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L’11 aprile parte un’iniziativa significativa per affrontare le problematiche ambientali e sociali presenti nella nostra Regione.
Per 2 mesi, partendo da Piacenza e attraversando tutti i comuni capoluoghi di provincia e anche altre città, si svilupperà la Carovana sui temi ambientali e sociali promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) e da AMAS (Assemblea Movimenti Ambientali e Sociali Emilia-Romagna), per poi concludersi con un importante convegno regionale il 13 e 14 giugno a Bologna.
La Carovana nasce per rispondere a 2 finalità precise:
la prima è quella di evidenziare i tanti conflitti aperti nella nostra regione, soprattutto sulle questioni ambientali, che hanno troppo spesso poca visibilità e rischiano di apparire frammentati. La Carovana vuole non solo farli emergere e raccontarli – cosa che faremo anche producendo un apposito docufilm che seguirà tutte le tappe-, ma, ancor più, dare forza ad essi, sottolineneando la trama comune che li unisce. Per questo – solo per esemplificare alcuni momenti della Carovana- verranno affrontati i temi della logistica e del consumo di suolo a Piacenza, quelli relativi all’inquinamento atmosferico e alla tutela dell’acqua a Parma, le vicende riguardanti gli allevamenti intensivi e la mobilità a Modena. Nell’area romagnola si approfondiranno le questioni legate ai fenomeni alluvionali e, in specifico a Ravenna, il ruolo negativo del ciclo delle energie fossili, a Ferrara quelle che hanno a che fare con il forte impatto degli impianti di biometano.
Il secondo intento dell’iniziativa è quello di connettere le vertenze presenti nei diversi territori con la discussione inerente le 4 leggi regionali di iniziativa popolare promosse, ancora dal 2022, da RECA e Legambiente Emilia-Romagna e sottoscritte da più di 7000 cittadine e cittadini della regione. Le 4 proposte di legge affrontano nodi fondamentali delle politiche ambientali della Regione, intervenendo sui temi dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti e del consumo di suolo e prefigurando una svolta profonda nelle scelte finora prodotte. Ora, le proposte di legge subirono una prima interruzione nella legislatura scorsa per via della sua interruzione anticipata e poi hanno proseguito il loro iter nella nuova.
In specifico, sono state assegnate alla Commissione Ambiente regionale il 13 aprile del 2025 e da allora giacciono lì, senza che si sia prodotta alcune discussione sulle stesse, che, anzi, non hanno neanche visto la definizione del loro relatore, atto preliminare perché la discussione possa iniziare. Il 12 agosto finisce l’anno e mezzo entro il quale la normativa regionale prevede che le proposte di legge di iniziativa popolare giungano alla fine del loro percorso, con l’approvazione, la loro modifica o la bocciatura.
Il fatto che non siano ancora state esaminate e che la scadenza finale arrivi a breve la dice lunga sul fatto che l’attuale maggioranza di governo della Regione ( ma anche la minoranza) non ha alcuna intenzione di recepire l’impostazione di fondo che le contraddistingue.
Scopo della Carovana è dunque anche l’intenzione di riportare all’attenzione della società regionale i loro contenuti e denunciarel’inerzia della politica regionale in proposito, la cui prosopopea sull’importanza della partecipazione va di pari passo con il fatto di non volerla prendere in considerazione e, anzi, di deprimerla.
Il significato della Carovana e del convegno finale, però, va anche al di là di questi due obiettivi immediati. In realtà ciò che sta al fondo e ispira quest’azione è l’idea di dare gambe alla necessità di produrre una svolta radicale nelle politiche ambientali e sociali che animano anche le scelte politiche della nostra Regione.
Non solo abbiamo da lungo tempo alle spalle i fasti del fu modello emiliano, ma anche da noi, ormai, è dominante un paradigma di tipo neoliberista, al massimo temperato, da quello che sopravvive dello Stato sociale, che certamente non ha le caratteristiche di quello portato avanti da una destra volgare e autoritaria, ma che neanche si può considerare alternativo ad esso. Anche qui l’idea di fondo è quello di uno “sviluppo” centrato sulla cosidetta attrattività degli investimenti, sull’incremento della produttività, sul volano delle esportazioni, sacrificando su quest’altare qualità del lavoro e dell’occupazione, rilancio delle protezioni sociali universali, tutela e valorizzazione dell’ambiente. Senza fare i conti con il fatto che questa ricetta non funziona più, che nel mondo pervaso da un nuovo capitalismo finanziario e ipertecnologico aggressivo salta il vecchio compromesso tra capitale e lavoro, addirittura, come profetizza Peter Thiel, figura emblematica di questo nuovo corso, la sua compatibilità con la democrazia. A scanso di ragionamenti che qualcuno potrebbe giudicare astratti, prendo due esempi emblematici. Il primo riguarda il futuro della struttura produttiva della regione, a partire dal settore metalmeccanico, da sempre emblema della stessa. In un mondo sempre più orientato alla guerra, alla spesa per il riarmo e alla conversione verso la produzione bellica ( vedi la Germania, della quale l’Emilia-Romagna costituisce un pilastro importante nella filiera della sua subfornitura), che prospettive ci possono essere di evitare di seguire quella traiettoria, se non mettendo in campo un’opzione completamente diversa da quella sinora dominante?
Il secondo riguarda la transizione ecologica ed energetica: in questo periodo di tempo, la politica regionale sta discutendo di un aggiornamento del Patto per il lavoro e il clima del 2020 e anche la proposta di legge relativa alle aree idonee per l’installazione degli impianti di energia rinnovabile. In entrambe queste vicende, la politica energetica della Regione non si discosta più di tanto dalle scelte che si stanno compiendo a livello nazionale, che attaccano il Green New Deal dell’Unione Europea e prefigurano, nella migliore delle ipotesi una transizione lenta verso le energie rinnovabili e, soprattutto, il fatto che siano gli interessi delle aziende e del mercato a guidarla. Non ci si può muovere, come si sta facendo nei due casi citati sopra, semplicemente in una logica di riduzione del danno, provando a mettere alcuni “paletti” che, però, non sono in grado di contrastare le scelte regressive che provengono dall’impostazione del governo nazionale.
Insomma, non è più rinviabile anche in Emilia-Romagna una discussione di fondo sull’idea di modello produttivo e sociale che si intende perseguire: la pura continuità con l’esistente è destinata a produrre, al massimo, una prospettiva di galleggiamento sulla crisi economica e sociale, se non di vera e propria regressione. Serve, invece, mettere in campo un’alternativa fondata sulla riconversione ecologica dell’economia, supportata da una reale pianificazione partecipata, sulla qualità del lavoro, sulla qualificazione e potenziamento dello stato sociale, sulla difesa dei beni comuni e la valorizzazione dell’ambiente. Anche di questo vogliamo parlare con la Carovana sui temi ambientali e sociali; soprattutto intendiamo mettere in campo conflitto e progetto per dare un contributo importante alla necessità di cambiare la rotta anche in questa regione.
Per leggere gli articoli diCorrado OddisuPeriscopioclicca sul nome dell’autore
Vite di carta. L’ultimo libro di Elizabeth Strout, Raccontami tutto
Per me potrebbe essere l’ultimo della carriera di scrittrice. Fossi Elizabeth Stroutnon scriverei altri romanzi dopo Raccontami tutto, a meno di cambiamenti drastici nella scelta del genere narrativo.
In Raccontami tutto viene a piena maturazione la sua narrativa intimista: nei loro incontri Lucy Barton e Olive Kitteridge intrecciano racconti di vite e si scambiano le storie della esistenza di tanti che come loro abitano nel Maine, a Crosby o in altre cittadine, oppure stanno a New York.
Si pongono le domande sul senso della vita. Dànno le loro risposte. Oltre non si potrebbe andare nello scandaglio.
Lucy e Olive riemergono dai racconti e dal romanzo in cui Strout le ha fatte vivere nel ruolo di protagoniste facendole conoscere ai lettori americani e a noi già a partire dal 2009, Olive, e Lucy dal 2016.
Diventano, da capostipiti, le madrine di altre narrazioni dentro questo romanzo e lasciano spazio ad altre voci narranti come Bob Burgess per esperire e mettere sulla pagine altre storie.
Molte sono a carico della narratrice in terza persona, che introduce di volta in volta le situazioni di racconto ma si mantiene vicina ai personaggi mentre parlano, quasi fosse seduta accanto a loro.
Riannoda i fili delle storie avviate in precedenza, richiama alla memoria del lettore i casi già mostrati, ricorda i luoghi e i nomi e introduce inarratori di secondo livello. Quando deve parlare Lucy Barton, che è romanziera, il gioco degli specchi è fatto.
E chissà che la biografia della Strout non abbia tra i pezzi del proprio puzzle alcune delle cose accadute a questi uomini e donne del Maine, tra cui si aggira la narrazione da un anno all’altro di questi ultimi (c’è la guerra in Ucraina a segnalarlo), da una fine estate alla successiva, tra i gialli accesi del foliage lì al nord e i primi aliti di freddo.
Ce li ha mostrati in più serie televisive La signora in giallo: li ha incontrati lungo le strade del suo paesino sul mare Jessica Fletcher, l’autrice di gialli che spesso ci ha fatto quattro chiacchiere, prima di doverli interrogare uno alla volta nel corso delle sue indagini sull’omicidio di turno.
Raccontami tutto riprende questa stessa attitudine allo scambio di notizie di un piccolo ambiente cittadino, si fa romanzo nel momento in cui c’è convergenza tra ciò che viene narrato e ciò che è accaduto, nel senso che sono le storie a dare consistenza ai vissuti, sono le storie a riscattare le “vite ignorate” dentro le rispettive famiglie prima ancora che dentro la comunità.
Basti l’esempio del narrare di Bob, già protagonista insieme ai fratelli Jim e Susan del bellissimo I ragazzi Burgess. Le cose accadono a Bob come a tutti, tuttavia diventano vere solo quando sono oggetto del racconto che ne fa a Lucy, durante le loro passeggiate, o agli altri che ama.
Sa amare Bob, non sa dirlo bene, ma sa amare. Ama la moglie Margaret e ama moltissimo la sua amica Lucy, ama i suoi fratelli e la gente che ha bisogno. Sa restituire una vita a Matt, il suo cliente ingiustamente accusato di matricidio.
Come Lucy e come Olive sa parlare della vita attraverso le vite raccontate, le rispettive parabole tradotte in parole semplici e dirette, in domande altrettanto dirette.
“La gente, ciascuno con la sua vita” offre il proprio cameo nel racconto: c’è chi ha subito abusi sessuali in famiglia, chi si è mangiato le colpe di altri e chi è stato ricco da sempre. Chi ha la consapevolezza della felicità, evanescente, chi mentre attraversa il dolore si tinge i capelli o li taglia.
La domanda ora è: “Qual è il punto della vita di chiunque?” Ho soppesato le risposte di alcuni di loro, i personaggi dentro il libro con la loro vita di carta.
Olive dice “lavorare sodo e aiutare gli altri”.
Bob abbassa gli occhi su Lucy mentre passeggiano e tra loro oggi ci sono parole inusuali, sghembe. Le dice “che ne dici dell’amore? Non potrebbe essere questo il senso della vita?” La risposta di Lucy mentre rabbrividisce nel vento: “Secondo Solženicyn il punto nella vita sta nella maturità dell’anima”.
Mi viene da prendere la parola per dire che il punto sta nell’equilibrio, così ho sempre creduto. Bob però spazza via le mie parole parlando con rabbia, lui così pacato, mentre si chiede a cosa servano le domande e le risposte sulla vita là dove cadono le bombe, o dove la gente vive sotto le tende vicino alle autostrade o “nei boschi dietro al Walmart”.
Elizabeth Strout ci ha lasciati liberi di dire la nostra, personaggi e lettori alla pari, ma alla fine del libro si riprende la regia del racconto e chiude con Olive mentre fa visita alla sua amica Isabelle. Che spavento aver pensato che se la portasse via la figlia a vivere in un’altra città.
Quale consolazione ci danno le abitudini, quale conforto la quotidianità un po’ più al riparo da eventi e idee piuttosto grandi per la nostra fragilità.
Con questo libro lo scandaglio nel cuore è andato in profondità, ogni personaggio un carotaggio che porta le date della vita e gli strati della geologia dell’esistenza.
Un libro totalmente impregnato della dimensione esistenziale, un libro di fine corsa.
Nota bibliografica:
Elizabeth Strout, Raccontami tutto, Einaudi, 2025 (traduzione di Susanna Basso)
Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi, 2013 (traduzione di Silvia Castoldi)
Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, Fazi, 2009 (traduzione di Silvia Castoldi)
Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi, 2006 (traduzione di Susanna Basso)
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/michelle_pitzel-165491/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9053989″>Michelle Pitzel</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9053989″>Pixabay</a>
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
Le multinazionali degli Ogm assicuravano raccolti più abbondanti e un uso ridotto di prodotti agrochimici. Non solo: garantivano persino un contributo decisivo contro la fame nel mondo, precisando al contempo che quelle colture non sarebbero finite nei nostri piatti. Chiunque osava sollevare dubbi veniva prontamente archiviato come retrogrado. A trent’anni dall’avvio della coltivazione commerciale su larga scala, nessuna di quelle dichiarazioni si è minimamente verificata. Oggi sono quattro le grandi aziende che controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate. Scrive Silvia Ribeiro, ricercatrice e direttrice per l’America Latina del Gruppo ETC (Action Group on Erosion, Technology and Concentration): “Gli Ogm si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali…”
Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud).
Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“).
La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela.
Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali.
In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci.
Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows).
Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years).
Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata.
Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM.
Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo.
Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación
La Costituzione si può cambiare: ragionando da statisti, non da politicanti
Morto un referendum se ne farà un altro? Speriamo proprio di no. O almeno, speriamo che nel caso in cui si rendessero necessarie, le future modifiche alla Costituzione verranno approcciate in modo totalmente diverso.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: la Costituzione si può cambiare. Anzi, per certi versi può essere persino doveroso farlo. Ricordiamoci che stiamo parlando di un complesso di norme scritto quasi 80 anni fa: quanto è diversa l’Italia del 2026 dal quella del 1948? Ovviamente non si può cambiare tutto: i principi di base non invecchiano, e pensare di “aggiornarli” sarebbe folle. Ma è normale che tanti aspetti più operativi, più attinenti al funzionamento dello Stato, nel tempo possano necessitare di manutenzione. Ad essere totalmente sbagliato, nell’ultimo come nei precedenti referendum costituzionali, è stato l’approccio.
Quando si parla di Costituzione ci si riferisce alle regole del gioco, alle norme su cui tutti devono basarsi. E per questo motivo dovrebbero essere regole condivise e approvate insieme, senza distinzione di colore politico. Chi vuole cambiare la Costituzione non dovrebbe pensare a ciò che fa comodo a lui, ma ricordare che quelle modifiche andranno ad impattare sulle prossime generazioni. Ed è qui che sta la gravissima forzatura che abbiamo trovato non soltanto in questo referendum, ma praticamente in tutti i precedenti referendum costituzionali.
Esiste una “via giusta” per cambiare le norme costituzionali, ed è quella che porta ad ottenere una maggioranza di almeno due terzi dei parlamentari, peraltro dopo che tutte le possibili modifiche sono state discusse e ripetutamente votate. Ottenere una maggioranza dei due terzi significherebbe aver trovato soluzioni accettabili per tutti, non solo per un partito o una coalizione. Significherebbe aver ragionato da statisti, non da politicanti.
Una strada, purtroppo, mai perseguita finora. Si preferisce invece una “via breve”, che è quella che abbiamo sperimentato con il referendum di marzo: la maggioranza cambia le norme a suo piacimento, preferibilmente senza permettere il cambiamento di una sola virgola del testo, e poi chiede conferma agli elettori, confidando sul consenso elettorale e sulla mancanza del quorum.
Pensare che la vittoria alle elezioni dia il diritto di modificare liberamente ciò che si vuole, rappresenta un vero atto di prepotenza: “adesso comandiamo noi e facciamo quello che vogliamo”. La democrazia, ovviamente, è un’altra cosa.
Eppure nella tentazione di forzare la mano sono caduti più volte i partiti, senza differenze di colore politico. Ad oggi sono 5 i referendum costituzionali su cui ci siamo pronunciati: due volte hanno avuto esito positivo, tre volte sono stati bocciati. Gli elettori hanno dato l’assenso per la riforma del Titolo V della Costituzione, promossa dal PD, che nel 2001 pensò bene di scimmiottare la Lega Nord alla ricerca di consensi, e per la riduzione dei parlamentari, voluta nel 2020 dal M5S.
Personalmente ho sempre votato contro i referendum costituzionali: inaccettabile per me la forma, la pretesa di voler cambiare le cose con la forza, ma anche la sostanza, dal momento che nessuna delle proposte accolte o respinte sono mai sembrate tali da apportare miglioramenti reali al Paese. Ho votato contro anche alla riduzione dei parlamentari, a mio avviso uno spot che cercava consenso facile ma, ma ancor più facile rendeva il controllo dei parlamentari da parte dei partiti.
Tre i referendum bocciati: il primo fu quello del 2006 voluto da Berlusconi che ci aveva infilato di tutto, dal premierato, alla devolution, alla fine del bicameralismo, aggiungendo una spruzzata di taglio dei parlamentari che torna sempre utile per conquistare la simpatia degli elettori. Poi ci fu la riforma Renzi nel 2016; di nuovo fine del bicameralismo con abolizione del Senato, ancora un pizzico di tagli per acchiappare voti: stavolta sarebbe toccato al CNEL.
E poi arriviamo alla bocciatura subita dal Governo Meloni nei giorni scorsi.
Proviamo a pensare, per un attimo, all’idea di paese che l’attuale governo avrebbe voluto realizzare. Autonomia differenziata, cioè la fine del concetto di Italia una e indivisibile: bocciata dalla Corte Costituzionale prima ancora che dagli elettori. Riforma del CSM, con qualcosa di più del sospetto che si volesse mettere la museruola ai giudici: bocciata dagli elettori. Premierato, cioè l’arrivo di quell’ uomo forte che la Costituzione (sempre lei) cerca in tutti i modi di bilanciare: si spera rinviato a data da destinarsi.
E quel che è peggio, tutto questo sarebbe stato fatto non pensando al bene comune, ma sarebbe stato il frutto di una spartizione tra le tre forze politiche: secessione dei ricchi alla prima, giudici al guinzaglio alla seconda, uomo forte alla terza.
Davvero sarebbe stato un paese migliore di quello attuale? E in base a quale legittimazione il governo riterrebbe di avere dritto di stravolgere il tutto? Chi ha vinto le elezioni ha ottenuto una maggioranza pari al 44% del 64% dei votanti. Si può pensare che controllando poco più di un quarto dei voti degli Italiani ci si possa arrogare il diritto di stravolgere la struttura del Paese, senza concedere una sola parola a chi vorrebbe proporre alternative differenti? Possiamo dire che si è trattato di un comportamento tra i più arroganti e prepotenti della storia della nostra Repubblica?
La speranza è che la reazione degli elettori, sorprendente ma capace di un NO forte e chiaro contro chi voleva piegare le regole della democrazia a suo piacimento, serva di lezione ad una classe politica che dovrebbe smetterla di considerare la cosa pubblica come un bene di cui disporre a piacimento. Ricordandosi sempre che il migliore, tra tutti i referendum costituzionali, è quello di cui non ci sarà bisogno.
Immagine di copertina: Firma della Costituzione nel 1947, wikimedia commons.
Se dico che il Bruno Brancher è mai morto, mi assumo in pieno il diritto alla cazzata e quello di aver, nel contempo, sacrosanta la ragione. Certo che il Bruno è morto. Lo stesso…con lui eccome ci parlassi ancora. Più che altro, mi vien facile in verso sera, quando ogni cosa si sfarina e ti ritrovi lì, a rugàr nella pignatta dei ricordi le invisibili presenze. Giusto allora me lo ritrovo; lì, dalle parti della vita dove albergano i fantasmi. Che son tanti per davvero. Nel parlarci o, al contrario, lasciarli marcire; tutta qui la differenza. E allora è bene dire che ci son fantasmi allegri e fantasmi che è meglio girarci alla larga. Il Bruno Brancher è tra quelli che, di vita vera, ne ha fatta tanta per davvero. A chi l’ha conosciuto, frequentato, continua a raccontarla. Ecco perché è un mai morto.
Lui stesso, un giorno griso di quelli che dipingono ad arte gli inverni milanesi, me l’ha voluto con dovizia precisare. Eravamo lì, alla bell’e meglio stravaccati nel vecchio bar della Statale di Via Festa del Perdono, dove, allora, tutti si poteva liberamente entrare e, dalla mattina alla sera, farne più che allegro bivacco. In quel mentre, giusto quello eravamo dietro a fare. Stavamo lì, a bere, raccontarci un po’ di storie. A un certo punto, lui, col suo occhio balogio, contornato da due occhiali spessi un dito, mi fissa, ghigna, poi, con nonchalance, mi butta lì: “…mì moeuri no, car nan!”[1]. Il che, a ben pensarci, va in pari a quel “mi parli no!” resistenziale che, lo Strehler e il Dario Fo in buona coppia, mettevano in bocca al loro milanesone di periferia, quello stesso, per colpa dei fascisti finito in cella a San Vittore. Era la famose canzone del “Ma mì, ma mì, ma mì, quaranta dì, quaranta nòtt…”, cantata dalla Milva, dalla Vanoni, dallo Svampa, da Jannacci e molti altri. Non dal Bruno, però: per via della cattiva balbuzie che mai gli dava tregua; di quel suo litigare con la lingua, di cui sempre ha avuto cruccio. Ecco sì, diciamo pure così: il Bruno non cantava. Mai avrebbe potuto farlo. Lui viveva! Viveva quel che gli altri spesso si prendevano la briga di cantare. Giusto allora dire che, quel “mì moeuri no!”, gli era sortito dalla bocca, quasi fosse un’infantile bestemmia; una sorta di tenace sberleffo contro la vita, di chi si sa figliato dalla sventura…
…Negli anni della guerra, quella che a Milano ha del tutto distrutto o mandato irrimediabilmente in malora il sessanta per cento dei muri abitati e fatto sfollare migliaia di famiglie, il Bruno Brancher diceva fosse nato nelle famose Cinque vie. Vero in parte. E c’è un perché. Il Bruno era sì nato tra quelle strade. Esattamente in una cà de ringhera[2] di via Bocchetto. Lo aveva fatto molto prima, però, di quel che in giro andava a dire. Per l’esattezza, nel 1931. Venutolo a sapere, gliel’ho fatto notare. Lui mi ha risposto che così faceva per due sacrosante ragioni: la prima perché, essendo robusto e bassotto, ergo non facendo a prima vista dar fuori di testa le donne, doveva per forza di cose scortarsi gli anni, così da non sembrare, oltre che malfatto, pure vecchio; la seconda (questa degna della ganga scapigliata di un Prada o di un Tarchetti) a motivo del fatto che…“mì, in guerra, ghe sont semper staa!”[3] Come dargli torto!
Milano com’era
A due passi dal Duomo, un tiro di schioppo dal Cordusio, tra i più antichi rioni milanesi, nel garbuglio di stradine in cerchio a via Santa Marta, a tutte note come le Cinque Vie, si concentrava quella stessa gente meneghina minuta e traffichina, pochi anni addietro dolorosamente cantata dal Delio Tessa, messa in maschera dai Ferravilla e Cletto Arrighi. Era la Milano della Ligera, la povera malavita che, alla va’ là che vai bene, campava di espedienti e che, regolarmente, finiva in gabbia a San Vittor. Con, riguardo le Cinque Vie, una riconosciuta e inveterata particolarità. Nei pressi di via Santa Marta, dai tempi che nessuno più ricordava, era attivo un rinomato bordello, tra i più frequentati di tutta Milano. Attorno al casòtt, in un rilascio di sensi molli, nel tempo ci si era via via industriati ad aprir osterie e bordelli minori, gli uni, stessa corte, stessa ringhiera, accanto agli altri; così che le Cinque Vie fossero da tutti i milanesi riconosciute come il rione della stravaccata bisboccia. giusto lì, nell’inverno del 31, da padre ignoto e madre prostituta, apre gli occhi il Bruno Brancher…
…Allora, inizi anni ottanta, io ragazzotto perdaball[4], lui con venti tacche di galera tatuate sul braccio di Rebibbia, a San Vittor, altre gabbie nazionali, non di rado ci si beccava alla libreria Calusca di Porta Ticinese o, come lui diceva da buon vecchio milanese,…Porta Cicca. Tra quelle vecchie mura, con quella sua voce da grossista del catarro, mi contava della vita. Attratto dai suburbi meneghini, io ascoltavo…
Bruno Brancher e il Rock n Roll a Milano
…Da piccoletto, sbattuto con la madre in un rione di periferia, più che la scuola, il Bruno diceva di amare quegli orti che, allora, tempestavano di frutta e verdura tutte le rive della città, non ancora fattasi metropoli. Lì, brancava con destrezza quel che natura, a iosa, spesso dispensa ai bisognosi. Non bastava. Gli inverni milanesi, allora davvero micidiali per chi poco aveva in berta[5] (…con neve pressoché perenne da novembre fino a febbraio, la notte non di rado a meno dieci…), non offrivano consigli da buon cittadino. Giocoforza, ci si rangiava. Ne facevano le spese le panchine dei viali, le insegne dei negozi, ancorché artigianali e fatte di buon legno; legno che tutto andava a finire nella stufa di ghisa di casa; la sola che poteva salvarti dal garboeus[6] o, peggio, da quel brutto male che spesso flippàva i polmoni. Giusto in quegli anni, sono cominciati i primi furtarelli d’occasione; più che altro roba da mangiare giù ai mercati o vecchi tricicli, biciclette e arnesi vari da sbolognare clandestini. Da lì, son cominciate le prime rogne con la pula, qualche mese di soggiorno al Beccaria. In quei tempi, dentro in gabbia ragazzino, mi diceva gli fosse insorta la passione di fare il ballerino. Un qualcosa affatto da scartare. Allora, Milano, era pieno zeppo di balere. Ma no, quale balera!..Lui puntava in alto. Il bislacco ghiribizzo lo voleva ballerino di scena. Il Bruno voleva la Scala! Provato ci ha provato. Gli è andata male. La colpa la dava alle sue gambette corte, quelle cotiche sui fianchi che, al volteggio, danno impaccio. Così, per puro caso, quando dalle parti del velodromo Vigorelli, un giorno luma[7] quella bici lucente a completa portata di mano, decide lì per lì di farsi provetto corridore. Non vuole rubarla, o meglio: non è quel che, a prima vista, gli frulla in mente. La prende, veloce di saetta, dalla Bovisa al Giambellino fa il giro di Milano. Poi, la sera, se la mena dritta a casa. L’indomani, nel cortile dove sta, a fargli visita ci son mica i soliti due gendarmi di sua conoscenza. Oh bella!..“La gh’è tutta la questura de Milan!”[8] Per il furto di una bici? Sì. Mica una qualunque!…E’ la bici del Fausto Coppi! Sto fatto, assurto a leggenda negli ambienti della Ligera[9] scapigliata, su tutti i quotidiani lo sbatte in prima pagina.
Uscito di galera, prova a fare il manovale dalle parti del Giambellino. C’è qualcosa che non quadra nella paga che gli danno, così dice; scarsa paga e protervia di chi vuole sempiterno comandare. Allora, manda tutti a quel paese, prende un treno, va su in Belgio. Lì, lo ospita un amico bergamasco, lassù a fare il minatore. Lo fa anche lui. Fino a quando non si becca un malanno nei polmoni. Torna a Milano. Prima cosa, ci sono i vecchi amici da andare a salutare. Gli offrono un lavoro di risulta. Che accetta volentieri. Così, di notte, dai treni degli scali milanesi, si mette a scorticare il piombo e il rame e sgraffignar quintali di carbone. Roba che poi rivende a scarso prezzo. Fa su quei pòch danee[10] che gli bastano alle ciucche, ai tosann[11], alla balera. Ogni tanto, di notte, con l’eterna bicicletta sotto il culo, fa un giretto dalle parti di via Torino, a un tiro di schioppo dal Duomo. Ha la fissa delle scarpe il Bruno, quelle belle di lustro corame. Come già il famoso Luciano Lutring, ma con molta meno fortuna, prende allora d’occhio le vetrine. Qualcuna va giù. Le scarpe, prezzo scontato, le smercia sotto banco alla gente del suo rione. Mai una rapina? Mai! Anche lì, dice, lo impediva il suo essere malnato. Tartagliando di brutto, le sue tronche milanesi gli si allungano all’infinito, di fatto impedendogli il comando perentorio. “…E’ per questo…” giura “…che ho mai fatto una rapina!..Ché quando parlavo…ostia…tucc se metteven a rid[12]!”. Come al solito, da consumato saltimbanco, il Bruno la buttava in vacca. C’era forse di più. Lui appieno incarnava l’etica strampalata della vecchia Ligera: il cui punto d’onore era quello di non usare armi da fuoco, bensì sfangarsela con bislacca destrezza; la mala insomma descritta dal Paolo Valera, quella del Luisin Carcano tassista, dei trani[13], della teppa, de l’Isola e l’Arèna. Ecco, la quadra.
Ma la vita, quella è. Nel seguitare di furti e traffici minori, per accumulo di pena, ecco il nostro impegnarsi in un autentico giro dell’oca delle patrie galere. In una di queste (erano gli anni settanta…), qualcuno gli parla così come a lui, figlio delle sciagure, piace sentire. Lì nasce, come lui stesso si autodefinisce, l’attaccabrighe sociale; quello che, in combutta con le disgrazie del destino, ci assomma l’ingiustizia, lo starsene di sotto, ai margini, fuori dal cancello del bengodi. Forte di questo sua nuova convinzione, testardo com’è, il Bruno Brancher non fa sconti a nessuno. In galera, se la fa con certi detenuti politici, alza la voce, taccagna di brutto, si dà all’aperta rivolta. In certi ambienti fuori dal carcere, il suo nome comincia a girare non poco.
Bruno Brancher, Disamori, Squilibri, 1977
Ad accorgersi di lui, è la Franca Rame che, del curioso personaggio, insieme al Fo, mette nero su bianco una pièce teatrale. Lo incontra, si prende a cuore le gesta da bandito ribelle e…grafomane incallito. Già. Perché, nel frattempo, al Brancher è scattata la molla dello scrittore, ancorché autodidatta. Scrive a casaccio; scrive quel che gli salta per la testa; scrive poesiole, brevi racconti. Li scrive bene. Così, scontata la pena, tornato a Milano, quello si mette in testa di fare. L’amicizia con Franca Rame e Dario Fo, che per lui si spendono generosi, porta a buoni risultati. Del Bruno picaresco, a metà tra il Don Chisciotte e il Lazarillo de Tormes, di sto saltimbanco che ne ha passate di tutti i colori, cominciano a parlarne i giornaloni. Alcuni lo intervistano. E’ così che, nel 1977, esce Disamori, una sorta di rocambolesca biografia, scritta con humour baraccone e nervi a fior di pelle. Gliela pubblica Primo Moroni, anima e corpo della libreria Calusca, in quegli anni un dio in terra tra gli alternativi milanesi. Primo Moroni è uno che conta. Anche lui, con il Brancher è generoso; si spende bene. Disamori ha un grande successo. Ha ottime recensioni. Lo leggono il Nanni Balestrini, l’Umberto Eco, altri del giro. Lo fanno con grande piacere. Disamori vende, vende eccome. Tutto ciò procura al Bruno i danee sufficienti per trovarsi una casa che non faccia schifo; mangiar finalmente due volte al giorno; seguitare a scrivere. In breve tempo pubblicherà altri due suoi lavori: Il potente a pezzi e Mèmore.
Per qualche annetto, negli ambienti di quel Milano che sempre vince, dell’ex galeotto, de quel de la Ligera, cui la letteratura ha cambiato la vita, vanno tutti matti. Lo si invita, lo si corteggia. Di lui, micione spelacchiato, si è infatti innamorata quella Milano versipelle, annoiata e lietamente progressista, che imperversa nelle mode e nei pensieri. Come già la Marchesa Paola Cangiasa (Carlo Porta docet) verso la sua bislacca cagnolina, molte signore dal tratto illuminato nutrono un sincero affetto nei confronti del Bruno Brancher. Lui le lascia fare. Orfano di tutto, ha bisogno di carezze; anche quando le si usa con la stessa disinvoltura con cui, nella Wunderkammer delle sofisticatezze meneghine, si maneggia merce di bizzarra provenienza, un pezzo di raro antiquariato. Perché questo, il Bruno Brancher, è infine diventato. La Milano di quegli anni non è più el sò Milan cencioso e genuino. La vecchia sua Ligera, per quanto di romantico potesse indurre, è via scomparsa. La gent de ona vòlta si è dissolta; dai rioni popolari deportata in mille infami periferie; quelle stesse strade, le Cinque vie, il Ticinese, l’Isola, i navigli e Porta Cicca, ingoiate e stritolate dal nulla in passerella.
E’ per questo che, incontrarlo quel giorno smorto alla Statale, m’è venuta un po’ di rabbia. “…Bruno, vacca bestia, ma perché non ti metti a scrivere in milanese?..”, gli ho buttato lì per lì. E lui: “…Ho scritto delle cose in milanese..sì che j’hoo scrivuu[14]…”. “E perché allora non le pubblichi?..” “…Perché la mia storia l’è bella che finida…ecco perché!..”.
Sì. La sua storia. Che neanche per un pelo poteva discostarsi da quell’altra, più profonda, antica, corale; la storia di un Milano che non c’era più. Questa perdita, al Bruno, puzzava addosso.
Poco dopo, nel semenzaio di altre sopravvenute disgrazie, anche la sua memoria ha cominciato a far cilecca di brutto. Sempre più raramente incontrandolo, diceva si dimenticasse delle cose, degli amici, dei nomi, dei luoghi. Ci scherzava…ma era affatto uno scherzo. Al pari di un mondo scomparso, anche la sua mente, ficcata come un coltello nella cassoeula dell’umana miseria, se ne stava pian piano andando…
Poi, per un bel po’, l’ho visto più. Un giorno, me l’han detto. Povero in canna, senza casa, malato, alcuni amici gli avevano procurato il ricovero in una clinica per smemorati terminali dalle parti di Vercelli. Lì era morto. Stop.
L’ho detto, l’ho ripeto: con lui ci parlo ancora. Quando lo faccio, per dirla col Tessa “…tutta la compagnia morta la se descanta”[15]…se questo può ancora più o meno curare…salvare.