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“La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai del comune.”
(Giacomo Leopardi, Zibaldone)
Così scriveva negli anni Venti dell’Ottocento Leopardi, lui, campione della lingua italiana, riconosceva la ricchezza dei dialetti, “un alfabeto di suoni più ricco assai del comune“. Oggi, dopo duecento anni, e dopo un secolo e mezzo dall’Unità, dopo tre rivoluzioni industriali planetarie, dopo l’avvento dei medium di massa (la critica di Pasolini alla Televisione ), dopo tutta la modernità e il conformismo in cui siamo immersi, i dialetti hanno resistito. Sia come lingua parlata, anche se da un numero limitato di persone, sia come lingua scritta, nella poesia in vernacolo in particolare.
Le poesie nel dialetto di Mortara01 – anche se l’autore avverte che ogni paese della Lomellina presenta varianti e differenze – non sono (o non sono solo) il ricordo e il rimpianto di una cultura contadina scomparsa, distrutta dalla velocità e dalla dimenticanza della industrializzazione. Scrive Luigi Balocchi in esergo al suo libretto di cui pubblico più sotto alcune liriche:
“La lingua locale, il dialetto, è un’arma di lotta contro la globalizzazione che vuole distruggere le culture particolari e, in buona sostanza, l’autentico spirito creativo dell’uomo. Tutto ciò che è Universale è un crimine contro l’uomo.”.
Al trenta de giugn
hoo vist ‘l coo d’on nimal
streppaa de la su’ cruppia.
Chi l’è che som mì?
Brusi, usmi, vosi,
ché mai puu, den’, gha tornaruu.
Sono nato
Il trenta di giugno/ ho visto la testa di un maiale strappata dalla sua greppia./ Chi sono io?/ Brucio, annuso, urlo/che mai più, dentro, tornerò.
On sass faj ‘me ‘n coeur hoo trovaa sta bassura in scòss
a Tesinn
che biutt menevi i òss in de la niada de quan’ sevi
domà ‘n fiurin.
Un sasso
Un sasso a forma di cuore ho trovato questo pomeriggio in grembo/ al Ticino/ mentre nudo portavo le ossa nella nidiata di quand’ero/ solo un bambino.
A gh’è nient de fà per quel ciel chì che ‘l sa
derva a l’improvis d’ona lus che bòrla giù
in quell puss che ciami coeur e l’è fidigh,
sangh, disgrazi, ris e rògn; e tutt quell che
chì gh’è staj, i vecc, i amour, i mur, la bissa,
al praa e ‘l mergòn; e a la fin, i oeucc quej tu,
che ma guarden, voeuren ben, già ma manden
dà via ‘l cuu. Nient de fà se queschì l’è ‘l nòst
paes, cont i gatt che sa rampeghen e la fòssa,
stemm allegher, che sa derva sutta a i pee.
La fossa di Bià
Non c’è niente da fare per questo cielo che si/ apre all’improvviso d’una luce che precipita/ in quel pozzo che chiamo cuore ed è fegato, sangue,/ disgrazie, riso e tribolazioni; e tutto ciò che qui è stato,/ i vecchi, gli amori, i muri, la biscia, il prato, il granturco;/ e infine, gli occhi quegli tuoi, che mi guardano, voglion bene,/ già mi mandano a dar via il culo. Niente da fare se/ questo è il nostro paese con i gatti che si arrampicano/ e la fossa, stiamo allegri, che si apre sotto i piedi.
E anmu la Terra quella grama sutta i pee la ferguja che gh’hoo in man
e la scender chì in del piatt.
L’è de teppa nebbia inverna, de anida e sgolgiòn
quell fiaa chì strengiuu cont i dent.
Chì gh’è den’al mè biccer?
On fiurin che ‘l s’è sconduu,
Bambino
E ancora la terra cattiva sotto i piedi la briciola che ho in mano/ e la cenere nel piatto./ E’ di muschio nebbia inverno, di anitra e airone/ è il respiro serrato tra i denti./ Chi c’è dentro al bicchiere?/ Un bambino che si è nascosto./
Tesinn spantega lus cont i òss compagn di frasch
geròn miròld e litta cip ciap la gibigianna.
Tesin nòst’ bamburin
e quej ch’hinn chì passaa, i gent i padr’ i fioeu,
chì tucc rugà in del sangh, chì den’ desmentegaa,
strengiuu den’chì in del fiaa.
Giù a Ticino
Ticino che semina luce con le ossa fraterne alle foglie/ ghiaioni bisce d’acqua e sabbia cip ciap il riverbero del sole!/ Ticino nostro ombelico/ e coloro di qui passati, le genti i padri i figli,/ qui tutti rimestati nel sangue, qui dentro dimenticati,/ stretti avvinti al respiro./
Cont i mè trii cart in man
al gatt lì ‘dree ‘l cantòn a usmà ‘l cicin
che resta d’on gutt de vin trasaa
sti poori mè pacciam che den’ gh’è milla ann
chì rèsti a viv anmu col ratt ch’el ma remuga
on gram tocchel de pan.
La m’è vansaa sta Terra grama che ‘l vent l’è ‘dree streppà.
La terra dentro
Con le mie tre carte in mano/ il gatto che annusa quel poco/ rimasto di un goccio di vino sprecato/ queste povere cianfrusaglie colme di mille anni/ qui resto ancora a vivere con il topo che mi mangiucchia/ un vecchio pezzo di pane/. A me resta questa terra cattiva che il vento sta strappando./
Ma pias l’inverna perché l’amour al foeugh con foeura
al frecc che ‘l sgagna i òss ma l’han mostraa i nòst vecc
e ‘l teatrin del vin do’ che i facc hin mascher russ saltaa
foeura del miracul de vess chì intorna a ‘n taul, che del legn,
del mergasc, del rampat e sbattet lì su a gamb ‘vert, al gh’ha
i memòri. Cramento al frecc can che feva! Ta ‘l sa rigòrdet
che temp de luff? De quel foeugh là, tì, ta see anmu ‘n quejcòss?
Gennaio
Mi piace l’inverno, perché l’amore al fuoco con fuori/ il freddo che morde le ossa me l’hanno insegnato i nostri vecchi/ e il teatrino del vino dove le facce sono maschere rosse sortite/ dal miracolo d’essere qui attorno a un tavolo che del legno,/ delle stoppie, dell’afferrarti e sbatterti lì su a gambe aperte, ha/ le memorie. Caspita il freddo che faceva! Te lo ricordi/ che tempo da lupi? Sai ancora qualcosa, tu, di quel fuoco?
Luigi Balocchi
Nasce il 30 Giugno 1961 a Mortara In Lomellina. Nel 2007, pubblica per Meridiano Zero -Il Diavolo Custode-, romanzo sulla vita e le gesta del bandito Sante Pollastro. Nel 2010, pubblica con Mursia il romanzo -Un cattivo Maestro-; nel 2018, per la GoWare -Il Morso del Lupo-. Nel 2016 pubblica per Puntoacapo la raccolta poetica -Atti di Devozione-. Del 2022 è la raccolta -Coeur Scorbatt-, in lombardo, con la quale, per la sezione dialettale, vince la XL edizione del premio di poesia “Giuseppe Tirinnanzi” di Legnano. Nel 2024, per Manni editori, pubblica -Barlicch Barlòcch, poesie dell’eros lombardo-. Ha collaborato con le riviste letterarie Niederngasse e Redness. Attualmente, collabora con Terra Insubre, rivista dell’omonima associazione culturale.
Tra le voci più originali della letteratura in lingua lombarda, suoi scritti trovano spazio su Il Segnale, Atelier, Nazione Indiana.
Cover: cultura contadina, lavorazione del maiale, immagine da vivo in Lomellina
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A fine anno ci sediamo a stilare buoni propositi e elenchi di traguardi. Ma il soggetto non coincide mai con ciò che promette di voler fare, e il desiderio non si lascia schedare né controllare.
Puntualmente, si ripete lo stesso rituale: bilanci, conti simbolici, e soprattutto liste. Liste di buoni propositi per l’anno che verrà, e sempre più spesso liste di ciò che si è concluso nell’anno che se ne va.
Oggi, questo rito ha trovato un’ulteriore amplificazione: i social media. Pubblicare ciò che si è fatto, condividere ciò che si intende fare, non è più solo un conto simbolico con sé stessi, ma un appello alla piazza virtuale, un invito al plauso, al consenso, al riconoscimento. L’atto di rendere pubblico il bilancio personale trasforma la riflessione in performance, e l’introspezione in vetrina.
Osserviamo la struttura di questo rito: non è solo una pratica organizzativa, è un tentativo illusorio di far coincidere l’Io con ciò che desidera, un tentativo destinato a fallire già in partenza.
I buoni propositi, come le diete, sono fallimentari a monte. Non perché manchi volontà o disciplina, ma perché partono da un presupposto falso: il desiderio non si può regolamentare per decreto. La dieta promette controllo sul corpo, il buon proposito promette controllo sul tempo, sulle abitudini, su ciò che saremo. Entrambi funzionano come illusioni rassicuranti: producono un ideale, impongono una norma e lasciano il soggetto solo con la colpa quando inevitabilmente fallisce.
Anche l’elenco dei risultati ottenuti non è innocente: serve a costruire continuità dove il soggetto è, per struttura, discontinuo. Serve a dire: sono coerente, ho portato a termine, ho tenuto il punto. Tuttavia, ciò che è stato fatto non coincide necessariamente con ciò che il soggetto desiderava davvero. Può capitare che i risultati coincidano con i veri desideri del soggetto, e in quel caso si vive la soddisfazione di un allineamento autentico tra azione e desiderio. Ma anche allora, i buoni propositi restano un’illusione: non garantiscono controllo né continuità, perché il desiderio resta libero, imprevedibile, e spesso agisce al di là delle liste o delle promesse che ci autoimponiamo.
In altre parole, realizzare ciò che si desidera non equivale a rispettare un progetto prestabilito: il desiderio non si programma.
Il bilancio, se ha un senso, non è una contabilità morale né un esercizio di autoassoluzione. È piuttosto una lettura delle ripetizioni: che cosa torna, anno dopo anno, anche quando diciamo di voler cambiare? Dove insistiamo? Dove falliamo sempre allo stesso modo?
Mettere al lavoro il desiderio significa osservare cosa ci attraversa davvero, riconoscere pulsioni, inclinazioni, intuizioni che non rientrano nelle checklist, e usarle come guida. Non si tratta di stilare liste perfette, ma di dare spazio a ciò che muove realmente il soggetto, anche se disorganizzato, fragile o imprevedibile.
Accettare l’incompiutezza, l’incoerenza, gli inciampi non è una resa: è lì, proprio in quelle zone non lineari, che si possono creare esperienze uniche e straordinarie. Come mostrano i percorsi analitici, è nell’osservare e attraversare ciò che resiste, ciò che disturba e ciò che non rientra nei programmi, che il desiderio prende forma concreta e si trasforma in qualcosa di originale.
Le liste e i buoni propositi rischiano di diventare allodole, lucide e appariscenti, ma vuote: ci distraggono da ciò che davvero ci chiama. Invece, osservare il desiderio significa trasformare frustrazione e attesa in motore, mettere energia là dove conta, e lasciare che il percorso emerga dal contatto reale con ciò che ci attraversa.
Meno liste. Meno diete del desiderio. Meno promesse a un Io ideale che non reggerà.
E più attenzione a ciò che non si lascia mettere in ordine. Più coraggio di seguire ciò che ci attraversa, anche quando non appare organizzato o “socialmente riconosciuto”.
Più cura nel coltivare il desiderio reale, nel lasciarlo agire, trasformarlo in azione concreta, accogliendo l’incompiutezza, gli inciampi e le incoerenze come elementi creativi anziché ostacoli.
Il vero atto sovversivo di fine anno non è dire cosa farò o cosa ho fatto, ma interrogarsi seriamente su chi sta parlando quando sentiamo il bisogno di elencarlo, e su come possiamo mettere quel desiderio concreto al centro, trasformandolo in azione invece che in vuoto rituale.
Il resto, come sempre, verrà da sé. O non verrà affatto.
Cover: Foto di Mohamed Hassan da Pixabay
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“C’era una volta cento anni fa un bambino come te, Thomas, appena un po’ più piccolo. Va bene se la storia ve la racconto così, come si fa con le fiabe?”
“Ok, nonna” risponde l’interpellato. Sua sorella Chloe fa sì con la testa.
“Nel periodo del Natale 1925, quando mio padre abitava in una grande casa di campagna con la sua grande famiglia, era appena nato il suo fratellino e ogni giorno gli era permesso vederlo solo per pochi minuti. Entrava curioso nella stanza dei genitori, dove mia nonna Paolina occupava il lettone per riprendersi dalla fatica del parto e allattava il piccolo Lamberto. Erano i momenti più misteriosi delle sue giornate: il bimbo nuovo e la pelle bianca di sua madre emanavano un profumo così dolce da farlo sentire in pace.
Il resto della giornata era invece pieno di cose avventurose da fare. Perché? Perché era caduta la neve e lui fin dal mattino scalpitava per uscire in cortile a giocare e a dare il tormento al nonno Vito, ora tirandogli tutte le palle di neve del mondo, ora chiedendogli in mille modi come stavano gli animali con quel freddo. Come si riparava dal gelo il maiale, dove dormivano le galline e se le mucche ancora facevano il latte.
Scivolare sul ghiaccio, quello sì era uno sport divertente”.
“Aveva i pattini come i miei, nonna?” domanda Chloe.
“No, niente pattini. A quel tempo non si usava, dovevano bastare le scarpe di tutti i giorni per lanciarsi sulle lastre che il ghiaccio formava intorno alla casa, o addirittura lungo i fossi ghiacciati. Avete presente il canale che passa vicino al vostro giardino? Immaginatelo completamente bianco, bianchi i cespugli che ci sono sulle sponde e bianca la superficie. Liscia liscia e lucente se un raggio di sole sfuggito alla nebbia arriva a colpirla”.
“Bello! Anche tuo papà andava a lezione di parkour? Io ci vado al giovedì e so già arrampicarmi sulle porte e il maestro presto ci insegna a lanciarci da molto in alto” mi interrompe Thomas.
“Nemmeno questo faceva. Era un bambino come tutti, giocava con le cose della natura. Trovava sassolini rotondi da lanciare e acchiappare al volo a due a due, oppure pietruzzze colorate, correva nei campi a raccogliere bastoni che diventavano spade e lance nella sua fantasia, giocava con gli animali. Le famiglie allora erano povere e la povertà è come un vestito stretto che ci copre appena.
Aveva il mangiare, questo sì, ma giocattoli non ce n’erano in casa”.
“Poteva scrivere una letterina a Babbo Natale e farsi portare tanti giochi!” dicono entrambi, parola più parola meno.
Rido. Però la verità devo dirla: “Babbo Natale? Non lo ha mai nominato, quando mi parlava della sua infanzia. Parlava della Vecchia, quella sì. La Befana dei bambini che arrivava a mettere qualcosa dentro ai camini delle case viaggiando su una scopa volante, veloce e brutta come un fantasma. Tanto che i bambini avevano paura di vederla, anche se la aspettavano da tanto, anche se faticavano a dormire nella notte fatale. Guai alzarsi prima che ci fosse la luce del mattino. Facevano come fate voi, che vi girate nel letto per l’emozione di aspettare un’ultima notte i doni che avete richiesto”.
“Però lei li portava i giocattoli!” insistono.
“Portava una calza riempita con qualche biscotto, uno o due mandarini. Una volta che l’annata era stata scarsa mio padre trovò solo delle patate bollite…e per la sua felicità una fionda fatta col legno che gli aveva preparato di nascosto il solito nonno Vito. Si allenò per tutta la primavera e l’estate a colpire bersagli sempre più piccoli, ma mai gli animali che per lui erano degli amici fedeli”.
Chloe sgrana gli occhi e poi qualcosa la distrae, il momento per la mia storia è passato. Lei e Thomas riprendono il gioco che hanno iniziato poco fa. Anche loro hanno animali a casa, e li amano. Il grande cane corso, i mici dal lungo pelo d’argento e le tartarughe di terra che in questi mesi freddi ma senza più neve dormono nelle loro tane.
Sorrido da sola ripensando a come si è espresso Thomas circa un mese fa quando ha scritto la sua letterina a Babbo Natale. Sono passati cento anni dall’infanzia di mio padre e come nella fiaba della Bella Addormentata la siepe di rovi attorno al suo palazzo si è dissolta e il principe ha potuto raggiungerla e baciarla. E vivere per sempre con lei e con l’intero palazzo in prosperità.
“Caro Babbo Natale, quest’anno ti voglio chiedere una macchina nuova per mamma e papà e per me una moto da cross, vera! Col motore e con un casco nero e arancione. Per la macchina puoi lasciare le chiavi sul tavolo sotto il portico. Per la moto, per favore, non ti dimenticare di lasciare la scheda tecnica”.
Cover: Foto di Sabine Kroschel da Pixabay
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Avevo avuto modo di scrivere su queste pagine (vedi Qui) che la decisione di Trump di cambiare la denominazione di Ministero della Difesa in Ministero della Guerra assumeva un valore simbolico più forte di tanti discorsi.
Ora, con la pubblicazione del documento della Strategia di Sicurezza Nazionale USA di poche settimane fa, a firma di Trump, siamo in presenza anche di un discorso articolato e preciso di come gli Stati Uniti intendano riaffermare il proprio ruolo di superpotenza dominatrice del mondo. Il nuovo paradigma imposto da Trump nella visione di un nuovo ordine (o disordine?) mondiale viene messo nero su bianco ( vedi qui il testo in inglese).
In estrema sintesi, esso si basa su 4 pilastri di fondo:
intanto, l’idea che gli USA rimanga il Paese “ più forte, ricco, più potente e di maggior successo del mondo per decenni a venire”, l’ America First, che dovrebbe essere supportata dal possedere l’apparato industriale-militare-informatico e finanziario più importante del pianeta. In secondo luogo, sul fatto che “ l’unità politica del mondo è e rimarrà la nazione-stato”, rinfocolando i nazionalismi già oggi troppo diffusi, visto che “ Il mondo funziona meglio quando le nazioni difendono i propri interessi”. Ancora, altro punto dirimente è che “la pace si costruisce attraverso la forza”, ovvero che i rapporti di forza sono il metro di misura con cui si guarda all’equilibrio mondiale. Infine, ma certamente non secondario, si proclama che “l’era della migrazione di massa è finita”, che la difesa dei confini è parte essenziale della sovranità e che, accanto e in relazione a ciò, occorre “il ripristino e il rinvigorimento della salute spirituale e culturale americana”, che si declina con la messa al bando della cultura woke e delle politiche DEI ( Diversity, Equity, Inclusion).
Questi fondamentali disegnano uno scenario distopico, una realtà mondiale strutturata sullo scontro commerciale e militare, di cui il ricorso alla guerra è componente “naturale”, sulla crescita esponenziale delle disuguaglianze e sulla repressione del dissenso e delle minoranze. Un’idea che si attaglia perfettamente all’archetipo del maschio suprematista bianco e che indica una traiettoria di carattere neofascista, per chiamare le cose con il loro nome.
Da questi presupposti muove il giudizio e l’atteggiamento del regime trumpiano nei confronti delle altre realtà statuali. Si capisce chiaramente – anche se qui, forse non a caso, il testo è meno esplicito rispetto alle parti dedicate ad altri Stati- che la Cina è vista come la reale minaccia nel gioco della supremazia mondiale, che va fronteggiata sul piano economico, tecnologico e militare ( qui c’è un passaggio significativo, anche se poco commentato, relativo alla necessità di difendere la cosiddetta linea della First Island Chain, e cioè la catena di isole che va dal Giappone alle Filippine, passando ovviamente per Taiwan).
L’America del Sud non è praticamente citata, inserita semplicemente nell’Emisfero Occidentale – dizione assai rivelatrice- per la quale si riafferma la “dottrina Monroe”, cioè considerata come “cortile di casa” degli Stati Uniti.
Sorte analoga tocca all’Africa, cui è dedicata mezza paginetta, che di per sé la dice lunga sulla miopia dell’attuale Amministrazione americana, incapace di cogliere e leggere le trasformazioni importanti che qui si produrranno negli anni a venire, se non attraverso la lente di uno spirito neocoloniale.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, dopo aver enfatizzato la pace ( sic!) raggiunta grazie all’intervento di Trump, si avanza una lettura per cui quest’area è meno strategica rispetto al passato, sottolineando che gli USA dipendono ormai poco dalle fonti energetiche lì presenti e che, semmai, il problema potrebbe consistere nel fatto che qualche nemico esterno se ne possa impossessare, da cui l’importanza di stringere accordi e fare affari con diversi Stati dell’area, rilanciando i cosiddetti “ accordi di Abramo”.
Ben più attenzione ha l’Europa: sull’impostazione in proposito di Trump molto è già stato scritto e si può semplicemente riassumere dicendo che che l’obiettivo delineato è quella di farne un “gruppo di nazioni allineate”.
Questa definizione è decisamente chiara: gruppo di nazioni, facendo sparire ogni riferimento alla costituzione di una realtà federale e, pensando, al più ad un qualche elemento di coordinamento tra nazioni distinte e soprattutto allineate, ovvero non solo vassalle, ma che abbraccino in toto l’ideologia trumpiana.
Non a caso qui si legge che l’Europa necessita di un “rilancio dello spirito”, che, in primo luogo, è compito dei “partiti europei patriottici” e che, peraltro, gli USA si sentono impegnati per “costruire le nazioni sane dell’Europa centrale, orientale e meridionale attraverso legami commerciali, vendite di armi, collaborazione politica e scambi culturali ed educativi”(da notare l’assenza di riferimenti all’Europa occidentale).
In questo contesto si colloca anche il rapporto con la Russia, in realtà trattata più in relazione alla guerra con l’Ucraina e, al massimo, tra le righe, accreditata come media potenza.
Insomma, è evidente che il documento propugna un’idea netta del futuro dell’Europa, togliendo di mezzo qualunque velleità di sua costituzione come reale soggetto politico sovranazionale e, invece, appoggiando esplicitamente un ruolo ancora più preminente della destra neofascista per arrivare al ridimensionamento dell’UE.
Il punto, però, è che non ci si può semplicemente lamentare, come fa la gran parte della stampa mainstream, di una sorta di aggressione di Trump all’Europa, perché, in realtà, le dinamiche in corso in Europa hanno già iniziato ad andare incontro a questi desiderata statunitensi.
Vediamo, infatti, crescere, praticamente in tutti gli stati europei, uno spirito nazionalistico e assistiamo a politiche dell’Unione Europea sempre più vicine agli orientamenti degli USA, il tutto promosso da una sorta di una maggioranza politica reale che, al di là di quella formale che appoggia von der Lyen, ha sempre più il baricentro nell’alleanza non dichiarata tra Partito popolare e destra neofascista.
In tema di risorgenza dello spirito nazionalistico, basta pensare alle inquietanti dichiarazioni del cancelliere tedesco Merz dopo l’uscita del documento della strategia USA quando afferma che “America first può andare bene, ma non l’America alone” e che, se Trump non vuole prendere in considerazione l’Europa, allora può prendere come partner la Germania. Per quanto riguarda, poi, le politiche europee che si stanno mettendo in campo ultimamente, è sufficiente analizzare le scelte a favore del riarmo, quelle relative ai migranti, con le esternalizzazione delle frontiere, o quelle che depotenziano l’European Green Deal per rendersi conto come le stesse stanno sempre più avvicinandosi all’impostazione trumpiana.
In realtà, per fronteggiare l’offensiva trumpiana, sempre che lo si voglia, l’Europa ha bisogno di un grande balzo e della costruzione di un nuovo orizzonte. Non però quello che sembra suggerita da quel che resta di una fragile socialdemocrazia, in una chiave di pallido riformismo.
In queste latitudini si avanza l’ipotesi di un’Europa che avanza verso il federalismo, supera il meccanismo del voto unanime, aumenta il proprio bilancio centrale e le risorse comuni, ma per indirizzarle verso il riarmo e la difesa europea, il salto tecnologico e per un rilancio produttivo basato su questi assi. Per intenderci, quanto contenuto nell’ormai defunto piano Draghi per l’Europa.
Una prospettiva che, ovviamente, non piace agli Stati Uniti, che non ha certamente voglia, nella versione dell’American First, di avere a che fare con un partner-rivale di una certa importanza, ma che, nello stesso tempo, appare del tutto irrealistica e sbagliata. Sia per le dinamiche in atto nel campo europeo, che ho tratteggiato sopra, sia perché provare a contrastare la logica di superpotenze di USA e Cina, inseguendole e stando sullo stesso terreno, si finisce non solo nella parte del vaso di coccio tra i vasi di ferro ma, ancor più, si contribuisce a rafforzare l’idea che un ruolo forte nel mondo si gioca solo sul piano dei rapporti di forza economici e militari, che spingeranno sempre più nella logica dello scontro commerciale e della guerra.
La svolta che dovrebbe compiere l’Europa è quella di prendere un’altra direzione: promuovere la pace, favorire le relazioni diplomatiche al posto del riarmo, lavorare per un multilateralismo che inglobi anche l’affermazione dei diritti, relazionarsi con altri stati e aree del mondo al di fuori della retorica del primato dell’Occidente, riconvertire il proprio apparato produttivo verso la produzione di beni comuni (compreso un altro modo di progettare e regolare il salto tecnologico in corso) e la transizione ecologica, pensare ad un’idea di sicurezza ben più ampia dell’attuale e non basata semplicemente sulla forza militare, rinnovare ed estendere il proprio sistema di Welfare.
Insomma, per dirla in breve, imboccare la strada di un ripensamento radicale del proprio modello sociale. Si obietterà che tutto ciò sta fuori dal mondo che conosciamo e che delinea una prospettiva che può apparire utopistica: tutto vero, ma non sarà ora di iniziare a pensare con categorie nuove e porsi l’obiettivo di cambiarlo realmente questo mondo, visto che, così come sta procedendo, rischia di portarci tutti quanti, se non verso l’annientamento della specie umana, in una società nella quale le condizioni di vita non possono essere più definite appunto come umane? Certo, ci vogliono molte forze per poter rendere credibili queste opzioni.
Serve un grande movimento popolare, di dimensione perlomeno europeo, capace di suscitare energie e speranze, che, però, almeno potenzialmente, sono presenti nelle nostre società, come da ultimo – penso in primo luogo allo straordinario movimento di solidarietà con il popolo palestinese- recenti vicende hanno dimostrato. In ogni caso, occorre lavorare perché tutto ciò abbia la possibilità di realizzarsi.
Cover: soldati in Sudan – rivista Africa su licenza Wikimedia Commons
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Il 2025 è stato un anno complicato. Lo è stato a livello globale, ma anche guardando a quanto è accaduto ad ognuno di noi non si può dire che sia stato migliore dell’anno precedente. Quante delusioni, quanti problemi, quante frustrazioni ci ha riservato? Avevamo delle aspettative, ma il 2025 le ha deluse quasi tutte. Quindi il 2026 non potrà che essere migliore.
Torniamo con la memoria a 12 mesi fa, a quando stavamo per accogliere il nuovo anno e ci accingevamo a salutare il 2024. Cosa pensavamo? Probabilmente che il 2024 era stato peggiore dell’anno precedente, e che il 2025 non poteva che andare meglio. Speranza in gran parte disattesa. E se potessimo rivivere lo stato d’animo con cui abbiamo accolto la fine dei vari anni della nostra vita, probabilmente scopriremmo che lo abbiamo fatto quasi sempre nello stesso modo: quello concluso è stato un anno difficile, il prossimo sarà sicuramente migliore.
Vi sembra un ragionamento pessimistico? In effetti è ispirato al re dei pessimisti, ed è tratto da una delle sue “Operette morali”: “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. L’autore? Giacomo Leopardi.
Il racconto si svolge in una stazione, dove un venditore ambulante propone ad un passeggero in partenza l’acquisto di un almanacco per l’anno nuovo, promettendo un anno migliore di quello che si sta concludendo, e il passeggero finisce per convincerlo che le aspettative riposte nell’anno entrante non erano diverse da quelle per tutti gli anni a venire, che poi invece si erano rivelati peggiori dei precedenti.
Proviamo ad andare oltre il semplice pessimismo, e cerchiamo di capire il perché di questo fenomeno. Del passato conosciamo tutto: soprattutto sappiamo che la realtà non è stata mai quasi mai in linea con i nostri desideri. E quindi, ripercorrendolo con la memoria, finiamo spesso con l’essere delusi. Il futuro ci appare come un quaderno con le pagine bianche, tutte da scrivere, e possiamo immaginare di riempirle come più ci piace. Quanto è consolatorio pensare che il 31 dicembre si tiri una riga, e dal primo gennaio tutto riparta da capo? Eppure il sole che sorgerà a Capodanno sarà esattamente lo stesso che è tramontato nella notte di San Silvestro. E allora ci abbandoniamo al pessimismo?
La realtà è che molto spesso accadono fatti sui quali non abbiamo il controllo, e dobbiamo in un certo modo subirli. Ma in molti casi dovremmo essere noi a far succedere le cose, e non lo facciamo. Aspettiamo, assistiamo a quello che accade, e ci limitiamo a lamentarci. A prescindere dal cambio dell’anno, forse dovremmo cominciare a pensare di impegnarci se vogliamo che accada ciò che speriamo. E quindi provare a cambiare quello che non ci piace, provare finalmente a realizzare quel progetto che da tempo rimandiamo. Quanti di noi, ad esempio, hanno nel cassetto il viaggio dei sogni? “Prima o poi ci andrò”.
Se c’è un insegnamento da trarre dall’avvicendarsi degli anni, è che il tempo non ci aspetta: a furia di rimandare, arriverà il momento in cui diremo: “avrei dovuto farlo prima, ormai è troppo tardi”. Non serve fare cose straordinarie: quando capiamo che il tempo a nostra disposizione è limitato, diventa facile farne un uso migliore, semplicemente dedicandoci a ciò che ci piace: gli amici, la famiglia, i viaggi, ma anche le letture, il cinema, le passeggiate. Proviamo a ricavarci un po’ più di tempo per noi, facendo tutto ciò che di solito rimandiamo pensando che le priorità siano altre.
Quello che succederà nel 2026 non dipende da noi; quello che succederà a noi, in gran parte sì. Se vogliamo che il nuovo anno sia migliore, smettiamola di aspettare e proviamo a migliorarlo noi.
Cover image wikimedia commons
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