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La pasqua ebraica (pèsach) è una festività che dura otto giorni (sette in Israele) e che ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa. Nella Bibbia ebraica, il nome di Pèsach indica la cena rituale celebrata nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto; i successivi sette giorni vengono chiamati Festa dei Pani non lievitati (o Azzimi), come il pane dei musulmani, per molti aspetti simili più di quanto si creda agli ebrei (anche per le numerose regole) nonostante la feroce guerra che si fanno.
Questa settimana trae origine da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. La pèsach, quindi, segna il principio della primavera ed è anche chiamata “festa della primavera”.
Trae origine da una vicenda del Libro dell’Esodo in cui Dio annuncia al popolo di Israele, ridotto in schiavitù in Egitto, che lo libererà e, dato il rifiuto degli egizi, Dio annuncia la loro punizione con le piaghe d’Egitto e l’uccisione dei primogeniti (“…passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito, uomo o bestia; così farò giustizia…”, Es 12, 12). Dio ordina al popolo di Israele di marcare gli stipiti delle loro porte con del sangue di agnello cosicché “… quand’io vedrò il sangue, passerò oltre, e non vi sarà piaga su di voi…”).
È la prima volta che Dio prende le parti dei deboli (schiavi) in quanto in passato era sempre stato dalla parte di Re e Imperatori, ma si potrà anche cogliere l’aspetto terribile di questo Dio che ammazza i neonati d’Egitto. Spesso nell’Antico testamento ci sono passaggi feroci fino ad essere genocidari dei vinti che, ovviamente, hanno poco a che vedere con la spiritualità o la fraternità. Per questo i templi ebraici avevano all’ingresso un’ampia zona dove si scannavano gli agnelli prima della Pasqua.
San Francesco a Roma per chiedere l’autorizzazione al Papa di predicare, incontrerà un uomo con un agnellino in groppa e, saputo che lo ucciderà, gli darà il suo mantello in cambio di poterlo salvare. Non sapendo come portarsi l’agnellino lo restituirà con la promessa che non l’avrebbe ucciso. Così perde sia il mantello che l’agnello basandosi su una fiducia che, probabilmente, non sarà stata corrisposta.
Durante tutto il periodo della festività non viene consumato dagli ebrei cibo lievitato sostituendo il pane, la pasta e i dolci con le “matzot“ ed altri cibi appositamente preparati senza essere lievitati.
La celebrazione cristiana della Pasqua commemora invece la passione, morte e risurrezione di Gesù, avvenute in concomitanza con la celebrazione ebraica di Pèsach. In quell’anno la Pèsach ebbe luogo di sabato (giorno che per gli ebrei inizia la sera del venerdì) e perciò tuttora la liturgia cristiana della veglia pasquale la sera del sabato santo contiene la lettura degli stessi brani biblici utilizzati dagli ebrei per la Pèsach.
Secondo quanto si legge nel Vangelo di Giovanni e da altri particolari della Passione, sembra che il giorno della morte di Gesù sia corrisposto, per la maggioranza del popolo ebraico del tempo, a quello in cui si immolava l’agnello e si celebrava (alla sera) il primo seder di Pèsach, e perciò al giorno ritenuto essere il 14 di Nisan, che quell’anno cadeva di venerdì.
La Risurrezione, poi, ha avuto luogo “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica immediatamente successiva alla Pèsach, cioè il 16 di Nisan. L’Ultima Cena di Gesù e dei suoi apostoli, caratterizzata dai vangeli sinottici come una cena pasquale, viene consumata la sera del giovedì. Per i cristiani la celebrazione della Pasqua è soprattutto ricordo e gioia per la Risurrezione.
In realtà il cristianesimo non sarebbe una religione ma un “fatto”, la predicazione del Cristo, la sua morte in croce e la Risurrezione. È stata la Chiesa e i suoi seguaci a costruire una mastodontica costruzione organizzativa e gerarchica che per esempio San Francesco contesterà. Voleva che tutto fosse a mò di cerchio e di fratellanza, senza gerarchie come, peraltro, dice il Cristo nei Vangeli.
Anche i primi cristiani vivranno in comunità fraterne, almeno fino a 313 d.C. quando Costantino fece del cristianesimo una religione di Stato. Dopo quella data molti cristiani, inorriditi dalla istituzionalizzazione del cristianesimo, fuggirono in Egitto e nel deserto per una vita monastica, da cui nacque il monachesimo con regole gerarchiche che mai accettò Francesco, favorevole alla “tavola rotonda” (che sarà anche di Re Artù, il primo re che lottò nella storia non per interessi ma per ideali) e alla vita fraterna.
Francesco ricava questa regola (come tutto) dal vangelo “non fatevi chiamare maestro o padre…voi tutti siete fratelli”. Una fraternità che volle estendere oltre i suoi confini agli stessi saraceni (stranieri).
La pasqua cristiana è una festa mobile (a differenza di quella fissa del Natale e si celebra dopo l’equinozio di primavera (21 marzo) nella prima domenica che segue il plenilunio. È sempre prossima alla primavera quando tutta la natura fiorisce e riprende la vita. In quel periodo si celebra anche la morte del corpo e la risurrezione dello spirito (Cristo), come a dare una nuova primavera anche all’Essere Umano, che andrà col suo spirito ben oltre la morte fisica, “sorella morte” per Francesco.
La “folla” (oggi diremmo il “popolo”) aveva salutato Gesù la domenica precedente (delle palme) come un salvatore. Nel vangelo si usa la parola greca “turba”, una folla caotica mossa da curiosità, perché sapevano che Cristo aveva resuscitato Lazzaro e sapevano anche che i “capi”, avevano deciso di farlo fuori.
C’era quindi un osannare che era anche un curiosare come il popolo romano che veniva domato a “panem et circenses”, desideri non troppo dissimili da oggi. Ma ogni tanto anche il “popolo” rinsavisce, come nel recente referendum, e come si intravvede nel dipinto di Piero della Francesca, dove l’ultimo soldato si sta risvegliando.
Cover: Piero della Francesca, Resurrezione (1463-1465), San Sepolcro – immagine: https://www.artesvelata.it/resurrezione-piero-della-francesca/
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L’ultima Guerra oscura quella immeditatamente precedente. Così il folle attacco all’Iran (folle anche perché non se ne vede un punto di caduta) occupa stabilmente i media e mette la sordina alla guerra in Ucraina, alla cruenta invasione/annessione di Gaza, alla nuova guerra di Israele in Libano, allo scontro fratricida in Libia, alle tensioni in Pakistan… senza contare le altre 60 guerre in corso sparse per il pianeta.
Mentre l’Occupazione Israeliana, tanto illegale quanto feroce, non accenna a finire, ogni giorno si allunga la lista dei morti, 71.000 a Gaza, già 1.500 nel Sud del Libano. Più i milioni di profughi, i morti bambini, di fame o di malattia. Oggi più che mai viviamo una Pasqua di sangue.
Oggi più di ieri, misuriamo tutta la nostra impotenza. Eppure la voglia di pace non può rimanere senza voce. Abbiamo scelto le parole con cui il Cardinale di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa ha chiuso la scorsa Biennale Cinema di Venezia. Parole di Denuncia e di Speranza, perché l’una non può esistere senza l’altra.
(La redazione di Periscopio)
«Carissimi amici e amiche, il Signore vi dia pace.
Un saluto da Gerusalemme, dalla terra santa che sta vivendo, stiamo vivendo, un momento così drammatico, così difficile, così divisivo. Qui per noi ma, come vediamo, anche in tutto il mondo. La cronaca la conoscete, quindi non è necessario che io entri nella cronaca quotidiana e drammatica di quello che stiamo vivendo. Anche le immagini sono molto significative purtroppo. Parlano di distruzione, di morte, di tantissimo dolore.
Uno dei problemi che stiamo vivendo è proprio questo: siamo talmente pieni di dolore che sembra non esserci spazio per il dolore dell’altro. Quello che mi preme dire è che stiamo comunque vivendo anche un clima di odio profondo sempre più radicato dentro le due popolazioni, israeliana e palestinese, che sembra non finire mai.
Lo vediamo nella violenza innanzitutto, ma lo vediamo anche nel linguaggio. Io credo che la violenza a cui stiamo assistendo è anche il risultato di anni di linguaggio violento e de-umanizzante. Se tu de-umanizzi l’altro nel linguaggio, con le parole, creando una cultura, un pensiero che de-umanizza l’altro, poi il passaggio alla violenza fisica e reale è solo questione di tempo. E purtroppo lo stiamo constatando.
Questa guerra deve finire quanto prima, lo sappiamo. Non ha più senso continuare. È tempo di fermare questa deriva. Ma sappiamo che la fine della guerra che auspichiamo, nonostante la cronaca ci parli di altro, che auspichiamo finisca presto, non sarà la fine del conflitto, non segnerà la fine delle ostilità, del dolore che queste ostilità causeranno. Per cui dobbiamo lavorare molto, soprattutto noi credenti e tutti coloro che creano e fanno cultura, creano una narrativa diversa.
Abbiamo lasciato la narrativa ai radicali, agli estremisti di una parte e dell’altra. Dobbiamo invece avere il coraggio di una narrativa, di un linguaggio diverso che apra orizzonti, apra strade nuove. Abbiamo bisogno di nuove prospettive, nuove strade, di nuove idee innanzitutto nel mondo della cultura e del linguaggio, che poi possono arrivare anche alla società e alla politica.
Questo è il mio augurio. Io ci credo, è possibile. Perché ci sono tante persone qui che sono impegnate in questo, e abbiamo bisogno del vostro aiuto. Allora mi auguro che da Venezia, anche da Venezia, possa arrivare un contributo positivo in questo senso. Che ci siano ancora persone nel mondo che ci aiutano a pensare in maniera diversa e portandoci parole e immagini che costruiscano anziché distruggere.
Grazie buon lavoro a tutti voi.»
Cardinale Pierbattista Pizzaballa, capo della Chiesa cattolica in Terra Santa,
Cover: il Cardinal Pierbattista Pizzaballa al Santo Sepolcro, immagine cronachedi.it
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Ti accolgo. Puoi stare in me. Al sicuro. Vieni…
Rannicchiati. Ti faccio tetto con le parole.
Ti sono rifugio. Ti tocco i capelli con il fiato.
Ti bacio ogni fatica.
Il mio corpo è involucro per custodirti. Per proteggerti.
La mia schiena è tavolo per il tuo cibo.
Prometto di non farti mai paura. Di non darti colpa.
Di non farti tremare se non di inesprimibile emozione.
Di non toccarti se non con il respiro, con il sudore, il pianto, la saliva.
La punta leggerissima delle dita e dell’anima.
Prometto di essere nuda con te, per maggiore verità.
Prometto di venerare la tua imperfezione, le storture, i tuoi abissi.
Di riconoscere in te gli alberi immensi e le piccole felci,
il grande mare e i granelli di sale.
Mia pietra, spuma. Arancio fiorito. Crepa del terreno.
Mia donna rupe. Mia bambina sabbia.
I miei fianchi sono la tua altalena, per spingerti in alto,
farti arrivare al cielo.
Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023
In copertina: altalena sul mare – Foto di Keegan Divant da Pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
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È un detto che ritorna ogni anno, con una familiarità che lo rende quasi invisibile.
Lo si pronuncia senza pensarci, come qualcosa di ovvio.
Eppure non è solo un proverbio.
È una forma di organizzazione dei legami.
Distribuisce i posti, ma soprattutto distribuisce le posizioni del soggetto: da una parte ciò che è dato, dall’altra ciò che sembra scelto.
In questo senso, non descrive semplicemente una consuetudine.
La produce.
La rende naturale.
Natale non chiede.
Assegna.
“Con i tuoi.”
Il legame precede il soggetto.
Non si decide, si eredita.
Non è qualcosa che si costruisce nel momento,
ma qualcosa in cui ci si ritrova già iscritti.
Ed è proprio per questo che espone.
A Natale non si è semplicemente insieme.
Si è implicati.
Dentro una trama di aspettative, di ruoli, di posizioni che tendono a ripresentarsi sempre uguali.
Dentro qualcosa che ha una storia, e che non si lascia facilmente modificare.
È spesso lì, infatti, nei momenti più codificati e ritualizzati, che qualcosa eccede il copione.
Una frase che sfugge.
Un tono che si incrina.
Un silenzio che pesa più del previsto.
Non perché la famiglia sia “il luogo del conflitto”, ma perché è il luogo in cui il soggetto è più preso, più coinvolto, meno schermato.
È il luogo in cui ciò che non funziona nei legami trova più facilmente una via per emergere.
Pasqua arriva dopo.
E introduce uno scarto.
“Con chi vuoi.”
Qui il proverbio non assegna.
Autorizza.
Autorizza a uscire dai legami dati, a variare, a spostarsi, a incontrare amici che durante l’anno restano sullo sfondo o ai margini.
Autorizza a costruire combinazioni meno vincolate, meno prevedibili, meno esposte al peso della storia.
In questo senso, non si limita a indicare una possibilità.
La legittima.
Rende più facile scegliere, proprio perché quella scelta è già prevista, già consentita, già inscritta in una forma condivisa.
È come se dicesse: qui puoi.
E questo “puoi” ha un effetto preciso.
Alleggerisce.
Ma allo stesso tempo copre.
Perché scegliere non è mai un atto così lineare.
Non scegliamo da un punto neutro.
Non partiamo da zero.
Scegliamo a partire da ciò che ci ha costituiti, da ciò che abbiamo vissuto, da ciò che nei legami ha lasciato una traccia.
Allora la domanda si impone.
Siamo così sicuri di scegliere davvero con chi trascorrere il nostro tempo?
O è il legame dato — quello da cui proveniamo — a continuare a orientare, in modo più o meno silenzioso, le nostre scelte?
Quando scegliamo,
scegliamo davvero…
o seguiamo traiettorie già tracciate?
E quando prendiamo distanza, ci separiamo davvero o ripetiamo, sotto altre forme, ciò da cui pensiamo di allontanarci?
Non si tratta di negare la possibilità della scelta, ma di interrogarne le condizioni.
Di chiedersi da dove prende forma ciò che chiamiamo “volere”.
Il proverbio funziona perché tiene insieme tutto questo senza farlo emergere.
Offre un equilibrio rassicurante:
un tempo in cui non si sceglie,
e un tempo in cui si è autorizzati a farlo.
Un tempo dell’appartenenza,
e un tempo della variazione.
E in questo equilibrio il soggetto trova un punto di riposo.
Non deve esporsi troppo alla domanda.
Non deve sapere troppo di ciò che lo determina.
Può muoversi dentro una traccia già data.
Ma è proprio lì che qualcosa resta in sospeso.
Perché il desiderio non coincide mai del tutto con ciò che è consentito volere.
E non si lascia organizzare dal calendario.
E forse la questione non è semplicemente con chi si sta, ma da dove si sceglie di stare.
È lì che il soggetto smette di riposarsi.
Ed è lì che qualcosa, eventualmente, può cominciare.
Cover: https://www.psicologasegantin.it/legami-familiari/
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Abbiamo contattato Tommaso Sandri, ventenne imprenditore ferrarese di DigiViva, per la curiosità che ci ha suscitato la descrizione del “business” della neonata azienda – colmare il “digital divide” che colpisce soprattutto persone anziane e sole, tagliandole fuori dall’accesso a servizi fondamentali – in rapporto alla giovane età del titolare. Di seguito, le sue risposte alle domande di Periscopio.
Periscopio: Tommaso, DigiViva si occupa di colmare il cosiddetto “divario digitale”, che colpisce soprattutto persone anziane e sole. A me è subito venuta in mente la scena del film di Ken Loach “Io , Daniel Blake” in cui un lavoratore malato si rapporta con gli uffici pubblici della sanità e previdenza inglese per completare una pratica vitale per il suo futuro, e si trova di fronte un muro di indifferenza e mancanza di empatia del personale, che lo invita a fare tutto tramite le app. Secondo la tua percezione, quanto sono diffuse situazioni simili nel nostro territorio?
Tommaso Sandri: situazioni come quella raccontata in Io, Daniel Blake sono molto più vicine a noi di quanto si pensi. Nel nostro territorio capita ogni giorno. Mi è successo spesso di parlare con persone che si sono recate agli sportelli pubblici o negli uffici postali e si sono sentite completamente abbandonate, ricevono informazioni vaghe, vengono rimbalzate da uno sportello all’altro, oppure gli viene semplicemente detto di chiamare un call center o di fare tutto online perché lì non possono aiutarli. Il problema è che queste persone, spesso anziane, non hanno gli strumenti per farlo. E invece di ricevere un aiuto concreto, si trovano davanti un sistema che dà per scontato che tutti siano autonomi digitalmente e che siano in grado di intuire da soli quali siano le procedure corrette. Il risultato è frustrazione, senso di impotenza e, in molti casi, rinuncia. Io vedo quotidianamente, anche solo all’interno della mia famiglia, persone che smettono di provare ad accedere a servizi fondamentali non perché non esistano, ma perché per loro risultano complicati e nessuno le accompagna davvero nell’utilizzo. Il divario digitale oggi rischia di non essere solo un problema tecnologico, ma rischia di diventare una vera forma di esclusione sociale.
P: leggo sul vostro sito che fate interventi direttamente a domicilio per assistere le persone che hanno problemi tecnici o di comprensione nell’utilizzo dei dispositivi digitali. Hai già un piccolo storico dei principali tipi di assistenza che vi vengono richiesti?
TS: sì, con il brand DigiViva siamo attivi da poco, ma personalmente ho svolto più di 50 interventi nelle province di Ferrara, Bologna e Rovigo negli ultimi mesi. Ho quindi avuto modo, in questo tempo, di individuare delle richieste molto ricorrenti: attivazione e utilizzo di SPID e CIE, configurazione delle app dedicate e accesso ai servizi, accesso al fascicolo sanitario elettronico, tutoraggio e supporto nell’utilizzo , configurazione smartphone e tablet nuovi, trasferimento dati, uso whatsapp, videochiamate per connettersi con i familiari lontani e utilizzo di app base, pagamenti online e sicurezza digitale, utilizzo di app bancarie per effettuare operazioni, configurazione Smart TV e servizi streaming, sintonizzazione canali, collegamenti a internet, supporto con computer, stampanti e connessioni internet. Quello che colpisce è che spesso non si tratta di problemi complessi, molto spesso sono problemi risolvibili in pochi passaggi e pochi minuti, ma questi piccoli blocchi spesso diventano insormontabili senza qualcuno accanto.
P: tu sei giovanissimo, e la tua azienda si occupa di assistenza digitale a persone che io immagino prevalentemente anziane. Un divario anagrafico al servizio della cura del divario digitale. Qual è stata la molla che ti ha spinto a lanciarti, così giovane, in questo progetto?
TS: la spinta è nata da una cosa molto semplice: vedere da vicino la difficoltà reale delle persone, a partire dalla mia famiglia e dai miei conoscenti. Prima ancora di DigiViva aiutavo già privatamente la mia famiglia, amici di famiglia, conoscenti, persone anziane. Mi sono reso conto che per me erano operazioni banali, ma per loro rappresentavano un ostacolo enorme. Da lì ho capito che non era solo “assistenza tecnica”, ma un vero bisogno sociale.
Dopo aver analizzato attentamente i dati sulla popolazione del nostro territorio e dopo aver capito che la richiesta era alta, ma non esisteva alcun servizio di questo tipo nelle nostre zone, ho deciso di trasformarlo in un servizio strutturato. DigiViva è oggi un marchio registrato che nasce da Note Srl, società con sede a Ferrara che poggia sull’esperienza trentennale di mio padre Nicola nel campo dei servizi di rappresentanza e della vendita. Il fatto di essere giovane non è un limite, ma un vantaggio a mio parere, rappresenta proprio il ponte tra due mondi, quello digitale e quello di chi ne è rimasto escluso. Credo infatti, che i giovani che sono nati con questi strumenti siano la generazione più adatta per questo tipo di servizio.
P: qual è l’ambito territoriale entro il quale potete intervenire? E se non è indispensabile un intervento fisico, rispondete anche a chiamate dal territorio italiano che possano risolversi in un’ assistenza da remoto?
TS: operiamo principalmente a domicilio a Ferrara e nei comuni limitrofi, con un particolare focus durante la stagione estiva nei Lidi Ferraresi, dove molte persone si trasferiscono per passare le vacanze. Operiamo principalmente a domicilio perché crediamo che il contatto diretto sia fondamentale per la maggior parte delle operazioni. Entrare nelle case, capire il contesto e spiegare con calma fa tutta la differenza. In un futuro prossimo miro ad espandere i nostri servizi nelle province limitrofe, grazie all’aiuto di partner locali.
Offriamo anche la possibilità da operare da remoto, ma questo tipo di intervento è rivolto spesso verso un target di clientela business, o spesso consulenze di impianti di rete o smart home per famiglie, privati o PMI. Resta sempre aperta a chiunque la possibilità di richiedere un intervento da remoto, tramite una videochiamata su Zoom possiamo risolvere problemi con PC, Smartphone, tablet.
P: hai pensato a modi “non digitali” per pubblicizzare la vostra azienda? Te lo chiedo perché immagino che alcune persone che hanno problemi con il mondo digitale, proprio per questa ragione potrebbero non venire a sapere della vostra esistenza attraverso uno smartphone o un pc…
TS: è una domanda centrale, perché è esattamente il paradosso del nostro lavoro. La risposta è ovviamente si, la nostra campagna pubblicitaria di lancio iniziale è incentrata su strumenti fisici e partnership come primo metodo, affiancata anche da una base di campagna social, principalmente su Facebook. La nostra campagna di lancio utilizzerà volantini distribuiti sul territorio, presenza in negozi, farmacie e attività locali, tramite esposizione di brochure dedicate, collaborazioni con realtà associative – ad esempio avremo un helpdesk di primo intervento gratuito dedicato, una volta a settimana, presso gli Uffici di Confcommercio a Ferrara e prossimamente anche presso altre realtà sul territorio. Poi: articoli su quotidiani e pubblicità sugli stessi. In una seconda fase avvieremo una campagna locale con cartelloni pubblicitari, pensiline bus, autobus urbani, totem nei centri commerciali. Il passaparola ad oggi è già molto forte.
Cover image tratta dal sito DigiViva.it
DigiViva: contatti stampa e informazioni: DigiViva: https://digiviva.it – [email protected] Note Srl: https://notesrl.com – Via Argenta 69/A, 44124, Ferrara Contatti Diretti: Tommaso Sandri – +39 345 7394004 – [email protected]
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