FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Un qualunque telegiornale del mattino o della sera: sullo schermo le immagini di città bombardate. Kiev, Gaza, Dubai, Tel Aviv, Beirut, Teheran: i nomi cambiano, la scena resta la stessa. Un drone insegue un bersaglio invisibile; un leader politico annuncia un’operazione “necessaria”; un algoritmo decide quali notizie mostrare e quali sottrarre allo sguardo del telespettatore.
La guerra non arriva più come un evento: arriva come… il livello di un video gioco.
In quel momento, mentre il ronzio dei dispositivi si confonde con il rumore di fondo della storia, può capitare di ricordare un libro scritto settant’anni fa. Un libro sottile, quasi ascetico, che parla di boschi interiori e libertà non negoziabili: il Trattato del ribelle di Ernst Jünger.
E ci si accorge che quelle pagine, nate dalle macerie del Novecento, sembrano scritte per noi. Per questo tempo in cui la tecnica ha superato la politica, la propaganda ha superato la morale, e la guerra ha superato ogni forma di legittimazione.
Jünger aveva visto nascere la propaganda moderna, ma non poteva prevedere la sua metamorfosi digitale. Eppure la sua intuizione è sorprendentemente precisa: la propaganda non è più un apparato, è diventata l’ambiente stesso in cui viviamo.
Oggi i feed social costruiscono bolle emotive personalizzate; i deepfake minano la fiducia nel reale; la disinformazione è un’arma geopolitica e la polarizzazione è incentivata da algoritmi che premiano il conflitto.
Quando Jünger scriveva: “la tecnica tende a divenire sovrana”, non poteva conoscere l’IA generativa che oggi filtra, amplifica e distorce la percezione pubblica; non poteva immaginare un “governo delle menti” che decide dove, come e contro chi usare le armi.
Il Trattato del ribelle nasce dall’esperienza di un secolo in cui la guerra era diventata industriale. Oggi la guerra è diventata istantanea.
L’invasione russa dell’Ucraina è stata decisa da un solo uomo, senza alcun mandato parlamentare. Le operazioni israeliane a Gaza hanno più volte scavalcato pressioni internazionali e risoluzioni ONU. Nel Sahel, colpi di Stato e interventi militari si susseguono senza legittimazione multilaterale. Nel Golfo Persico, attacchi e contro-attacchi avvengono in un limbo giuridico, tra autodifesa e rappresaglia.
Jünger scriveva: “Quando il potere non trova più limiti, esso tende a legittimarsi da sé.”
È esattamente ciò che accade oggi: la guerra non è più dichiarata, accade. E accade in un mondo in cui la propaganda digitale prepara il terreno emotivo, anestetizza il dissenso, costruisce consenso retroattivo.
Il passaggio più profetico del monito jüngeriano riguarda la trasformazione delle istituzioni in strumenti di conflitto interno. A pagina 116 dell’edizione Adelphi del 1990 leggiamo:
“Le cose cambiano non appena una sottospecie della tecnica, la propaganda, si sostituisce alla morale e non appena le istituzioni si tramutano in armi della guerra civile. A questo punto il singolo è costretto a decidere; è un aut-aut quello che gli viene posto, giacché una terza via – la neutralità – è del tutto esclusa. D’ora in poi una specie particolare d’infamia peserà su coloro che si astengono, e così pure su chi esprime dei giudizi che derivano da una posizione astensionistica.”
In Occidente, partendo dal Paese più rappresentativo che fino a poco fa definivamo alleato e capofila di una certa idea di democrazia, ogni elezione rischia di diventare un referendum sulla legittimità del sistema. E se in Medio Oriente, la politica è spesso sostituita da apparati securitari, nella nostra cara vecchia democrazia italiana un essenziale contrappeso democratico come la magistratura diventa anch’esso un campo di battaglia.
Jünger aveva anche scritto che “La guerra civile è la più terribile, perché non ha fronti: ha solo specchi” e oggi quegli specchi sono gli schermi dei nostri dispositivi, dove ogni opinione trova il suo nemico e ogni nemico la sua amplificazione.
La mobilitazione totale è uno dei concetti più potenti di Jünger: la tecnica che ingloba tutto, che trasforma ogni gesto in funzione del sistema. E questa mobilitazione da tempo ha assunto forme nuove come, ad esempio, quella di droni autonomi che decidono in frazioni di secondo, o di sistemi di sorveglianza predittiva come le intelligenze artificiali ad uso militare, come Palantir, che analizzano scenari e suggeriscono strategie fino ad arrivare a confezionare quei simpatici video di propaganda automatizzata che tanto fanno divertire il Presidente statunitense e la sua base MAGA .
Jünger scriveva: “La tecnica non serve l’uomo: lo reclama”, e oggi lo reclama non solo come lavoratore o soldato, ma come dato, come profilo psicologico, come bersaglio informativo.
Il Waldgänger di Junger cioè “colui che va nel bosco”, non è un eremita. È un essere umano che rifiuta di essere arruolato nella mobilitazione totale.
In un mondo dove è la tecnica a produrre la realtà non dobbiamo meravigliarci se la politica si sia ridotta a produrre conflitti senza mandato e a delegare alla propaganda il cambiamento della cosiddetta egemonia culturale e la creazione di una identità.
In un tale scenario il ribelle è, sempre di più e ancora, solo colui che mantiene un nucleo non negoziabile di libertà interiore.
Jünger scriveva nel 1951 che “La libertà non è un diritto: è un rischio” e potremmo azzardare che oggi quel rischio sia rappresentato dal sottrarsi al flusso di una narrativa dominante (preferenzialmente via social), e cercare di salvaguardare uno spazio interiore dove la tecnica non possa entrare.
Forse il bosco di Jünger non è più un luogo dove ci si addentra, ma un luogo che si custodisce. Un varco minuscolo, un’intercapedine tra un’informazione e la sua replica, tra un ordine e la sua esecuzione, tra un algoritmo e la nostra risposta.
Il bosco oggi è un gesto: spegnere il dispositivo, ascoltare un silenzio non ancora colonizzato, lasciare che un pensiero non immediato prenda forma. È un atto di resistenza minima, ma non per questo meno decisivo.
Perché il ribelle non è colui che fugge ma colui che resta… umano in un tempo che tende a disumanizzare; il ribelle è colui che resta vigile in un mondo che preferisce l’automatismo e resta, soprattutto, libero in un’epoca che confonde la libertà con la scelta tra due opzioni preconfezionate.
E allora, forse, il compito del ribelle oggi è questo: proteggere un frammento di interiorità non negoziabile, un piccolo bosco che nessuna propaganda algoritmica può incendiare. Un luogo dove la tecnica non comanda, dove la guerra non entra, dove la parola torna a essere un atto di verità.
Un luogo dove può nascere una voce autentica da ascoltare.
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di Ferrara Gospel Choir Academy
Un evento relativamente recente che ha portato gioia all’interno della Casa Circondariale di Ferrara è stato il concerto del Ferrara Gospel Choir Academy.
Questo coro, composto da voci e cuori con esperienze diverse, ha mostrato concretamente la voglia di portare un messaggio forte di amore e di luce all’interno di una struttura che, normalmente, non si caratterizza per questi aspetti.
Tutte le bravissime cantanti e tutti i bravissimi cantanti, guidati dall’ottima direttrice Simona Natali, sono riusciti a tramettere in maniera appassionata il loro entusiasmo, il loro impegno e la loro gioia travolgente.
Il poeta libanese Khalil Gibran scriveva che “Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta e il battito del cuore di chi ascolta”.
Il Ferrara Gospel Choir Academy è riuscito a far battere molti cuori ed ha lasciato un profondo ricordo positivo fra i presenti che ora sono alla ricerca di altra buona musica da ascoltare.
(Mauro Presini)
Il 20 dicembre 2025, abbiamo vissuto un’esperienza che difficilmente dimenticheremo.
Abbiamo varcato una soglia diversa dal solito: quella del carcere.
Un luogo dove i passi risuonano più forti, dove le porte si chiudono alle spalle e il tempo sembra rallentare. Un luogo che mette alla prova, che chiede rispetto, ascolto, presenza. Lì abbiamo portato la nostra musica, e lì abbiamo ricevuto molto più di quanto avremmo potuto immaginare.
L’impatto iniziale è stato forte. Attraversare i corridoi, i padiglioni, le grate e le mura segnate dal tempo ha suscitato timore e silenzio. Poi, pian piano, gli sguardi si sono incrociati. E qualcosa è cambiato.
Durante il concerto, le persone detenute hanno ascoltato con attenzione, cantato, battuto le mani, ballato.
C’erano occhi che brillavano, sorrisi improvvisi, corpi che seguivano il ritmo, mani che si muovevano insieme. Una partecipazione autentica, intensa, mai scontata.
Come hanno raccontato i coristi: “Pensavamo di entrare per portare gioia, ma ci siamo accorti quasi subito che erano loro a darla a noi.”
È stato forse il concerto più vero e impattante dal punto di vista emotivo. Un’esperienza che ha portato ognuno di noi a riflettere sul significato della libertà, sulla fortuna di poter fare ciò che si ama e sul valore profondo dell’incontro umano.
Il momento finale, sulle note di Total Praise, è stato particolarmente toccante: una lunga standing ovation, con il pubblico rimasto in piedi per tutta la reprise, ha riempito lo spazio di un’energia difficile da descrivere a parole.
La nostra direttrice, Simona Natali, racconta così quella mattina: “Ero partita con il timore di non riuscire a comunicare davvero con loro. Invece è stato facilissimo. Erano curiosi, avevano voglia di parlare, di raccontarsi. Alla fine del concerto ho visto occhi rossi e lucidi. In alcuni ho percepito rassegnazione, in altri speranza, determinazione, gioia. La musica è arrivata anche a chi ha un credo diverso dal nostro, perché il linguaggio era universale.”
Prima del concerto, Simona si è seduta in mezzo a loro, ascoltando le loro canzoni, le loro voci, la loro passione per la musica e per gli strumenti. “Quando erano concentrati a cantare e suonare, ho visto la luce nei loro occhi. Loro hanno condiviso con me la loro musica, io con loro la mia.” I saluti finali, le strette di mano, gli auguri di buone feste, i sorrisi, le risate e le barzellette raccontate con spontaneità hanno lasciato un segno profondo in tutti noi.
“Nonostante poche ore insieme, mi ero già affezionata a loro. Sono uscita cambiata, come persona e come musicista. È stato uno dei più bei regali di Natale che potessi ricevere.”
Il Ferrara Gospel Choir Academy desidera ringraziare di cuore tutto il personale e in particolare il Direttore dell’Istituto Dott.ssa Martone e la Dott.ssa Romano per aver reso possibile questa esperienza di incontro, ascolto e condivisione.
Crediamo fermamente che la musica, anche – e forse soprattutto – nei luoghi più complessi, possa diventare un ponte tra dentro e fuori, tra storie diverse, tra esseri umani che, anche solo per un momento, si riconoscono semplicemente come tali.
Le foto in copertina e nel testo sono di Mauro Presini
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Lo scorso 26 gennaio il Sindaco di Ferrara ha aperto il suo discorso-fiume in Consiglio Comunale dedicato all’affaire Grattacielo citando le parole pronunciate da Giorgio Bassani durante un’altra seduta del Consiglio, quella del 25 giugno 1962: in quell’occasione, lo scrittore definì «ignobile casone» l’imponente struttura vicino alla Stazione. Percorrendo più volte il centro città, mi chiedo perché non dovrei definire allo stesso modo il maxi-palco montato nei giorni scorsi in piazza Trento e Trieste.
Forse – è questo il dubbio che mi viene – la bruttezza del Grattacielo percepita da chi amministra la nostra città non è tanto estetica ma etico-culturale: il Grattacielo – secondo la nostra Giunta – è “antiestetico” perché fuori dalla loro logica di “decoro”. Logica che considera “indecoroso” tutto ciò che non è né redditizio né mediatizzabile. Raggiunto un consenso talmente alto da stare al timone della città per almeno 10 anni, le torri non sono nemmeno più necessarie a livello propagandistico come luogo “immorale” inintegrabile nella logica del profitto-intrattenimento.
ESTRARRE ESTRARRE ESTRARRE!
Il 20-22 marzo “Battiti Live Spring” e il compleanno di Radio 105 invaderanno il Listone ferrarese. Il 26-27 sarà il turno del “Super Karaoke”. Eventi nazionali che richiameranno 5mila persone a sera, senza contare gli ascolti tv sulle reti Mediaset: gli spettacoli, infatti, sono organizzati dal gruppo che oltre ai vari canali televisivi ha al proprio interno anche Radio Mediaset, s.p.a. di cui Radio 105 fa parte. Ferrara, quindi, è per l’ennesima volta vittima di estrattivismo urbano: lo spazio pubblico (e tutelato come patrimonio Unesco) ha valore solo in quanto risorsa da cui ricavare profitto, e profitto per pochi: questo vale per il Listone, per il Parco Urbano (coi concerti di Springsteen e di Vasco), per piazza Ariostea (col Ferrara Summer Festival).
“Estrarre”, infatti, significa «cavare, tirare fuori, con semplice atto meccanico» (Treccani). E, infatti, nel nostro caso non vi è nulla di umano, nulla che richiami la bellezza, l’anima di una città, la convivialità che fa di una piazza il crocevia di storie, diversità, parole. La società dello spettacolo, regno dell’immateriale, piomba con la sua violenta materialità perché non incontra resistenze – anzi! – da parte di chi amministra la città; amministratori che, invece, dovrebbero valorizzare le forze vive del territorio, non svendere i luoghi al miglior offerente. E proprio nel 2026, compie 40 anni quell’infelicissima espressione coniata dall’allora Ministro italiano del lavoro de Michelis sulla cultura come «petrolio d’Italia».
IL VERO LAVORO, LA VERA RICCHEZZA
A proposito di lavoro, sono tanti i lavoratori dentro il recinto allestito sul Listone: penso anche a loro, costretti a dare le proprie energie e professionalità per qualcosa che non porta nessun vero arricchimento.
Proprio in piazza durante il montaggio del palco, qualche giorno fa ho colto il dialogo tra due signore: alla prima, che si lamentava dei disagi che portava il mega palco, la seconda ha risposto: «ho vissuto diversi anni a Imola e quando il Gran Premio di Formula 1 non si è svolto (dal 2006 al 2020, ndr) la città si è completamente svuotata».
Come a dire: le nostre città possiamo mantenerle vive solo imponendo manifestazioni dall’esterno, senza inculturazione e senza nessun rispetto per la storia dei luoghi e la tutela della natura. Scompare, così, l’idea stessa di urbe intesa sì come organismo aperto e permeabile ma omogeneo, fatto di sottili e invisibili equilibri sedimentatisi nel tempo.
Quella estrattiva, invece, è una forma di neocolonialismo (si vedano le riflessioni della filosofa spagnola Marina Garcés): produce dipendenza economica, concentrando risorse e capitali in quell’ambito, non riuscendo più a immaginare un modo diverso di creare valore; non crea ricchezza diffusa, ma solo per pochi, anzi pochissimi; frattura la popolazione urbana tra chi ci guadagna e chi no, rendendo in ogni caso passivi tutti, sia i primi sia i secondi. Al massimo, convincendo una parte a reinventarsi come spettatori…
ARMIAMOCI E BALLIAMO
L’occupazione della città per il profitto di Mediaset assomiglia anche a un’occupazione “militare”: ci siamo, infatti, abituati a una camionetta dell’Esercito a ridosso del Duomo, nei giorni scorsi nell’esiguo spazio tra Libraccio e il recinto sul Listone, o davanti la Cattedrale stessa.
Domenica scorsa, due carabinieri presidiavano, assieme alla Securfox, piazza Trento e Trieste. D’altronde, al Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica svoltosi a inizio mese in Prefettura in vista degli eventi sul Listone, era presente anche il rappresentante del Comando Operazioni Aerospaziali (COA) di Poggio Renatico. Ci chiediamo in che modo il COA sarà coinvolto nella manifestazione.
Nel comunicato della Prefettura emesso per l’occasione viene spiegato come la «temporanea rimodulazione degli arredi urbani e delle occupazioni di suolo pubblico rappresenta anche l’occasione per avviare un confronto costruttivo sulla gestione permanente degli spazi, volto a conciliare la vivibilità commerciale con i più moderni standard di sicurezza urbana». Sarà interessante capire come cambierà la «gestione permanente degli spazi». Nello stesso comunicato, è scritto anche: il «passaggio al livello di allerta superiore» (causa terza guerra nel Golfo) «prevede l’impiego di dotazioni tecniche avanzate per il personale». Ma non si specifica quali.
UNA CITTÀ AL CONTRARIO
Uno scempio, quello riguardante il cuore di Ferrara, che non inizia certo oggi.
A inizio 2019 la Giunta Comunale a guida Tagliani presenta il progetto per una nuova piazza Verdi, «in grado – si disse – di accogliere eventuali manifestazioni e allestimenti occasionali di diverso genere». Al posto del parcheggio, invece, con la prima Giunta Fabbri la piazzetta divenne una distesa semi-privatizzata per i tavolini dei locali attigui. E col modello “zona rossa” applicato nel 2020 per la movida in zona via C. Mayr/p.zza Verdi e replicato l’anno scorso per il Buskers Festival (anch’esso privatizzato).
Sorte simile è toccata al Giardino delle Duchesse e a piazza Cortevecchia; quest’ultima è stata “rigenerata” quasi due anni fa: da allora – tolti i “vulcani” e l’edicola – è quasi totalmente occupata dai tavolini dei locali.
La Giunta Tagliani è invece totalmente responsabile del parcheggio multipiano Borgoricco: un mostro di cemento armato a pochi passi dal Duomo che non ha fatto che imbruttire il centro e soffocare con traffico e smog le vie di accesso. E ora sembra che anche l’area di piazzale Kennedy possa essere interessata dalla realizzazione di un parcheggio multipiano.
Insomma, il Grattacielo sarà pure un «ignobile casone», ma almeno era abitato da famiglie, studenti, da persone in carne e ossa che negli anni han costruito relazioni nuove, sperimentato stili diversi di convivenza. Possiamo dire lo stesso di questi luoghi appena citati? E potremmo dire lo stesso del rumoroso mostro di luci e metallo di fianco al Duomo?
La foto in copertina e quelle che illustrano l’articolo sono di Andrea Musacci.
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Parole a capo < br > Yuleisy Cruz Lezcano: “Di un’altra voce sarà la paura” – Alcune poesie
Ringrazio la poetessa per avermi autorizzato la pubblicazione delle sue poesie.
“Una poesia è una macchina per fare delle scelte” (John Ciardi)
Poesie tratte da “Di un’altra voce sarà la paura” , Leonida Edizioni, 2024 di Yuleisy Cruz Lezcano.
Ti inganni
Ti inganni,
ti inganni, io non sono
la foglia che cade,
sono la sua ombra,
io non ho perso
quello che c’era
da perdere, ho perso
di più, ho perso il fulmine
che foderava l’inverno,
ho perso gli angeli
azzurri che spegnevano le opache
stelle, ho perso il bacio del ricordo,
ho perso nell’incomprensibile
l’impensabile, ho perso la parola
che forgia i legami, ho perso
i vecchi caratteri riuniti,
per urlare: «rimani!» a quello
che se ne andava.
Ma che dico? Ancora
di più ho perso
e spero, con il mio sorriso,
di riuscire ad ingannarti,
se per te la certezza è un bisogno.
Sappi che senza perdere
e ricostruire la propria forma
la vita resta breve, se non ci si rialza
dalla cenere, si rimane lamento di ore
interminabili, passaggi notturni,
liuto senza l’arte d’alchimia,
mormorante dimora di mosche,
rami ed erbe calpestate, cupa
mente libera di memoria
e di speranza, santuario
di malinconia alzato sul fondo
delle vesti cadute
per condividere con i ladri
quello che ci hanno rubato.
Invece no.
Io ho perso e ricordo,
ricordo l’infelice sorte
che mi ha trasformata
in quella donna
ingannata, capace
di mentire.
Innocenza
Necessito di tutta la mia innocenza
per ritornare alla mia terra
anfibia, al rumore del lampo
che decapita una palma,
alla favola di acqua tiepida
che su tutte le spiagge riposa,
al sogno che si estende
oltre il sogno, al verbo
emotivo che innamora
con voce di onde
e musica di pioggia.
Necessito di tutta la mia innocenza
per ritornare al petto addormentato
della mia terra madre
aperto sui ricordi, come
un mazzo di orchidee.
L’innocente
Qualcuno ti darà il rimpianto
come balsamo che cura
il concentrato ed esteso
pianto che consuma
l’innocenza pura.
Il ricordo, come un’interminabile
attesa, sarà un pensiero che molta
strada ha percorso, senza lucciole nel buio
decorso di palpebre confuse
nella distesa notturna.
Qualcuno ti farà sentire le lontananze
di quei luoghi da sogno che cerchi
nelle illusioni abbandonate
in vecchi specchi, chiusi
in remote e scure stanze.
Qualcuno riconoscerà il costume
del tuo vuoto teatro senza voce
e con le lacrime, l’incubo insano
e veloce si soffocherà nel tuo cielo
di fiume stagnante. Cigolii
e respiri affannosi, con il rumore
del pianto si spezzeranno nel lungo
e interminabile tempo come un nitido
presagio, la penombra del lamento
sarà una nota strappata
al silenzio, da un atroce vanto.
Qualcuno infangherà la tua fragile
figura e tu chiuderai gli occhi
sparendo sotto i piedi, per mascherare
con la morte la tua vera natura
poter rinascere dove meglio credi.
Caleidoscopio
Non voglio vedere il mondo
in una foglia che cade
ma voglio vederlo in una foglia
cotiledonare, nello spazio
immateriale di un sorriso
spontaneo.
Voglio vedere il mondo
attraverso una goccia di rugiada
su un fiore selvatico
di campo, nell’infinito che si perde
sul palmo della mano,
in quell’orizzonte arcano
alternativo a quello che si mostra
e non innalza un’anima
umana dall’inferno.
Voglio vedere
il mondo dall’interno
di una gabbia che si apre
per lasciare uscire un pettirosso
mentre il cielo commosso si fa
più celeste per accoglierlo.
Non voglio vedere il mondo
nemmeno ascoltarlo
attraverso verità pronunciate
con cattive intenzioni, preferisco
ascoltare delle invenzioni
ideate per lenire il dolore.
Voglio vedere il mondo
attraverso l’amore
tra la rugiada della sera
e la rugiada del mattino.
Da bambina a sposa
Già sono emigrati i sette pastori
della tua innocenza, si è rotta
la tua convivenza con il letto
dei genitori e i giocattoli.
I tuoi capelli sistemati
decorati, nascondono la traccia
infantile il tuo corpo da nodi di mani vestito.
Povero nibbio smarrito, si mette a tremare,
e tu, senza sapere volare, sai
di andare in sposa ma non sai del mondo
altra cosa che giocare e giocare.
Non ricordi più le bambole
che hanno dovuto camminare
per le tue mani.
Dentro la tua età
camminano brani,
canzoni infantili, giochi
con i sassi nei cortili
di un mausoleo. Facevi piani
pensando di iscriverti al liceo
e oggi come un trofeo
ti hanno vestita e decidono
della tua vita: si deve siglare
un patto oscuro e io ti vedo
piangere contro un muro.
Sei la mia ombra.
Nello splendore del tuo segreto
preghiamo insieme
e a un dubbio amuleto
chiediamo di salvarci dal tatto
e dal necessario contatto
per passare da bambina
a sposa.
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Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, titoli ottenuti presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato numerosi libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il Giornale Letterario del Premio Nabokov.
La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese. Nel 2024 è stata selezionata per partecipare al Festival letterario di Venezia “La Palabra en el mundo”.
Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, pubblicato con Leonida edizioni, uscito a febbraio 2024, è stato selezionato per il Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024, è stato presentato nella Televisione di Stato della Repubblica di San Marino e in Tele Granducato della Toscana, nel Festival Libri nel Borgo antico di Bisceglie, nell’ambasciata cubana a Roma, con l’associazione Artinte di Barletta, nella trasmissione televisiva Street Talk di Andrea Villani.
Ama leggere autori sudamericani, come Josè Lezama Lima, Julio Cortazar, ma anche italiani, come Guido Gozzano, Eugenio Montale, filosofi come Nietzsche e Kant.
Ama dipingere e fare passeggiate in mezzo alla natura, fotografando dettagli insoliti e dall’atmosfera gotica e noir.
Pubblicazioni:
Di un’altra voce sarà la paura, Leonida Edizioni, 2024
Doble acento para un naufragio, bilingue spagnolo/portoghese, Edições Fantasma, 2023.
L’infanzia dell’erba, Melville Edizioni, 2021.
Demamah: il signore del deserto, bilingue italiano/spagnolo, Monetti Editore, 2019.
Inventario delle cose perdute, Leonida Edizioni, 2018.
Tristano e Isotta. La storia si ripete, SwanBook Edizioni, 2018.
Fotogrammi di confine, Casa editrice Laura Capone, 2017.
Soffio di anime erranti, Prospettiva Editrice, 2017.
Frammenti di sole e nebbia sull’Appennino, Leonida Edizioni, 2016.
Credibili incertezze, Leonida Edizioni, 2016.
Due amanti noi, FusibiliaLibri, 2015.
Piccoli fermioni d’amore, Libreria Editrice Urso, 2015.
Sensi da sfogliare, Leonida Edizioni, 2014.
Tracce di semi sonori con i colori della vita, Centro Studi Tindari Patti, 2014.
Cuori Attorno a una favola, Apollo Edizioni, 2014.
Vita su un ponte di legno, Edizioni Montag, 2014.
Diario di una ipocrita, Libreria Editrice Urso, 2014.
Fra distruzione e rinascita: la vita, Leonida Edizioni, 2014.
Pensieri trasognati per un sogno, Centro Studi Tindari Patti, 2013.
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Un piccolo gruppo (tra cui il sottoscritto) sostiene che Donald Trump sia il frutto dell’indebolimento sociale ed economico degli ultimi 30 anni di globalizzazione voluta, paradossalmente, proprio dagli Stati Uniti e stia cercando, disperatamente, di raddrizzare la barca del suo paese. Del resto lo slogan Make America Great Again non avrebbe avuto quella presa se davvero l’America fosse first. Chi ci abita (in basso o in mezzo) conosce bene le condizioni disastrose in cui si trova il paese e il conflitto sociale interno è sull’orlo di una guerra civile, come mostrano le grandi manifestazioni di protesta per gli interventi brutali dell’ICE sugli immigrati.
Poiché si mette in luce la crescente brutalità e forza con cui Trump agisce (dazi, immigrati, tagli alla spesa pubblica, alle tasse a favore dei ricchi, interventi grossolani su imprese, agenzie, istituti di garanzia, media, università e all’estero: Gaza, Groenlandia, Venezuela, Iran), apparentemente indisturbato e nel silenzio di Cina e Russia (e UE), si potrebbe pensare che mai come oggi gli Stati Uniti siano forti.
Il breve consuntivo economico del primo anno di Trump mostra che tutti i problemi sono irrisolti: ma prima vorrei sottolineare come incombe sugli Stati Uniti (e sul resto dell’Occidente) un gigantesco pericolo di crash dovuto alla bolla finanziaria di debiti (che cresce anno dopo anno) sia dei fondi finanziari che degli Stati che ha raggiunto 5-6 volte il PIL mondiale, ma, secondo altre stime, è molto maggiore.
Poiché dietro il dollaro non c’è più l’oro ormai dal 1971, la domanda è: quali sono i contro valori – o sottostanti – oggi del dollaro e delle varie criptovalute in forte ascesa, visto che tutti i fondamentali Usa sono in caduta libera? La fiducia di chi le compra. Ma poichè si tratta di monete a debito, basta che venga meno la fiducia che uno tsunami finanziario si abbatterà sull’economia reale, facendo restare senza fiato tutto l’Occidente e anche quei paesi (arabi per primi) che hanno investito sul dollaro (uomo avvisato, mezzo salvato).
In genere alla crescita stratosferica di questi debiti, dell’oro e ora del petrolio segue una recessione. Quando arriverà nessuno lo sa, ma Trump ha certo più informazioni del sottoscritto: questo spiegherebbe i comportamenti di un grande paese che improvvisamente si converte in un gruppo di corsari alla ricerca disperata di risorse (entrate doganali, petrolio, terre rare) da predare e da mettere come sottostante a buchi di bilancio senza precedenti nella storia americana.
L’Europa abituata a seguire l’antico alleato comandante in capo, appare come inebetita, incapace di vedere il mondo nuovo che avanza, senza rendersi conto che si sta legando mani e piedi a un’aquila che sta “perdendo le ali”. Il silenzio dell’orso russo e del drago cinese è visto come un segno di debolezza, mentre, a mio avviso, è un segno di forza.
E veniamo al bilancio del primo anno di Trump. Chi introduce dazi, come gli Stati Uniti, vuole rafforzare alcuni settori della propria economia. Dal punto di vista “teorico” non è affatto un errore: lo dovrà fare anche la UE se vuole costruirsi una sua Intelligenza Artificiale e non dipendere né dagli Usa nè dalla Cina. Vale anche per gli armamenti e settori strategici come l’agricoltura. Ciò non significa essere mercantilisti, la prima teoria economica (rivelatasi errata) del 1700, né essere contrari ad un libero scambio che, se equo, porta vantaggi a tutti. Trump cerca di rimediare all’indebolimento dei fondamentali degli Stati Uniti di 30 anni di globalizzazione che ha portato: 1. enorme deficit commerciale, 2. gigantesco debito pubblico, 3. desertificazione della manifattura.
I dazi servono per ridurre il deficit commerciale e proteggere i posti di lavoro americani soprattutto nella manifattura, dove il deficit commerciale è esploso. Nel 2000 era infatti zero, nel 2024 è a -1215 miliardi e nel 2025 a -1241 miliardi. Per ora i dazi non l’hanno ridotto e anche i posti di lavoro nella manifattura sono calati in un anno di 70mila unità, ma è anche vero che la produzione industriale (come si vede nella figura) è salita molto e le entrate doganali hanno fatto “boom” (da 334 a 1.285 miliardi). Nel settore dei servizi (digitale) gli Stati Uniti hanno invece un export positivo (salito da 312 miliardi a 340) e lì i dazi non servono, anzi si chiede che la UE non metta delle imposte sui profitti delle big tech Usa.
Coi dazi nel commercio di beni manifatturieri gli Stati Uniti sperano di far riprendere la propria manifattura, che è calata da 19 milioni di occupati a 12. L’indebolimento della manifattura non è solo un fondamentale dell’economia, ma ha un impatto sulla supremazia militare. Gli Usa hanno infatti scoperto con la guerra in Ucraina che un paese come un piccolo PIL come la Russia, può vincere se ha una buona manifattura e soldati da mandare al fronte (che ha anche la Cina). Ecco perché in Iran cercano di convincere i curdi a mettere gli “stivali sul terreno”. Soldati americani disposti ad andare al fronte ce ne sono pochi (così come nella UE).
Dietro i dazi ci sta, pertanto, l’intento di rafforzare la manifattura americana scesa ai minimi termini a causa della globalizzazione, che l’ha spostata prima in Cina e ora in Vietnam e altri paesi asiatici: una sorta di suicidio, spinto dall’avidità di fare più profitti delocalizzando. Un processo portato avanti soprattutto dai Democratici pro-business, che hanno perso il rapporto coi ceti popolari ed operai e ha prodotto il fenomeno Trump, oltre a mettere in crisi partiti storici di sinistra in Europa come SPD in Germania e Labour in Inghilterra (e PD in Italia). Per capire quanto sia radicata questa posizione pro-business, pro-globalizzazione e pro-libero scambio, appena Trump ha annunciato i suoi dazi, si è scatenata una ridda di economisti mainstream (seguita da politici, spesso pro-labour) che ha predetto che i dazi avrebbero prodotto un’inflazione enorme negli Stati Uniti, fatto crollare il commercio mondiale, danneggiato tutti e soprattutto gli USA.
Dopo un anno possiamo dire che tutte queste previsioni erano sballate. Le entrate doganali americane sono passate da 334 miliardi del 2024 a 1.285 miliardi negli ultimi 12 mesi: un aumento stratosferico, con cui Trump finanzia la riduzione delle tasse ai ricchi americani, mentre l’inflazione non solo non è cresciuta ma si è ridotta dal 3% del 2024 al 2,7% del 2025. L’esatto contrario di quanto dicevano gli “esperti” economisti mainstream. E’ presto per dare una valutazione definitiva, ma i dati sembrano dare ragione al nuovo “economista” Trump, anche se i posti di lavoro nella manifattura, per ora, sono scesi, ma la produzione ha ripreso a salire e un sacco di imprese (tra cui Volkswagen e Stellantis) hanno dichiarato che sposteranno parte della produzione europea in USA (Volkswagen taglia 50mila lavoratori in Germania entro il 2030, senza licenziare).
La Corte suprema USA ha considerato i dazi illegali, ma il Governo ha impugnato un’altra legge del 1974 e metterà nuovi dazi se questi vengono aboliti. Infine, difficilmente saranno rimborsati quegli importatori americani che hanno assorbito in gran parte i dazi per evitare che tutto l’aumento finisse sui consumatori. La Banca d’Italia dice che solo il 20% dei dazi si è scaricato sui consumatori americani e che il resto è stato assorbito dalle imprese esportatrici (facendo meno profitti) o dagli importatori Usa.
E’ evidente che Trump non ne capisce molto di economia, ma usa i dazi per ottenere (politicamente) quello che vuole da un paese. Più che la teoria a Trump interessa usare un “bastone nodoso” da dare in testa al malcapitato paese di turno, come in Iran e Venezuela. La questione teorica interessa agli economisti, che vorrebbero definirsi “scienziati”, anche se toppano spesso nelle previsioni. Come mai? Da un lato si doveva dare addosso politicamente al destrorso Trump, dall’altro difendere il libero scambio, il liberismo, che più che una scienza è una ideologia, come il mercantilismo, il sovranismo, il comunismo e il nazismo.
Il libero scambio e l’ideologia liberista, senza filtri economici e sociali, hanno il piccolo svantaggio non solo di distruggere le comunità e i legami (su cui lucra la destra), ma di svalutare il lavoro, di avviare una corsa verso il più basso costo del lavoro per alzare il profitto. E’ successo anche dentro la UE senza dazi. Se in Bulgaria il salario medio è 350 euro al mese, se i welfare sono diversi, se ci sono paradisi fiscali intra UE, se la liberalizzazione dei capitali è decisa a maggioranza, non ci si può stupire del declino del nostro Mezzogiorno, dei salari, della desertificazione delle comunità e della crescita dell’individualismo consumista.
Il mio intento non è difendere Trump, ma capire dove sta la verità, che va sempre detta, anche se non va nella direzione da noi sperata.
La UE ha fatto un accordo coi 4 paesi latino-americani (Mercosur) dove verranno tagliati i dazi gradualmente del 90%, che ha trovato molti oppositori in Europa (agricoltori e Francia, Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria; astenuto il Belgio). Se tagli i dazi favorisci chi esporta e danneggi le tue piccole e medie imprese. Così gli agricoltori nazionali dovranno concorrere con merci e servizi a minor prezzo così come con alimenti coltivati con pesticidi non ammessi nella UE. La conferma viene dalla stessa UE che, da un lato per ragioni geopolitiche ha fatto un accordo con l’America Latina e India (ma escludendo con India l’agricoltura) e però ha deciso che l’olio della Tunisia (3,5 euro al litro) non può più essere importato nella UE perché non ha gli stessi standard di qualità dell’olio italiano o spagnolo e distrugge le coltivazioni dei nostri agricoltori. L’olio della Tunisia non va bene ma la carne brasiliana sì? Capite che la “teoria economica” è in affanno e che “più che l’economia poté la politica”.
I dazi esistono da sempre e non è vero che li ha imposti Trump per la prima volta. Un mondo ideale non dovrebbe avere dazi, ma un mondo ideale dovrebbe avere anche agricoltori che coltivano tutti con metodi sani e produttori di auto e altri beni che pagano i lavoratori con gli stessi salari e con Stati che non aiutano le proprie imprese. Poiché non è così, bisogna discernere.
Gli Stati Uniti che vogliono mantenere un’aura di democrazia e far passare Trump come uno statista non possono dire che mettono i dazi per “bastonare” un altro paese. Vediamo allora cosa dice Alexander Gray, Ceo di American Global Strategies, società di consulenza geostrategica: “Alcune economie vanno penalizzate perché hanno un eccesso di capacità produttiva, sussidiano con aiuti statali le proprie imprese, svalutano la propria moneta, anziché favorire la domanda interna puntano sull’export a costo di pagare poco i propri salariati ed avere protezioni inadeguate dell’ambiente (Trade Act del 1974)”.
Si tratta di una impostazione giusta, ma che viene usata con “due pesi e due misure”, come fa la teoria liberale e liberista da secoli: quello che vale per me, non vale per te. Facciamo qualche esempio. Smartphone, 5G, servizi digitali poiché sono americani possono essere esportati in tutto il mondo anche se largamente sussidiati dallo Stato Usa (che, peraltro, ha svalutato il dollaro), né devono essere tassati dalla UE. Idem per i prodotti agricoli americani anche se coltivati col glifosato che è cancerogeno.
Ma su un punto Trump ha ragione: i dazi, in alcuni casi, servono per proteggere produzioni nazionali strategiche come per esempio l’agricoltura, che è non solo la base alimentare dei propri cittadini, ma anche un modo per manutenere il territorio (e per l’Italia la sua bellezza, che ha un valore sia per cittadini che turisti). Un eccesso di export dimostra da un lato la capacità di alcune tue imprese di essere leader mondiale, ma dall’altro significa che il tuo paese si è preoccupato poco di far crescere la domanda interna (fatta di buoni salari per i tuoi cittadini e investimenti sul tuo territorio, che va in malora), che è esattamente la politica fatta dagli Stati Uniti, dalla Cina ma anche dalla Germania e dall’Italia negli ultimi 30 anni.
La Germania spera col riarmo di conservare il suo sistema export-led passando dall’automotive (scesa a 4,1 milioni di auto dai 5,7 del 2017) alle armi, accettando più disoccupati e salari più bassi, in cui si dà per scontata (e lo si dice) una guerra con la Russia nel 2029. Cosa potrà mai andare storto? Ad esempio, trovarsi con un super esercito nel 2029 e AFD al Governo per via di cittadini imbufaliti causa recessione.
Vorrei infine rammentare il caso significativo di Olivetti, una delle due industrie (l’altra è la Montedison nella plastica) dove l’Italia ha avuto una leadership tecnologica mondiale. Nel 1933 Olivetti (produceva macchine per scrivere) conquistò il 51% del mercato italiano e si trovò a fare i conti con l’autarchia fascista, che imponeva dazi all’import (come fa oggi Trump) ed aveva sanzioni dagli altri Stati per via dell’avventura imperiale in Etiopia di Mussolini. I dazi non solo non misero in crisi Olivetti ma diventò monopolista sul mercato italiano, venendo meno la concorrenza americana e tedesca, con cui compensò le difficoltà all’export, rivolgendosi verso Africa, Europa centrale e Balcani che non sanzionarono l’Italia. Le sanzioni terminano nel 1936 e ciò darà la possibilità a Olivetti di rilanciarsi di nuovo all’estero, dopo essersi consolidata all’interno.
E’ dunque possibile che la strategia mercantilista di Trump, da tutti gli economisti considerata perdente, possa avere un qualche successo, soprattutto se riuscirà a far spostare molte fabbriche negli Stati Uniti (come sta avvenendo) e per maggiori entrate doganali da dazi (ora siamo a 950 miliardi di dollari all’anno in più). Non è vero che c’è solo la polarità libero scambio vs. dazi/protezionismo, ma possono esserci molte sfumature: in cui stabilire regole più eque a favore di produzioni nascenti o dell’agricoltura le quali vengono protette perché sono appena nate, coltivazioni più sane, o regole che sanzionano chi sfrutta i lavoratori o inquina, o fa dumping. Su questo il dibattito è assente.
Quali sono i rischi dei dazi? Che aumenti l’inflazione, siano troppo protette le imprese nazionali, che rimangano alti i tassi di interesse che gravano sui mutui e debiti delle famiglie operaie e sugli investimenti delle imprese, deprimendo salari e consumi. I dazi spingono anche a esportare altrove e diventare meno dipendenti. Di certo inneggiare al liberismo, al libero scambio, “a prescindere”, è una castroneria economica e ciò spiega il cambio enorme di posizione degli Stati Uniti oggi.
Propaganda e ideologia vorrebbero renderci ubbidienti e non farci pensare con la nostra testa (e cuore). La narrazione dominante vorrebbe che nel futuro ci fossero solo democrazie liberali, libero scambio, mentre probabilmente la talpa scava. Potremmo scoprire che dopo comunismo, nazismo e liberalismo, c’è qualcosa di meglio per tutti, specie se saremo travolti da un gigantesco tsunami che sta ingrossandosi. Dove? In America.
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