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E’ il titolo del nuovo libro del filosofo Maurizio Ferraris (Einaudi, pag.152, 13 euro), editorialista de Il Corriere della Sera e non proprio un comunista, ma questa volta le dice chiare: “Marx è morto però il comunismo è vivo e ci si può nutrire del nuovo capitale digitale garantendo equità e libertà. Senza rivoluzioni (cioè spargimenti di sangue) ma con una capitalizzazione alternativa”.
I dati (nuovo petrolio), prodotti usando smartphone, pc e internet, danno profitti o alle poche multinazionali americane o allo Stato cinese che redistribuisce qualcosina al popolo, ma lo controlla in ogni istante della sua vita. Questi dati rappresentano una forma nuova di capitale che si riproduce senza il lavoro, ma attraverso i consumi e i comportamenti di tutti noi. Solo che ne beneficiano o le multinazionali USA o la Cina (e comunque singoli magnati).
L’Europa, appena abbandonata dal suo protettore americano (si fa per dire) che la considera una civiltà da cancellare, potrebbe avviare una capitalizzazione alternativa a quella liberale Usa e a quella autoritaria cinese, creando delle piattaforme digitali “comuniste” che usano i nostri dati (donati in modo volontario, ma chi non vuole può tenerseli, tanto non servono a nulla da soli), ma che poi che redistribuiscono i profitti fatti con questi dati alle persone fragili che ne hanno bisogno e si impegna a non controllare alcun cittadino (garantendo la privacy).
Sarebbe anche il motto di Marx: “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e ci sarebbe una promozione progressiva dell’uguaglianza. Un’autentica rivoluzione che si basa, peraltro, non su un capitale generato dal lavoro ma dal consumo.
Si avvierebbe una nuova fase dell’umanità in cui per la prima volta nella storia l’accumulazione di capitale non è dovuta a Lavoro ma a semplice Consumo.
Del resto questo Capitale “documediale” è di proprietà di tutta l’umanità e singolarmente non ha alcun valore perché l’estrazione di valore avviene dalla elaborazione di masse ingenti di dati sui comportamenti dei cittadini che appartengono a tutti. “Nel principio era l’atto” disse Goethe, suggerendo che è solo nell’azione e non nei propositi che noi riveliamo chi siamo (l’azione diversamente dalla parola non inganna).
In queste piattaforme digitali documediali la proprietà privata dei dati cessa di avere un valore ed è per questo che la definiamo “comunista”.
Il liberalismo (capitalismo) si è sviluppato fino ad oggi in quanto “ha chiesto a ciascuno secondo le sue capacità” e non è stato difficile farlo, sfruttando l’interesse personale (particulare diceva Guicciardini) e il talento di ciascuno. Il fatto è che oggi vive una fase di crisi perché la gente rifiuta sempre più le sopraffazioni, il colonialismo, gli strapagati e i sottopagati e non ne può più di un mondo di pochi ricchi che ci governano.
L’aggressione della Russia all’Ucraina (che va condannata), è anche la reazione di un Resto del Mondo (Russia, Cina, Brics) che non accetta più il dominio unipolare degli Stati Uniti, nato dopo la prima guerra mondiale e che ha portato Trump a cambiare di 180° la strategia degli Stati Uniti (ora dialogante con la Russia e che commercia anche con la Cina, pur escludendo i beni strategici). Cose che, incredibilmente, non fa la UE.
Secondo dati del 2019 al mondo lavorano 3,3 miliardi di persone, altri 200 milioni sono disoccupati e 800 milioni alla fame.
Ora per la prima volta nella storia si profila un potenziale “partito” non dei lavoratori ma dei consumatori (tutti noi che produciamo dati) e mentre il “merito” con cui si pagano i manager e le élite è dubbio, il bisogno di milioni di poveri e degli umani è universale ed equo.
Si potrebbe quindi dare la proprietà dei dati prodotti dagli europei a piattaforme create da imprese europee, come vuole fare Airbus, che ha bandito una gara di 50 milioni per assegnare solo ad una piattaforma europea la proprietà dei dati (togliendoli alle big tech USA) e facendo diventare gli europei i “proprietari dei mezzi di produzione”, che, in questo caso, sono di consumi. In tal senso parliamo di piattaforme comuniste.
L’Europa potrebbe creare benissimo queste piattaforme e un movimento di massa dei suoi cittadini che si rifiutano di cedere gratuitamente questi dati alle piattaforme delle multinazionali americane o cinesi, così come i nostri Comuni hanno lottato nel Medioevo contro i feudi e gli imperi. La gente è stanca di un liberalismo che inneggia alla libertà ma è privo di fratellanza e accentua le disuguaglianze e premia pochi attori dominanti (tecnofeudalesimo l’ha chiamato Yanis Varoufakis).
Il Comunismo voleva che la proprietà dei mezzi di produzione passasse ai lavoratori, ma è sempre stato “capitalista”, nel senso che ha sempre dato valore a Il Capitale, come del resto si chiamava l’opera principale di Marx. La Cina oggi è un caso di successo sui generis, nel senso che lo Stato controlla questo capitale, garantisce lavoro e sicurezza sociale (non troverete a Pechino o Shangai un mendicante), ma al prezzo di un controllo asfissiante dei suoi cittadini che è un incubo reale.
L’Europa ha invece approvato un Digital Services Act nel 2016 per cui gli utenti hanno diritto alla portabilità dei dati e facoltà di richiedere i propri dati alle piattaforme. I cittadini europei potrebbero quindi cedere volontariamente a queste piattaforme europee i propri dati a condizione che siano usati a vantaggio di tutti e dei più deboli. Inoltre si potrebbero far pagare (se ceduti) alle piattaforme liberali americane o cinesi.
Nel mondo ci sono già diversi paesi che hanno sviluppato una propria piattaforma pubblica dei dati come India, Giappone, Cile, Sud Corea, Kenya e Taiwan. Perché non lo fa l’Europa?
Sarebbe una terza va rispetto a Usa e Cina e troverebbe molto più consenso tra i suoi cittadini del riarmo, coinvolgendo le imprese private europee in un progetto guidato dalla UE. Si dirà: ma per fare questo servono incentivi alle imprese europee per creare piattaforme digitali a scala europea. Certo, ma sono fattibili (e infatti Airbus lo ha avviato), visto che ci sono moltissime aziende europee che lavorano in questa direzione. UE e singoli Stati (e Trump) hanno stanziato miliardi per spingere le imprese a trovare farmaci/vaccini effiicaci contro il Covid-19 e oggi lo si fa con le armi. Non si vede perchè non lo si dovrebbe fare per progetti di pace e di sovranità europea strategici per il nostro futuro benessere. Un’altra UE è dunque possibile.
Cover: Piattaforma digitale, Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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Non so se sia il fascino lontano dell’Ungaretti francese, quello della Guerre, con una lirica dedicata ad Apollinaire scomparso proprio nel giorno in cui, terminato il primo conflitto mondiale, per le strade di Parigi si gridava à mort Guillaume (“en souvenir del la mort que nous avons accompagnée / en nous elle bondit hurle / et retombe / en souvenir de fleurs enterrées”); se sia per i versi sulla malinconia di fredde serate nelle quali era un ‘colore di pianto’ a muovere e sfumare il paesaggio davanti agli occhi del poeta, flâneur notturno sul lungo Senna; certo è che la mia passione per quella città credo sia cominciata proprio da lì. Dal numero 5 della rue de Carmes, “appassito vicolo in discesa” frequentato da Mohammed Sceab, l’amico arabo che non aveva saputo sciogliere “il canto del suo abbandono”, dalla Rouche e dalla Montparnasse dell’École de Paris, da quell’insieme di artisti geniali venuti da ogni parte d’Europa, destinati per lo più a morire giovani di stenti, o per l’intolleranza e la guerra,
Per molti oggi non è facile immaginare la vita genialoide e bohémienne che si svolgeva intorno al carrefour Vavin tra La Rotonde, Le Dôme, La Coupole,.., eppure, per chi è capace di muoversi tra le soglie e ha un cuore che “batte al centro / di Parigi”, “nel cuore / del cuore di Parigi” (per citare i versi di un altro poeta, Giorgio Caproni, che ha dedicato alla città dove è nata la grande poesia europea una piccola e incantevole raccolta dal titolo Erba francese) è come se in controluce o in sovrimpressione fosse in qualche modo sempre presente anche quel mondo.
Non c’è bisogno neppure di ricorrere al passaggio dell’auto d’epoca che Woody Allen in Midnight in Paris fa arrivare fino al numero 27 della Rue de Fleurus, dove Gertrude Stein riuniva con profetica intuizione quanti in letteratura e nelle arti figurative avrebbero segnato la prima metà del secolo scorso.
Basta guardare con attenzione gli edifici II Impero del boulevard e le basse e semplici case delle strade vicine, osservare gli ateliers dalle grandi vetrate frequenti nel XIV arrondissement fino a Villa Seurat, farsi prendere dal fascino dei luoghi e dei nomi. In rue Campagne Première (una traversa del boulevard du Montparnasse, a pochi passi dalla Closerie de Lilas), dove Giuseppe Ungaretti abitò a partire dalla fine degli anni Dieci con la giovane moglie Jeanne Dupoix, di ateliers d’artists ce n’erano, a credere alla plaque commemorativa posta a lato del n. 9, quasi un centinaio.
Di sicuro in quell’articolato complesso a inizio secolo aveva vissuto il giovane Rainer Maria Rilke, vi era stato Rodin; Ungaretti deve avervi incontrato non solo Apollinaire, ma De Chirico, Picasso… Ai primi del Novecento al 13 bis viveva il pittore e incisore Bernard Naudin, all’angolo del Passage d’Enfer (che da Campagne Première porta al boulevard Raspail) il fotografo Eugene Atget.
Quasi in fondo alla strada, accanto a uno splendido edificio primo Novecento, l’hotel Istria ricorda ancora che nel clima effervescente degli anni Venti le sue stanze erano frequentate da Francis Picabia, Marcel Duchamp, Man Rey, Kiki de Montparnasse, Tristan Zara, Vladimir Majakovskij…, Elsa Triolet, la mitica Elsa, che in Il ne m’est Paris que d’Elsa Aragon avrebbe celebrato mentre usciva dall’hotel illuminando con la sua presenza tutta la via.
Nella seconda metà del secolo di rue Campagne Première si sarebbe ricordato Jean-Luc Godard che, nella scena finale di À bout de souffle (film manifesto della nouvelle vague), vi avrebbe fatto cadere sotto i colpi della polizia il suo protagonista, Jean-Paul Belmondo.
Insomma, se il passato porta con sé lo struggimento per quanto è perduto, prendendo in prestito il titolo di un bel libro di fotografie di Brassaï commentate da Patrick Modiano uscito da Hoëbeke nel 1990, si potrebbe parlare a buon diritto di un prolungato effetto Paris tendresse. In quel caso a raccontare una Parigi quotidiana di brasserie e bistro, di portinaie, suonatori di fisarmonica, giocatori di bocce, prostitute e macrò… erano delle fotografie.
E fotografie, sia pure di altro genere, si trovano nei romanzi di Modiano: ma sappiamo che la chambre claire (splendido titolo per un indimenticabile libro di Roland Barthes) conserva l’ultima testimonianza di quanto è esistito o di cui si sono smarrite le tracce. Per questo ogni scatto alimenta e nutre domande, contiene una storia sconosciuta che relativamente al momento fissato nell’immagine riguarda non solo il passato ma anche un futuro di cui non sappiamo e non sapremo mai niente.
Modiano, spesso a partire da fotografie, da lettere ritrovate, da frammenti di giornale ripescati per caso in camere d’albergo o in appartamenti abbandonati, ha ripercorso nei suoi libri una città attraversata dalle ombre del tempo dell’Occupazione.
Ci ha parlato di sbandati, di apatridi, di falliti, di balordi vissuti tra il mercato nero e la delazione che pure esercitano una strana fascinazione su protagonisti adolescenti tormentati dal desiderio di sapere e dalla nostalgia lasciata in loro da una sorta di genetica orfanità. Giovani che cercano di scoprire qualcosa della generazione che li ha preceduti, delle cui colpe portano un non meglio precisato rimorso, e che ripercorrono quartieri scomparsi mentre una memoria intermittente li riconduce sulle tracce di vicende irrisolte e di un’infanzia perduta.
Intorno una Parigi notturna (per lo più da rive droite) percorsa da un’umanità in fuga non troppo dissimile da quella che si intravede in Automne à Berlin di Joseph Roth, singolare libro non a caso apparso in traduzione francese nel 2000 con una premessa di Patrick Modiano. Insomma il nostro autore (a cui è andato nel 2014 un meritato Premio Nobel per la Letteratura) ha sempre posto Parigi al centro dei suoi romanzi affidando alla inconfondibile petite musique della sua prosa la nostalgia per un mondo scomparso.
Ma la rive gauche che tanto mi intriga, i suoi personaggi la percorrono di rado, a meno che non si tratti degli spazi più a sud: il boulevard Jourdan, i dintorni del Parc Montsouris, della città universitaria… Arriva adesso, a inserirla a pieno diritto nella ricerca, nel percorso di Modiano, un nuovo libro (70bis entrée des artistes, Paris, Gallimard, 2025), scritto in collaborazione con un giovane musicista (Christian Mazzalai). Non si tratta di un romanzo, piuttosto di un cahier di appunti fuori formato, di una raccolta di brevi schede corredata da fotografie, che riesce però, a dispetto della stringatezza, a restituire assieme e tramite minuscoli pezzi di cronaca, il sapore di un’epoca.
Non ho resistito, appena acquistato il libro, a percorrere più di una volta rue Nostre-Dame de Champs tentando di vedere cosa si nasconde davvero dietro il cancello del 70bis, sperando, se non di incontrare l’autore, che pure deve esserci passato parecchie volte per interrogare il passato, almeno di vedere il vero ingresso di quell’affollato complesso di ateliers dove, nell’arco di tempo che va dal II impero agli anni Sessanta del Novecento, sono passati almeno duecento artisti.
Alcuni per rimanervi a lungo, altri per salutare soltanto qualcuno (il caso di Proust, in visita a un pittore americano che gli avrebbe ispirato la figura di Elstir…). Tanti personaggi originali (tra questi il cowboy che scorrazzava a cavallo per quello che all’epoca non era che un “Chemin Erbu”, un sentiero di campagna nel ‘village’ di Monparnasse); molte donne, per lo più straniere, che venivano dalla Scandinavia o dal sud America attirate dalla vivacità del quartiere, dai teatri, dalla musica, dall’ebrezza della libertà…
Di tutti Modiano ricostruisce, a partire dai pochi dati disponibili, la storia, scruta i luoghi, le fotografie. Ad emergere è uno strano, ininterrotto corteo di ombre. Pittori, scultori, artisti dai nomi mitici (Courbet, Camille Claudel…), grandi scrittori e poeti (Stevenson, George Sand, Hemingway…, Ezra Pound, Eliot…), autori di feuilleton (Xavier de Montépin…), musicisti (Berlioz, Rossini…), assieme ad altri oggi completamente dimenticati.
Tante presenze che si incrociano, si perdono… Se gli anni, i volti si confondono, se i dati mancano o hanno bisogno di essere completati, a guidare la ricerca può essere perfino l’annuario Didot-Bottin, ‘telegrafico’ elenco dei pittori e scultori che abitavano la rue Notre-Dame de Champs nell’ultimo decennio del Novecento. In quel repertorio se ne trovano schedati una sessantina, altri sono stati rintracciati tramite avvisi per ricerche di lavoro (le strisce di giornale che tanto sarebbero piaciute anche a Christian Boltanski), altri ancora perché citati in atti giudiziari, in lettere. Modiano, spingendosi indietro nel tempo, tenta di rintracciarli tutti, con quella pietas che, nutrendo i suoi quesiti, accompagna il desiderio di salvare tutto quanto un tempo ha avuto spazio nel mondo…
Mentre si chiede instancabilmente cosa succedeva in quegli anni, in quei decenni al 70 bis, il nostro scrittore allarga progressivamente il cerchio della ricerca fino allo studio di Zadkine in rue d’Assas e, dall’altra parte del boulevard, fino al Museo Bourdelle, dove si era costituita l’Académie de la Grande Chaumière, fino alla Torre di Montparnasse, la cui costruzione nei primi anni Settanta aveva stravolto il quartiere con la sua stazione ferroviaria, frequentata da passeggeri frettolosi e da gente che non abita più la ville.
“Paris change! mais rien dans ma mélancolie / N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs, / Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie / Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs”, aveva scritto Baudelaire in una delle sue liriche più famose. Mai come oggi, mentre sono sulle tracce di Modiano, quelle parole mi sono sembrate profetiche, non solo per Parigi ma per tutte le grandi ‘capitali’ intellettuali d’Europa. Modiano, da parte sua, in singolare sintonia con la malinconia di Le Cygne, chiude il suo libro domandandosi per quanto tempo ancora ci si ricorderà di quegli indirizzi, di quel mondo, ed eleva un ultimo, commovente epitaffio, oltre i luoghi, a quei nomi, a quell’umanità, e al numero che l’ha vista passare…, il 70 bis rue des artistes.
Immagini nel testo e copertina (al 70bis): © Anna Dolfi
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Anche qui, in questa stanza da ridipingere
Sotto stelle comprate dai cinesi
Senza “amore” scritto in copertina
Solo noi
Le mani allacciate
La testa sulla tua spalla
Ondeggiando
Venti. Trenta gocce
Un lunghissimo sorso di jazz
Cover: Foto di Bernard-Verougstraete da Pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
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In un articolo del 1950 Dorothy Day – giornalista e attivista sociale e pacifista statunitense che nel 1933 fondò assieme al contadino francese Peter Maurin prima un giornale e poi il Movimento dei Lavoratori Cattolici – spiega il perché dell’importanza dalla scrittura: «Scrivere è un atto di comunità. È una lettera che serve a confortare, a consolare, ad aiutare, a consigliare da parte nostra e a chiedere da parte vostra. Fa parte dell’associazione umana che ci lega. È un’espressione dell’amore e dell’interesse che abbiamo gli uni verso gli altri» (Jim Forest, Doroty Day. Una biografia, Libreria Editrice Vaticana; Jaca – Book, Milano 2011, 119-120).
La scrittura deve portare ad agire e il giornalismo deve essere capace di parlare alle persone reali, a eventi reali in una dimensione spirituale. Scrittrice d’inchiesta aveva sempre con sé un quaderno ove appuntava i propri pensieri con la stessa naturalezza – come annota il suo biografo – con cui respirava. Scrive di lei Jim Forst: «Dorothy amava le parole, godeva di come si potessero cucire insieme per far cambiare le stagioni, saltare attraverso lo spazio e il tempo o semplicemente descrivere le cose quotidiane che trovava più attraenti», (ivi, 25).
La sua è una scrittura “rivoluzionaria” oltreché comunitaria: «abbiamo bisogno di una rivoluzione che cominci adesso… Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce fino a quando non saremo messi a tacere – e anche allora, in prigione o in campo di concentramento, dovremo ancora esprimerci» (Giulia Galeotti, “Siamo una rivoluzione”. Vita di Dorothy Day, Jaca Book, Milano 2021, 9; 259».
Ma per lei scrivere era anche un atto di amore, una forma di preghiera: «Scriviamo in risposta a ciò che ci sta a cuore, a ciò che riteniamo importante, a ciò che vogliamo condividere con gli altri. (…) Qual è la distinzione tra scrivere e fare ciò che alcune persone fanno? Ognuno è un atto. Entrambi possono essere parte della risposta di una persona, una risposta etica al mondo», (ivi, 270).
Lo scrivere come un atto di comunità, come una tessitura esistenziale di vite e eventi intimamente connessi. Tutto ciò mi ha fatto pensare all’evangelista Matteo, lo scriba esperto di scrittura, lettura e contabilità, il cui vangelo ci accompagnerà nel nuovo anno ogni domenica. Lo ha composto modellando l’esistenza di Gesù sulla Torà mosaica, la legge di Mosè, i primi cinque libri della Bibbia ebraica.
Gesù messia è per lui la Torà vivente, che Egli salvaguarda, ridandole fondamento e pienezza di rivelazione. Come nuovo Mosè, Gesù insegna il grande comandamento da cui dipendono sia la Torà che i Profeti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso». (Mt 22, 36-39). Un insegnamento che prelude al dono della sua vita: una nuova alleanza nel suo sangue versato che riconcilia perdonando (Mt 26, 28).
Matteo dispone e sviluppa così l’insegnamento di Gesù in cinque grandi discorsi: le beatitudini dal monte; il discorso missionario; quello delle parabole del Regno, il discorso comunitario e quello escatologico della venuta del regno di Dio.
Nel suo vangelo Matteo inserisce queste parole di Gesù come rivolte anche a se stesso: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matteo 13,51-52). L’espressione “Cose nuove e cose antiche” (il Vangelo, la Legge e i Profeti), si riferisce al fatto che Matteo, che scrive per una comunità di giudeo-cristiani, attraverso citazioni, dette di compimento, intende mostrare come in Gesù le promesse antiche, la legge stessa di Mosè, le profezie messianiche hanno trovato pieno adempimento in lui.
Salvaguardare l’antico nel nuovo intimamente connessi è la premura di Matteo: quella di non perdere nulla delle scritture ebraiche declinandole nella vita del Figlio di Dio. Così la sua scrittura diviene un’opera di tessitura tra le promesse di Dio e il loro compimento in Gesù, un atto di ospitalità nelle parole nuove delle parole antiche.
Da uno sguardo complessivo gli studiosi hanno notato la grande inclusione tra l’inizio e la fine del suo vangelo. “Con” è preposizione di relazione, le espressioni “con noi”, “con voi”, “in mezzo a voi” strutturano anche l’itinerario e l’intreccio testuale del suo vangelo che declina come tema dominante l’impegno etico.
Ciò nondimeno il vangelo di Matteo non può essere assimilato a una semplice raccolta di insegnamenti e norme etiche. Tutto è visto alla luce della svolta pasquale, dell’esistenza concretissima del Nazareno, umiliato e crocifisso, della fede in lui che genera la sequela dei discepoli e la loro missione di annuncio del Risorto alle genti. L’intreccio strettissimo tra passato e presente della storia di salvezza, la tessitura tra memoria e proclamazione del vangelo della risurrezione, fanno di Gesù non solo un maestro o un legislatore ma il salvatore: il suo nome Gesù significa Dio salva, è salvezza del suo popolo (Mt, 1, 21).
Il biblista Alberto di Mello, a proposito di questo, evidenzia con altri: «la grande inclusione tra il nome di Emmanuele dato a Gesù secondo la profezia di Isaia, che è spiegato come significante “Dio con noi” (1,23), e la promessa rivolta ai discepoli dal Risorto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20)» (Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon, Mangano [TO] 2025, 40).
Così questa inclusione tra l’inizio e la fine, presuppone che vi sia una struttura testuale convergente in un centro, le parabole del regno e, negli stessi vangeli dell’infanzia vi è una prefigurazione di quelli della passione e della Pasqua. Nella storia di Gesù e nella sua itineranza dentro e fuori le strade della Palestina, dall’Egitto a Nazareth, dalla Galilea a Gerusalemme, Matteo fa rivivere la storia dell’esodo, la pasqua ebraica, l’itineranza nel deserto verso la terra promessa. Così Gesù realizza nel testo matteano anche la promessa di Dio per bocca del profeta di Osea che dice: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,15).
Al battesimo presso il fiume Giordano, Matteo indica che fin dall’inizio tutto il ministero e l’insegnamento di Gesù, in fila con i peccatori per essere battezzato da Giovanni, sono posti sotto il segno della giustizia. Egli è venuto infatti ad adempiere ogni giustizia e al Battista che vorrebbe trattenerlo Gesù risponde: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15).
Una giustizia che non consiste nell’osservanza formale, esteriore della legge mosaica, ma comporta e chiede un’adesione totale del cuore, della vita alla parola di Dio. L’ipocrisia sta agli antipodi della giustizia e Gesù citerà il profeta Isaia dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15, 8).
La giustizia richiede unità e integrità del cuore, piena corrispondenza tra il “dire” e il “fare”. Si tratta di una giustizia profondamente intrecciata con la misericordia e la compassione, così come testimonia la parabola del giudizio finale di Matteo che indica i giusti come coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, visitato i carcerati, ospitato gli stranieri, assistito gli ammalati.
Ci fa notare ancora Alberto di Mello nel suo commento a Matteo «che il verbo “compiere” (pleroo) viene usato da Matteo in due sensi: per realizzare nella vita di Gesù le profezie dell’AT (citazioni di compimento); oppure per radicalizzare le esigenze della Torà (discorso della montagna). In questo caso, entrambi i sensi sono presenti, perché “compiere ogni giustizia” non si contrappone a “compiere l’ingiustizia” ma a “compiere una giustizia parziale”, non tutta la giustizia» (ivi, 98). «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 5,20).
Per essere annunciatori del Regno di Dio, i discepoli sono allora chiamati a una giustizia più grande, quella che ricorre, come parola chiave, nel discorso del monte introdotto dalle Beatitudini. Essa ha valore di fedeltà, coerenza della nostra obbedienza alla parola di Dio e alla giustizia secondo il Regno. Il discorso passa poi dalle beatitudini all’invito a una “giustizia più abbondante”, più radicale rispetto a quella della Torà veterotestamentaria.
Non v’è da temere. Per non sentire le beatitudini e tutto il discorso del monte fuori dalla nostra portata, impossibile da vivere, il discepolo deve vedere prima di tutto nelle beatitudini la stessa vita esemplare di Gesù. La giustizia abbondante è lui. La grazia oltre ogni misura è lui, riversata nelle sue relazioni con la gente e donata ai suoi amici. Le beatitudini altro non sono che la sua vita e la grazia del Padre suo esondante verso l’umanità.
Come al Giordano in fila con i peccatori così è lui che dobbiamo vedere in fila con i poveri, all’ultimo posto, con gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, con quelli che non hanno un cuore doppio, che praticano la pace e subiscono ingiustizia per la causa dell’uomo e la sua dignità.
La parabola dei lavoratori della vigna, dove si viene accolti al lavoro anche all’ultima ora, ricevendo comunque lo stesso salario pattuito dal fattore con i primi, suscitando le loro mormorazioni, è il testo più rappresentativo di questa giustizia superiore, non commisurativa perché legata ai bisogni anziché ai meriti. È la “misura traboccante” di Dio, che si scontra fortemente con l’aspettativa e la logica umana.
Il padrone della vigna rispondendo a uno degli operai della prima ora, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io buono?» (Mt 20, 13-15).
Giustizia ristretta è amare il prossimo e odiare il nemico con diceva la Torà. In Gesù dobbiamo vedere quella sovrabbondante di colui che ama i nemici e prega per loro, al pari del Padre suo e nostro che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 43). Come lui è l’invito di Gesù ai suoi amici.
La misura per il discepolo è il maestro. E per raggiungerla egli propone, per rapportarsi con giustizia agli altri, di tenere come misura se stessi. Questa è la regola d’oro di Matteo da cui partire; le parole di Gesù: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (7, 12).
Gesù è così la misura del discepolo: «Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi» (7, 1-2). Giustizia stretta è quella calcolatrice, che impone rigidezze agli altri, chi la praticherà riceverà una misura stretta. Ad una giustizia superiore di apertura e di dono corrisponderà invece quella sovrabbondante del Padre la cui misura è una smisuratezza incommensurabile.
«Entrate per la porta stretta. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,13-14). È Gesù la porta stretta, quella di una giustizia come amore sovrabbondante, quella della sua passione di amore irreversibile che ha ribaltato la porta chiusa della morte.
Una giustizia senza amore è ingannatrice e rapace; è come un albero sradicato, decaduto: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Dai loro frutti dunque li riconoscerete» (Mt 7,15-20).
Ci ha ricordato Romano Guardini che «un albero è una cosa primordiale; pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!» (Diario, Morcelliana, Brescia 1983, 113). Così mi sono domandato quale potrebbe essere l’albero in grado di rappresentare il vangelo di Matteo?
In riferimento al discorso comunitario di Matteo e a quello parabolico, ho pensato al tiglio/tilia. Il nome botanico deriva dal greco ptilon (“ala”) o ptileia (“olmo”), per le sue foglie che vicine al fiore lo proteggono e poi fanno da ala ai frutti quando vengono portati via dal vento. In archeologia è una sottile lamina d’oro o argento che riveste statue e oggetti. Scrive del tiglio Mario Rigoni Stern ne L’Alboreto selvatico: «Il tiglio era anche chiamato ‘albero di giustizia’ perché attorno ad esso si riunivano i saggi a sentenziare» (Einaudi, Torino 1991, 36).
In una poesia di Franco Arminio il senso è ancora più esplicito:
Il tiglio di Rocca San Felice
non è al centro della piazza,
è la piazza stessa.
Fuori dalla sua ombra
il paese è già periferia.
(Cedi la strada agli alberi, in Poesia degli alberi, Luca Sossella editore/ MML srl, Lavis [TN], 2022, 984)
Piantato nella piazza centrale dei villaggi e delle città dell’Europa centrale e settentrionale, il tiglio era considerato albero della comunità perché simboleggiava la coesione sociale, la protezione e l’unità di una collettività. Sotto questo albero testuale Matteo scrive per la sua comunità e lì trova coesione la tradizione giudeo-cristiana, l’antico e il nuovo, unitamente alle aspirazioni alla giustizia e la vita dei “gentili”, i pagani e quelli di fuori, neocomunitari.
Nel vangelo di Matteo ci si può riferire pure ad un altro albero come simbolo della dinamica universalistica che lo anima: l’apertura della salvezza anche ai non ebrei, ai pagani, agli stranieri, “molti da oriente e occidente siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli” (8, 11). Un’accoglienza e un’ospitalità universale per tutte le genti.
Già da subito il vangelo si apre con una genealogia di Gesù che inizia chiamandolo figlio di Davide, suo discendente, ma al contempo egli è detto pure figlio di Abramo, il padre di tutti i credenti. Così l’universalismo, già presente nei profeti, ora è portato a compimento con la nascita di Gesù. Così le promesse di Dio non restano un privilegio di pochi, ma si allagano a tutti i popoli.
La genealogia di Gesù è strutturata in tre tappe, ognuna composta da 14 generazione. Tutto ciò indica una perfezione numerica: 14 è il doppio di 7 (il numero della perfezione) e tre serie di 14 indicano che la storia in Gesù ha raggiunto la sua pienezza definitiva. È una genealogia inclusiva, senza frontiere, sottintende l’universalismo della salvezza; meticciata poi, una mescolanza di culture e popoli.
In essa stranieri e irregolari secondo la legge e quattro donne entrate nella storia di salvezza, nella discendenza, per la loro fede, fino a giungere a Maria, colei che ha creduto alla Parola. Pensiamo poi ai Magi venuti dall’Oriente nei racconti dell’infanzia. E ancora a Gesù rabbi degli sconfinamenti anche esistenziali; l’universalismo nel grande mandato finale dopo la risurrezione, ai discepoli: un vangelo da portare a tutti i popoli.
Anche il titolo con cui Gesù amava designare sé stesso abitualmente, Figlio dell’uomo, ha una connotazione di singolarità e universalità insieme. Ispirato alla visione apocalittica di Daniele 7,13 è rimodellato da Gesù sulla sua persona; dice di colui che è qui tra noi con la sua umiltà e povertà: “il Figlio dell’uomo non ha neppure un sasso dove posare il capo” (8,20); egli è il Figlio dell’uomo sofferente ricordato negli annunci della passione, “venuto per servire e dare la vita per tutti” (20,28).
Nello stesso tempo tuttavia Gesù è il Veniente da Dio, il Figlio dell’uomo glorioso seduto su un trono di gloria che verrà nel tempo ultimo a dare compimento alla storia. Così nella figura del Figlio dell’uomo vengono a coincidere colui che è il più alto presso Dio come nella visione di Daniele e al contempo colui che più di tutti si è anche abbassato, impastato di umanità al punto di identificarsi con gli uomini più sofferenti: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero forestiero mi hai accolto, prigioniero e malato visitato… tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cfr. 25,31-46).
Matteo non tralascia infine, nel suo vangelo, di narrarci degli incontri di Gesù proprio con i lontani e gli esclusi, gli emarginati e quelli che non hanno alcuna appartenenza al popolo di Israele ma vi dimorano ai margini, esaltandone soprattutto la grandezza della loro fede: il centurione romano (8); la donna cananea (15); la chiamata stessa di Matteo e il pranzo con i peccatori (9,9-13); l’incontro con gli indemoniati (8,28-34); con i malati, i lebbrosi, le donne, i bambini.
Per questa apertura e accoglienza all’altro, allo straniero accolto, il vangelo di Matteo potrebbe essere ancora rappresentato dall’albero del noce, sia per l’etimologia che per il suo simbolismo cristologico e mistico.
L’espressione “lo straniero tra noi” la troviamo nel nome inglese del noce, detto “Walnut”; in antico inglese, la radice wal- significava “straniero” Wales (Galles): la terra degli “stranieri” (per gli Anglosassoni) e “Nut” (hnutu), significa semplicemente frutto con guscio. I Romani la chiamarono “wal-hnutu”, ovvero la “noce che viene dagli stranieri”. La noce allora diventa il frutto che viene da fuori, ma che ora è qui con noi. La noce divisibile in due parti tiene uniti due mondi, così come la genealogia meticciata proposta da Matteo tiene insieme la radice ebraica e l’innesto universale.
Il noce «ama la luce, predilige i terreni profondi, freschi e fertili. Albero socievole ma non da bosco perché l’ombra densa lo farebbe deperire; per questo lo troviamo accosto alle case, nelle alberature campestri, nelle vallicelle, nei campi o nei pascoli» (Rigoni Stern, ivi, 77). Così è similmente dell’albero genealogico di Matteo che si espande: parte da un seme piccolo (Abramo) e viene progressivamente alla luce, generazione dopo generazione e diventa un’ombra di luce, una dimora sotto cui possono riposare tutti i popoli.
Il riferimento biblico alla noce lo troviamo nel Cantico dei Cantici 6, 11; dice l’amata: «Sono scesa nel giardino delle noci, per vedere i germogli della valle, per osservare se la vite era fiorita e i melograni erano in fiore», che ispirerà la letteratura dei spirituali medievali. Già sant’Agostino nel Sermone 112 indicava la noce come simbolo di Cristo. Il mallo sta per la carne di Gesù, la sua umanità; il guscio allude alla croce e al suo patire, il gheriglio alla sua divinità.
Nel XII secolo, Ugo di San Vittore (1096–1141), riprende il simbolismo di Agostino a partire dal commento al Cantico, 6,11: «La noce è Cristo. Il mallo della noce è amaro: così la carne di Cristo fu amara nella passione. Il guscio della noce è duro: così la croce di Cristo fu dura nella morte. Il gheriglio della noce è dolce: così la divinità di Cristo è dolce nella beatitudine». Per il monaco Ugo il simbolismo della noce ci insegna pure a leggere le Scritture, dove la corteccia è il senso letterale del testo, il gheriglio il senso spirituale a cui si giunge rompendo il guscio attraverso la meditazione, l’orazione, la contemplazione, l’azione che guideranno mediante la fede all’incontro con il Cristo.
Ode all’albero, antico simulacro,
che nell’eterno silenzio s’alza,
custode d’ombre e di segreti arcani,
tra le brume d’un giorno immobile.
Le sue fronde s’intrecciano al cielo,
ricami d’ebano e foglie cerulee,
dove il vento, spirito errante,
sussurra ballate dimenticate. …
Oh, albero di noci, ieratico e muto,
scolpito nei miti, avvolto nel mistero,
sei il portale d’un mondo lontano,
dove l’anima sfiora l’infinito.
(Maurizio Trapasso: https://www.aphorism.it/poesie/l-albero-di-noci/).
Non temere di prendere con te le Beatitudini, facendolo vedrai la Sua vivente Icona e a te correranno le sue parole.
Nel suo testo Il Figlio dell’uomo, (Tutte le poesie e i racconti, Newton Compton editori, ebook, Roma 2012, 161), Kahlil Gibran poeta libanese (1883-1931) fa parlare i personaggi del vangelo, tra cui Matteo, proprio sulle Beatitudini e sul Padre nostro.
«Un giorno, nel tempo del raccolto, Gesù ci chiamò a sé sulle colline, insieme ad altri compagni. La terra spandeva fragranze e, come nel giorno delle nozze la figlia di un sovrano, risplendeva di tutte le sue gemme. Il cielo era il suo sposo.
Gesù sedette in mezzo a noi.
E Gesù disse: “Beati i sereni in spirito.
Beati coloro che non sono schiavi delle ricchezze, perché saranno liberi.
Beati coloro che serbano memoria della loro pena, perché nella pena attendono la gioia.
Beati coloro che hanno fame di verità e di bellezza, perché la loro fame porterà pane, ed acqua fresca la loro sete.
Beati i miti, perché dalla loro mitezza saranno consolati.
Beati i puri di cuore, perché saranno una cosa sola con Dio.
Beati i misericordiosi, perché avranno in sorte la misericordia.
Beati coloro che operano per la pace, perché il loro spirito dimorerà al di sopra della battaglia, ed essi trasformeranno il cimitero dei poveri in un giardino.
Beati coloro che sono inseguiti, perché avranno ali e veloci saranno i loro piedi.
Esultate e rallegratevi in cuore, perché avete trovato il regno dei cieli dentro di voi
… Alla fine parlai; e dissi: “Vorrei pregare, ora. Ma la mia lingua è pesante. Insegnami Tu a farlo”. E Gesù disse: “Quando desideri pregare, lascia che sia la tua fede a pronunciare le parole. Ecco, la mia fede ora mi induce a pregare così: Padre nostro che sei in terra e in cielo, sia santificato il Tuo nome. Sia fatta la Tua volontà, in terra e in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Perdonaci nella Tua misericordia, elargiscici il dono di saperci perdonare l’un l’altro. Guidaci sino a Te, e nell’oscurità tendici dall’alto la Tua mano. Perché Tuo è il regno, e in Te è la nostra potenza e il nostro compimento».
Stava calando la sera e Gesù si incamminò giù dalle colline, e noi tutti lo seguimmo. E mentre lo seguivo, io ripetevo la Sua preghiera, e tutto ciò che aveva detto mi tornava alla mente: perché sapevo che le parole, cadute quel giorno come fiocchi di neve, erano destinate a posarsi e a farsi resistenti come cristalli, e che le ali che si erano librate sopra il nostro capo avrebbero scosso la terra come zoccoli di ferro» (ivi, 161-162).
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Le immagini[1] di una festa tra le donne del villaggio di Timbulsloko trasmettono gioia. I loro sorrisi spontanei sembrano sereni, soprattutto se si pensa che queste donne, e l’intera comunità, vivono costantemente, ogni giorno, con i piedi nell’acqua. Timbulsloko è un villaggio costiero indonesiano, sull’isola di Giava, a quattrocento chilometri a est di Jakarta, che sta sprofondando a causa dell’innalzamento del mare, delle maree e della subsidenza del terreno. Anche così si manifestano i cambiamenti climatici nelle aree povere del pianeta, dove la resilienza significa letteralmente cercare di “restare a galla”, basandosi sulle proprie forze e sulla condivisione di esperienze, come ci rammenta il neuropsicatria Boris Cyrulnik.
L’Indonesia è uno dei paesi ad alto rischio, a causa delle inondazioni fluviali e marine che colpiscono le aree urbanizzate, prodotte dall’innalzamento del livello del mare. Il paese ha ottantamila chilometri di coste e diciassettemila isole, dove vivono numerose comunità in territori deltizi con quote del suolo molto basse. Una popolazione in gran parte marginale, come quella che abita la megalopoli Jakarta, capitale del paese per la quale è in corso un controverso progetto di delocalizzazione nella foresta del Borneo.
In contesti di tale natura non ci sono Nature Based Solutions (NBS) che tengano, se non si cambia la tendenza all’irrigidimento delle coste attraverso barriere e dighe. Se non cambiano i modelli di intervento che privilegiano le soluzioni più rapide e dunque più rigide ma più semplici e si continua a urbanizzare territori fragili come quelli dell’isola di Giava.
Progettare con la natura (questo è il senso delle NBS) significa prendere in conto anche i tempi della sedimentazione fisica e culturale e promuovere politiche territoriali e ambientali in controtendenza con quanto fatto finora. La soluzione non potrà essere solo tecnica, presuppone chiare scelte politiche sui modelli di futuro da perseguire.
A livello governativo si è proposto di evacuare gli abitanti, ma la comunità, in quel villaggio, ha i propri affetti e ricordi. Tra questi vi sono anche i luoghi della memoria collettiva, come il cimitero che sta scomparendo sotto l’effetto dell’innalzamento delle acque, e che gli uomini del villaggio, con caparbietà e arte dell’arrangiarsi, cercano di mettere in salvo.
La quotidianità a Timbulsloko è pesante perché rappresenta una situazione che noi, pensando ai nostri territori deltizi a rischio d’inondazione, potremmo individuare come un futuro possibile; ma per loro questo futuro è già reale. Non è l’effetto di un evento improvviso, ma un processo lento, continuo e irreversibile, che si poteva certamente prevedere, del quale eravamo già stati messi in guardia, ma che si è scontrato – e lo fa tuttora – con politiche e politici incapaci di assumere la complessità dei tempi presenti attraverso forme adeguate di pianificazione e di previsione.
Le immagini del villaggio mostrano un insediamento completamente in balia di acque divenute permanenti. In passato era un territorio fertile, ricco di risaie, ma anche ricco di mangrovie, distrutte per favorire lo sfruttamento del suolo, l’acquacoltura e l’insediamento umano. Le mangrovie costituiscono un ambiente ricco di relazioni ecologiche, un sistema dinamico che svolge funzioni fondamentali: contenitore di biodiversità, protezione dei terreni retrostanti dalle mareggiate, trattenimento dei sedimenti necessari per consolidare la costa.
Se ridotte a relitti, a seguito di azioni di disboscamento o trasformate in tambak (territori bonificati, in malese-indonesiano), queste foreste acquatiche perdono la loro efficacia e scompaiono. Molti villaggi si sono ampliati o sono nati su terreni un tempo occupati da loro. Tale scomparsa consente alle onde di raggiungere più rapidamente la terra, poiché i sedimenti non vengono trattenuti, causando l’arretramento della costa. Le mangrovie non scompaiono a causa dell’avanzamento del mare, ma per effetto del disboscamento umano; pertanto, la loro eliminazione facilita l’ingressione marina. A partire dagli anni Ottanta, settecentocinquantamila ettari di foresta di mangrovia sono stati distrutti per creare bacini di acquacoltura nei tratti sedimentari più bassi della costa.
Per contrastare l’erosione costiera si sono costruite dighe che hanno peggiorato la situazione, riducendo l’apporto di sedimenti e quindi la difesa naturale. Se a questi fenomeni si aggiunge la subsidenza, generata dalla pratica diffusa della captazione capillare dell’acqua di falda, si chiariscono le ragioni dell’allagamento del villaggio di Timbulsloko.
La costa della reggenza di Demak, nella provincia di Giava Centrale, dove è sorto il villaggio, è di carattere deltizio, quindi, è giovane; il suolo è morbido, composto da argille e limi, e l’estrazione prolungata dell’acqua sotterranea ne provoca un abbassamento stimabile tra uno e due metri ogni dieci anni.
Nel villaggio allagato, la vita quotidiana inizia con i piedi nell’acqua e, nel corso dei decenni, i lavori più frequenti sono stati quelli di rialzare i pavimenti, costruendo tavolati di legno all’interno di edifici per lo più in muratura. Le maree alte, normalmente due al giorno, non sono estreme come nell’oceano Atlantico, e questo conferma che l’allagamento del villaggio e delle case è ormai la regola quotidiana.
I problemi drammatici da affrontare sono determinati da scelte di sviluppo sconsiderate, che non si sono interrogate sui loro possibili effetti. L’acquacoltura è certamente una delle cause della vulnerabilità dei territori costieri di Giava e del Demak: Un’acquacoltura ad alto rendimento economico e dunque ecologicamente devastante, anche a causa del massiccio uso di pesticidi, che non ha arricchito le popolazioni locali, essendo controllata da società economico-finanziarie esterne. La distruzione delle mangrovie e la costruzione di un paesaggio di bacini irrigiditi da arginature di terra hanno alterato le dinamiche sedimentarie, favorendo la progressione del mare.
Timbulsloko e gli altri villaggi costieri dell’area di Demak si configurano come insediamenti a nastro, urbanizzazioni lineari cresciute lungo un argine che un tempo attraversava, in direzione del mare, bacini di acquacoltura e risaie. Oggi la parte più prossima al mare appare, anche a una vista zenitale, completamente coperta dall’acqua, che lascia intravedere le sfumate geometrie dei campi e i minuscoli relitti di ciò che resta, dove un tempo le ampie fasce di mangrovia proteggevano la terra dal mare.
Si tratta di case basse, di un solo piano, in mattoni, organizzate lungo canali delimitati da massicciate di pietra coperte da terra costipata e trattenute da palizzate di legno e bambù, quindi facilmente erodibili. Il fenomeno erosivo era già chiaramente evidente nel 2003, probabilmente causato da diversi fattori: oltre che dalla diffusione degli stagni per la “coltivazione” di pesci e gamberetti, dall’irrigidimento delle strutture portuali della città di Semarang che, insieme alle dighe, costruite parallele alla costa, hanno influenzato i processi di sedimentazione fluviale, riducendo l’apporto di sabbia.
Come spesso accade, gli interventi per bloccare l’erosione costiera risultano contraddittori. Da un lato si continua con l’irrigidimento attraverso strutture in cemento che, nel lungo periodo, aggravano il problema; dall’altro si è tentata la riforestazione con le mangrovie, che tuttavia faticano a ricostituire un sistema coeso quando l’equilibrio sedimentario è compromesso, riuscendo, se va bene, a consolidarsi in alcune situazioni protette come frammenti isolati.
La vita quotidiana di questi villaggi è quindi anfibia, e lo è soprattutto all’interno delle abitazioni, dove l’acqua è una presenza costante che condiziona l’organizzazione di tutte le attività domestiche, più che all’esterno, poiché le “strade” del villaggio sono trasformate in passerelle di legno, regolarmente rialzate secondo le necessità. Si fa colazione, si prepara la cena, si conversa e si guarda la televisione sempre con i piedi nell’acqua. Diversi villaggi della regione sono stati evacuati; in altri si resiste, sempre più sfiduciati. A Timbulsloko, fino a qualche anno fa, vivevano circa centocinquanta famiglie: coltivavano riso, poi divennero allevatori di pesce, ma anche questo mercato è presto entrato in crisi. Oggi l’intera struttura urbana e sociale del villaggio è cancellata: la strada principale, le aree commerciali che erano anche luoghi di socialità, i parchi e i giardini.
Le riflessioni di Amitav Ghosh qui prendono forma e diventano luoghi che raccontano storie vere. Gli effetti del colonialismo, dello sfruttamento ambientale e del capitalismo estrattivo sono alla base della storia di questo e di molti altri villaggi.
Una violenza che a Giava si manifesta attraverso la distruzione delle mangrovie, l’irrigidimento di territori mutevoli e anfibi e la cancellazione di economie e culture locali per generare profitti a breve termine, lasciando, a chi resta, macerie e una difficile ricostruzione. C’è chi produce il rischio e chi ne abita le conseguenze, e a quest’ultimo si chiede anche di essere resiliente.
Si ritorna così allo snaturamento di grandi categorie come sostenibilità o resilienza, utilizzate ipocritamente dal neoliberalismo coloniale per giustificare nuove forme di rapina del territorio[2]. Se la resilienza diventa uno dei fondamenti di una politica territoriale, questo non può avvenire attraverso uno spostamento di responsabilità: da chi ha determinato, con azioni interessate e sbagliate, un processo di erosione costiera, a chi – la popolazione locale – deve farsi carico delle conseguenze, rialzando le case, convivendo con l’acqua e reinventandosi una socialità. Come cercano di fare le donne nella festa del villaggio di Timbulsloko, le cui risate non cancellano lo sguardo sconsolato di chi sta perdendo la propria vita.
[1] Le immagini a corredo dell’articolo sono fotogrammi del reportage della televisione ARTE: “Indonesia a villege threatened by floods”.
[2] Una riflessione sul tema della insostenibilità della sostenibilità in un articolo sul Giornale dell’Architettura: https://ilgiornaledellarchitettura.com/2025/11/18/sostenibilita-retorica-del-capitalismo/
In copertina: Timbulsloko, attivita di pesca – ARTE
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