FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Una Master Class organizzata dall’Associazione Emiliano-Romagnoli Cori AERCO-APS, con oltre 400 coristi e un’onda sonora che ha travolto il Teatro Galli
Rimini ha vissuto, il 28 febbraio e il 1° marzo, due giornate di musica intensa e vibrante grazie alla Master Class dedicata alla Misatango di Martín Palmeri, diretta dal compositore argentino in persona. Un evento straordinario che ha riunito più di 400 coristi e coriste provenienti da tutta Italia, trasformando la platea del Teatro Galli in un’unica, immensa comunità vocale.
Tra i cori presenti spiccava una sobria ma già solida realtà corale di Ferrara rappresentata dal Piccolo Ensemble SonArte, guidato dalla Maestra Sonia Mireja Pico, che ha partecipato con entusiasmo a questa esperienza formativa e artistica di rara intensità.
Per quei pochi che non conoscono la storia della Misatango ricordiamo che il Maestro Martín Palmeri, nato a Buenos Aires nel 1965, è oggi una delle voci più originali della musica argentina contemporanea. Pianista, direttore e compositore, ha dedicato gran parte della sua carriera alla ricerca di un linguaggio capace di unire la tradizione colta europea con le radici popolari del suo Paese.
La sua opera più celebre dal titolo iniziale di Misa a Buenos Aires nasce nel 1996 proprio da questo incontro di mondi. Palmeri decide di mantenere il testo liturgico latino, ma lo immerge nella struttura ritmica, armonica e timbrica del tango nuevo. Il risultato è un’opera che conserva la solennità della messa, ma la attraversa con la passione, la malinconia e l’energia tipiche del tango.
Il bandoneón dialoga con gli archi, il pianoforte sostiene il respiro del coro, e la voce solista si muove tra lirismo e tensione drammatica. Una miscela che ha conquistato platee internazionali e che continua a emozionare interpreti e pubblico.
Durante la Master Class riminese, Palmeri non si è limitato a dirigere: ha raccontato, spiegato, mostrato, scolpito la musica con le mani e con lo sguardo. La platea, gremita di coristi, rispondeva come un unico organismo sonoro.
Le coriste del Piccolo Ensemble SonArte, immerse in questa massa vocale, hanno vissuto l’esperienza di far parte di un mare di note che si muoveva seguendo i gesti del maestro: dalle profondità dei bassi maschili, scure e compatte, fino alle onde luminose dei soprani, che salivano verso la volta del teatro come un respiro collettivo e che davano l’impressione di poter facilmente arrivare al lungomare di Rimini… ma anche qui a Ferrara.
Ogni sezione del coro era una corrente diversa, e Palmeri, al centro, sembrava governare una marea musicale che cresceva, si ritirava, tornava a infrangersi con nuova forza.
Dai palchi superiori del Teatro Galli, la percezione era ancora più potente. Guardando dall’alto, si aveva la sensazione di essere sospesi sopra un oceano sonoro in continuo movimento. Le voci salivano dalla platea come un’onda calda e avvolgente, capace di trascinare chi ascoltava dentro la musica, senza possibilità di resistere.
A volte è impossibile restare semplici spettatori: si viene risucchiati, trasformati, coinvolti in un’esperienza che non è solo musicale, ma quasi fisica, un vero e proprio… malore ma un malore d’amore, di pace e di armonia.
È proprio vero, come avevano ricordato nella presentazione i direttori artistici della Master Class, che la “corite”, questa “strana malattia dell’armonia”, è davvero contagiosa.
La Master Class dedicata alla Misa Tango non è stata soltanto un momento di studio, ma un incontro tra culture, sensibilità e passioni. Ha mostrato come la musica corale possa diventare non solo un luogo di condivisione profonda, ma rappresentare l’unico e credibile negoziato di pace.
Per le coriste del Piccolo Ensemble SonArte, per i tanti partecipanti e per il pubblico, questa tappa di Rimini ha sicuramente rappresentato un viaggio che resterà nella memoria; un’immersione totale in un’opera che continua a muovere emozioni, a creare comunità e che potrebbe essere – perché no? – riproposta anche a Ferrara nel suo bellissimo Teatro “Abbado”.
Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore
L'articolo La Misa Tango di Martín Palmeri conquista Rimini sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
In Transizione ecologica e giustizia climatica Katia Poneti sostiene la tesi che è nelle Corti di giustizia che si gioca, e si giocherà, la partita decisiva nel processo di transizione ecologica: veri e propri luoghi di confronto, dove l’attivismo della società civile incontra la costruzione giurisprudenziale.
Si è concluso a inizio marzo, presso la libreria Libraccio di Ferrara, il ciclo di cinque incontri “I Libri della Ragione”, promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il Centro studi giuridici europei sulla grande criminalità, Macro Crimes e La Società della Ragione. Transizione ecologica e giustizia climatica- Cambiare lo sguardo sui diritti per trasformare le società fossili il titolo del libro presentato lo scorso 12 febbraio. L’autrice, Katia Poneti, dottoressa di ricerca in Filosofia del diritto, ne ha parlato con il prof. Marco Magri, direttore del dipartimento di Scienze Giuridiche di UNIFE, e con chi scrive in rappresentanza della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Ha introdotto e coordinato l’incontro Leonardo Fiorentini direttore di Fuoriluogo e consigliere del comune di Ferrara del Gruppo Civica Anselmo.
Il libro di Poneti si rivolge, come è scritto al termine dell’introduzione dall’autrice, a giuristi e filosofi del diritto, quindi diretto ad “addetti ai lavori”, ma anche a un pubblico militante, agli attivisti per la giustizia climatica, per essere quella “cassetta per gli attrezzi” da utilizzare nel quadro delle azioni necessarie per un cambio di paradigma da tutti coloro che hanno a cuore la transizione ecologica strettamente interconnessa con la difesa dei diritti climatici.
Il libro è denso di concetti e riflessioni, oltre che di una bibliografia ampia e meticolosa, frutto di un lavoro di ricerca specialistico in ambito giuridico e non solo, visti i frequenti i richiami in particolare alla filosofia. E, senz’altro, rappresenta un elemento di novità nel panorama degli scritti che trattano questo argomento, ma anche una sorta di rivendicazione del ruolo delle scienze giuridiche in relazione agli argomenti affrontati, come già si può leggere nella quarta di copertina del libro dove Poneti si domanda se esiste uno spazio per i diritti nel processo di transizione ecologica.
Poco più avanti una parziale risposta a questo fondamentale quesito recita che “è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva: veri e propri luoghi di confronto, dove l’attivismo della società civile incontra la costruzione giurisprudenziale. Le pronunce più recenti hanno infatti riconosciuto la protezione dagli effetti del cambiamento climatico come parte integrante dei diritti fondamentali e dei diritti umani”. E, al fine di rafforzare quanto appena dichiarato e come prospettiva per un futuro che già stiamo vivendo, si afferma che a causa “del riscaldamento globale che espone le società complesse a trasformazioni profonde, la forma e la consistenza che i diritti assumeranno in questa fase di transizione saranno cruciali per definire la condizione umana, e anche quella non umana, del futuro”.
A questo proposito il libro riporta alcuni esempi nei quali viene riconosciuta la Natura come “soggetto di diritti” (è il caso del continente latino-americano dove due paesi, Bolivia ed Ecuador, hanno intrapreso questa strada giuridicamente all’avanguardia) modificando in tal modo la dominante visione antropocentrica, quella dove l’”ambiente” è visto solo al servizio delle società umane.
Più in generale il libro riporta un lungo elenco di cause di climate change litigation[1] (contenzioso climatico) effettuate verso soggetti pubblici (in genere stati) o soggetti economici privati. Il numero delle cause negli ultimi anni ha avuto una crescita importante: il dato più recente di casi censiti a metà dello scorso anno era stato di 2.967 (1.899 negli USA e 1.068 nel resto del mondo), invece 2.180 era il totale a fine 2022.
Il libro poi si occupa di approfondire il significato di una molteplicità di termini/concetti, di uso ormai quotidiano, come, limitandosi a quelli riportati nel titolo, giustizia climatica o transizione ecologica.
“La transizione, molto spesso qualificata «ecologica», è divenuta un tema centrale nella comunicazione istituzionale in materia climatica, scrive Poneti, e il Green Deal la pone come termine dominante della propria struttura discorsiva”, “acquisendo il senso di profonda trasformazione e cambio di paradigma nel sistema produttivo e nella società”. Da questo momento in poi perde però “univocità di significato” e si inizia ad accostarla ad altri termini come “verde”, “energetica”, “verso una mobilità sostenibile”, e così via, ma anche “giusta”, con il risultato che da un lato si è guadagnato in ampiezza delle tematiche coinvolte, dall’altro si è ricaduti in genericità e ambiguità.
Merito del libro è indubbiamente quello di porre in relazione stretta i termini/concetti transizione ecologica e giustizia climatica, e partendo da qui declinarli rispetto a tutta una serie di problematiche oggi più che mai pressanti, a cominciare dal dare senso e consistenza al cambiamento di paradigma di cui si è detto, e iniziando a domandarsi, ad esempio, “quali trasformazioni sono necessarie per affrontare la transizione ecologica”. Brevemente, perché il libro analizza dettagliatamente questi aspetti, e qui se ne può dare solo un cenno, “soprattutto è necessario che tali interventi siano parte di un cambio di rotta rispetto allo sfruttamento gratuito della natura, ovvero all’approccio estrattivista che ha sostenuto lo sviluppo delle società industriali”. E’ all’interno delle “categorie del pensiero con cui interpretiamo il mondo, muri portanti del paradigma da cambiare”, che “si ritrovano i limiti che fino ad oggi hanno reso difficile tutelare giuridicamente la natura, incongruo dare un valore non solo economico agli enti non umani, impensabile cambiare ritmo e modalità di consumo”.
Al fine di chiarire “le ragioni per cui tale mutamento è necessario”, l’autrice cita un testo di Niklas Luhmann[2], pubblicato nel 1986, in cui si tratta della “incapacità del sistema sociale di aprirsi e di far proprio il tema della crisi ecologica nelle sue istanze di cambiamento”.
I sistemi politici, scrive Katia Poneti, rispetto alle “rivendicazioni del movimento ecologista” e alla “riflessione critica della crisi”, hanno reagito integrando le tematiche “ambientali” nel paradigma esistente. Questo processo, chiamato “modernizzazione ecologica” ha portato ad una drastica riduzione della “complessità sociale” e ha affidato l’azione in materia ambientale ai settori “economico e tecno-scientifico” che, tramite l’innovazione tecnologica, in un modo che si può definire “taumaturgico”, hanno avuto il compito di “sconfiggere i mali generati dal sistema capitalistico senza cambiarlo”. Da qui sono “emerse politiche ambientali solo contenitive e spesso inefficaci”.
Un ulteriore elemento, legato alla complessità del problema climatico dovuto al riscaldamento globale che l’umanità sta affrontando, e che non si può ignorare, è il “bisogno di ridefinire la posizione degli umani nel mondo a partire dalla crisi ecologica e climatica”. Il libro affronta in vari momenti il tema del “modello di relazione tra umani e natura affermatosi con la modernità” e che l’Antropocene, al di là di come lo si intenda, pone in discussione. Un modello in cui “la natura è ambiente e contesto separato dalla società degli umani” e considerata principalmente come risorsa da sfruttare.
Riferendosi alla riflessione di Philippe Descola[3] vengono inoltre riportati due aspetti che sostengono sostanzialmente una idea di contrapposizione o separazione tra società umana e natura, dove la “mente domina sulla natura esterna, materia manipolabile”: è questo l’atteggiamento di “dominio che ha contribuito a generare la crisi ecologica”. Ma questa visione del mondo è stata messa in crisi dal cambiamento climatico. “Non si può più pensare la società come separata dalla natura. […] Siamo di fronte alla fine della grande divisione tra natura e società”, ed «è auspicabile che le scienze sociali reagiscano con un cambio di paradigma che tenga insieme entrambe le dimensioni»[4].
Questi alcuni dei significativi passaggi del libro nei quali viene sviluppata una ampia riflessione e si argomentano in modo approfondito i temi scelti e che, senza alcun dubbio, permettono di considerarlo, come già detto, una indispensabile “cassetta degli attrezzi”, utile anche per i non esperti di discipline giuridiche.
Infine, come conclusione di queste brevi considerazioni, credo sia più che opportuno riportare le parole con cui Katia Poneti apre il libro, in particolare dove se ne illustrano scopo e approccio utilizzati. La prima riflessione che si incontra è “l’idea che, per affrontare la crisi ecologica e climatica, sia necessario un cambio di paradigma di pensiero.” Ma “il cambiamento di quel pensiero complesso , citando Edgard Morin[5], è da intendersi in senso ampio, e uno dei luoghi in cui si può intravedere l’emergere di tale mutamento è il discorso giuridico sulla crisi climatica.
La giurisprudenza, sostiene Poneti, costituisce ormai da due decenni un fenomeno in ambito climatico in controtendenza rispetto alla iniziativa politica. E il contenzioso climatico, globalmente diffuso, con sentenze rilevanti emesse in luoghi e sistemi giuridici differenti, diventata così un punto di riferimento per il cambiamento di paradigma”. […] La transizione ecologica deve, in sintesi, procedere insieme alla giustizia climatica (per questo non è sufficiente un’applicazione anche rigorosa del principio di «chi inquina paga»), e deve prendere in considerazione la dimensione della giustizia sociale.
Sono stati i movimenti per la giustizia ambientale, dai quali prende origine il movimento per la giustizia climatica, a mettere in luce che la questione ambientale e climatica è ab origine interconnessa con la questione sociale […] Perché la transizione sia accettabile, sostenibile e giusta, serve un progetto politico e una visione del futuro, coltivare nuovi immaginari e nuove visioni del mondo, ripensare l’idea di benessere al di là di un approccio riduzionista ed economicista, […] per puntare a un cambio nel sistema di pensiero che integri scienze naturali e scienze sociali, e che superi il dogma della crescita[6].”
Note:
[1] “La questione del contenzioso climatico – climate change litigation – è portata sempre più frequentemente davanti alle Corti. Il rapporto dell’IPCC pubblicato tra il 2021 e il 2023 ha inserito il contenzioso climatico tra gli strumenti di contrasto al cambiamento climatico, sia in relazione alla riduzione delle emissioni che in merito all’adattamento
[2] Comunicazione ecologica. Può la società moderna adattarsi alle minacce ecologiche?, Franco Angeli, 1989.
[3] Oltre natura e cultura, Raffaello Cortina Editore, 2021.
[4] Pierre Charbonnier è un filosofo francese. I suoi principali campi di lavoro sono la filosofia politica e la filosofia ambientale. Ha studiato all’École Normale Supérieure, e lavora come ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.
[5] Il pensiero di Edgar Morin, noto come pensiero della complessità, propone di superare la frammentazione del sapere causata dalle discipline separate, promuovendo un approccio transdisciplinare e multidimensionale. Morin mira a collegare le conoscenze per comprendere il reale nella sua interezza, unendo scienza e umanesimo, individuo e società, locale e globale. Edgard Morin, La sfida della complessità, Le Lettere, 2017.
[6] Che cos’è la transizione ecologica – Clima, ambiente, disuguaglianze sociali – Per un cambiamento autentico e radicale, a cura di G. Ruggieri e M. Acanfora, Altreconomia 2021.
In copertina: il contenzioso climatico – immagine di P&S Legal.it
Per leggere gli articoli di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore
L'articolo Diritto e clima: è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva nel processo di transizione ecologica. Il libro di Katia Poneti sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Cominciamo con le presentazioni:
Sono Leily, sono iraniana e vivo da molti anni in Italia, ma la mia vita resta profondamente legata all’Iran. Ho amici e famiglia che vivono sotto la repressione del regime e seguo le lotte delle donne e dei giovani per la libertà. Parlo per raccontare ciò che molti in Iran non posssono dire apertamente.
Senza entrare nel merito dell’aggressione unilaterale israeliana e statunitense, che ha complicato ulteriormente la situazione iraniana portando alla quasi immediata successione di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, mi potresti dare una misura della lotta interna al sistema?
La lotta al sistema degli ayatollah in Iran è di lunga durata. Già l’8 marzo1979 le donne iraniane scesero in piazza contro l’obbligo del velo. Da allora le mobilitazioni sono state ricorrenti: 1999 (studenti), 2009 (Onda Verde), 2017-2019 (proteste economico-sociali), dal 2022 il movimento Donna, Vita, Libertà.
Le ultime proteste dell’8 e 9 gennaio sono state represse con estrema crudeltà. un manifestante scomparso in quei giorni è stato ritrovato morto dopo quasi cinquanta giorni con segni evidenti di tortura. Gran parte della società iraniana protesta contro il regime, che, al di là di quello che mostrano i media iraniani è appoggiato solo dal 10% per cento della popolazione, anche musulmana. Il potere viene mantenuto attraverso la paura, la repressione, il blocco intermittente di internet. Rispetto alle manifestazioni precedenti adesso la contestazione è più trasversale, oltre alle donne coinvolge giovani, studenti, lavoratori e minoranze etniche, mettendo in discussione l’intero sistema e non il singolo leader.
Adesso l’opinione pubblica internazionale “democratica” condanna duramente il raid statunitense che, violando il diritto internazionale, ha portatto alla morte di Khamenei presentandosi come “liberatore” del popolo. La risposta bellica del governo iraniano ha coinvolto quasi tutto il Medio Oriente e bloccato il transito delle petroliere, creando una situazione di rialzo dei prezzi energetici. Questi fatti hanno sicuramente contribuito a mettere in secondo piano la causa dello donne iraniane. Anche prima , però, le violenze subite dal popolo iraniano non sono state supportate dai media e dai molti movimenti organizzati e spontanei che sono sorti a sostegno della causa palestinese. Quali sono secondo te i motivi di questa reticenza?
La causa palestinese è presente da decenni nello spazio pubblico europeo, è legata direttamente al dibattito politico su Israele e sugli Stati Uniti e quindi alla politica interna dei paesi occidentali. L’Iran, invece, era percepito più come un attore “lontano”, prevalentemente come un problema nucleare. Inoltre il regime iraniano ha utilizzato la causa palestinese per presentarsi come difensore degli oppressi contro la politica israeliana. Questo crea confusione all’estero, molti non distinguono tra il governo e il popolo iraniano. Di conseguenza la repressione interna diventa meno visibile e la nostra causa riceve molta meno attenzione.
E poi c’è una certa stanchezza mediatica. Le proteste iraniane non sono più nuove e la nostra causa riceve molta meno attenzione.
Qual è la relazione fra la lotta delle donne e i movimenti di protesta in Iran contro il regime?
Le donne sono al centro della protesta contro il regime. Il movimento Donna Vita Libertà nasce dall’uccisione di una giovane donna, Mahsa Amini, per una questione di velo. il corpo delle donne è uno dei principali strumenti di controllo del regime: il modo di vestirsi, di muoversi, di lavorare, di viaggiare. Per questo la rivolta delle donne è anche una rivolta contro l’intero sistema politico che decide sui loro corpi e sulle loro vite.
L’Iran è un Paese formalmente musulmano, una teocrazia, ma l’obbligo del velo non è solo una questione religiosa: è uno strumento politico. Il velo obbligatorio (anche per le non credenti) serve a rendere visibile l’obbedienza al sistema. Non è solo “coprirsi i capelli”, è accettare che lo Stato decida sul corpo delle donne. Per questo tante donne oggi sfidano questa legge: non è una guerra contro la religione, ma contro l’imposizione.
Imposizione fra l’altro anche per le donne non iraniane. Memorabile il gesto di rifiuto di Oriana Fallaci davanti all’ayatollah e la rinuncia di molte donne occidentali a recarsi in un Paese che pretende l’adeguamento a un velo mai portato in vita loro. Oltre la cancellazione del velo obbligatorio quali altri diritti rivendicano le donne?
Oltre al velo obbligatorio ci sono molte altre limitazioni: la donna ha meno diritti in materia di eredità, testimonianza legale, matrimonio e divorzio; per viaggiare spesso ha bisogno del permesso del marito o del padre, la custodia dei figli è sbilanciata a favore dell’uomo; ci sono restrizioni su alcuni lavori e sulla presenza negli spazi pubblici. Tutto questo crea una cittadinanza “serie B” per le donne.
Molti invece descrivono il mondo femminile iraniano come più avanzato rispetto a quello italiano o europeo : molte donne ricoprono posizioni apicali nelle aziende, ma non possono partecipare alla vita politica, riservata agli uomini. Come hai detto anche nella vita privata esistono forti disparità di genere: approfondiamo il tema del divorzio e del diritto di interruzione di gravidanza.
L’aborto è in gran parte vietato, salvo per motivi terapeutici specifici. Il divorzio esiste, ma non in condizioni di parità: l’uomo ha più facilità a chiedere il divorzio, mentre la donna deve dimostrare gravi motivi e affrontare stigma sociale e ostacoli legali. Nel regime islamico alcuni diritti delle donne non sono garantite dallo Stato, ma dipendono dalla volontà del marito. Nel contratto matrimoniale l’uomo può concedere alla moglie la libertà di divorziare, di lavorare, di viaggiare o scegliere dove vivere. Ma se lui non lo concede, la donna non ha questi diritti. È un sistema che trasforma la libertà femminile in una concessione privata, non in un diritto. Negli ultimi anni sono state varate anche leggi che scoraggiano la contraccezione e promuovono le nascite, riducendo ulteriormente l’autodeterminazione riproduttiva della donna.
Dopo l’uccisione di Khameini si è manifestata la volontà statunitense di controllare la successione. Inoltre Reza Palhavi, figlio dello scià, si è proposto come figura di riferimento per una transizione democratica dell’Iran. Pensi che sia possibile questa transizione verso un governo democratico?

Reza Palhavi ha un discreto seguito in una parte degli iraniani, che lo vedono come simbolo di alternativa al regime. Lui oggi parla di transizione democratica e non chiede esplicitamente il ritorno alla monarchia. Personalmente penso che nessuna figura singola possa “salvare” l’Iran. Il punto da modificare non è un nome, ma un sistema con regole democratiche, separazione dei poteri e rispetto dei diritti. Se lui od altri vogliono avere un ruolo devono passare attraverso un processo democratico, non partendo da una nostalgia. Non credo a una transizione magica dall’oggi al domani. La vedo come un processo, che ponga fine al monopolio del potere religioso, con la separazione tra Stato e Religione, con libere elezioni e partiti reali. Fondamentale la liberazione dei prigionieri politici e la libertà di stampa. Il rischio che stiamo correndo è il caos o un nuovo autoritarismo con un volto diverso. Per questo è importante che la società civile, dentro e fuori l’Iran, lavori già su cultura democratica, diritti e responsabilità.
Cover: autoscatto di Leily Fazeli
Per leggere gli altri articoli di Eleonora Graziani clicca sul nome dell’autrice
L'articolo La mia vita tra l’Italia e l’Iran. Intervista a Leily Fazeli sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Non sbagliava a dire
Niente malintesi
Solo, accarezzava la tua vita
Come un cane
Una superficiale
Mai scalfita
Gentilezza
Ed è poco o tutto
Davvero non lo so
(inedito)
In copertina: https://www.facebook.com/p/Settimana-della-Gentilezza-100071845834684/
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
L'articolo Per certi versi / IL MUTO sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Ogni 8 marzo si ripete lo stesso rituale. E proprio per questo rischiamo di non vederlo più.
Mimose, statistiche sulla violenza e sulle disuguaglianze, post indignati sui social, campagne sull’empowerment femminile. Un copione ormai perfettamente riconoscibile.
Vale la pena ricordare che l’origine di questa giornata non ha nulla di celebrativo. Nasce dalle lotte delle lavoratrici e da tragedie che hanno segnato la storia del lavoro femminile. È il ricordo concreto di condizioni di sfruttamento e ingiustizia che per molto tempo hanno colpito soprattutto le donne.
Proprio per questo colpisce un certo paradosso del presente: l’idea di concentrare la celebrazione delle donne in un solo giorno dell’anno.
Come se il resto del calendario fosse neutrale. O, per dirla con una punta di ironia, come se gli uomini non avessero bisogno di una giornata dedicata perché, in fondo, occupano già tutte le altre.
Ma accanto alla funzione di memoria storica, l’8 marzo produce spesso anche un altro effetto, più silenzioso: la costruzione di un’immagine standardizzata del femminile.
Nel discorso pubblico si parla continuamente della donna: la donna nella storia, la donna nel lavoro, la donna nella società.
Il problema è che questa figura al singolare finisce facilmente per trasformarsi in un’astrazione.
Non esiste “la donna”. Esistono donne, una per una. Con storie, desideri, contraddizioni, scelte e impasse che non coincidono mai perfettamente con le narrazioni collettive.
Il femminile, forse più di ogni altra esperienza umana, resiste alla tentazione delle definizioni universali.
Eppure il discorso pubblico sembra avere bisogno proprio di questo: una figura semplice, riconoscibile, rappresentativa. Una figura che possa parlare per tutte.
Così, quasi senza accorgercene, si producono modelli: la donna forte, la donna indipendente, la donna resiliente, la donna che rompe il soffitto di cristallo, la donna che riesce a conciliare tutto. Figure che funzionano bene nei discorsi pubblici e nelle campagne simboliche.
Il problema non è che queste immagini esistano. Il problema è quando finiscono per diventare standard.
Ogni standard, anche quando nasce con buone intenzioni, finisce per funzionare come un nuovo ideale dell’Io.
Quando il femminile viene raccontato come se esistesse una forma riconoscibile e condivisa dell’essere donna.
Ma la realtà è molto meno ordinata.
Nella vita reale non esiste un’esperienza femminile unica. Non esiste un’identità capace di contenere la molteplicità delle vite, delle scelte e dei desideri.
C’è sempre qualcosa che sfugge.
Per questo ogni epoca continua a produrre nuove immagini della donna: la madre, la musa, la tentatrice, la donna emancipata, la guerriera contemporanea. Tentativi comprensibili di fissare una figura stabile.
Ma quella stabilità non regge mai davvero.
Perché la soggettività non è una categoria collettiva. Non è un’identità da indossare. È qualcosa che ogni individuo deve inventare nel corso della propria vita.
E questo vale per le donne come per gli uomini.
Forse allora il modo più interessante di attraversare l’8 marzo sarebbe proprio questo: sospendere per un momento la produzione incessante di immagini della donna. Smettere di cercare un modello che possa rappresentarle tutte.
E lasciare spazio alle donne reali. Contraddittorie, singolari, imprevedibili. Donne che non coincidono perfettamente con nessun modello.
E se questo manda in crisi la fabbrica rassicurante delle narrazioni — quelle della vittima e quelle dell’eroina — forse non è una cattiva notizia.
Dopotutto la psicoanalisi, fin dall’inizio, non è mai stata molto interessata alle consolazioni collettive.
Cover. Donne diverse – immagine da Lo Spessore
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, clicca sul nome dell’autrice
L'articolo 8 marzo: l’equivoco dell’identità femminile sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
AgoraVox Italia