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Hai presente tipo quando salvini benedice qualcosa e quel qualcosa crolla, o salvini benedice qualcuno e quel qualcuno perde? Ormai è un topic classico dei social. Costui è un maestro nell’attaccare rogna alle persone o cose cui manifesta appoggio. Ma come salvini è maestro nel trasformare un endorsement in una iattura per chi lo riceve, esistono anche preannunci di sventura che precedono la sventura.
Mi riferisco al fatto che, a quanto pare, Claude Mythos – il nuovo modello AI licenziato da Anthropic, e che dovrebbe prendere il posto di Opus – applicato alla verifica di quanto sono sicuri i sistemi di protezione dati delle società finanziarie (e non solo), abbia individuato migliaia di falle che i sistemi di cybersicurezza “classici” non hanno mai trovato.
Siccome si tratta di una notizia destabilizzante, Anthropic ha deciso di condividerla con un “ristretto” gruppo di clienti: Cisco, Broadcom, Linux Foundation, Amazon, Apple e Microsoft. Questo avrebbe dovuto significare due cose: la prima, che Anthropic non poteva non dare questa informazione, almeno ai clienti primari; la seconda, che Anthropic non intendeva rendere subito di dominio pubblico questa informazione, per il suo effetto dirompente.
E’ del tutto intuibile che il secondo obiettivo poteva essere a rischio nel momento stesso in cui Anthropic decideva di fare la prima cosa, e di questo ovviamente Anthropic stessa era consapevole. La condotta scelta dall’azienda è stata un mix necessario tra informazione preventiva di tipo “commerciale” e strategico, attinente alla sicurezza nazionale, ma sarebbe più appropriato dire sicurezza mondiale: è vero che le aziende sono statunitensi, ma la loro pervasività è tale che il tema di sicurezza evidenziato è per forza planetario.
Infatti Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha subito convocato una riunione urgente sul tema con i principali banchieri americani. Anthropic in pratica ha voluto lanciare un allarme: mettete mano ai vostri sistemi di sicurezza per tappare le falle prima che se ne accorgano i “cattivi”. Le falle le comunichiamo prima a voi e solo a voi affinché ci mettiate subito mano.
Peccato che anche Anthropic possa avere – ed abbia avuto – delle falle nella comunicazione, delle quali in tempo reale si accorgono dei soggetti che possono lavorare sia per i buoni che per i cattivi: dipende da chi paga di più. Ad esempio i leaker, che apprendono ed eventualmente rendono pubblica una notizia prima del suo annuncio ufficiale, agendo spesso come talpe informatiche. M1astra è uno di questi, e ha svelato in anteprima al mondo la comunicazione che Anthropic aveva in canna su Mythos.
Una spia? Qualcosa del genere. Solo che di solito una spia lavora per tutti e gratis, come sembrerebbe aver fatto nel caso specifico, solo quando si tratta di farsi pubblicità, di accreditarsi come buona fonte: per esempio anticipando informazioni importanti ma anche “generaliste”, che verranno comunque diffuse successivamente in via ufficiale. Quando viene in possesso di informazioni che dovrebbero restare segrete, noi non ne veniamo a conoscenza, ma i cattivi che pagano meglio per avere queste informazioni dalla spia, probabilmente sì. (Sia chiaro: non sto accusando per forza M1astra: magari in questo caso abbiamo a che fare con un leaker “etico”).
Anthropic sembra essere l’azienda nella quale si scaricano, come su un parafulmine, le tensioni contrastanti della maggiore efficienza al mondo tra le aziende AI, che le ha fatto ottenere rapporti privilegiati con il Pentagono; e della maggiore preoccupazione etica tra le aziende AI, che l’ha fatta entrare in un contenzioso con lo stesso Pentagono. Non è escluso che Anthropic stia volutamente esagerando l’allarme per ricavarne il massimo vantaggio commerciale. Tuttavia Anthropic, da quello che capiamo, è l’azienda che si sta ponendo prima dei concorrenti il problema del controllo e dei limiti dell’AI. In questo caso, proponendo in anticipo per i clienti “buoni” un modello di difesa cyber, prima che il modello stesso diventi diffuso tra tutti gli attaccanti “cattivi”.
Ma saranno tutti corretti i dipendenti di Oracle, Amazon, Apple, Microsoft che si troveranno ad apprendere e ad interagire con le informazioni puntuali che verranno svelate da Mythos? Saranno tutti abbastanza assennati da non comunicare a qualche malintenzionato quali sono i punti deboli dei sistemi di sicurezza delle loro aziende? Saranno tutti abbastanza responsabili da non vendicarsi contro la loro azienda per aver fatto avanzare qualcun altro al posto loro? Per averli sfruttati e spremuti come limoni in cambio di promesse di carriera poi tradite? Per averli sostituiti esattamente con un modello artificiale che fa il loro lavoro più in fretta e meglio di quanto lo facevano loro?
Il pessimismo della ragione porta a ipotizzare che una nuova pandemia possa essere alle porte: questa volta non colpirebbe la nostra salute, ma i nostri dati personali, sociali ed economici, cioè il complesso fragile su cui si articola la nostra quotidiana esistenza civile. Le conseguenze non sono facilmente immaginabili. Speriamo solo che salvini non se ne occupi dicendo che andrà tutto bene.
Di seguito, qui e qui, puoi leggere due tra i migliori articoli su Claude Mythos usciti in questi giorni.
Cover image https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/
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Vi scrivo con grande preoccupazione e, permettetemi, anche con un po’ di amarezza.
Ho 78 anni, ho conosciuto la povertà vera, quella del dopoguerra, e ho visto con i miei occhi la rinascita del nostro Paese, costruita con sacrificio, rispetto e senso del bene comune. Oggi, invece, mi trovo a guardare un tempo fatto di conflitti e individualismi, dove sembra che ciò che conta davvero, venga messo in secondo piano anche nei paesi più piccoli come Colceresa – Vicenza.
Vi scrivo per portare alla vostra attenzione una situazione estremamente urgente che riguarda il nostro territorio e che, ad oggi, fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico locale, probabilmente per evidenti interessi economici e politici.
Nel Comune di Colceresa – Vicenza, l’amministrazione comunale si appresta ad approvare entro la fine di aprile 2026 un intervento che potrebbe avere conseguenze gravi e irreversibili sulle risorse idriche, non solo del nostro comune ma anche dei territori circostanti:
la realizzazione di un nuovo insediamento produttivo su circa 7 ettari di terreno agricolo, situato in un’area di salvaguardia della falda acquifera che alimenta i pozzi comunali.
Si tratta di una zona fondamentale per la ricarica delle acque sotterranee, riconosciuta dalla Regione Veneto come area di tutela dei pozzi e delle risorgive da cui dipende l’equilibrio idrico di tutto il territorio a sud.
Eppure, nonostante questo, si sta procedendo verso l’autorizzazione del progetto facendo ricorso a una normativa ormai superata, che consente deroghe urbanistiche tali da permettere, paradossalmente, la costruzione di grandi impianti industriali proprio in un’area che dovrebbe essere protetta.
Ancora più difficile da comprendere che tutte le autorità, regione compresa hanno dato l’ok, e che tutto questo venga classificato come “consumo di suolo pari a zero”.
Io mi chiedo: come può essere “zero” il consumo di suolo quando si trasformano 7 ettari di terreno agricolo? Sette ettari. Una superficie enorme. E ciò che più preoccupa è che il nostro comune dispone complessivamente di soli 7 ettari consumabili fino al 2050: questo significa che un unico intervento esaurirebbe completamente la disponibilità futura di suolo per il comune di Colceresa VI!!!! Ma trattandosi di un intervento a consumo ZERO non ci sono problemi anzi il consiglio comunale si vanta di questo!
Questo progetto, inoltre, non è un caso isolato, ma si aggiunge ad altri due interventi già approvati nel 2025 nella stessa area di salvaguardia, anch’essi considerati, incredibilmente, a consumo di suolo zero.
Ma ancora più grave è il fatto che non risulta essere stata effettuata alcuna valutazione seria sugli impatti che queste opere avranno sulla falda e sull’acqua potabile. Si parla della nostra acqua, di quella che bevono i nostri figli e i nostri nipoti. E invece si procede senza studi adeguati, senza trasparenza e senza informare correttamente la cittadinanza.
Secondo alcune stime indicative, si potrebbe arrivare a una riduzione della capacità di ricarica della falda superiore al 10%. Se a questo aggiungiamo i cambiamenti climatici e la possibilità di ulteriori interventi nella stessa area, il rischio per le risorse idriche diventa concreto e molto serio. Eppure, il Comune di […] non ha richiesto né svolto approfondimenti su questi possibili effetti.
A fronte di tutto questo, i benefici dichiarati appaiono modesti e poco chiari: circa 50 posti di lavoro, di cui solo metà destinati ai residenti, una compensazione economica non definita e interventi come la piantumazione di viti che non possono certo restituire ciò che viene perso. Il suolo agricolo e permeabile non è qualcosa che si può rimpiazzare facilmente, e gli ecosistemi non si ricostruiscono per decreto.
Tra i cittadini cresce una preoccupazione profonda. Molti stanno cercando di farsi sentire, non senza difficoltà. La sensazione è quella di assistere a un progressivo impoverimento delle risorse naturali del nostro territorio, a favore di interessi che non lasceranno nulla in cambio alle generazioni future.
Io penso ai miei nipoti. Penso all’acqua che berranno, alla terra che erediteranno. E mi domando che diritto abbiamo noi oggi di prendere decisioni che potrebbero compromettere il loro domani.
Vi chiedo di prestare attenzione a questa situazione e di contribuire a portarla alla luce, perché il futuro del nostro territorio non può essere deciso nel silenzio e nell’omertà di tutti!
Con rispetto
Maria Grazia Bisinella
Cover: panoramica del magnifico territorio del Comune di Colceresa (Vicenza) – immagine di Pedemontana Veneta
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Parole a capo <br>”Poesia e Intelligenza Artificiale. Nuovi contributi di approfondimento”
In questo numero di “Parole a Capo” proseguiamo un piccolo lavoro di approfondimento sulla tematica che definiamo, schematizzando senza alcuna intenzione di banalizzazione, rapporto tra poesia ed Intelligenza Artificiale (IA oppure AI). Oltre ad un nuovo intervento di Zairo Ferrante, pubblichiamo due articoli di Raul Gabriel usciti nella rubrica “Chatpoint Charlie” del quotidiano “Avvenire“. Tutti gli articoli sono stati corredati da una preventiva autorizzazione ricevuta.
di Zairo Ferrante
Accetto con molto piacere l’invito di Pier Luigi Guerrini a contribuire al confronto sull’AI e la parola poetica, aperto sulle pagine di Periscopio Online.
Negli interventi recenti sul rapporto tra lingua e intelligenza artificiale emerge un punto decisivo: ciò che distingue l’umano non è semplicemente la capacità di produrre linguaggio, ma il fatto di essere esposto a un reale che non si lascia ridurre completamente a sistema. Se questo è vero, allora una parte del problema cambia radicalmente. Non si tratta più soltanto di distinguere tra umano e artificiale, ma di capire quando – e se – questa esposizione riesce davvero a passare nella parola.
In questa direzione si muovono, con metodi diversi, anche le riflessioni di Alessandra Corbetta e Alessandro Canzian pubblicate su Pordenonelegge, che hanno il merito di riportare il discorso sul rapporto tra linguaggio e reale, sottraendolo tanto alla semplificazione quanto alla contrapposizione ideologica.
In effetti, non è più possibile parlare di letteratura, cinema, musica o arte senza tenere conto degli impatti, positivi o negativi, dei rischi e delle opportunità che l’IA e i suoi utilizzi stanno portando con sé anche in questi ambiti, rendendo necessari nuovi paradigmi interpretativi e un affinato pensiero critico, indispensabile per districare e valutare un ecosistema ad alto grado di complessità, completamente interconnesso e sempre più lontano dal potere essere analizzato mediante formule semplificatrici e banalizzanti (Alessandra Corbetta).
[…] la soluzione non è nemmeno così impensabile come si può ipotizzare e non passa attraverso un’anacronistica opposizione all’IA. Leggo infatti da Mafe de Baggis una riflessione centrale e umanocentrica che ricorda che il problema decisivo non sembra essere l’IA in sé quanto i soggetti che la usano e le logiche in cui la usano. […] (Alessandro Canzian)
E tuttavia, proprio qui, si apre un punto ulteriore.
Negli ultimi tempi si assiste a una sorta di nuova “caccia alle streghe” contro la scrittura con intelligenza artificiale. Interventi come quello di Francesco D’Isa pubblicato sulla sua pagina Facebook orientano la discussione su un piano meno ideologico:
[…] A mio gusto valuto i testi solo dalla loro qualità, non mi interessa da dove provengono, ma rispettando chi la pensa diversamente: davanti alla comprovata impossibilità di stabilirlo con certezza e alla comprovata diffusione dello strumento in tutti gli ambiti, l’appello è alla buona fede di chi scrive? E se sì, perché io che scrivo con AI dovrei dirvelo, se poi per questa mia scelta vengo ostracizzato? Con la caccia alle streghe, non stiamo forse implorando alle persone di non dirlo? Il fenomeno è noto e si chiama “Shadow AI“.
Se questo è vero, allora la questione dell’origine smette di essere decisiva.
Ma è proprio qui che si apre un’ulteriore questione necessaria. Oggi nessuno si chiede se l’ingegnere che ha progettato la casa abbia utilizzato o meno l’intelligenza artificiale per fare i calcoli. E allo stesso modo non ci chiediamo se un medico, per arrivare a una diagnosi, o un chirurgo, per programmare un intervento, si siano serviti di sistemi di intelligenza artificiale.
Anzi, in quest’ultimo caso, considerata la mia posizione sul campo, stresso l’esempio e aggiungo che se un medico non si serve dell’AI a sua disposizione e sbaglia una diagnosi, molto probabilmente, tale comportamento verrà giudicato come un’aggravante in sede di processo.
Quello che facciamo, in entrambe le situazioni, è valutare il risultato: la casa regge? La cura funziona? L’intervento è riuscito? Forse è da qui che bisogna ripartire anche per la poesia. Non dall’origine del testo, ma da ciò che quella parola è in grado di fare. Ma con una differenza decisiva: una casa sta in piedi o crolla. Una cura funziona o fallisce. La poesia no.
La poesia non si misura per funzionalità, ma per incidenza. Per la sua capacità di entrare nel reale, di produrre attrito, di modificare – anche impercettibilmente – l’esperienza umana di chi legge. Un accadimento che non si può decidere a monte, ma che si verifica, oppure no, nell’esperienza. Tuttavia, in questo senso, se i sistemi di intelligenza artificiale, gli LLM, operano per probabilità statistiche, risulta anche possibile – almeno in linea teorica – che da quel calcolo emerga qualcosa che assomiglia a un verso di Leopardi, o persino un “nuovo infinito”. La domanda, allora, non è più se sia stato scritto da una macchina o da un uomo. La domanda è un’altra: saremmo in grado di riconoscerlo? E soprattutto: accadrebbe davvero qualcosa leggendo quel verso, oppure no? E qui, forse, la risposta non è né tanto scontata né così rassicurante. Per questo oggi non basta più chiedersi chi scrive. Occorre chiedersi quando una parola diventa necessaria, quando incontra attrito, quando trasforma, quando rischia, quando resta.
Foto di Iris,Helen,silvy da Pixabay
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di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )
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