FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Maura l’ho conosciuta alla FLM di Ferrara, la Federazione Lavoratori Metalmeccanici che, sulla spinta del movimento prima studentesco e poi operaio, decise di diventare un sindacato unitario, abbandonando le precedenti Fiom, Fim, Uilm. Allora i sindacati attraevano anche giovani laureati disposti a questo lavoro meno pagato e idealisti. Lei, laureata in sociologia, era in Fiom, io, laureato in scienze economiche a Bologna, ero in Fim. Gli altri 6 operatori FLM di Ferrara erano tutti operai o ex operai, un’unica squadra con sfumature diverse (la squadra non è un gruppo).
Il nostro lavoro era organizzare le trattative aziendali e, nel caso, gli scioperi, studi sull’organizzazione del lavoro nelle grandi fabbriche (Berco, VM,…), formazione dei delegati e servizi (controllo delle buste paga, etc.). Maura ed io eravamo più esperti nei servizi (buste paga,…), studi aziendali, formazione. Ricordo che con il padrone della Reynolds Wheels feci la trattativa in inglese, spiazzando i compagni della Fiom che nulla capivano.
Maura era la più giovane (da Massa Carrara) ultima arrivata dei 4 operatori della Fiom e sperava di diventare la prima segretaria donna, ma non sapeva che allora, anche nella progressista Cgil, una donna non avrebbe mai potuto fare il n.1 in un ambiente così maschile.
Quando lo scoprì, dopo 7 anni, andò in crisi (e pianse non poco), così decise di andarsene in Regione dove le avevo consigliato di andare visti i suoi interessi di studio, diventando poi responsabile dell’Agenzia sul Mercato del Lavoro. Infine andò all’università di Parma.
Ero entrato nella Fim-Cisl perché allora si entrava in Cgil solo se iscritti al PCI o al PSI e siccome ero de Il Manifesto (Rossanda, Pintor, Magri,…) l’unico sindacato che poteva prendermi era la Cisl, che aveva al suo interno una componente di extraparlamentari di sinistra (altri tempi).
Con Maura andavo d’accordo perchè eravamo entrambi su posizioni simili ed eterodosse (condannammo l’invasione di Praga dell’Urss) e non eravamo d’accordo nel presidiare la sede FLM di notte per paura di un colpo di Stato (fatiche terribili). Avevamo un interesse profondo per il cristianesimo, tant’è che lei invitò, con mia grande soddisfazione, Giulio Girardi, per un corso ai delegati, con qualche mugugno degli altri. Girardi era un noto teologo promotore del movimento Cristiani per il Socialismo, ex sacerdote salesiano, chiamato al Concilio Vaticano II come esperto del marxismo e delle problematiche dell’ateismo contemporaneo. Era stato espulso dall’Università Salesiana di Roma e da altri atenei cattolici, dalla congregazione salesiana e sospeso a divinis, per le sue idee. Nel 1969 non si accettava una stretta collaborazione tra marxisti e cristiani. Pubblicò con La Cittadella ”Marxismo e cristianesimo” e stava sorgendo in Brasile la teologia della liberazione dei Boff.
Maura si sposò con Fiorenzo Baratelli, segretario della Figc (i giovani del PCI), ed ebbe una figlia (Chiara).
La prima volta che incontrai Fiorenzo fu nel 1968 al palazzetto dello sport di Ferrara. Stracolmo di studenti delle superiori in sciopero, tutti gridavamo “ognuno rappresenta se stesso“. Avevamo 18 anni e ricordo che Fiorenzo mi guardava come dire “ma non è un po’ generico?”. Aveva una formazione PCI, un po’ più solida di noi sessantottini, ma forse meno aperta a quel gigantesco movimento che allora era guidato da noi extraparlamentari. Ma alla fine si mise a gridarli anche lui gli slogan, non so se per farci piacere o per convinzione.
Il ’68 fu un’esperienza travolgente, di intense relazioni, quelle che mancano a molti giovani oggi, anche se il 18 aprile è ripartita la flotilla da Venezia (nessuno ne parla) e vedo di nuovo tra i giovani molti aspetti che mi ricordano il ’68. Cavolate ne abbiamo fatte ma, nel nostro piccolo, aiutammo a creare quei delegati di fabbrica (che sostituirono le Commissioni interne) e fecero (da allora) più forti i sindacati sui luoghi di lavoro. Maura scrisse proprio sui consigli di fabbrica un libro con Vittorio Rieser.
Per molti giovani sindacalisti quel lavoro rappresentava il sogno di poter cambiare in meglio la società. Da studenti avevamo messo sotto pressione i sindacati che avevano ancora le Commissioni Interne che non erano una forma democratica di rappresentanza dei lavoratori. Molte furono le conquiste, fu eliminato il cottimo, ridotti i ritmi di lavoro, i salari accresciuti, le forme di lotta decise in assemblea. Processi influenzati dalle lotte studentesche, in quanto, a differenza dalla Francia, il sindacato italiano, non chiuse la porta in faccia agli studenti e ne accolse lo stimolo per farne, dopo la vittoria contrattuale del 1969, il famoso «autunno caldo», la base stessa del sindacato in fabbrica.
I delegati e i Consigli di Fabbrica che si formarono, vennero infatti ufficialmente riconosciuti. Alla fine del 1970 i CdF in Italia erano 1.374 con 22.609 delegati: nel 1971, 2.566 con 30.493 delegati, nel 1972 un totale di 83mila delegati. In Germania si sviluppò invece un movimento in cui gli operai accedono a sistemi di partecipazione (“mitbestimmung”) e lo scontro coi datori di lavoro fu meno intenso.
Eravamo comunisti “a modo nostro” (direbbe Lucio Dalla) e leggevamo Marx, Keynes ma anche Karl Polanyi pubblicato da Einaudi nel 1974 (La grande trasformazione) in cui veniva messo in discussione il libero mercato tipico del liberalismo, esteso a tutto (lavoro, terra, natura), che avrebbe avuto una gran fortuna nei successivi 50 anni e, come disse il finanziere Warren Buffet, la lotta di classe è stata ampiamente vinta dai ricchi capitalisti. Ma, a mio modesto avviso, la “talpa ha scavato” e oggi il capitalismo liberale sta vivendo una profonda crisi come mostra il tramonto degli Stati Uniti e l’ascesa di un nuovo “socialismo 2.0” della Cina. Non tutto ci piace oggi della Cina (anzi), ma l’aver sradicato la povertà per la prima volta nella storia e aver portato la Cina a una prosperità diffusa mostra che la “storia” non è finita e quindi c’è speranza in un mondo migliore che prenda, in futuro, la parte migliore del capitalismo e del comunismo.
Abbiamo vissuto anni di grande intensità emotiva e relazionale, tipici degli “stati nascenti”. La storia non finisce mai e credo che ci stiamo avvicinando ad un’altra fase di “grande svolta”. Credo che con Maura, ci vedremo ancora nella prossima vita, ma non sarà facile riconoscersi, perché tutto cambia ed è il bello della vita prossima che verrà.
Maura Franchi (nella foto di copertina) ha collaborato assiduamente a questo giornale. Per leggere i suoi articoli su Periscopio consulta la sua rubrica Elogio del presente .
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Nel buio della notte, penso a milioni di donne che non conosco.
Che non conoscerò.
Rondini senza nido.
Volpi dalla coda mutilata.
Forse incontrate, sfiorate.
Forse dall’altra parte di questa parete, di questa strada.
O in altre città. Paesi.
Su un letto, sul pavimento, schiacciate al muro,
inginocchiate in cucina a raccogliere cocci, a chiedere scusa.
Ascolto.
Riconosco i suoni nelle vostre case.
Schiaffi. Urla. Oggetti frantumati. Suppliche.
Il pianto.
Il silenzio che segue. Assordante.
Ascolto dietro le vostre porte chiuse,
tra vicini indifferenti come stelle distratte.
Tra gatti muti che proprio a lui leccheranno la mano,
con dolcezza, inconsapevoli.
Ascolto il vostro spavento, la disperazione, la solitudine cocente.
Non posso niente. Nessun aiuto. Non vi raggiungo. Non so dove siete.
Qui, nella mia notte, nella nostra notte,
io cerco di sfiorarvi con una briciola di bene.
Di vero bene.
Nel buio completo che adesso vi avvolge.
Vicina. Lontanissima. Io vi sto ascoltando.
Forse a questo serve la notte.
A potere allungarmi in questo buio che vi divora,
in un ascolto che è abbraccio.
Che non dorme.
Che veglia con voi.
Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023
In copertina: violenza sulle donne – Foto di Rosy / Bad Homburg / Germany da Pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
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Quando ero piccola, incantata a guardare le dita di Giorgio scivolare sul pianoforte, non assistevo a una semplice esecuzione, ma a una vera materializzazione di magia. Le sue mani, agili e sapienti, non erano solo carne e ossa, erano il confine sottile dove il pensiero nasce e la materia prende vita.
Ancora oggi, il ricordo di quel musicista — della sua umanità e del suo talento purissimo — mi riporta a una verità profonda, le dita sono una frontiera. Esse non si limitano a toccare i tasti, ma interrogano la realtà. Ogni contatto è una domanda che la coscienza rivolge al mondo, come se la pelle stessa cercasse conferma della propria esistenza.
C’è una saggezza profonda nel tatto, le dita ricordano ciò che la mente dimentica, perché conoscere significa, prima di tutto, sfiorare. Quando le mani producono musica — che sia attraverso il legno di un violino, l’avorio di un pianoforte o l’ottone di un sassofono — esse diventano il tramite sacro tra noi e l’arte. In quel momento, il tempo si ferma e approda a una realtà diversa, più leggera, libera dal peso della quotidianità.
Certo, non ogni suono ha questo potere, solo la musica che vibra in armonia con il nostro cuore sa annullare le distanze e rendere superflui i confini. In quell’istante, lo spartito smette di essere un limite tecnico e diventa un sentiero verso la trascendenza. L’esecutore non è più un tecnico, ma un creatore, un artista senza tempo in cui strumento e anima diventano un tutt’uno. L’atto di creare toglie il tempo al tempo. Lo rende superfluo rispetto al fluire delle emozioni, permettendo finalmente allo spirito di elevarsi sopra la gravità dei giorni e di perdersi nell’eterno presente della bellezza.
Eppure, la musica sa anche farsi polvere e strada. Ricordo nitidamente quella volta che inseguii Giorgio tra la folla, aveva dismesso le vesti del pianista per imbracciare la grancassa in una banda di paese. Sento ancora il calore dell’asfalto, i sassolini nelle scarpe leggere e la voce di mia madre che mi richiamava: “Vieni subito qui, dobbiamo andare a casa!”. Ma io ero euforica. A un certo punto, Giorgio smise di suonare, mi guardò e, con un complice occhiolino, mi permise di dare un colpo secco sulla pelle tesa della grancassa.
In quel battito, lo vidi come un Mago. Decisi, con la certezza incrollabile dei bambini, che lo avrei sicuramente sposato. Era un sogno privo di fondamento, naturalmente. Lui aveva già una moglie che avrebbe amato per sempre, a modo suo. Ma quell’amore per la grancassa è rimasto con me, trasformandosi in una passione per il ritmo della vita.
Ancora oggi, ogni volta che sento un percussionista, penso che non sia all’altezza di quel primo, primordiale battito d’ali. Amo le fanfare dei bersaglieri, l’allegria travolgente dei carnevali brasiliani, persino il richiamo dei venditori ambulanti che annunciano frutta fresca o il suono festoso del furgone dei gelati.
Quando le mani producono musica — che sia l’avorio di un pianoforte o il rimbombo di una banda — esse diventano il tramite spirituale tra noi e l’arte. In quel momento, il tempo si rarefà e si approda a una realtà più leggera, libera dalla gravità del quotidiano. L’atto di creare rende gli attimi superflui rispetto al fluire delle emozioni, permette allo spirito di elevarsi sopra la “pietra” dei giorni e di perdersi nell’eterno, vibrante presente della bellezza.
Perché la musica non è uguale per tutti, eppure abbraccia chiunque, il bambino e l’adulto, il malato e il sano, l’innamorato e il minatore. In quelle note combinate con maestria, ognuno può trovare un briciolo di serenità, forse persino un senso alla vita. Esiste nella musica una sensibilità tipicamente umana che risveglia i sentimenti migliori, la solidarietà, la voglia di condividere, l’apertura verso gli altri.
Agli antipodi di questa armonia troviamo l’invidia, la diffidenza e il desiderio di alzare mura, convinti che chi ci sta di fronte voglia solo approfittare di noi. Ecco allora che l’ascolto diventa una forma di catarsi privata. La musica è uno scudo, il suono di una melodia racchiusa in una stanza che è lì solo per noi. In quello spazio protetto, la prepotenza è chiusa fuori.
Per un istante la dimentichiamo, liberandoci dai meccanismi deleteri in cui, troppo spesso, siamo costretti a lottare o a emulare l’aggressività altrui. L’atto di creare — o di ascoltare — rende il tempo superfluo rispetto al fluire delle emozioni. Permette allo spirito di elevarsi sopra la “pietra” dei giorni difficili e di perdersi nell’eterno, vibrante presente della bellezza.
Delegando le nostre emozioni migliori alla sfera privata, racchiuse tra le mura di casa, perdiamo qualcosa. Al di fuori, nell’arena del lavoro o del bar, ci sentiamo costretti a indossare una facciata di pseudo-razionalità, fatta di luoghi comuni, pregiudizi e autoritarismi. Recitiamo una parte che crediamo piaccia agli altri, soffocando l’emozione in nome di una fredda protezione.
In questo scenario, l’ascolto della musica diventa una catarsi solitaria. Quella melodia in una stanza chiusa diventa l’unico luogo dove la prepotenza non può entrare, dove non siamo costretti a emulare meccanismi sociali deleteri. L’arte ci permette, finalmente, di elevare lo spirito sopra la pesantezza dei giorni comuni e di ritrovare, almeno nel privato, l’eterno presente della nostra umanità.
Quando ero piccola e guardavo le dita di Giorgio, non vedevo tecnica, ma magia. Le mani del musicista sono una frontiera dove la mente tocca la materia. Eppure, la musica sa anche farsi strada, come quando inseguii Giorgio tra la polvere di una banda di paese e lui, con un occhiolino, mi fece colpire la pelle tesa di quella grancassa. In quel battito primordiale vidi un Mago, e nacque in me un amore per il ritmo della musica che ancora oggi mi fa battere il cuore per una fanfara o per il grido di un venditore ambulante.
Oggi capisco che quella magia è un rifugio necessario. Come nella canzone di Gino Paoli, la musica trasforma la nostra stanza in un luogo che “non ha più pareti, ma alberi infiniti”. Quegli alberi sono l’anelito che tutti portiamo dentro, ma che ci costringiamo a soffocare. Viviamo in un’arena dove regna il profitto e dove le emozioni migliori sono delegate al privato, mentre fuori ci si maschera con una pseudo-razionalità fatta di autoritarismo e pregiudizio.
Il rischio più grande è quello di crescere i piccoli umani come “passive liane”, cercando di garantire loro una felicità materiale inesistente, mentre il mondo fuori è un cemento di relazioni abominevoli, una “mafia del quotidiano” che non riconosciamo nemmeno più. Invece, dovremmo imparare dai bambini, loro sanno essere sinceri e manifestare emozioni.
Scegliere la musica, coltivarla, significa scegliere una strada verso la serenità. È una strada che ci permette di smascherare l’inganno di una tranquilla quotidianità fatta di eventi ripetitivi che danno sicurezza, ma che sono privi di anima. Una sicurezza senza emozioni è solo la certezza di camminare con scarpe di pietra in vie di cemento che portano al consumismo e all’accumulo sfrenato.
L’arte, invece, ci restituisce quelle emozioni forti e rare che, seppur brevi, danno senso all’esistenza. Ci permette di elevare lo spirito sopra il marmo dei giorni comuni e di ritrovare quel tutt’uno tra noi e il mondo, dove l’esecutore è creatore e l’essere umano è finalmente libero.
In un’epoca che sembra aver smarrito il senso dell’invisibile, ci muoviamo in un mondo sempre più levigato, dove ogni spigolo viene smussato e ogni mistero tradotto in un’informazione utile. È il trionfo della superficie, una realtà che James Hillman avrebbe definito “senza anima”, dove l’esperienza vissuta viene sostituita dal suo simulacro, e l’imprevedibile ferocia del destino viene addomesticata da una logica di pura efficienza.
Viviamo dentro piccoli gusci, protetti da automatismi che prevedono i nostri desideri prima ancora che essi fioriscano, uccidendo il desiderio stesso nel momento in cui nasce. Questa tendenza moderna a “letteralizzare” l’esistenza — a credere, cioè, che la vita sia solo ciò che si vede, si misura e si risolve — agisce come un anestetico sulla nostra profondità.
Il Daimon, quella figura mitica che per Hillman rappresenta la nostra vocazione unica e ribelle, viene messo a tacere, rinchiuso in schemi che premiano la media, il consenso, la prevedibilità. Ma proprio dove il calcolo si fa più serrato, dove il rumore di fondo della società attuale si fa assordante, si apre una crepa luminosa, quella di una “stanza che non ha più pareti ma alberi infiniti”.
La musica non diventa così un semplice intrattenimento, ma una via iniziatica per recuperare le emozioni che abbiamo delegato al ciò che verrà. Mentre il mondo esterno ci chiede di essere funzionali, la musica ci chiede di essere vibranti. Essa è l’antitesi della logica lineare, è un evento psichico che non cerca soluzioni, ma celebra il conflitto, la nostalgia, l’estasi e il dolore.
Ascoltare — o meglio, abitare — un suono, significa rompere il guscio della superficie. In un accordo, in un improvviso silenzio tra le note, o nel graffio di una voce che si spezza, ritroviamo quella profondità poetica che la vita quotidiana tenta di cancellare. La musica è l’attrito necessario, è il sangue che torna a scorrere in un corpo intorpidito dalla comodità. Essa non ci dice chi siamo in base a ciò che abbiamo fatto ieri, ma ci rivela ciò che potremmo essere nell’istante irripetibile del presente.
Mentre la sociologia vede individui che si muovono come atomi isolati in reti invisibili, la musica crea un corpo collettivo fatto di vibrazioni comuni. È il ritorno al rito, al sacro, all’irrazionale che ci salva. In una sinfonia o nel ritmo ancestrale di un tamburo, il Daimon si risveglia: capisce che non è solo, che il suo tormento è bellezza e che la sua unicità non può essere ridotta a un dato statistico.
Uscire dal controllo, spegnere il pilota automatico della nostra esistenza e lasciarsi attraversare da un suono significa, in ultima analisi, tornare alla nostra nascita. È un modo potente per ricordarci che siamo creature abissali, fatte di armonie complesse e dissonanze necessarie, e che la nostra vera essenza inizia proprio dove il calcolo finisce.
Cover: Foto di ddgoldberg da Pixabay
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“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro”.
“Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania”.
“In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944. Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati”.
“Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via”.
“Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023)”.
“Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”.
Antonio Scurati
Cover: 25 Aprile ovunque, SCI Italia (Servizio Civile Internazionale) – Facebook
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Qualche tempo fa ho avuto un’occasione che capita di rado: riuscire a sedermi con mia figlia a discutere del significato della Festa della Liberazione.
Lei all’epoca era un’adolescente, simile a tante ragazze della sua età; quell’età in cui pensi di aver capito tutto della vita e gli adulti ti sembrano noiosi e ottusi, ma li tolleri solo perché ti danno i soldi per comprare ciò che ti serve. E so benissimo che la pensava in questo modo, perché è esattamente quello che pensavo io quando ero un adolescente come lei. Eppure, una sera, questa giovane saccente mi ha fatto una domanda:
“Papà, perché si festeggia il 25 aprile?”
E’ stato l’inizio di una bella chiacchierata.
Prima di tutto ho risposto alla sua domanda: il 25 aprile 1945 fu proclamata la rivolta di tutte le città ancora occupate dai nazifascisti, arrivando così alla liberazione dell’intero territorio nazionale nel giro di pochi giorni.
Ho provato a farle capire cosa fosse la guerra che stava finendo in quei giorni. Non c’era solo un esercito straniero da combattere: quella dalla quale l’Italia si stava liberando era anche una terribile guerra civile, in cui fascisti ed antifascisti si combattevano ferocemente. Le ho detto di pensare a ragazzi che avevano più o meno la sua età, che cercavano di uccidersi a vicenda pur essendo magari nati e vissuti nella stessa città.
Qualcuno le racconterà che, dopo tanti anni, le ragioni degli uni o degli altri siano ormai poco importanti e che tutti i combattenti debbano essere considerati vittime delle circostanze, ma le ho raccomandato di non credere a questa sciocchezza.
Non è la stessa cosa arruolarsi a fianco dei nazisti per spargere il terrore tra i propri connazionali oppure scegliere di abbandonare tutto, vivere nascosti e trascorrere le giornate nel terrore di una spiata che porti ad essere catturati e giustiziati. Non è la stessa cosa combattere e morire per un ideale, o farlo per stare dalla parte di chi in quel momento sembra il più forte.
Non è la stessa cosa essere fascisti o antifascisti.
Poi le ho raccontato la storia di nove ragazzi della mia città: nove ragazzi Aquilani che rifiutarono l’arruolamento da parte dei Nazisti, che nonostante la paura sognarono di poter combattere un’impossibile guerra contro un esercito potente e spietato. Furono arrestati appena fuori città e fucilati subito dopo, senza alcuna esitazione. Ho spiegato a mia figlia che senza ragazzi come loro, senza i tanti che decisero di non rassegnarsi ma scelsero di resistere con tutti i mezzi, oggi forse lei non godrebbe della libertà che ha conosciuto.
Questo è il nostro debito verso la Resistenza.
Le ho spiegato come si fosse arrivati alla guerra civile, del fatto che l’Italia fosse entrata in guerra dalla parte sbagliata accanto alla Germania di Hitler, all’orrore assoluto, ma che poi aveva firmato l’armistizio con gli Alleati, di fatto trasformando gli amici in nemici.
A mia figlia ho raccontato che il nostro Paese non è stato mai capace di concludere una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva cominciata. Era già successo nella Prima Guerra Mondiale quando dichiarammo guerra agli Austriaci con i quali eravamo alleati; succederà ancora in tempi più recenti, quando abbiamo bombardato la Libia dopo aver firmato un patto di non aggressione con Gheddafi. Non è un caso se, all’estero, il nostro Paese non viene considerato affidabilissimo.
A questo punto è arrivata la domanda più difficile: “Ma che cos’è il fascismo?”
(Come si spiega in parole semplici l’ideologia che ha trascinato il mondo in una guerra folle, e minaccia di farlo di nuovo?)
Il fascismo è un modo di pensare che nasce dall’ignoranza, dalla scarsa conoscenza.
La scarsa conoscenza delle altre persone, considerate diverse perché di un altro colore, di un’altra religione, di un altro orientamento sessuale o semplicemente perché non hanno le stesse idee. Una scarsa conoscenza che si trasforma in paura, nella convinzione che quelle persone siano inferiori, anzi che non siano persone. Dall’ignoranza e dalla paura nascono l’odio, il razzismo e il nazionalismo, cioè la certezza che la propria nazione sia la migliore del mondo in virtù di una prova inconfutabile: è quella nella quale si è nati.
Alla fine queste idee assurde portano a vedere nemici dappertutto, nemici da eliminare, indegni di vivere perché più simili ad animali che ad esseri umani. Portano alla guerra.
E lei: “Ma questo non è il nazismo?”
Sì, ma fra nazismo e fascismo le differenze sono davvero poche. Se gli uni sterminavano gli Ebrei nei lager, gli altri glieli impacchettavano nei carri bestiame e glieli consegnavano.
Infine, le ho spiegato che queste idee balzane non sono mai morte: per quanto possa sembrarle assurdo, tante persone si proclamano ancora fasciste, e tante altre lo sono senza neanche avere il coraggio di ammetterlo apertamente. Queste persone rappresentano ancora un pericolo: quando si rifiuta di conoscere, quando l’altro viene visto sempre e solo come un nemico ed un diverso, quando ci si lascia guidare dall’odio e dalla paura il risultato finale è sempre lo stesso: purtroppo la storia sembra non averci insegnato niente. Per questo bisogna continuare a resistere, tutti i giorni, combattendo non con le armi ma con la ragione.
Alla fine una sua esclamazione ha chiuso nel modo migliore la nostra chiacchierata:
“Ma allora questi fascisti sono matti!”
Se è vero che la festa della Liberazione serve a ricordare, a tramandare alle future generazioni il ricordo di ciò che è accaduto per non farlo succedere di nuovo, credo che il modo migliore per onorare questa ricorrenza sia parlare, raccontare, spiegare e coltivare la conoscenza: che è e sarà sempre il più efficace antidoto contro la paura e i pregiudizi.
Cover image: copyright wikimedia commons, tratta da Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della societa contemporanea Giorgio Agosti, foto di Giorgio Agosti
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