudonimo di Edoarda Emilia Maino, è un’artista italiana che ha contribuito ai movimenti dell’avanguardia artistica milanese degli anni Cinquanta con le sue ricerche geometrico-percettive. In esposizione c’è una sua opera a segni fluttuanti in bianco e nero “Passo dopo passo” (mordente su poliestere, 1989) che Maria Livia descrive come “rappresentazione metaforica del destino biologico ed esistenziale delle persone che si incontrano, si amano, si allontanano, cambiando costantemente flussi di relazioni ed emozioni”. Sulla superficie trasparente del poliestere, il mordente segna tratti più o meno scuri che creano linee ondivaghe, a simulare il movimento incessante dei rapporti che possono segnare lo spazio di un’esistenza.
Nell’esemplare esposto di “Trascrizioni” di Irma Blank (inchiostro su acetato, 1975), il libro è l’oggetto al centro della rappresentazione. Non è però il volume a cui ci hanno abituato i trompe l’oeil storici, come quello celeberrimo di Giuseppe Maria Crespi che a inizio del ‘700 riproduceva gli scaffali di una libreria!
Il libro della Blanck è tratteggiato nel suo aspetto tecnico, interno, riprodotto come immagine pagina per pagina, ma privato del contenuto specifico. Le parole sono infatti disegnate tramite un tracciato indecifrabile, inserito nella struttura compositiva dei fogli, mantenendo il ritmo delle righe, la disciplina della gabbia tipografica. “Il gesto – si legge nella descrizione in mostra – diventa ripetuto, meditativo, totalizzante. Un corpo a corpo con la superficie, dove il tempo diventa parte dell’opera e il segno, tracciato in uno stato quasi meditativo, conduce a una dimensione spirituale nutrita di silenzio e concentrazione. Una calligrafia interiore dal sapore metafisico”.
Marcello Carrà – che ha debuttato nel mondo dell’arte con i suoi insetti meticolosamente disegnati a penna bic su fogli di grandi dimensioni – qui espone una serie di lavori dove la parola è sempre parte integrante della composizione. Brani tratti da “Il Giardino dei Finzi Contini” servono, ad esempio, a tracciare lo sfondo di un trittico di soggetti floreali.
In un’altra sua opera, l’intero romanzo “Olga” di Chiara Zocchi è trascritto in modo da lasciare un perfetto cerchio bianco al centro del lungo rettangolo, denso dei caratteri calligrafici del libro. “Quel punto centrale è il simbolo del vuoto interiore che pervade la protagonista della storia”, spiega l’artista.
Il quadro più recente di Carrà che c’è in mostra porta il titolo del libro di Truman Capote “In cold blood” (A sangue freddo) e usa la scrittura per una minuziosa descrizione figurativa. Le parole di fatto sono impiegate come il tratto nero più o meno fitto sulle incisioni: i caratteri in grassetto creano le parti più scure e quelli normali e via via più fini delineano le sfumature. Con la scrittura utilizzata al posto del segno inciso su lastra.
Il testo scritto con punta di penna più o meno fine va ad illustrare una tavola apparecchiata attorno alla quale siedono madre, padre, bambina e bambino in un’atmosfera da America anni Cinquanta. Il titolo dà un significato contrastante alla rappresentazione – che è poi quella del romanzo – per chi avesse voglia di leggere il disegno riga per riga, che riproduce tutto il testo, in lingua originale, di A sangue freddo di Truman Capote. L’immagine è infatti quella di una felice famiglia americana davanti a una ricca colazione d’oltre oceano, eppure allude a uno dei delitti più efferati, reso celebre dal romanziere statunitense nella sua narrazione basata sul quadruplice omicidio realmente accaduto nella provincia americana alla fine degli anni Cinquanta.
Le sagome dei personaggi che alludono ai protagonisti (nonché vittime) del romanzo sono rese graficamente attraverso le parole stesse di Capote, modificando lo spessore dei pennini a seconda dell’intensità chiaroscurale delle campiture.
Un viaggio, dunque, tra le parole scritte ad arte per decifrare i temi della vita e dei suoi contrasti di chiaro e scuro, sole e ombra, conoscenza e mistero.
“GRAFEMI. Da Irma Blank a Maria Lai, da Dadamaino a Opalka e Marcello Carrà”, MLB Gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara, 20 dicembre 2025 – 12 aprile 2026. Visite guidate gratuite dalle 15 alle 19 con prenotazione telefonica al cell. 346 7953757
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