FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Ho finito pochi giorni fa, incredula, Fame d’aria di Daniele Mencarelli. Pensando ecco un bel romanzo, scritto con lo stile asciutto che piace a me: le frasi composte da poche parole precise, con una carica definitoria che non viene mai meno, col piccolo incanto che dà la nitidezza.
Questa è la storia di un padre che viaggia su un’auto scassata insieme al proprio figlio, Jacopo, affetto da una grave forma di autismo, ed è una storia che dura tre giorni in un paesino sconosciuto del Molise, tra i pochi paesani che non sono emigrati. L’auto ha avuto un guasto serio e Pietro col figlio Jacopo si è dovuto fermare alla locanda “Da Arturo”.
Era in viaggio verso Marina di Ginosa. La versione che sappiamo dalle prime pagine è che andava a festeggiare presso i parenti della amata moglie Bianca il loro anniversario di nozze.
Sono sposati da una ventina d’anni, li ha fatti innamorare il mare e proprio nell’acqua si è lanciato Pietro quando lei gli ha detto sì.
La nascita di Jacopo, però, ha scaraventato entrambi all’inferno. Lo comprendiamo dai gesti e dai pensieri che il narratore onnisciente mette sulla pagina, mentre Pietro si arrende alla sua vecchia Golf con la frizione saltata. Mentre occupa la camera della locanda e si prende cura del figlio, che tra sé e sé chiama “lo Scrondo” con una parola piena di rabbia.
Jacopo non ha quasi nessuna autonomia, è bello ed è alto ma non parla. Gli occhi, scuri, guardano con eterno stupore le cose e le persone, inerti e lontani. Jacopo va seguito a ogni passo, va tenuto calmo negli ambienti dove ci sono persone e c’è movimento, gli va cambiato il pannolone quando ha fatto i bisogni.
In sala da pranzo Pietro è costretto a esporsi e a esporre il figlio. Arrivano inevitabili le occhiate dei presenti, la domanda sulla malattia di Jacopo. Pietro bara e si difende dicendo fandonie: che lui e la moglie hanno accanto una famiglia che li aiuta a gestire il ragazzo, che hanno anche una vita di relazione e che sono entrambi contenti di incontrarsi in Puglia per festeggiare la loro ricorrenza.
Non potrebbe trovarsi davanti la pietà di Agata che gestisce bar e albergo faticando tutto il giorno, non potrebbe tollerare di rompere la crosta in cui si è imbozzolato in tanti anni di delusioni: le terapie per Jacopo che non hanno avuto gli effetti sperati, la malattia rimasta grave e gli aiuti che mancano, la lotta contro Dio che non ha dato spiegazioni a questo dramma.
I soldi che non ci sono più per mantenere la vita familiare, i debiti che si sono accumulati, anche quelli senza lasciare speranza.
Quando conosce Gaia, la cameriera dell’albergo, Pietro avverte che il suo sorriso ha la forza di un raggio di luce che gli procura spaccature: la crosta si spezza e lui tira fuori dal fondo le sue verità.
Più di ogni altra cosa lo fa vacillare la meraviglia del tramonto visto da una radura affacciata sui monti: “Pietro, violentato dal destino, regredito a una vita senza bellezza, si porta una mano sulla bocca” e a Gaia che lo ha condotto fino a lì sa dire “Grazie”.
Cade la pioggia per il resto del tempo che padre e figlio trascorrono a Sant’Anna del Sannio, in attesa che l’auto venga riparata. La mattina del lunedì, giorno della ripartenza, diluvia addirittura.
E con la pioggia entra nella storia una forte componente simbolica . È una pioggia che lava via le bugie di Pietro e si porta dietro la sua solitudine rabbiosa.
Il finale, come dicevo nell’incipit, mi ha lasciata incredula per la teatralità che un po’ bruscamente immette nel racconto.
Dunque l’auto è riparata ma bisogna aspettare un ultimo controllo, mentre Gaia svela a Pietro che cercando in internet ha saputo tutto di lui e del figlio, ora ricercati dopo l’allarme che ha dato la moglie Bianca in seguito alla loro fuga. Altro che festa per l’anniversario, Pietro sta andando a farla finita insieme a Jacopo, ancora una volta gettandosi nell’acqua per passare “di là”: “Voi non capite. Se lui non sarà mai come me, io diventerò come lui” grida Pietro a Gaia e ad Agata.
Insieme al meccanico Oliviero le due donne stanno cercando di trattenerlo in attesa che arrivi la macchina dei carabinieri su cui viaggia Bianca.
Intanto Jacopo si allontana sotto il diluvio e Pietro che lo cerca sull’asfalto scivoloso della strada fantastica di assistere alla sua morte e più di ogni altra cosa scopre di non volerla. Crolla in lui il muro di rabbia e di odio e si ritrova padre.
In un racconto da leggere a Natale ci sta perfettamente un messaggio di rinascita. Ci sta anche che Agata proponga a Pietro di trasferirsi a vivere alla locanda, dove il posto non manca e nemmeno il lavoro: come dire che i cuori buoni arrivano dove il radar dell’assistenza sociale ha già abbondantemente fallito.
Nota bibliografica:
Cover: https://pixabay.com/it/images/search/il%20mare/
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
L'articolo Vite di carta /<br>“Fame d’aria” di Daniele Mencarelli da leggere a Natale sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
E’ quasi Natale. Mi preparo ad affrontarlo con la usuale disperazione, sperando che passi in fretta. Purtroppo le sue ombre sfarzose si allungano anche sui giorni feriali che vanno da qui all’epifania. Per abbruttirmi assieme al resto del genere umano non trovo di meglio che passare del tempo inutile su internet.
Nel tentativo di reperire sul web le foto hot di un’attrice, vengo dirottato su pornhub. Ovviamente, lei c’è. (Se foste famosi, ci sareste anche voi). Ovviamente, si tratta di una sosia. Ci resto qualche minuto. Chiudo, cancello la cronologia e apro facebook.
La prima cosa che mi arriva è un annuncio che reclamizza un sistema innovativo per aumentare le dimensioni del pene. Subito dopo arrivano delle notifiche di salvini, le cazzate che dice e le schifezze che mangia in giro per l’Italia. Siccome su salvini non ci sono mai andato, l’algoritmo che mi profila evidentemente associa il fatto che sono andato su pornhub al fatto che potrei essere un fan di salvini, e quindi aristotelicamente ho il pisello piccolo. Lo stereotipo algoritmico, che produce una caratteristica probabile dei fan di salvini, mi rassicura. Per sillogismo infatti deduco che, non essendo un fan di salvini, non ce l’ho piccolo, e ciò mi regala uno strano sollievo. L’ algoritmo peraltro è ancora più stereotipato di quanto appaia a prima vista, dal momento che parte dal presupposto che se cerco le foto hot di un’attrice, io debba per forza avere un pene.
Per distrarmi – come se prima fossi stato concentrato – cerco su google dove comprare un marsupio per i miei chihuahua. Nel giro di alcuni minuti il mio profilo è infestato di notifiche di annunci di marsupi per chihuahua, perché i siti per cani sono molto più aggressivi di pornhub e salvini. Nel frattempo continuo a ricevere le proposte per il pisello e le notifiche di cosa ingozza salvini.
Mi guardo la pancetta, ed è prima del pranzo di Natale. Mi persuado che mi serva un po’ di ginnastica. Non andavo in palestra nemmeno prima del lockdown, ma il lockdown ha fatto chiudere le palestre, per cui quelli che campavano con le palestre hanno creato degli annunci con cui ti dicono “non ti serve la palestra per dimagrire e farti i muscoli, bastano 15 minuti al giorno con la nostra app”. Anyway: provo a cercare applicazioni free per fare esercizi in casa. Ne scarico una. Nel frattempo, le altre tre cui ho chiesto una prima informazione mi tempestano di avvisi: “non hai terminato la tua presentazione!”, “forse ti sei dimenticato l’ultimo passaggio!”, “forse non hai capito che hai il 70% di sconto se aderisci entro oggi! Non essere timido!”. Non ho dimenticato niente e non sono timido, stavo solo cercando di fare ginnastica gratis. Appena inizio, mi accorgo che è una trappola. Ogni pagina contiene un annuncio pubblicitario che non posso saltare. Inoltre i cinquanta movimenti che mi danno gratis durano una settimana, poi mi dovrei abbonare, pagando una quota che corrisponde alla tariffa della palestra, ma senza attrezzi.
Passo ad altro. Qualche giorno fa ricordo che un amico mi ha parlato in maniera entusiastica del tai chi. Prima che io faccia qualunque ricerca web sul tai chi, sullo smartphone mi arriva la notifica di una proposta di primo incontro gratuito per la palestra di tai chi della mia città. Questa è l’intelligenza, artificiale o no. Avere la capacità di entrare nella mia testa prima che io stesso sappia cosa ho per la testa. Una di quelle cose che solo a pensarla avverto una vertigine. Una vertigine di ammirazione, l’ammirazione che provo di fronte ad una combinazione magica: l’ossessione calculatoria applicata ai desideri commerciali miei e dell’umanità dispiega effetti che sconfinano nel prodigio. La depressione subentra subito dopo: sono parte di quell’esperimento magico, nel ruolo della vittima. Alexa o chi per lei mi conosce meglio di qualunque amico. Se non volete sbagliare regalo, chiedete a lei.
Lascio perdere anche il tai chi. Mi sono sempre vantato di non avere dipendenze. Di essere io a controllare le cose, non le cose a controllare me. E’ così con il fumo (mai più di cinque sigarette al giorno), con il vino (mai più di tre calici a pasto), con il lavoro (mai di domenica), con lo xanax (mai più di trenta gocce), con il sesso (sono tirchio). Poi però la vigilia di Natale arriva una perturbazione che fa cadere un ripetitore e rimango senza internet. Niente linea, tutto bloccato. Disconnesso. Meglio, penso di primo acchito. Così mi evito tutti gli auguri precotti, a centinaia, in arrivo da gente che non mi saluta per strada, o peggio quando mi vede cambia strada. Eh. Però senza linea non posso rifugiarmi nel telefono ogni volta che una cena di magro della vigilia, o un pranzo di grasso di natale, o un tè di santo stefano, mi gettano dentro pozze di disagio insopportabile.
Perchè io diventi più merda di quanto già non sia durante una festività, ce ne vuole. Ma ci riesco. E quindi divento una merda inavvicinabile. Per astinenza da google. Per astinenza da wikipedia. Ma anche per astinenza da facebook, che dichiaro pubblicamente, con ridicolo snobismo, di schifare. Mi manca frequentare quella piazza per leggere le cazzate, ma soprattutto mi manca dire le mie. Polemizzare sul nulla con persone che non conosco, con le quali penso di non avere niente in comune e con le quali invece ho qualcosa in comune: un problema di gestione della rabbia.
Per razionalizzare, mi metto a pensare a quanto tempo passo su facebook in una giornata, e invece di razionalizzare mi incazzo ancora di più, per la strage di tempo consumato dentro questo cestino della spazzatura. Il libro delle facce è esattamente il posto in cui puoi lasciarti andare agli istinti più bassi perché non ci metti la faccia. Sembra una contraddizione, in realtà è il modo in cui funziona. E chi lo ha inventato è un genio. Del male, ma è un genio. Si merita tutti i soldi che guadagna, come un grande narcotrafficante, perché spaccia droga ma la sua è legale, ed io sono uno dei suoi clienti. Perché poi, pensi anche che sia gratis. Certo, iscriversi non costa niente, lo possono fare tutti, ma poi entri in uno sconfinato mare di anonimato. Entri in un mare nel quale il tuo disperato tentativo di ottenere attenzione trova una plateale conferma: non interessi a nessuno. Sei dentro una minuscola scialuppa, un naufrago che agita le braccia nell’oceano chiedendo di essere visto. Anche se paghi, resti invisibile. E se riesci a guadagnarti uno spazio di visibilità, nel tentativo di mantenerlo trasformi la tua vita in un inferno. Ci sarebbe un lato positivo nell’evoluzione della rete: negli anni la connessione è diventata superveloce. Ti serve a saltare le pubblicità o a rimanerne vittima, migliaia di migliaia di secondi che diventano minuti, ore, anni.
Intanto il giorno di Natale passa senza connessione. Proprio mentre finisco di metabolizzare le scorie alimentari del giorno: mentre, in un anfratto della mente, si fa strada la possibilità di una disintossicazione: proprio mentre getto un’occhiata a quel libro sul comodino, a mezzanotte torna la linea. Lo capisco dal primo annuncio che mi arriva sul telefono: erezione marmorea e duratura, bastano poche gocce.
cover photo su licenza creativecommons
L'articolo Natale senza linea sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Alla Biblioteca Bassani incontro l’amico Checco Monini e mi fa: «Ti andrebbe di scrivere qualcosa sul Natale?» Non dico nulla, ma immagino che il mio sguardo esprima un «Oddio…». Allora lui aggiunge: «Puoi anche parlarne male». La cosa finisce lì, senza una mia risposta – che comunque lo è – e ci salutiamo.
Un attimo dopo sono in macchina, sto tornando a casa, e quell’idea di poterne parlare male mi stuzzica… Il Natale per me, da molti anni, è come quel minuscolo pezzettino di pellicola Domopak che ti resta appiccicato alle dita quando ci vuoi avvolgere una mezza cipolla perché una intera nel soffritto sarebbe troppa: il maledetto lacerto di polivinile si è elettrizzato e non c’è verso di liberarsene. Appunto, ecco che anche il Natale, con le sue sfolgoranti luminarie e i suoi convulsi eccessi, si elettrizza ogni anno… e per quanto io tenti di restarne indenne ai margini, mi si appiccica e non c’è verso di liberarmene.
Sono un po’ orso. Provo a non darlo a vedere, ma credo sia evidente. Soffro di demofobia e claustrofobia. La gente, intesa come massa indefinita di persone che ti circonda e sgomita nelle vie del commercio, o come astratto insieme di esseri umani che popolano la Terra depauperandola dei suoi meravigliosi doni, mi fa mancare l’aria e, se posso, la evito. Sono le persone che mi interessano, che mi coinvolgono e possono piacermi o meno, ma una per volta, ciascuna con l’attenzione e il rispetto che merita secondo i miei fallibili gusti e (pre)giudizi. Il perché l’ho indagato e scoperto, ma lasciamo perdere. Figuriamoci quindi come posso vivere il Natale, quello che è diventato ciò che è oggi: un frenetico circo Barnum, un evento essenzialmente commerciale vocato al consumismo che subito dopo Halloween, senza nemmeno una pausa, passa per il Black Friday e si protrae fino a Carnevale, con in mezzo la Befana e i saldi. Una follia! Già, ma questo lo sappiamo, lo pensiamo e lo diciamo tutti, non è una novità, è la retorica del Natale, quindi non vale la pena insistere perché sarebbe il solito e noioso argomento che ogni anno ritorna, trainato dalle renne di Santa Claus. Ci siamo dentro, lo dobbiamo comunque attraversare.
Allora, sempre mentre guido, mi do pace e cominciano ad affiorare i ricordi dei miei Natali. Il primo che mi viene in mente è quello dei miei otto anni. Mio padre era morto due anni prima. Mia madre e le mie sorelle maggiori si facevano in quattro (quanti numeri ho citato: 8, 2, 4… magari gioco un terno sulla ruota di Venezia), facevano del loro meglio, dicevo, per non privarmi della magia del Natale. Da noi veniva Gesù Bambino perché mio padre era di fede cattolica. Solitamente i regali sotto l’albero non c’erano e io fremevo per l’attesa della sua visita. Verso la mezzanotte qualcuno bussava alla porta (?) e correvo ad aprirla: non c’era nessuno, ma i pacchetti infioccati erano lì sullo zerbino: Gesù Bambino non mi aveva dimenticato! In quel 1966, però, al rintocco delle campane a festa che annunciavano la venuta del Messia io ero da solo in bagno, in pigiama, seduto sul water con la diarrea, i brividi lungo la schiena e trentanove di febbre. Mi sentii un reietto e piansi a dirotto. Senza mio padre non sarebbe mai più stato Natale.
Poi venne il Natale del 1980. Dopo lunghe sofferenze, mia madre si era spenta in novembre e a me spettava affrontare per la prima volta il periodo festivo in solitudine, padrone del mio destino. La notte della vigilia presi due bicchieri di cristallo, una bottiglia di Veuve Cliquot e andai in Certosa. Scavalcai il cancello e mi incamminai verso la tomba di famiglia. Il gelo mi saliva dalla schiena fino alla cute della testa, facendomi percepire i bulbi dei capelli. All’inizio pensai che fosse meglio guadare avanti e procedere velocemente senza badare alle tombe e ai presunti spettri che mi circondavano, ma poi l’attrazione fu fatale: rallentai e mi misi a guardare di qua e di là, per pormi in solidale ascolto delle voci dei morti, convinto che in tal modo nessuno di loro mi avrebbe aggredito alle spalle. Allo scoccare di mezzanotte, davanti alle foto dei miei genitori riuniti, aprii la bottiglia e brindai con loro. Fuochi fatui non ne vidi. Il loro bicchiere di cristallo lo lasciai sulla tomba, ancora pieno, pensando che mia madre non ne sarebbe stata contenta perché ai suoi preziosi bicchieri teneva molto e così erano diventati dispari, ma ora potevo fare quel che mi pareva. Fuori dalla Certosa guardai il mio che avevo in mano… era una bella coppa da champagne, decorata in stile Liberty. Pensai che durante la Belle Epoque si diceva che il seno perfetto di una donna doveva stare in una coppa di champagne. Ero d’accordo, mi sarebbe piaciuto vivere a quei tempi. La gettai per terra e si infranse. Ora erano di nuovo pari. Ognuno è libero di festeggiare con i propri cari come meglio crede.
Fu ancora Natale, molti anni dopo, quando da padre del mio bambino era toccato a me il rituale dell’albero e dei doni. A casa nostra veniva Babbo Natale perché ci eravamo fatti laici, e comunque perché Gesù Bambino era una cosa d’altri tempi e si doveva stare al passo. All’epoca non avevo ancora rivelato a mio figlio che il Buon Vecchio con la barba bianca vestito di rosso era un personaggio pubblicitario della Coca Cola, mica San Nicola. Anch’io stavo alle usanze della mia famiglia d’origine e ho sostenuto l’esistenza di Babbo Natale finché ho potuto. La cerimonia era però più semplice: Babbo veniva di notte, quando si dormiva, e i doni comparivano sotto l’albero il mattino seguente. Il mio bambino aveva sei anni, come me quando persi mio padre, e quell’anno lui aveva perso sua madre. Per chi abbia motivi di sofferenza, il Natale è come alcol su una ferita aperta. Per fortuna c’era – e c’è ancora! – il ricco pranzo di Natale dai nonni materni con i piatti della tradizione, dove Andrea trovava altri doni e il calore di una famiglia più numerosa di noi due soltanto.
A quei tempi avevamo anche tentato di sostituire il vecchio abete di plastica con un albero vero, perché a noi piacciono le cose vere. Dico “tentato” perché l’ardita scelta si protrasse solo per un paio di Natali, prima di dichiaraci vinti e tornare alla plastica. La prima volta, una mattina intorno al 20 dicembre, ci svegliammo e trovammo tutti gli aghi dell’abete a terra. Un “collasso” dovuto al fatto che l’alberello non aveva radici, stava vicino a un radiatore e probabilmente l’avevo annegato d’acqua. Le palline di vetro colorato stavano sconsolate appese ai rami nudi e secchi, una tristezza! Allora l’anno seguente mi procurai un piccolo abete con le radici, ma mentre lo stavamo addobbando mi chinai per attaccare una pallina e un ago mi si conficcò in un occhio. Un male cane! Pronto soccorso, pomate e benda alla Moshe Dayan fino a Capodanno. Se non ricordo male, prima di tornare alla plastica, il Natale successivo feci un finto albero bidimensionale di cartone, su cui il mio bambino disegnò palline colorate.
Ma di nuovo, molti anni dopo e con piena soddisfazione, ho avuto l’occasione di tornare a quei bei momenti infantili a cui gli adulti amano partecipare quando intorno ci sono dei bambini: con solo il cappello di Babbo Natale, ero solito portare alle mie nipotine acquisite un sacco di juta colmo di regali. La loro mamma mi aveva definito “un aiutante di Babbo Natale” e loro ci avevano creduto. Ecco, la gioia del Natale è questa, il Natale è e dovrebbe restare una festa dei bambini. I regali tra adulti sono diventati una consuetudine, direi fuori luogo, solo da qualche decennio. È il mercato che crea bisogni che non abbiamo. Dovremmo stare più attenti.
Infine, sempre in macchina e quasi arrivato a casa, ho visualizzato una stalla di un luogo lontano, più di venti secoli fa… Dentro c’erano una giovane incinta col suo sposo, lei stesa su un giaciglio di paglia e lui a tenerle le spalle. Le contrazioni si facevano sempre più frequenti e le fitte di dolore acute. Lui le carezzava la testa e lei cercava invano di trattenere i gemiti. Non dicevano nulla, erano soli, la notte era mite. Poi uno sforzo… e un primo vagito: un bambino era venuto al mondo. Tutto qui. Tutto qui? Era il nostro Salvatore? Se sì, da cosa ci ha salvato? Importa saperlo? Importa crederci? A me francamente no. A me importa il miracolo della nascita come espressione dell’incommensurabile forza che ha la Vita, che ha la Natura. Un evento che ha in sé qualcosa di prodigioso, che si ripete in ogni tempo e in ogni luogo e che non avrà mai fine. Forse non ha un fine nemmeno inteso come scopo. Forse è così e basta. E questo io lo vedo accadere soprattutto nel grembo delle donne e poi con la nascita. Un bambino che nasce è un inesplorabile “miracolo naturale”, è gioia allo stato puro e primordiale. Il Divino è in noi e in ogni cosa. Non lo si può toccare né vedere, ma lo si può sentire. Non importa dargli un nome e una fisionomia immaginaria. Importa non consideralo esterno da sé, attribuendogli responsabilità che sono nostre. La nostra “salvezza” è nelle nostre mani, è compito nostro, nei nostri limiti, darle modo e forma nelle scelte quotidiane. L’Inferno e il Paradiso sono qui e ora, non chissà dove e dopo. L’aldilà è una faccenda misteriosa che tale ha da restare. E il senso del Natale, neanche a dirlo, è la natività in sé, lo sguardo ancora vuoto di due umidi occhietti neri che si aprono a questo strano mondo.
Buon Natale, di cuore!
(5 dicembre 2025. Mio padre Mario, scrittore, mi lasciava oggi, 61 anni fa.)
In copertina: immagine di Gisela Merkuur da Pixabay
L'articolo Il mio Natale. (un racconto) sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
La leggenda di Chiozzino e del suo diabolico e onnipotente servitore è una delle figure più affascinanti che continuano ad aleggiare sulla città di Ferrara.
Il baratto del giovane e talentuoso ingegnere idraulico Chiozzi con l’aiutante dai magici poteri Magrino in cambio di successo e ricchezza non è infatti meno ricco di spunti fantasiosi e psicologicamente attendibili di quello del romanzesco personaggio di Dorian Gray, di cui Oscar Wilde narra il baratto dell’anima in cambio di un ritratto che invecchia preservando l’eterna giovinezza al corpo, ma anche dell’emblematico Faust, di cui Goethe narra il patto con Mefistofele.
Una vicenda leggendaria ferrarese che meriterebbe forse una maggiore popolarità. A documentare e approfondire nella sua ricostruzione storica la fortuna di Chiozzi attribuita al diabolico patto è l’ultimo volume firmato dal critico Lucio Scardino, che attualizza lo studio attraverso un corposo apparato iconografico che riporta il fascino dei personaggi dal passato fino all’interpretazione degli artisti contemporanei.
“Il mago Chiozzino e l’Urlone del Barco” uscito per i tipi della Modulgrafica Forlivese in questo mese di dicembre 2025 racconta e illustra in 88 pagine una leggenda che affonda le radici nel Settecento per risuonare fino al tempo presente tra omaggi artistici e modi di dire.
Il libro recupera fonti documentarie importanti: un manoscritto tardo settecentesco custodito dalla Biblioteca Ariostea, che attesta le origini della storia, e la prima bozza del racconto letterario che darà notorietà più ampia alla vicenda grazie all’interesse dello scrittore Riccardo Bacchelli, di cui viene riportato l’articolo pubblicato sulla terza pagina del ‘Corriere della sera’ nel 1937. Queste premesse lasciano poi spazio all’approfondimento dell’autore e curatore d’arte Lucio Scardino, che ripercorre anche visivamente la fortuna del mago e dell’ingegnere attraverso i testi e le rappresentazioni fatte in tempi diversi da una decina di artisti e illustratori.
Per Ferrara il personaggio di Chiozzi o Chiozzino è un elemento di identità che ricorre e rimbalza dalla toponomastica stradale alla guida turistica: c’è il vicolo del Chiozzino localizzato nell’area sud-ovest del centro storico estense; le zampate sataniche di cui ciceroni esperti mostrano il calco ai visitatori all’ingresso della chiesa di San Domenico, ma anche il palazzo avvolto da un’aura leggendaria nella centralissima via Ripagrande. Il mito esce dai confini ferraresi grazie al capitolo a lui dedicato dal romanziere Bacchelli nel suo “Il Mulino del Po” e diventa di popolare dominio grazie alla trasposizione cinematografica diretta da Alberto Lattuada (1949), entrata fra i grandi classici d’epoca.
Lucio Scardino riporta ai nostri giorni la vicenda raccogliendo e stimolando l’attività di artisti contemporanei: Gianni Cestari firma il dipinto di sapore transavanguardista della copertina che dà al Chiozzi un volto da eroe avventuroso su cui aleggia la maschera quasi fumettistica del mago. Aggeo Caccia ne fa un’illustrazione di ambientazione gotica per la copertina della rivista virtuale “The Ferrareser” di ottobre 2024; Claudio Gualandi ne trasfigura lo spirito in una delle sue fantasmagoriche composizioni di studiata ironia, da leggere personaggio dopo personaggio (2024). Marcello Carrà incorpora il mito sulle sue carte tratteggiate con minuziosa e surreale precisione a penna Bic (2024) e Dino Marsan ne elaborate Una rappresentazione di impostazione narrativa (2025). Umberto Scopa traspone la storia in una piccola serie di acquerelli (2015); Antonio Torresi ne compone una sorta di scenografia (1989). Andando indietro nel tempo vengono recuperati i disegni di Piero Bernardini per il volume “De Urlone a Barco” (1944). Sempre di corredo a opera letteraria e l’illustrazione di Ernesto Bottaro per “Le magie di Chiozzino di Ferrara” (1780), la litografia di Claudio Gardenghi per la cartella “Maledetti beati e fantasmi” (1987) e il disegno di Alberto Lunghini per il suo almanacco di “Miti e leggende ferraresi” (2024).
Non poteva mancare, nella raccolta, la produzione di Gabriele Turola (Ferrara 1945 – 2019), artista eclettico e visionario, specialista nel dar forma con colorate illustrazioni alla magia che anima tutto il suo immaginario, riuscendo a rendere in maniera personalissima realtà e favole, miti e leggende. Ecco allora il recupero di diversi disegni e opere di Turola realizzati in un arco di tempo che va dal 1987 al 2004.
Un libro, dunque, da scorrere e conservare all’insegna di una narrazione radicata nel territorio, arricchita di valenze fantastiche, letterarie e pittoriche.
Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice
L'articolo “Il mago Chiozzino”: un volume rilancia la leggenda tra fortuna artistica e letteraria sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Caro Babbo Natale,
Spero non ci resti troppo male
Ci ho molto pensato
E alla fine ho valutato
Che non voglio essere più buono
Anche se così, non merito alcun dono.
Voglio tirare dritto un cartone
a chi dice a qualcuno di essere terrone,
negro, ebreo, omosessuale, comunista
e altre cose stupide, che ne hanno un mucchio i razzisti, nella loro lista.
Voglio dire una brutta parolaccia
a chi urla, racconta il falso, minaccia,
e lo fa, il vigliacco, dietro ai social
per non essere capace di dirtelo in faccia.
Non voglio perdonare chi comanda di uccidere senza cuore
bambini, donne, vecchi in nome di dio e dell’onore.
Chi fabbrica armi, chi le compera e le vende
poi chiama traditore chi la pace difende.
Credi, farei anche sparire volentieri
chi non si vergogna, anzi si vanta un bel granché,
di essere dei potenti, un ipocrita lacchè.
Voglio rubare a chi ha tanti soldi,
spremere ogni centesimo a tutti i manigoldi,
a quelli che rapinano cose e persone, le sfruttano, le ricattano
per poi, in coro, a gran voce esigere “decoro!”
dai quei tanti, e sono molti,
che fan la fame, vendon la vita, per fargli il culo d’oro.
Vorrei tenere a mollo chi inquina e ruba l’acqua,
mettere in galera quelli che distruggono la natura,
In “gabbia”, a pane, acqua sporca, senz’aria e magari qualche botta,
vedrai che imparano in fretta la paura
di non avere diritto a una dignitosa vita futura!
Farei dei roghi con le case di chi brucia i boschi
e, ti giuro, non avrei rimorsi per questi tipi loschi.
A chi sostituisce i musei, le piazze, i parchi gioco
per ridurli a luoghi da poco, giusto giusto per far delle frittelle,
farei venire la febbre da somaro, due vistose orecchie da ciuco
come nel paese dei balocchi
dove non le portano gli asini ma gli sciocchi.
Per chi cancella la cultura, cambia i fatti della storia
è pronto un calcio al fondo schiena tanto forte e preciso
che volerà così in alto e lontano, senza raggiunger di certo il paradiso.
Non voglio essere politicamente corretto
perchè se è fare l’ipocrita, essere bugiardo, come qualcuno mi ha detto,
anche se cos’è davvero non lo so di preciso
di non far per niente come loro sono proprio deciso.
Caro Babbo Natale, sono molto arrabbiato
e forse un po’ ho esagerato.
Avrei una lunga lista di cose brutte
e non te le ho dette proprio, proprio tutte.
Però son sicuro di non volerle più sopportare,
sono stanco, proprio tanto, di stare ad aspettare.
Allora tra di noi facciamo un patto.
Ti chiedo un cambio, una magia che non è un ricatto.
Lasciami per sempre senza doni
e inventa il modo perchè tutti i cattivi diventino buoni.
A pensarci bene, però, se tutto il mondo è buono
anch’io sarei felice e in pace con ciascuno,
E a questo punto, guarda che buffo,
senza averlo più sperato,
dopo averci sinceramente rinunciato,
succede che un regalo, magari piccolino,
me lo sarei meritato anche solo un pochettino.
Cover: Lettera d’epoca di Babbo Natale, immagine public domain pictures
Se vuoi leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice.
L'articolo La mia lettera a Babbo Natale sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
... | 140 | 145 | 150 | 155 | 160 | 165 | 170 | 175 | 180 | 185
AgoraVox Italia