FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Il ruolo e le funzioni del rito sono ampiamente approfonditi dall’antropologia, psicologia sociale, scienze cognitive, economia comportamentale, psicoanalisi e dalle neuroscienze. Il rito è complesso da studiare, perché coinvolge la collettività in esperienze di forte impatto spirituale o percezione di appartenenza, restando fortemente ancorato al contesto socioculturale di riferimento.
Ci sono riti religiosi, ci sono rituali famigliari, di passaggio, ricorrenze politiche e tutti sopravvivono perchè hanno un valore simbolico, indicano un sentimento di profonda identificazione provato da una persona nei confronti di un gruppo, sottolineano eventi dal forte impatto sociale o politico, sono fondati su una imprescindibile influenza evocativa ed emotiva perchè la costruzione dell’identità di ognuno di noi deriva prima di tutto dai legami sociali e dal nostro riconoscimento nella società stessa.
Vale quanto sopra anche per quanto riguarda la giornata dell’8 marzo dedicata alle donne. Non si tratta con questa riproposizione tradizionale di omologare la figura della donna a modelli o stereotipi, si tratta di continuare a tenere alta l’attenzione ai pregiudizi, alle diseguaglianze che le donne subiscono in molti campi.
La questione riguarda, assolutamente, le donne reali, ma purtroppo non si risolve togliendo di mezzo modelli semplicistici, modelli che spesso sono prodotti da una mentalità maschilista che può appartenere anche a quelle donne che li hanno internalizzati e che non si accorgono che le ingabbiano.
Ogni donna è una donna a sé ma, se alcune esperienze sono ripetute e diventano norma che condiziona la vita di tante, allora diventano anche un fatto sociale, politico collettivo. Non una di meno, Donna pace e libertà e prima di loro UDI, Donne e giustizia persino le suffraggette lo dimostrano.
Se questa giornata è stata svuotata del suo significato di solidarietà e di ricerca di autonomia e di uguaglianza, uguaglianza che non vuol dire azzerare le differenze, le specificità individuali e di genere che definiscono ogni individuo nella sua appartenenza identitaria, nella sua rappresentazione di sé e dei suoi progetti specifici di realizzazione, lo dobbiamo al fatto che la giornata della donna, come tante altre ricorrenze è stata assorbita dal mercato e i suoi simboli sono diventati merce da consumare.
I rituali servono a mantenere memoria, sono occasioni per interrogarsi, confrontarsi e spingere al cambiamento.
Ogni singola donna è un soggetto reale che vive in un contesto altrettanto reale e se questo contesto è ingiusto, prepotente, iniquo ritengo fondamentale che essa si unisca ad altre donne ed uomini e si ribelli, rivendichi a voce alta i suoi diritti. Pretenda di essere rispettata, di poter contare, di potersi realizzare, di poter scegliere liberamente come essere.
Per ora, spesso, una donna deve fare scelte obbligate, si pensi ai problemi per conciliare famiglia e lavoro, carriera e maternità, doveri parentali e tempo per sé, dover adattarsi a disparità di trattamento economico e lavorativo, avere paura di andarsene da relazioni patologiche per non rimanere senza una casa o per problemi finanziari.
Le conquiste femminili dal voto universale, al diritto alla interruzione di gravidanza, al divorzio, alla riforma del diritto di famiglia, al riconoscimento del valore in campo scientifico, culturale lo si deve non solo a singole eroine ma all’unione di tante e combattive donne comuni che non si sono arrese.
Non arretrano quando le si vuole fermare e non si fanno fregare dalla cena a lume di candela, dai cioccolatini e dalle ormai costosissime mimose e sono sagge nel sapere che la loro emancipazione femminile è legata a doppia mandata all’emancipazione degli uomini, sdoganati anche loro dai luoghi comuni maschili, capaci di rinunciare al loro potere inteso come forza, sopruso, possesso, oggettivazione sessuale del corpo femminile.
La psicoanalisi fatta da donne deve e ha dato molto al femminismo, le protagoniste hanno permesso di mettere in discussione l’assimetria tra femminile e maschile annunciata come assioma. Come in tanti altri campi, le grandi “madri” sono rimaste per troppo tempo nell’ombra, pur avendo avuto un ruolo fondante in quella che è stata la pratica che ha rivoluzionato l’approccio alla salute mentale e alla cura dei disturbi psicopatologici tra l’Ottocento e il Novecento e che continua ancora.
La psicologia, come molti altri campi della scienza, è stata dominata per decenni dagli uomini. Nomi come Sigmund Freud, B.F. Skinner, John B. Watson, Carl Rogers e Carl Gustav Jung, tra gli altri, sono i più noti.
La predominanza di pensatori maschi nelle liste dei pionieri nella storia della psicologia ci porta a pensare che le donne si mantennero distanti da questa scienza, quando in realtà non è così. Si stima che nei primi anni del 1900, 1 psicologo su 10 negli Stati Uniti fosse donna.
Tuttavia, molte di queste psicologhe dovettero affrontare una notevole discriminazione semplicemente perché erano donne. A molte di loro non fu permesso studiare con gli uomini, vennero negati titoli ottenuti legittimamente o risultò difficile ottenere delle posizioni accademiche che permettessero di investigare e pubblicare. Ecco perché molte delle loro voci vennero messe a tacere.
Ma anche così, furono molte le donne che cambiarono la psicologia grazie al loro contributo, e anche grazie alla loro determinazione a passare attraverso situazioni di discriminazione a causa del genere. Queste donne meritano di essere riconosciute per il loro lavoro pionieristico. Varrebbe la pena e me lo ripropongo, di rendere loro omaggio dedicando a tutte, anche quelle da cui differisco per metodo, un altro meritato 8 marzo, anche se poi non sarà propriamente l’8 marzo perchè “l’8 marzo lotto tutto l’anno”.
Ne ricordo solo alcune.
Anna Freud in barba ad un padre tanto ingombrante si è imposta nello studio che ha individuato i meccanismi di difesa e ha dato il via alla psicoanalisi infantile.
Mary Whiton Calkins. Harvard le rifiutò il titolo per essere donna. Tuttavia, divenne la prima presidente donna della American Psychological Association. Durante la sua carriera divenne famosa per il suo lavoro nell’area dell’auto-aiuto.
Mary Ainsworth La sua ricerca sui legami tra madre e figlio ebbe un’enorme influenza negli studi successivi sugli stili di attaccamento e su come questi contribuiscono al comportamento futuro.
Karen Horney. La sua confutazione delle idee di Freud contribuì a focalizzare l’attenzione sulla psicologia femminile. La sua teoria secondo cui le persone sono in grado di assumere una responsabilità personale nella propria salute mentale è tra i suoi molti contributi.
Melanie Klein. Attualmente, la psicoanalisi kleiniana è una delle principali scuole di pensiero nel campo della psicoanalisi.
Magda B. Arnold pose le basi per le teorie delle emozioni inquadrate nel cognitivismo.
Il nome di Eleanor Maccoby è legato alla psicologia dello sviluppo. Il suo lavoro sulle differenze sessuali ebbe un ruolo importante nella nostra attuale comprensione di tematiche come la socializzazione, le influenze biologiche nelle differenze sessuali e i ruoli di genere.
Virginia Satir fu una delle primissime psicologhe che definì la terapia familiare, dette vita a una teoria che avrebbe influenzato in modo significativo la psicoterapia di approccio sistemico-relazionale, e anche la tradizione umanistica della psicologia clinica.
Mamie Phipps Clark è diventata la prima donna di colore a conseguire una laurea presso la Columbia University nonostante le sfide e i pregiudizi significativi legati sia alla sua razza che al suo genere. La sua ricerca sull’identità razziale e sull’autostima ha giocato un ruolo fondamentale nell’aprire la strada a ulteriori studi sul concetto di sé all’interno delle comunità di minoranza.
La lista non si esaurisce con loro e difetta dei contributi contemporanei di cui varrà la pena scrivere. Queste erano donne speciali ma il loro lavoro non era finalizzato ad essere maestre o eroine, vittime del sistema, è stato semmai un contributo appassionato a tutte le donne, meglio, a tutte prese una per una.
Non facevano girotondi come gioiosamente si facevano nelle piazze negli anni settanta, nè sapevano della tradizione della mimosa, ma indubbiamente la giornata della donna è loro come per tutte e non va demonizzata come una questione di storia superata e che si vuole, forse non a caso, banalizzare.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=281474″>Gerd Altmann</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=281474″>Pixabay</a>
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Le pareti rosso scuro della bella Sala Convitto di Factory Grisù hanno fatto da cornice, domenica 8 marzo, ai canti e suoni di uno stimolante Laboratorio sulla vocalità che il Coro Femminile e il Piccolo Ensemble SONARTE hanno organizzato in occasione della Giornata Internazionale della Donna.
L’invito è stato accolto da più di una trentina di donne, di varie età, alcune di origine straniera, pochissime con esperienze corali o musicali in genere. La maestra Sonia Mireya Pico Diaz, affiancata da Marco Tassinari alle percussioni e da un buon numero di coriste delle due formazioni dell’Associazione, ha proposto tre brani polifonici (un quarto conteneva la bella cartellina offerta alle iscritte, ma non c’è stato il tempo), preceduti da una serie di interessanti esercizi per il risveglio muscolare e il riscaldamento e suggerimenti utilissimi per la corretta respirazione.
Due “Melodie” dell’educatore e musicista statunitense Edwin Elias Gordon, autore della Music Learning Theory che descrive l’apprendimento musicale in modo simile a quello del linguaggio materno. La Melodia 1 – Africa e la Melodia 2 – Suoni arabi hanno consentito alle partecipanti al laboratorio di immergersi in atmosfere di suoni molto particolari, riprodotti a tre voci, con buoni effetti sonori. Il terzo brano, Si Si Kumbalé, canzone popolare africana, ha offerto la possibilità di dar vita a sonorità affascinanti, intrecciate al ritmo del djembé.
Non sono mancate, a completamento delle suggestioni musicali, stimolanti letture, intimamente legate a temi forti e gentili, proposte da alcune delle partecipanti. Zelima ha letto la prefazione al romanzo Il canto dei cuori ribelli, un articolo che racconta la vicenda di una donna indiana che ha fatto causa ai fratelli che le hanno ucciso il marito: «minuta e riservata, la signora Mustafa ha un contegno remissivo che nasconde una volontà di ferro…incoraggiata dalla sua avvocata, ha accettato di essere intervistata nella speranza che il suo coraggio spingerà altre donne indiane ad affrontare i loro carnefici…».
Elvira e la sua vicina hanno dato voce a Gioconda Belli, Consigli per una donna forte… di cui mi piace riportare gli ultimi versi: «Proteggi, dà rifugio, però prima proteggi te stessa. Mantieni le distanze. Costruisciti. Abbi cura di te. Conserva il tuo Potere. Difendilo. Fallo per te. Te lo chiedo in nome di tutte noi».
Daniela ci ha regalato un profondo testo tratto da Donne. Resistenza. Libertà. Storie di ventuno donne afgane in lotta per la vita, di cui trascrivo l’incipit: «Sono una donna. Una delle tante. Una di quelle dell’Oriente in guerra. Quell’Oriente sempre più lontano. Quello di cui raramente si parla in tivù. Quello dei numeri e mai dei nomi. Quello che parla solo al maschile. E che non ha più un volto femminile. Quello del buio imposto alle donne. E del silenzio a cui sono costrette le loro voci. Quello dei matrimoni mai voluti e delle spose ancora bambine…»
Ospiti speciali, due giovani suore, Kristina e Yulita, delle “Serve di Maria di Galeazza”. Accompagnate dalla tastiera, ci hanno dedicato (e noi l’abbiamo intonata con loro) una canzone popolare della loro Indonesia: INA RO Donna: noi vogliamo mantenere e rispettare questa promessa, l’impegno del cuore e dell’anima per vivere la nostra identità di donne.
Il laboratorio è parte integrante di un progetto che Sonarte ha intitolato CORALITÀ ITINERANTE, tre laboratori rivolti prevalentemente alle donne e ai ragazzi e alle ragazze delle scuole secondarie di primo e secondo grado. È previsto anche il coinvolgimento di alcune associazioni di volontariato che operano nel territorio ferrarese per l’inserimento e l’integrazione delle donne straniere.
La finalità principale dei laboratori è quella di incentivare i partecipanti a scoprire il valore del canto corale attraverso l’esecuzione di brani polifonici appartenenti sia al repertorio tradizionale italiano che alle tradizioni culturali europee ed extraeuropee di facile e media esecuzione, con o senza accompagnamento strumentale; tutte le attività proposte mirano a favorire sia la scoperta della propria voce che l’utilizzo del corpo come strumento sonoro.
Ed è quello che abbiamo sperimentato e scoperto nel laboratorio di domenica 8 marzo!
Cover e immagini nel testo realizzate dall’autrice
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Parole a capo <br> Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili”. Alcune poesie
Ringrazio la poetessa Carolina Anna Falbo di avermi autorizzato la pubblicazione di alcune Sue poesie.
Col nostro senso della perdita
Tutto un contrattempo.
Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza.
Distrarre il desiderio.
La piena retorica degli incontri.
Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà.
Infanzia delle azioni.
Retorica denudata.
Respirare è un compromesso.
Buffo muoversi,
siamo sempre guardati.
Occhi di rapace.
È questa la conoscenza?
Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante
che non decifro, perché è un prodigio e io no.
Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina.
Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine
così tante volte percepita.
Necessariamente amara nella posa del mio aspetto
a pazientare
per imperfezione di pianto.
A Filosofia, un giorno, un tavolo
Le parole per esautorare le persone:
per noia di replicazione
è previsto non levarci le gambe dal prossimo giro.
Scrivere non evoca
nel tempo dei gigli di clausura.
Il sapore del rovescio dell’evidenza.
Carezze e pugni senza differenza nella fatica di tenere lo iato.
Gli oblii profondi divengon mutazioni (due volte).
Il giardino bagnato si stende in sillaba di silenzio,
colpito da tutte le apparenze.
Troppo il dolore tra le parti.
La colpa a non parlare d’amore.
La struttura del discorso ha sparpagliato ogni cosa,
resto sola a spaventarmi di occhi.
Non immetto entro parola alcun altro,
né io.
Sto ad appiattire sul tavolo la colpa del disagio,
il torpido tempo
per orrore di scadute cose.
Colmo di fine,
già trascorsa paura.
Complicazione
C’è un certo disagio nell’orrore lampante che precede l’inchiostro.
Una complicazione in slabbrata impasse.
L’ansia di tempo.
L’affanno degli occhi,
che ci scappi di mano l’istante perplesso,
che è quando posso comprendere.
Non mi ritrovo nemmeno un pronome
per l’evidenza del sonno degli altri.
L’arroganza di me che sfinisce,
e sfinisce il sopruso
che è sottotitolo ad ogni particola
di tempo che arriva,
quando non c’è sogno di me,
incorrotta e riflessa.
Aspetto dunque la prossima replicazione,
ma per metafisica di variazione
mi concentro sullo sbuffo del caffè
alle ore 3.
E risento di maniera
a tener la bocca d’altri chiusa,
nel segreto del dispetto
che io sento nell’udire
il tuo sonno disconnesso
dalla veglia che si secca
nelle rughe dell’aspetto,
che è mio e non pretende
la chiave che lo sbalzi.
Il sonno con cui avvolgo
la cattiva mia intenzione:
di essere vegliata
ad occhi spalancati.
Fiore
Aver perso la memoria
è un conteggio che non torna nell’economia del divenire.
Grembo,
covo di cose nere.
L’isteria del riflesso altero.
Immota bile piange.
Si contano qui le gocce.
M.
Il boccone che ti tolsi
non lo so se poi lo involsi
in un rantolo di panna,
nell’orrore della manna,
negli errori del buondì.
Il boccone che ti tolsi
era aneddoto di sfida,
era bianco ed era panna,
era soffice e silente
fino a non vedere il dente
che mi tolsi per scongiuro.
E così infine abiuro,
abiuro il modo e la maniera,
la calma erta a storia,
il bromo e il saluto,
l’esperimento vano
delle imposte della veglia.
Il maschio e l’acciarino,
l’accendino e il coltello,
nel cromo dell’altura,
dove ti vedo di nuca
e sei nera e sei silente
e non parli
e non spergiuri
ma ti fissi e ti rovesci
e lì sillabi il tuo senso
le altre facce del rumore.
Ho finito per farmi bastare
Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole – nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia
della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che marcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.
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Carolina Anna Falbo nasce a Torino. Studia Pianoforte per sette anni in Conservatorio a Cosenza. Consegue la Maturità Classica con 100/100. Si laurea con lode in Lettere moderne all’Università di Pisa, con una tesi dal titolo “Fisionomie socioculturali della solitudine“. Nel 2015 la suddetta tesi diviene libro edito dalla Fondazione Mario Luzi Editore, previa prima segnalazione al Concorso internazionale Mario Luzi, nella sezione Magna cum laude. Nel 2020 consegue con lode il Diploma di specializzazione in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi in Economia dell’arte indagante il rapporto tra gli oggetti d’arte e il pubblico di fruitori. Nel 2022 consegue un Master in Mestieri dell’Editoria presso l’Università IULM a Milano. Attualmente frequenta il corso di specializzazione TFA per insegnante di sostegno. Vive a Pisa e a La Spezia. Nel 2025 ha pubblicato “La distrazione che ci rende dissimili“, Controluna Edizioni.
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Chi di noi non ha provato il sobbalzo di vedersi tagliare la strada da un passante che il monopattino aveva trasformato in un razzo sparato in mezzo ai pedoni? E non è forse capitato ad ognuno – almeno una volta – il disagio di trovarsi a condividere forzatamente le confidenze e i resoconti di vicini di scompartimento ferroviario, di ombrellone o anche solo di strada, che al cellulare raccontavano tutti i dettagli della loro vita?
I mostri che costellano il nostro mondo hanno tante forme. E la tecnologia sembra aver potenziato le loro mostruose capacità. Se ne sono accorti due attenti osservatori: l’artista-ingegnere virtuoso del disegno a penna, Marcello Carrà, e il giornalista con una particolare passione per l’arte e i temi dell’umanità Andrea Musacci.
Così, giorno dopo giorno, i due autori hanno osservato, scrutato e condiviso un accurato elenco dei loro mostri contemporanei, portatori di fastidio fisico e spirituale. L’artista Carrà li ha identificati con il suo caratteristico tratto a Bic, tanto dettagliato quanto ironicamente visionario. E il giornalista li ha definiti con una penna ironica e pungente, che va in profondità e illumina in maniera liberatoria tanti sassolini che turbano la quiete senza riuscire, tante volte, a dare loro un nome e quindi a poterli identificare ed espellere.
Ne è uscito fuori un prontuario godibilissimo da leggere e da guardare, che fa ridere e riflettere. Perché il volume ¡Horripilante! dedicato a 30 (+1) creature orribili del quotidiano con le illustrazioni di Marcello Carrà e i testi e le definizioni di Andrea Musacci si può rivelare una lettura divertente e catartica. Quasi uno strumento di sollievo, liberatorio da tanti fastidi repressi, oltre che di riflessioni lievi, ironiche, taglienti.
Un volume che è pure un’occasione di autocritica per andare a stanare quel pezzetto di mostro che si può infilare dentro ognuno di noi. Alzi la mano chi non è stato tentato almeno da un selfie auto-incensante o dallo sprofondo negli abissi di serie tv e videogame. Un monito a non abbassare la guardia e a non cedere all’abitudine e all’ondata che attraversa i momenti quotidiani. Perché la mostruosità contemporanea può travolgerci tutti, al pari del monopattinense, del selfomane seriale, dello speculatore e del bullo.
“Abbiamo voluto fare un libro ironico, corrosivo ma non moralistico”, sottolinea Andrea Musacci. Perché può generare mostri anche un’eccessiva sicurezza su ciò che è giusto e ciò che non lo è”.
Scherzo e leggerezza restano così i fili conduttori di un libro che dà un nome e una forma ad attitudini tanto diffuse quanto insopportabili. ¡Horripilante! è una raccolta che fa pensare, ma che resta soprattutto giocosa e spassosa. Per stare in guardia, ricordando di non alzare troppo la cresta, perché si può rischiare di diventare, a nostra volta, “horripilanti”.
Un lavoro, insomma, basato su ironia, ma anche tanta autoironia, di cui sarà bello poter ascoltare direttamente la storia e le ragioni dai suoi autori Carrà e Musacci in dialogo con la giornalista Stefania Andreotti.
Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice
L'articolo Dal monopattinense al selfomane: “Horripilante!”, un libro per ridere e riflettere sui mostri contemporanei<br>Presentazione del volume venerdì 27 marzo alla libreria La Pazienza sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Ben. Si legge Il quinto figlio di Doris Lessing e ci si riempie la mente di questo nome, ripetuto più e più volte nel corso della narrazione come una anafora che scandisce i passi di un cammino tragico. Una storia che si impone per ciò che accade, lo stile al servizio dei contenuti.
Ben indica la crasi tra il prima e il dopo nella famiglia che Harriet e David Lovatt sposandosi hanno voluto numerosa, con tanti bambini e una grande casa aperta a parenti e amici. La loro è una scelta fortemente tradizionale nella Londra degli anni Sessanta, le gravidanze così ravvicinate di Harriet fanno scuotere la testa ai suoi genitori e ai suoceri, ma tant’è.
I periodi di vacanza sono un’occasione per accogliere nella grande casa fuori città fino a una trentina di ospiti e per tutti l’atmosfera idilliaca della famiglia ha un effetto rilassante, nonostante la presenza dei quattro bambini Luc, Helen, Jane e Paul nati dai Lovatt a poca distanza l’uno dall’altro, e di altri cuginetti o figli di amici.
A causa delle continue gravidanze Harriet è provata fisicamente, ma si sente felice ed è determinata a proseguire fino ad averne otto.
Il conto, però, si ferma a cinque quando arriva Ben.
Ben si preannuncia immediatamente diverso, il feto si muove fin dalle prime settimane e crescendo scalcia sempre di più impedendo di giorno e di notte ad Harriet di riposare.
Un mese prima della scadenza nasce “un vero lottatore”, così esclama il ginecologo, un bambino di quasi cinque chili a cui Harriet guarda con apprensione. Non lo si può definire un bel bambino, “anzi, non sembrava affatto un bambino” ai suoi occhi di madre straniata per la fatica e per il rapporto di forza col feto che è durato ben otto mesi.
Ho letto ai miei nipoti la descrizione fisica di Ben e l’inizio della storia familiare dei Lovatt e loro hanno disegnato una casa immensa e collocato in basso nel foglio i suoi abitanti, escludendo i genitori e mettendo in fila i figli come birilli, Ben piccolo piccolo, imbozzolato e giallastro.
Non ho continuato il racconto, non sanno quindi che Ben con la sua forza malvagia ha spezzato l’idillio familiare dei Lovatt, ha finito per suscitare paura e repulsione nei fratelli e nei parenti; sono finite le vacanze trascorse in gruppo nella grande casa.
Col tempo gli altri figli sono andati a vivere altrove, in collegio o dai parenti. David si è buttato nel lavoro facendosi vedere in casa sempre meno.
La diaspora della famiglia basta già da sola a sollevare mille domande e così è stato nel gruppo di lettura a cui ho partecipato di recente. Mai discussione fu più ricca di perplessità e dubbi, di un accavallarsi di punti di vista sui ruoli dei genitori, dei parenti stretti, sulla società investita dalla provocazione del “diverso”.
Sulle caratteristiche cognitive di Ben, su quelle affettive. Sugli amici a cui si lega quando è adolescente, un gruppo di emarginati che vivono di spacconate e anche di furti.
Harriet li fa entrare nella grande casa, li osserva e osserva il mistero di Ben, per lei non ancora risolto. Le è rimasto solo lui e a lui è rimasta legata da un sentimento che non può chiamarsi amore materno, semmai resilienza.
Li rende simili la solitudine. Credo che sia la solitudine di Harriet il fuoco della narrazione: nessuno come lei conosce la natura aliena del suo quinto bambino. Alla consapevolezza corrisponde il senso di colpa per averlo generato e nessuno sa o vuole alleviarlo per lei e con lei. I medici e gli insegnanti non vedono in Ben alcuna diversità e respingono ogni tentativo di Harriet di far cadere il velo, la fanno sentire una madre sbagliata il cui amore ipercritico va quanto meno dimensionato.
Perfino David le rimprovera di avere sacrificato il resto della famiglia a Ben. Ben che per un periodo era stato in un istituto per diversi e lei è andata a riprenderselo e lo ha riportato a casa, pur sapendo di spezzare per la seconda volta l’armonia familiare.
La solitudine di Harriet è l’inevitabile punto di arrivo dello strabismo di queste dinamiche: disapprovata se non ama il figlio di un amore convenzionale, disapprovata perché non lo ha lasciato morire rinchiuso in istituto e ancora lo segue e lo scruta a oltranza nella quotidianità, chiedendosi a cosa sta pensando e come vede il mondo.
È sempre di Harriet il tentativo di spiegazione sulla diversità di Ben. Se gli altri della famiglia riescono solo ad averne paura, se docenti e specialisti non rilevano alcuna diversità patologica, Harriet affonda lo sguardo negli occhi opachi del figlio e pensa di trovarci i tratti di una razza umana estinta, di un’era antropologicamente lontana.
“Ben non ti fa pensare…che tutta quella gente che è vissuta sulla terra, quegli esseri così diversi, siano sepolti dentro di noi, da qualche parte?” chiede e si chiede.
A fianco di Harriet la volontà precisa dell’autrice, che ha sentito il bisogno di riscrivere il romanzo e caricarlo di una provocazione più cruda. Portando “alle estreme conseguenze” la risposta alla domanda che è all’origine di tutto: “Se nel ventesimo secolo venisse al mondo un elfo, una creatura di un’altra epoca?”
Nota bibliografica:
Cover: disegno di Chloe e Thomas a cui nonna Robi ha raccontato la parte iniziale della storia contenuta nel libro
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