FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Sul finire dell’Estate, che oggi si allunga oramai a coprire l’autunno, mentre camminavo attorno a Montepulciano, mi imbattei in una casa abbandonata. Il tetto sembrava ancora intatto, i muri sbrecciati e bassi, mentre le finestre erano piccole e non avevano né vetro, né telaio che potesse reggerlo.
Mi avvicinai per vedere meglio. La porta era accostata, all’interno una tavola male in arnese, tre sedie polverose e malandate mostravano il loro ventre sfatto di paglia giallognola. Il sole faticava a illuminare tutta la stanza, a causa delle due sole finestre ai lati dell’ingresso. Assi e pezzi di mobili erano sparsi un po’ ovunque sul pavimento, accatastati contro i muri, quasi a rinforzarne lo stato solido d’un tempo.
Scostai una sedia e sedetti a lungo quel pomeriggio, mentre il lucore chiarissimo delle prime ore meridiane, lasciava il posto a un cielo spesso e nuvoloso. Non piovve, ed io mi addormentai.
Una voce di giovane donna cantava piano, solo per me. Udivo ogni parola, ma non comprendevo quella lingua dai suoni rotondi e armoniosi, eppure sapevo che la canzone raccontava d’una guerra atroce e lontana, oltre il fiume e le colline, al di là del mare. Molti guerrieri erano partiti dall’Etruria per un antico voto d’alleanza tra popoli. Pochi erano tornati, carichi di doni. La grande città era finalmente caduta.
Per molti anni cinta d’assedio, aveva mura spesse e alte, porte robuste e ben difese. Eppure vi furono pianti e grida quella notte, fiamme e morte fra la gente entro quelle stesse mura, ignara d’una sorte tanto avversa. Così avevano voluto gli Dei capricciosi, coloro che reggevano il destino dell’uomo, capaci d’ascoltare suppliche, accettando fumi di grasso animale, per poi mutar d’improvviso parere, annientando una città intera in una sola notte, tra liti e capricci divini. Dei ingrati e crudeli, verrà il giorno in cui ai vostri nomi spetterà soltanto l’oblio. Perché voi non amate l’uomo, che lasciate al filo delle Parche, al fato crudele. Esistete soltanto perché molti vi credono, pensano a voi, ma Dio riprenderà a sé le vostre vite fittizie e lo farà con il sacrificio di sé stesso incarnato, fattosi uomo.
Stasera non è ancora il suo tempo, è tempo di piangere i defunti e di far festa per chi è tornato a rivedere moglie e figli. Che inizi il banchetto funebre, siedano le donne accanto agli uomini, uniti entrambi dal vino speziato che inebria, suonino i musici e si portino le carni ben arrostite alla fiamma, i frutti più maturi della terra, i formaggi di pecora si tolgano dalla grotta, dov’erano a stagionare. Verrà un tempo nuovo per l’uomo, la fatica e il dolore gli resteranno accanto, assieme all’odio e alla guerra che genera vedove e morte, ma nascerà una nuova speranza in lui. Potrà cambiare le spade in aratri, se soltanto lo vorrà, volgere il ferro spietato in strumento di pane, un pane nuovo, che darà la Vita eterna a chi ne mangia.
Dimmi o Velthur Spurinna, corrisponde a verità ciò che vedo?
Verrà un tempo nuovo, ma non stasera. Facciamo festa dunque, che sia un tempo di Pace tra i popoli, anche se noi non lo vedremo.
Cover: guerriero sconfitto, immagine da Il giornale Off
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Spesso immagino di tornare in via dei Lamponi 4.
Dopo cinquant’anni suonare il campanello e chiedere:
“Buongiorno, permesso… Voi non mi conoscete.
Posso dormire un po’ qui?”
Certo, non ci saranno più il mio lettino ai piedi di quello dei miei genitori
la catinella che raccoglieva l’acqua dal tetto rotto, la stufa a legna.
Non importa.
Mi basterebbe sdraiarmi sul pavimento e stare lì, occhi chiusi.
Vedere se tornano le voci.
Ritrovare il mio nome. Quella che ero.
“Casa” è quel luogo. Lì ero ancora intatta.
Chi ci abita ora, lo sente quel canto di bambina?
Le vuole un po’ di bene?
Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023
In copertina: cameretta – Foto di Dean Moriarty da Pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
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Un ragazzo di tredici anni accoltella la propria insegnante. Non è solo un fatto di cronaca. È il punto in cui la parola non ha più tenuto.
Di fronte a un gesto così, la tentazione è immediata: condannare, spiegare in fretta, cercare un colpevole. Ma la violenza, da sola, non spiega nulla. Ciò che interroga davvero è il passaggio — quel momento preciso in cui qualcosa che avrebbe potuto essere detto, pensato, trattenuto, diventa invece azione.
Da una prospettiva lacaniana, il soggetto si costituisce nel linguaggio e attraverso il limite. Il limite non è una semplice regola imposta dall’esterno, ma ciò che rende possibile abitare il desiderio senza esserne travolti. È un “no” che struttura, che orienta, che introduce alla mancanza. Quando questo limite non si costruisce — perché assente, incoerente o vissuto come arbitrario — la frustrazione non trova argini. E ciò che non entra nel simbolico ritorna nel reale.
A tredici anni, questo passaggio è particolarmente fragile. Il gesto violento non è mai solo impulsività. È un corto circuito: tra ciò che si prova e ciò che si può dire, tra l’intensità dell’affetto e la povertà degli strumenti per trattarlo.
Rabbia, vergogna, umiliazione non trovano parola e allora si trasformano in atto. In quel momento, l’altro non è più un soggetto, ma un ostacolo. E l’atto prende il posto della parola.
La questione dell’autorità si iscrive esattamente qui. L’autorità, perché sia tale, non può essere solo esercizio di potere. Deve essere riconosciuta, deve avere consistenza simbolica.
Quando è fragile, intermittente o percepita come umiliante, non produce limite ma reazione. Non orienta, ma provoca. E allora il “no” non struttura: viene rifiutato, sfidato, aggirato.
È per questo che la risposta puramente repressiva rischia di essere una falsa soluzione. Più controllo, più rigidità, più sanzione: sono interventi che possono contenere un comportamento, ma non costruiscono un limite interno. Il simbolico non si impone. Senza un lavoro sul senso, sulla relazione, sulla possibilità di parola, la repressione resta esterna — e ciò che resta esterno, prima o poi, cede.
Allo stesso tempo, è necessario mantenere uno sguardo rigoroso sulla scena in cui il gesto è avvenuto, senza scivolare in attribuzioni semplicistiche.
Non sappiamo quale tipo di relazione si fosse costruita tra questo ragazzo e la sua insegnante, né quale posizione ciascuno occupasse in quel legame. Porre questa domanda non significa, in alcun modo, colpevolizzare l’insegnante o attenuare la gravità dell’accaduto. Significa riconoscere che ogni relazione educativa è un campo complesso, attraversato da dinamiche, da transfert, da punti di rottura.
È nella relazione che il limite può diventare esperienza, e non solo imposizione. Quando questo spazio si incrina, il conflitto rischia di non trovare più vie simboliche. E quando il simbolico viene meno, resta il reale dell’atto.
La domanda allora cambia. Non è più soltanto “perché lo ha fatto” o “come punire”. È: quale esperienza del limite è stata possibile per questo ragazzo? Dove ha potuto incontrare una parola capace di nominare ciò che provava? Quali adulti hanno potuto reggere, contenere, tradurre?
Un gesto così non nasce dal nulla. Nasce dove il linguaggio non ha tenuto, dove il limite non si è costruito, dove l’autorità non è stata esperienza simbolica ma presenza vuota o assente.
Quando un adolescente passa all’atto, non smette semplicemente di rispettare una regola. Sta parlando, ma senza parole.
E se continuiamo a rispondere solo con il controllo e la repressione, rischiamo di confermare proprio ciò che è mancato: uno spazio in cui la parola possa esistere.
Perché il punto non è eliminare il sintomo, ma comprenderne la logica. E riaprire, là dove si è chiuso, il passaggio fondamentale: quello dalla violenza alla parola.
cover: immagine Padre Stefano Liberti
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La poesia è “ombra della luce”. Essa è quella terra di mezzo, attraversamento sull’abisso invalicabile tra tenebra e luce. Ma come l’ombra non esite senza luce, così la poesia, anche nel silenzio più cupo, non è mai senza la parola: è filo d’ago trafiggente che ricuce la distanza e ricompone il tessuto degli affetti dilaniati.
È quanto ricordava José Tolentino de Mendonça, in una conferenza presso La Civiltà Cattolica nel 2023, sul potere di guarigione della parola poetica: «La parola poetica è una parola capace di ricucire le ferite dei cuori, le ferite del mondo. Sono parole capaci di riconciliare, perché una delle funzioni dei poeti è offrire parole per quel lavoro di guarigione di cui tutti gli uomini e le donne hanno bisogno» [qui].
È stato con questo filo d’Arianna che mi sono avventurato, non senza timore prima e grande turbamento poi, in quel labirinto di pagine e parole poetiche un tempo sotterrate nei boschi attorno al “Campo dei Corvi”, come veniva denominato il lager femminile di Ravensbrück a pochi chilometri da Berlino, attivo dal 1939 al 1945. Parole recluse, silenziate, affogate, atterrite, interrate, ma sempre affioranti e poi ritrovate e fatte uscire dall’ombra, portate alla luce, risuonate in quei boschi cui era stato detto in un silenzio supplice: “boschi cantate per noi”.
Il libro Boschi cantate per me (Società per l’enciclopedia delle donne aps, Milano 2024) è un’antologia poetica con testo originale a fronte e un saggio sulla Memoria di Ravensbrück, a cura di Anna Paola Moretti. Ella scrive:
«Frutto di un lavoro di ricerca durato oltre dieci anni, il volume è nato dal desiderio di “far uscire dall’ombra la deportazione femminile rimasta a lungo trascurata” e vuol favorire una storia della deportazione non separata dalle parole delle testimoni. Inoltre dalle poesie del lager emerge un universo simbolico opposto alla violenza e al desiderio di potere…
La poesia diventa un tramite per continuare a fare memoria della storia comune, accogliendo il lascito più significativo delle deportate: pratiche di resistenza all’annientamento, soluzioni inventate per sopravvivere in un ostinato volersi umane» (ivi, 13-14).
Le autrici dei testi poetici, tra cui tre anonime, sono appartenenti a cinquanta nazionalità. La gran parte erano “Triangoli rossi”, deportate politiche della resistenza antinazista nei vari paesi occupati. Un atto di cura è stato pure l’aver dedicato ad ogni autrice una scheda biografica come un tirar fuori dall’ombra non solo le parole ma le loro identità e storie. Nel 1959 fu aperto il Memoriale Nazionale di Ravensbrück. Si stima che le deportate furono 130mila provenienti da quaranta nazioni diverse, di esse ne morirono oltre 90mila.
Se le opere artistiche
sono state create e vissute,
se le donne hanno pensato
in modo indipendente e creativo,
se i bisogni di altre
sono stati notati, sentiti e accolti,
ciò significa
che gli autori del sistema
dei campi criminali
non sono riusciti a sopprimere l’umanità.
Urszula Winska (ivi, 6).
Il vento soffia piangendo sulla pianura
Neri corvi sul platano
sulla pianura abbandonata del nord ..
Solo grigio fin su nel cielo,
il tempo aleggia immobile nell’aria.
Quando il grigio mattino tenderà
di nuovo le mani alla sera?
Il vento soffia sulla pianura,
pesanti, pesanti sono le nostre catene,
Sole, casa, libertà – sogni ardenti
solo terra straniera – gelo nel cuore …
Sul platano corvi neri
nel nero capannone nel campo
migliaia siamo noi sepolte vive.
(Katja Spurova, Il vento soffia piangendo sulla pianura, ivi, 113).
Più avanti dovrò ricordare
questi cupi tempi d’orrore
con mente fredda, e senza odio,
tuttavia con franco rigore.
Questo triste e brutto paesaggio,
dei corvi le eterne picchiate,
le baracche sulla palude,
nere come tombe e gelate.
E queste donne infagottate
con sporchi cenci e carta straccia,
le povere gambe che ballano
durante l’appello fiaccante.
Le liti a colpi di pignatte,
a colpi di secchio o di pugni,
le bocche contratte che tremano
se tarda l’arrivo del rancio.
Queste “colpevoli” tuffate
nell’acqua sozza delle vasche,
le gialle membra rosicchiate
da piaghe e grandi ulcere a chiazze.
L’odiosa tosse, a perdifiato,
e questo sguardo disperato
rivolto alla terra lontana,
o mio Dio, riportaci a casa.
Più avanti dovrò ricordare …
(Micheline Maurel, “Più avanti dovrò ricordare”, ivi, 117).
A scrivere questo pensiero è stata Charlotte Delbo, matricola n. 26007. Condivise la sua deportazione anche con due italiane, che furono per lei amiche importanti: Vittoria Nenni, che morì a Birkenau, e poi a Ravensbrück Lidia Beccaria Rolfì. Fu liberata dalla Croce Rossa svedese il 23 aprile 1945.
Nel 2023 con la collaborazione della nostra università, Dipartimento di Studi Umanistici, è uscito il libro di Isabella Mattazzi, La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l’esperienza concentrazionaria, Mimesis, Sesto San Giovanni [MI] 2023).
Se il filosofo Theodor W. Adorno pensava che fosse un atto di barbarie scrivere poesie dopo Auschwitz, altri presero una posizione contraria. Tra essi Elie Wiesel e anche Primo Levi, il quale affermava che la sua esperienza era speculare a quella di Adorno: «mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro […]. In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz» (Boschi cantate, 344).
Anche la Delbo era di questo pensiero quando scriveva: «Per essere ascoltati e capiti non basta dire ciò che è stato, ma bisogna raccontarlo bene e catturare l’attenzione del lettore […] Non volevo informare. […] Quello che volevo ottenere è una più profonda informazione, inattuale, cioè più duratura, quella che farebbe sentire la verità della tragedia restituendo l’emozione e l’orrore. […] Più che render conto, volevo dare a vedere… Mi servo della letteratura come di “un’arma”, uno strumento per portare “il destinatario a interrogarsi sulla propria esistenza” e “il linguaggio della poesia è l’arma più efficace» (ivi, 347)”.
In questo vi era corrispondenza con il pensiero di Hanna Arendt: «la poesia è un linguaggio comunicativo che rende possibile il ponte tra l’io e il tu, rende possibile il noi, formato dai singoli; mantenendo con concisione e potenza la partecipazione affettiva e la distanza. La poesia testimonia senza saturare e, continuando a richiedere partecipazione sempre nuova e attenta, mantiene la memoria come un work in progress che continua a far vivere la storia» (ivi, 348).
Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!
Coprimi acqua,
boschi cantate per me!
(Zofia Gorska, ivi 101).
Il testo di Zofia Gorska poeta e scrittrice polacca naturalizzata francese ha suggerito il titolo della raccolta delle poesie sotterrate nella foresta attorno a Ravensbrück. Si domanda: «”Che cos’è la poesia? È quello che qualcuno ha saputo mettere in parole che altri condividono. Lei parla a loro nome. È una parola che aiuta a sopravvivere. Collettiva. Rimata e ritmata il più possibile per aiutare la memorizzazione, per arrivare da un Blocco all’altro e oltre il filo spinato. In modo che il mondo sappia dopo di noi.
Rima e ritmo esistono anche per la bellezza, ma soprattutto per ragioni mnemoniche, come all’inizio, come al tempo dei bardi. La poesia è ciò che ripeti senza muovere le labbra, rimanendo in piedi durante appelli punitivi che durano ore. Accorcia i tempi. Ti permette di non sussultare nella fila quando l’eco della fucilazione attraversa il muro e il posto vuoto accanto a te è ancora caldo» (ivi, 332-333).
Qui il cielo è straniero: come posso pregare?
Come posso chiamare Dio, come commuoverlo?
M’hanno trafitto i piedi, e anche le mani.
M’hanno sottratto il corpo e tolto l’anima.
Qui il cielo è straniero, immensamente freddo,
nessuna nube tende le mani verso le mie tempie,
com’è difficile dire addio, com’è difficile dimenticare
quelle altre nubi purpuree, celesti e lilla.
Com’è difficile dimenticare, com’è difficile accettare
uno spazio che incombe, che ogni giorno s’ingrossa,
un cielo che freddo si alza e freddo tramonta,
e sotto il quale sarebbe così tremendo morire …
(Gorska, Quarantena, ivi, 93).
Magda Hollander Lafon, che svolse lavori pesanti in vari kommandi, inclusa la produzione di parti per il caccia a reazione, e riuscì a fuggire durante una marcia della morte nascondendosi nella foresta, scrive: «abbiamo mantenuto la mente acuta, recitando poesie l’un l’altra finché non abbiamo dimenticato dove eravamo. Ci siamo sentite come se fossimo in un altro universo. Attraverso la poesia e la musica, abbiamo portato la speranza sempre più avanti nei nostri cuori. Abbiamo dato il nostro pane per un pezzo di carta, una matita per lasciare un segno e per salvare gli altri da questo orrore» (ivi, 332).
Zefiro gentile,
vieni in fretta,
non lasciare che l’estate svanisca…
rinfresca le sue guance infuocate,
e asciuga le righe di sudore,
e fa’ che il cielo azzurro
rifletta la sua tonalità impeccabile
sulla terra scura,
e solleva sulle tue ali
il pesante sospiro
dell’anima.
Porta sollievo a chi soffre
a chi, inerme, come foglia che cade
nella morsa dell’autunno
invoca il tuo aiuto,
e squarcia le ombre scure
dell’anima,
non permettere al dolore
di prevalere.
(Magda Mosez in Herzberger, Consolazione, ivi, 219)
Magda e la sua famiglia furono deportate ad Auschwitz, dove la maggior parte di loro morì. Magda, diciottenne, fu spedita ai lavori forzati a Brema, mentre la città subiva i bombardamenti delle forze alleate. Nel marzo 1945 fu trasferita nel KL di Bergen-Belsen e fu obbligata a smaltire le migliaia di cadaveri accumulati dentro e intorno alle baracche. Fu trovata morente tra i cadaveri da un soldato britannico il 15 aprile 1945 e portata in ospedale. Quando alla fine del 1945 ritornò a Cluj, dov’era nata, iniziò la scuola di medicina, in cui conobbe Eugene Herzberger che sposò nel 1947.
«Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte». È questo un versetto dell’inno conclusivo delle lodi ed ogni mattina recitandolo vado sempre a modificarlo: “nelle tenebre e nell’ombra della luce”.
Molti, molti anni fa in montagna con il campo dei ragazzi mi ero attardato lungo il sentiero per ritrovare il silenzio e pregare ad alta voce, perché sentissero anche gli alberi del bosco e le nuvole sovrastanti. Ad un tratto mi si avvicinò un forestiero e si fermò ad ascoltare, cercai allora di soffocare la voce nel silenzio, ma lui mi disse: “continua pure così”. Arrivato al versetto citato mi interruppe e mi disse: “non dire nell’ombra della morte, ma dì nell’ombra dalla luce, l’ombra infatti non è mai senza la luce, così anche nella notte più oscura la fede non è mai priva della luce del vangelo, insieme alle sue tenebre”.
Nel vangelo i discepoli, anche quelli di oggi, hanno imparato questa fede in umbra lucis dalle donne: da Maria quando unse i piedi di Gesù con olio profumato riconoscendolo come il messia sofferente, da quelle piangenti in via crucis; dalla Veronica soccorrente il suo volto tumefatto, la testa incoronata sanguinante; dalle donne sotto la croce nel tramonto del venerdì, le stesse andate poi presto al sepolcro il mattino dopo con olii aromatici per ungere il corpo morto; da Maria di Magdala che cercava smarrita lo smarrito, nell’oscurità del sepolcro il suo maestro e lui aprì in un giardino gli occhi umbratili della sua fede alla luce del suo volto, fu come un sole che sorge a illuminare l’ombra della morte: ex umbra lucis.
Domani è la domenica delle palme, l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Per essa entriamo nella settimana di Passione, ma è un invito oggi, attraverso quella passione, a entrare nella passione del mondo. C’è una dimensione della Passione di Gesù che sorpassa il tempo, in uscita, presente e solidale con tutte le infinite passioni di oggi. Entrambe ci raggiungono e sono da riconoscere, assumere personalmente perché la passione di Gesù continua nelle passioni delle sue sorelle e fratelli, per divenire una divenuta, una passione-con generativa di com-passione.
È nell’abbandonarsi degli abbandonati che continua anche oggi a levarsi quel grido del Figlio pure lui in tenebris et in umbra lucis, il suo grido: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?” che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15:34).
Ed è con questo spirito che ho camminato la lunga poesia di Micheline Mathilde Geneviève Maurel: La Passione secondo Ravensbrück scritta dopo aver ascoltato la Passione secondo San Matteo di J.S. Bach, il 2 aprile 1950, Domenica delle Palme.
Mio Dio, vorrei dire due parole
e perdonami se saranno dure
perché è stato duro
ciò che vado a raccontarti.
Per aver ascoltato la Passione di Gesù
di Gesù che ha sofferto pochi giorni ed è morto
e da allora non soffre più.
Ecco:
c’erano donne
e c’erano anche uomini
ma ti parlerò delle donne
perché è una storia che conosco meglio.
C’erano donne e ce n’erano a migliaia
ma la cosa era uguale per ognuna.
Quando le ho conosciute
ognuna era stata insultata e picchiata
colpita in testa in faccia e dappertutto
fino al sangue
ognuna aveva i capelli strappati a manciate
e le mani torte e spesso anche bruciate.
C’erano donne
e ovviamente non tutte erano figlie di Dio
nemmeno figlie di Maria
non tutte avevano scommesso sul Regno dei Cieli
ma lavorato per il loro paese o per il loro partito
o per il loro uomo.
…
Ma dei soldati sono venuti a prenderle
e le hanno condotte fuori
le hanno portate in branco alla stazione
e le hanno spinte dentro carri bestiame
e i carri hanno corso verso nord
per due giorni, tre giorni o più
con queste donne
ammassate in piedi senza aria senza acqua senza pane
le vecchie le giovani quelle che erano malate quelle che erano
incinte
e così pigiate
che molte già sono morte dentro i vagoni
e quei corpi sono rimasti con gli altri
sotto i piedi delle vive
che soffrivano ancora.
Alla fine i vagoni si sono fermati, li hanno aperti
e le donne sono scese
le hanno colpite in faccia, le hanno insultate
le hanno spinte a bastonate per strada
cariche delle loro valigie
e dei corpi delle morte
Hanno incespicato sulle pietre e molte sono cadute.
E queste donne sono arrivate nel luogo chiamato Ravensbrück.
Un enorme cancello si è aperto davanti a loro.
Sono entrate in fila per cinque,
E contro di loro i carcerieri sguinzagliavano i cani
se smettevano di lavorare.
…
E Ravensbrück non è in Galilea ma nella Germania del Nord.
Queste donne erano malate e nessuno le ha curate,
quelle che erano paralitiche sono state portate alla camera a gas
e bruciate,
quelle che morivano sono state bruciate.
quelle che non erano morte
continuavano a lavorare
dalla prima alla dodicesima ora
piene di ulcere e sterco
ogni giorno insultate, colpite
e cadevano più volte al giorno.
E molte morivano ogni giorno
e le altre dovevano spogliarle e portare i loro corpi al forno.
E questo non è durato tre ore, né tre giorni, né quaranta giorni
ma mesi e anni
e anni …
…E queste donne sono rimaste in patria o in altri paesi
con il loro corpo malato, la loro debolezza, la loro memoria.
Il venerdì santo alla nona ora
Gesù è morto e non ha più sofferto.
Queste donne oggi, mio Dio, soffrono ancora
queste donne hanno ancora fame, hanno ancora freddo
e sono abbandonate e piangono.
Mio Dio queste donne sono qui davanti a te in ginocchio
e rimirano Gesù seduto alla tua destra
in gloria.
E a te queste donne gridano le parole che lui ti ha gridato:
Mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Ecco mio Dio ciò che volevo dire.
La scrittrice e giornalista inglese Sarah Helm nel suo libro di Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück, il campo di concentramento nazista per sole donne (Newton Compton editori 2015, 720 pagine) ha raccontato la storia di del lager a partire dai dettagli della vita quotidiana e ricostruendo le biografie delle prigioniere, delle guardie, dei medici del campo attraverso le loro testimonianze e le loro storie. Significativo il titolo originale If this is a Woman, che richiama Primo Levi, e la traduzione italiana ricorda il film del regista Wenders appunto Il cielo sopra l’inferno. La narrazione inizia con le parole di Primo Levi:
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/reflex_production-26016661/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7136446″>Roman Kogomachenko</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7136446″>Pixabay</a>
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Non era un risultato scontato. Anzi, negli ultimi giorni di campagna, quando Giorgia è scesa in campo con la sua aurea di imbattibilità e le sue bugie velenose sembrava che il Sì alla Riforma Nordio avrebbe prevalso anche se di misura. È andata diversamente ed è stata una sorpresa per tutti, di una e dell’altra parte.
– Prima di tutto una grande affluenza al voto, quasi il 60%, dieci punti sopra le ultime Europee.
– Dentro i votanti, altra sorpresa, spiccano i giovani dai 18 ai 35 anni. Due giovani su tre hanno votato, e per farlo, i fuori sede hanno fatto miracoli e centinaia di chilometri.
– Terza sorpresa, la più grande, la vittoria schiacciante dei NO, con 7 punti e mezzo di scarto e 2 milioni di voti in più del SI’.
Detto questo, al netto dell’euforia dei sostenitori del NO e della cocente quanto malcelata delusione dei sostenitori del SI’, è importante capire (e molti commentatori l’hanno rilevato) che se lo scontro referendario ha visto schierati da una parte il Centrodestra unito e dall’altra il Centrosinistra con qualche defezione (Azione, Italia Viva e frange del PD), la grande vittoria del NO (14,5 milioni di voti) non coincide con la vittoria dei partiti di opposizione. Certo, per PD, 5Stelle e AVS l’esito referendario è una iniezione di fiducia dopo 4 anni di bocconi amari, ma la marea dei NO – ripeto: non prevista e forse imprevedibile – non finisce automaticamente nei forzieri dei partiti di opposizione.
Un Referendum è cosa ben diversa dalle Elezioni Politiche. Lo è sempre stato anche in passato, e lo è oggi il referendum sulla giustizia, o sulla separazione delle carriere, comunque lo si voglia chiamare. Di conseguenza, i voti che sono finiti nelle urne referendarie non possono essere spesi direttamente nella prossima campagna elettorale.
È questo il vero punto dirimente che stava alla base del referendum, il punto che ha mobilitato e convinto tanta gente a votare NO, comprese molte persone che da anni avevano scelto l’astensionismo. Chi ha votato NO ha votato per difendere la Costituzione, e per battere una deriva in atto, e non da oggi, che limita o confonde le garanzie e l’autonomia dei poteri. Si è votato NO, almeno in molti lo hanno fatto, anche contro le politiche del governo in carica, e per avversione o semplice stanchezza verso lo stile autocratico e nepotista inaugurato da Giorgia Meloni.
Tutti gli altri elementi, parlo del contenuto specifico del quesito referendario (separazione delle carriere, sdoppiamento del CSM, sorteggio dei giudici, ecc. ) sono rimasti in secondo piano. E non perchè (come ha detto puntualmente qualcuno) “gli italiani non hanno capito”, “non hanno studiato la lezione”, o perchè i promotori della riforma non sono stati abbastanza bravi a spiegare il quesito.
Gli italiani, invece, hanno capito perfettamente quale era la posta in gioco:
– punto primo la difesa della Costituzione (uno dei pochi tesori superstiti),
– punto secondo l‘insofferenza verso la Meloni e la sua Italia egoista e trumpiana.
Questa volta – è successo altre volte nella storia della Repubblica – gli italiani si sono dimostrati più intelligenti e più lungimiranti della classe politica.
Si tratta ora di capire se il messaggio radicale lanciato da 14,5 milioni di NO verrà raccolto dai partiti di opposizione.
Fra poco più di un anno avremo la risposta. Per ora, e appena dopo la vittoria referendaria, sono ripresi alla luce del sole i messaggi, gli assaggi (non ancora le trattative) tra i partiti maggiori del tribolato Campo Largo. Si tratta di accordarsi su come presentarsi alle elezioni del 2027: Conte ripropone le Primarie, Schlein fa una mezza marcia indietro.
Dopo il voto referendario, per salvare la faccia, Giorgia Meloni ha deciso un (piccolo?) terremoto e ha fatto dimettere, prima Andrea Delmastro, poi Giusi Bartolozzi, infine, anche se malvolentieri, Daniela Santanchè. Carlo Nordio (dal cui ministero dipendevano sia Delmastro sia Bartolozzi) invece resta al suo posto, anche perchè la sua posizione è troppo legata a quella del Presidente del Consiglio.
L’opposizione chiede a gran voce le dimissioni di tutto il governo e si dice pronta alle elezioni anticipate (anche se è tutt’altro che pronta). Ma le Dimissioni non verranno, perchè Meloni le ha negate in anticipo e perchè oggi non le convengono: le basta fare un po’ di pulizia e sperare in una prossima generosa finanziaria.
L’unica indicazione che circola come una parola magica negli stati maggiori dei partiti di opposizione è: facciamo le primarie. Confesso che le primarie non mi sono mai piaciute tanto. Da subito, da quanto le propose Veltroni l’americano, presto sparito a fabbricare libri e documentari.
Perchè le primarie, invece di incoronare un leader, possono essere il teatro di scontri e divisioni intestine.
Ma insomma, magari le primarie non sono sbagliate in sé (anche se in passato non sono mancati i giochetti sottobanco), ma il punto è se le primarie siano davvero il toccasana, e soprattutto se siano una scelta adeguata nella situazione attuale. Possono diventare un campo di battaglia per 2, 3, 4, 5 concorrenti e lasciar per aria i contenuti.
Dovrebbero battezzare il leader, il candidato che sfiderà Giorgia Meloni. Ma è come partire dalla coda invece che dalla testa. Su cosa il vincitore delle primarie (più o meno acciaccato) sfiderà Giorgia Meloni e il Centrodestra? Con quale programma, su quali priorità, su quali obiettivi?
Prima di pensare alla leadership – e magari continuare a parlarne per mesi e mesi – sarebbe necessario scrivere nero su bianco che cosa farebbe il Centrosinistra se vincesse le elezioni e andasse al governo. Prima il programma? Tutti lo dicono, ma nessuno ha il coraggio di farlo questo programma di legislatura. E solo un programma chiaro, conciso, radicale può convincere il grande popolo del NO a votare per il Campo Largo.
Cosa metterci nel programma? I temi sono tutti sul tappeto, ma in questi anni l’opposizione si è occupata più di fare le pulci al governo (nulla ottenendo se non un po’ di clamore), piuttosto che promuovere e sviluppare obbiettivi ritenuti da alcuni troppo “rivoluzionari”. Eppure è esattamente questo che vogliono gli italiani del NO e i giovani in particolare. Hanno difeso la Costituzione e ora vogliono applicarla. Vogliono un “nuovo inizio”.
Ecco di seguito alcuni temi e obbiettivi che potrebbero e dovrebbero essere al centro di un programma di alternativa. Sono, a ben guardare, argomenti che la Sinistra non ha mai affrontato e proposto in modo chiaro. Per paura, per tatticismo, per incapacità di pensare al nuovo.
Quando finiranno i festeggiamenti per il NO e per le dimissioni di questo o quel sottosegretario. le forze di opposizione dovranno armarsi di coraggio e preparare un programma di alto profilo. Se invece si infileranno subito nelle alchimie e nei conteggi delle primarie si perderanno mesi preziosi. Il governo e Giorgia Meloni ha incassato una sconfitta, ma resta forte e maggioritario nel Paese. Senza un programma capace di infiammare le coscienze e le intelligenze, le Elezioni Politiche segneranno un’altra vittoria delle Destre.
Poi, solo dopo il programma, si potrà parlare del leader dello schieramento di opposizione. Che forse può essere individuato fuori dal torneo delle primarie, ma rivolgendosi a figure di prestigio ed esperienza apprezzate da tutti gli elettori progressisti. Faccio solo due Nomi: Pier Luigi Bersani e Rosy Bindy.
Cover: 2 giugno 1946 il Referendum Monarchia Repubblica – da Collettiva
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