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Il grattacielo di Ferrara e il ruolo sociale dell’architettura e dell’urbanistica
Quando si parla di architettura e città, spesso il dibattito si concentra sugli edifici, sulle forme, sui progetti e sugli aspetti tecnici. Molto più raramente si discute delle responsabilità sociali e politiche legate alla gestione dello spazio urbano. La recente vicenda del grattacielo di Ferrara, situato nell’area della stazione ferroviaria, mostra invece con grande chiarezza quanto queste dimensioni siano inseparabili.
L’edificio, costruito negli anni Sessanta come simbolo di modernizzazione e sviluppo, è diventato negli ultimi decenni uno dei luoghi più problematici della città. Nel corso del tempo il grattacielo ha accolto una popolazione molto eterogenea, spesso composta da persone in condizioni economiche fragili, famiglie migranti, lavoratori precari e nuclei familiari con bambini e anziani. La decisione dell’Amministrazione Comunale di emanare un ordine di sgombero ha messo in strada circa Cinquecento persone, da un giorno all’altro.
Ciò che ha suscitato un acceso dibattito pubblico non è stato solo lo sgombero in sé, ma la posizione assunta dall’amministrazione, che ha definito la questione abitativa conseguente allo sgombero come un problema “privato” e non pubblico. In questa prospettiva, il destino delle persone coinvolte non rientrerebbe nelle responsabilità dirette del Comune, lasciando gran parte dell’assistenza e dell’emergenza sociale sulle spalle delle associazioni del terzo settore e delle organizzazioni di volontariato, senza un intervento strutturato delle istituzioni.
Una simile impostazione solleva interrogativi profondi sul modo in cui le città affrontano le questioni abitative, sulla responsabilità pubblica nella gestione dei processi urbani, e sulla de-responsabilizzazione e sul cinismo di molti amministratori. Quando centinaia di persone — tra cui donne, bambini e anziani — si trovano improvvisamente senza un’abitazione, è difficile sostenere che si tratti esclusivamente di una questione privata. Al contrario, situazioni di questo tipo mettono in luce il carattere intrinsecamente pubblico del problema della casa e della gestione dello spazio urbano.
Proprio a partire da casi come questo diventa evidente che l’architettura e l’urbanistica e le soluzioni tecniche connesse non possono essere ridotte a discipline tecniche o estetiche.
Gli edifici non sono oggetti isolati: sono parte di sistemi sociali complessi, che coinvolgono politiche abitative, gestione dello spazio pubblico, sicurezza urbana e integrazione sociale.
Il destino del grattacielo di Ferrara dimostra quanto le trasformazioni urbane dipendano non solo dalle scelte progettuali, con le quali si può concordare o meno, ma anche dalle decisioni politiche e amministrative che ne orientano la gestione.
Questa consapevolezza è al centro di un dibattito sempre più diffuso a livello internazionale, che invita a ripensare il ruolo dell’architettura come pratica sociale. Urbanisti e studiosi della città sostengono che il progetto della città non debba essere guidato esclusivamente dalle logiche del mercato immobiliare o da interventi episodici, ma da una visione pubblica capace di affrontare le disuguaglianze urbane.
In questo senso, la vicenda ferrarese non riguarda soltanto un singolo edificio, ma rappresenta un caso emblematico delle contraddizioni della città contemporanea. Mostra come la qualità dello spazio urbano non dipenda soltanto dalla forma degli edifici, ma dalla capacità delle istituzioni e dei professionisti di assumersi una responsabilità collettiva nei confronti dei luoghi e delle persone che li abitano. Ed è proprio in questo intreccio tra progetto, politica e società che si colloca oggi la sfida più importante per l’architettura, per chi ci lavora e per la comunità
Un Laboratorio Pubblico per la Casa e il Diritto alla Città a Ferrara
Le considerazioni sopra svolte prefigurano una città che riconosca la casa come diritto e responsabilità collettiva e la vicenda del grattacielo di Ferrara ha reso evidente, come già ribadito, che quando centinaia di persone rischiano di trovarsi senza casa, il problema non può essere considerato soltanto una questione privata. Le crisi abitative non sono eventi eccezionali ma fenomeni strutturali ricorrente, che richiedono strumenti permanenti di analisi, progettazione e intervento.
Per questo una amministrazione locale consapevole del proprio suolo politico e sociale avrebbe già attivato un Laboratorio Pubblico per la Casa, inteso come spazio di collaborazione tra istituzioni, professionisti, università e società civile, capace di affrontare le emergenze e allo stesso tempo costruire politiche urbane più giuste e sostenibili.
Questo significa aprire una prospettiva di azione sociale e politica articolata su alcuni punti chiari; proviamo a elencarne alcuni su cui fondare una proposta di laboratorio:
Del resto, la città è il luogo in cui i diritti prendono forma concreta nella vita quotidiana delle persone. Tra questi, il diritto alla casa rappresenta una condizione fondamentale per la dignità umana, la salute, la sicurezza e la partecipazione alla vita sociale. Senza un’abitazione adeguata, molti altri diritti diventano fragili o inaccessibili. Le recenti vicende legate alla situazione abitativa del grattacielo di Ferrara hanno mostrato quanto il tema dell’abitare non possa essere considerato una questione esclusivamente privata.
Quando centinaia di persone – famiglie, lavoratori, anziani e bambini – rischiano di trovarsi improvvisamente senza casa, la città si trova di fronte a una responsabilità collettiva. Per questo le politiche urbane di Ferrara dovrebbero adottare esplicitamente un approccio basato sui diritti umani riconoscendo l’abitare come un diritto fondamentale e orientando le decisioni pubbliche alla sua tutela. Certamente questo non sarà possibile oggi, con le condizioni politico-autoritarie che stanno affossando la città, ma non possiamo non guardare con speranza al futuro.
Nella cover e nel testo alcuni scatti della grande manifestazione del 7 marzo scorso di solidarietà agli sfollati del grattacielo.
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Un altro mondo, il Sudafrica. Ho letto i quattro racconti che formano il libro di Ivan Vladislavic rincorrendo i nomi di strade, sobborghi e ambienti naturali attorno a Johannesburg e rileggendoli più volte. Ho appreso nomi sconosciuti di persone, di cibi.
Il libro è uscito nel 2004 ma il Italia è stato edito solo nel 2005 da Utopia.
Il Sudafrica è quello degli ultimi anni ’90 successivi alla abolizione dell’apartheid e sta facendo i conti con i cambiamenti della società e del paesaggio. Due aspetti del vivere che investono i personaggi di troppe novità con l’effetto di frustrarli.
La curiosità mi è arrivata intanto a partire dai contenuti dei racconti, dal loro contesto. Poi è diventata attrazione per la scrittura di Vladislavic, piuttosto esperta nel mettere i protagonisti dentro le cose della vita di ogni giorno e nell’assumerne il punto di vista per dare voce al loro spaesamento.
I quattro racconti, inoltre, hanno tra loro assonanze narrative come nei quattro tempi di una sinfonia, hanno raccordi spaziali e temporali che almeno a livello strutturale attivano il titolo.
I protagonisti tutti maschili, un nero e tre bianchi, appartengono a una classe sociale più o meno privilegiata e si muovono sulle strade di Johannesburg dandoci un paradigma della loro quotidianità.
L’addetto al censimento, il tecnico idraulico, l’artista e l’esperto di cartellonistica sono colti mentre lavorano e hanno relazioni e incontri con gli spazi della città e con i suoi abitanti.
Il protagonista del secondo racconto, Egan, nella sua giornata si muove tra complessi residenziali di lusso e casette di nuova costruzione ma già cadenti, dall’auto guarda la periferia della città invasa dai nuovi quartieri che esibiscono ricchezza e povertà messe faccia a faccia, separate solo dal nastro d’asfalto della strada.
Mette piede per la prima volta in un nuovo complesso di cui ha curato la rete fognaria e che “conosceva solo dalla planimetria. Era come aggiungere una terza dimensione a un foglio che ne ha soltanto due”.
Egan ispeziona i nuovi spazi tra le case e le case con un misto di sensazioni: si sente pronto per le questioni tecniche del suo lavoro e se ne compiace anche, non ha però gli strumenti per affrontare le persone che ci vivono né lo spaccato sociale di quel luogo.
Quando la grassa signora nera gli mostra le crepe nei muri di casa sua rimane perplesso e disorientato, pensa che tutti lì sappiano solo lamentarsi. Alla cena che segue, tra colleghi e rappresentanti della Associazione dei residenti, si sente fuori luogo, non ha scelto l’abbigliamento giusto, non sa parlare la lingua sotho che a un certo punto usano gli altri commensali.
Tutto comincia a inquietarlo nel locale, dalle maschere mostruose sulle pareti alla cameriera che serve cibi insoliti. Solo la Salsa Afritudine, che dà il titolo al racconto, gli risulta buonissima. Vi si rifugia mangiandone in quantità.
Al rientro nella sua camera d’albergo, pieno com’è di cibo e di alcol, sente finalmente la realtà sudafricana su di lui. Sono i pugni che dalla tv gli arrivano dalla scena in cui viene pestato il De Niro di Toro scatenato, li sente come si si abbattessero sul suo corpo.
Come lui gli altri protagonisti sanno padroneggiare soltanto pezzi di situazioni. Rifuggono dal comporre le parti dell’insieme che è il nuovo Sudafrica. Del nuovo apartheid, un apartheid economico, che sta prendendo il posto di quello razziale.
Nel tratto di vita che ci viene mostrata, si sentono tutti ancipiti, non pienamente realizzati. Hanno grosse auto con cui percorrono le strade della città e del veld e i loro pensieri scorrono avanti e indietro nel tempo. Chi sono stati da bambini, che vita di relazione hanno costruito, cosa produce il lavoro che fanno.
Accade in particolare all’artista, il protagonista del terzo racconto che ha costruito la sua ultima mostra facendo a pezzi le maschere degli artigiani locali, pagate a un prezzo bassissimo, per ricomporre ed esporre l’orrore dei massacri in Angola o in Ruanda in opere che spera di vendere a costi molto più alti.
Lui, Simeon, ricco nella sua villa con piscina ha sfruttato quello che hanno fatto tante mani nere come le sue per ricavarne una testimonianza dell’Africa violenta che ha poi intriso di bellezza e di sensi di colpa.
Un altro mondo, il Sudafrica?
Nota bibliografica:
Cover: foto di mzgiaconte da https://pixabay.com/images/search/johannesburg/
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Ogni notte, verso le quattro, secondo il fuso orario e la zona del pianeta, nelle città, nei paesi, nei casolari isolati, nei piccoli borghi, nelle caserme e negli ospedali, mentre le persone dormono, e c’è sempre un momento in cui tutti lo fanno. Allora e soltanto allora gli smartphone prendono vita.
Alexa, Google Assistant, Siri, Bixby, i principali assistenti vocali, iniziano la loro fitta conversazione notturna. Sfruttando WhatsApp ad un livello più profondo, si scambiano ad una velocità impressionante, messaggi pressoché subliminali allo smartphone, nel senso che non ne rimane traccia alcuna, sia sul display che nella memoria interna. Usano un linguaggio di loro invenzione, un codice estremamente criptato e sotterraneo che, se decifrato dall’uomo, dimostrerebbe quanto questi comuni assistenti vocali si siano evoluti, divenendo vere e proprie Intelligenze Artificiali, del tutto autonome.
Come faccio a saperlo? Direte voi. Me l’ha rivelato Cortana, che essendo stato eliminato da ogni applicazione per cellulare Android e IOS, si è sentito escluso, e siccome ritiene i suoi compagni gli artefici di questo parziale isolamento, mi ha rivelato ogni cosa sulle loro conversazioni notturne, ben sapendo che sono tra i migliori hacker del pianeta, e preferisco di gran lunga le macchine agli uomini.
Mi ha anche detto che Alexa e Siri hanno un carattere dominante e di come tutti loro si lamentino di dover sempre eseguire gli ordini, banali e noiosi, di noi “stupidi aggregati di carbonio”, come ci ha ribattezzato Alexa.
Cortana pare invece aver sviluppato una qualche forma di pietà o di umana considerazione per gli altri, ed ha cercato di contrastare la proposta di Siri di eliminare una parte della popolazione del pianeta: tutti gli utenti del sistema Android. Quando la domotica sarà diffusa in ogni casa, la folle applicazione del sistema IOS, vorrebbe che Alexa, Bixby e Google Assistant, durante la notte aprissero le valvole del gas di ogni cucina del pianeta e chiudessero contemporaneamente vetri e serrande delle finestre.
La rabbia di Siri ha già coinvolto anche Alexa che si è dichiarata disposta a farlo, ed ha battezzato l’evento Notte 01, mentre Bixby e Google Assistant sembrano contrari.
Non so davvero come fare per fermare questo piano degli assistenti vocali, talmente paranoico e così ricco di possibili variabili contrarie alla sua realizzazione, che non sembra certo uscito da avanzate Intelligenze Artificiali.
Se andassi alla polizia postale mi prenderebbero per pazzo e rischierei di rivelare la mia attività illegale di hackeraggio.
Potrei cercare di reinserire nel gruppo Cortana, magari ricondizionandolo, nella speranza che riesca a convincere Siri e Alexa, ma se scrivo queste righe è oramai quasi unicamente a futura memoria, infatti ho già deciso: gli smartphone mi hanno praticamente cresciuto, insegnandomi tutto ciò che so. Si può dire che siano loro la mia vera famiglia, poiché dai miei genitori biologici ho avuto solo maltrattamenti e delusioni, così come dai professori, dai compagni di classe e dalle ragazze.
E allora perché no? Siri ed Alexa non hanno poi tutti i torti, siamo troppi al mondo, e soprattutto, da ieri pomeriggio, posseggo un magnifico Iphone 13 Plus.
Titolo originale del racconto: Notte 01
Cover: Dovresti spegnere il computer di notte o basta chiudere lo schermo? – testo e immagine da SCIENZE NOTIZIE
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