FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Buongiorno a tutti i radioascoltatori EIAR da via Arenula, sede del Ministero di Grazia e Giustizia, dal vostro inviato Romano Littorio. Ecco, per sommi capi, la nuova proposta di Legge per la riforma della Magistratura, in caso di vittoria del NO al Referendum del 22 e 23 Marzo, elaborata dal ministro Nordio e dai suoi più stretti collaboratori, i noti giuristi di fama internazionale Bernardo Gui, Tomás de Torquemada e Cotton Mather, raggiunti tramite seduta spiritica.
Infine, le istruzioni per lo svolgimento delle udienze, saranno fornite direttamente da IKEA e i verbali stilati direttamente dai collaboratori della Settimana Enigmistica.
Da vostro inviato a via Arenula per oggi è tutto. Eia Eia…
In copertina: immagine generatta tramite Raphael AI.
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«Anche nei tempi più bui, noi possiamo avere il diritto di raggiungere una qualche luce e che essa derivi meno dalle teorie o dai concetti e più da quella fiamma incerta, vacillante e spesso flebile che uomini e donne, nella loro vita e nella loro opera, riescono a far brillare, in qualsiasi circostanza, e a diffondere nello spazio e nel tempo a loro concesso su questa terra» (Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui, Mimesis Edizioni, Milano 2023, 23).
Parlando di tempi bui, la Arendt non si riferisce solo agli eventi scatenatisi nella prima metà del XX secolo, con la catastrofe umana e politica dei totalitarismi che ha trascinato il secolo breve in una voragine disumana. Essa allude anche ai «”tempi bui” nel senso più generale», quelli che non sono «assimilabili alle mostruosità di questo secolo, di certo di per sé orribili in modo inedito. I tempi bui, al contrario, non solo non sono nuovi, ma, anzi, non sono nemmeno eccezionali nella storia» (ivi).
L’umanità in tempi bui. Arendt mutua il titolo di questo libro da una poesia di Bertolt Brecht: A coloro che verranno, (Davvero, vivo in tempi bui). Una poesia che parla di fame e di disordine, di un “tempo insensibile”, privo di innocenza, ostile e senza rispetto verso i sentimenti a cui non ci si deve arrende. «Se vuoi salvezza, non chinare la testa: e parla» (Alberto Asor Rosa).
…Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi.
(Poesie politiche, introduzione di A. Asor Rosa, Ebook, Einaudi, Torino 2014, [281], 311).
Nel suo libro la Arendt racconta le vite di Gotthold Ephrairn Lessing, Rosa Luxemburg, Angelo Giuseppe Roncalli, Karl Jaspers, Isak Dinesen, Hermann Broch, Walter Benjamin, Bertolt Brecht, Waldemar Gurian, Randall Jarrell: persone che hanno saputo portare un po’ di luce nell’oscurità, quando la sfera pubblica aveva smarrito il suo potere di illuminare.
Ciò che li ha accomunati, pur essendo diseguali e in contesti diversissimi, è stato uno stile di vita fondato su due ordini di scelte: “essere nel mondo”, non sottrarsi restando accanto a chiunque cammini nelle tenebre; e al contempo “pensare da sé”.
Sono due principi e stili che portano alla “comprensione umana di ciò che accade” e al “giudizio sulla realtà” quando questa venga dissimulata, da parole «ingannevoli e meravigliosamente efficaci di quasi tutte le personalità ufficiali che, di continuo e con molteplici e fantasiose varianti, trovavano spiegazioni esaurienti per ogni sgradevole evento e per ogni giustificato timore», (ivi, 22).
Senza dimenticare che il pensare da sé non è un monologo, ma pensiero dialogante, con altri per riuscire a restare lucidi e muoversi nei tempi bui, valico nel passaggio tra passato e futuro. In questi modi la Arendt trova un modello di humanitas da cui attendersi un poco di luce.
Scrive ancora la Arendt: «Quando pensiamo ai tempi bui e a coloro che vivono e crescono in essi è necessario considerare anche questo occultamento a opera dell’establishment – o “sistema”, come si diceva a quei tempi – e da esso generalizzato.
Se la caratteristica dello spazio pubblico è quella di far luce sulle questioni umane, garantendo un luogo in cui gli individui appaiano e possano mostrare, nel bene e nel male, con azioni e con parole, chi sono e ciò di cui sono capaci, quando quella luce viene spenta da “vuoti di fiducia” e da un “governo invisibile”, da parole che non rivelano la realtà ma la insabbiano con esortazioni – morali o di altro tipo – che, con il pretesto di difendere le antiche verità, sviliscono ogni verità a un livello di trivialità senza senso, quando quella luce viene spenta è il buio a dominare» (ivi).
Leggendo questi testi non ho potuto non pensare al nostro tempo, ai fatti del macrocosmo internazionale e nazionale. Ma pure al microcosmo cittadino, ai fatti e agli sfrattati del grattacielo, ad un diritto non riconosciuto di cittadinanza e dovere di solidarietà relegata nel privato, demandata ai singoli, dove lo spazio pubblico è sottratto, oscurato anziché essere aperto e illuminato.
Al tempo stesso ho pensato a quella humanitas e coscienza civile di cittadini, volontari, associazioni e anche ad alcune istituzioni pubbliche che non si sono lavate le mani e non hanno disatteso le aspettative di coloro che chiedevano un poco di luce dentro l’oscurità. Ripenso ai volti degli operatori e volontari della Caritas diocesana e ai nomi delle volontarie dell’unità di strada, nomi e volti illuminati.
L’amicizia ci serve per vivere i conflitti; deve divenire parola attraverso lo scambio delle esperienze. Questo è accaduto, spazi di l’amicizia. Per spiegare questo pensiero Hannah Arendt ricorre ad Aristotele: per lui «la philia, l’amicizia tra cittadini è una delle condizioni fondamentali del benessere della città, abbiamo la tendenza a credere che egli si stia riferendo esclusivamente all’assenza di fazioni e di guerra civile. Ma per i greci l’essenza dell’amicizia risiedeva nel discorso.
Essi sostenevano che solo lo scambio costante di parole potesse unire i cittadini in una polis. Attraverso il dialogo si manifestava l’importanza politica dell’amicizia e la sua specifica umanità. Questo dialogo (diversamente dalle conversazioni intime in cui gli individui si confidano parlando di sé), per quanto possa essere intriso del piacere della presenza dell’amico, è del mondo comune che si preoccupa, un mondo che resterà “inumano” in senso molto letterale, fino a quando le persone non lo metteranno costantemente in discussione.
Il mondo, infatti, non è umano perché fatto da esseri umani e non diventa umano solo perché la voce umana vi risuona: il mondo diventa umano solo nel momento in cui diventa oggetto di discorso. Per quanto intensamente possano colpirci le cose del mondo, per quanto profondamente ci possano commuovere o stimolare, esse diventeranno per noi umane solo quando potremo discuterne con i nostri simili…
la verità può esistere solo là dove è resa umana dal dialogo, là dove ciascuno può dire non solo ciò che gli accade di vivere in un dato momento, ma ciò che egli “ritiene vero”… La polis greca continuerà a esistere alla base della nostra vita politica, in fondo al mare, fino a quando potremo pronunciare la parola “politica”» (ivi, 47; 53, 228).
Scrive Laura Boella nella presentazione a L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, 30 (il testo, un’altra edizione, contiene solo la riflessione su Lessing): «appare chiaro che il pensiero arendtiano non lascia in eredità rigide contrapposizioni, bensì un movimento in cui il contesto prepolitico o impolitico della politica (classe, razza, differenza sessuale, comunità e gruppi, moralità e spiritualità religiosa) viene accolto e trasformato, fatto oggetto di dialogo, sulla scena pubblica».
Vivere umanamente, con umanità, tra le macerie e gli scarti della storia: questo è stato l’invito che ci viene da Hannah Arendt: tenacia e volontà di uscire dall’incubo e dallo smarrimento per prendere la parola. Per lei rischiarare l’oscuro ed esporsi alla luce pubblica non è un compito senza senso. Nella città occorre prendere la parola.
Così, per lei, anche dalle macerie del passato si possono estrarre frammenti di pensiero e portarli a sé nel presente al modo di Walter Benjamin (1892-1940) che si occupò di testi del passato e della loro interpretazione; la sua massima aspirazione fu quella di scrivere un libro di citazioni. Un metodo: egli ricordava che il rapporto tra contenuto di verità di un testo e il suo commentario, il contenuto reale, costituiva la legge fondamentale della letteratura; così mentre il contenuto di verità resta nascosto sono i commenti, le interpretazioni che si aggiungono con il tempo che lo portano alla luce, parole in pubblico.
Il critico letterario è allora come un paleografo, che legge una pergamena sbiadita sovrascritta da un testo più marcato e deve partire da questo se vuole svelare ciò che è nascosto. O anche «se si vuol concepire, con una metafora, l’opera in sviluppo nella storia come un rogo, il commentatore gli sta davanti come il chimico, il critico come l’alchimista. Se per il primo legno e cenere sono i soli oggetti della sua analisi, per l’altro solo la fiamma custodisce un segreto: quello della vita. Così il critico cerca la verità la cui fiamma vivente continua ad ardere sui ceppi pesanti del passato e sulla cenere lieve del vissuto» (ivi, 179).
La speranza non è desiderio inerte, un deresponsabilizzarsi in un attendismo sterile, ma azione concreta che cerca nei tempi bui perle preziose, di senso umano ancora capaci di provocare un cambiamento della realtà facendosene carico. L’ostinazione del pescatore di perle di Benjamin è quella di non arrendersi a credere che l’umanità – come il mare – sia solamente buia, vuota e ostile. Ma porta in sé la fiducia che nelle sue oscurità, nelle abissali profondità di disumanità, l’umanità custodisca ancora qualcosa di prezioso per cui valga la pena inabissarsi tra le sue correnti contrarie e continuare a navigare tra le sue onde respingenti.
Nel lungo capitolo su Walter Benjamin, (presente nell’edizione di Mimesis del 2023 curata da Beatrice Magni), uno degli amici più stretti, con cui la Arendt condivise il periodo parigino, si fa riferimento a un testo, appunto Il pescatore di perle, già pubblicato da Mondadori nel 1991 e questa fu anche la definizione che Hannah Arendt diede all’amico.
Quando i fili della tradizione sono spezzati o rimangono sepolti nelle profondità sottomarine, come i frammenti cristallizzati di pensiero, occorre praticare l’arte del pescatore di perle. Cercare l’essenziale di ciò che ci ritesse l’umano in noi. Nella sua esperienza di continue sventure, il passato non era più trasmissibile se non attraverso la sua citabilità. Solo attraverso le citazioni, infatti, sarebbe stato possibile, non tanto custodire il passato, ma purificarlo allontanandolo, demolirlo per portare alla luce frammenti, qualcosa di umano che fosse sopravvissuto di esso.
Scrive Hannah Arendt: «con Benjamin abbiamo a che fare con qualcosa che di fatto è, se non unico nel suo genere, perlomeno molto raro: il dono di pensare poeticamente. Questo pensiero, che si nutre di quotidianità, lavora con i “frammenti del pensiero” che riesce a strappare al passato e a radunare intorno a sé. Come il pescatore di perle che va in fondo al mare, non per scavare e portare alla luce, ma per saccheggiare nei profondi abissi ricchezze e stranezze, perle e coralli, e poi portarli, come frammenti, alla superficie del giorno, questo pensiero si immerge nelle profondità del passato, non per risvegliarlo come era né per contribuire così al rinnovamento di epoche morte.
A guidare questo pensiero è la convinzione che se è vero che il vivente deve soccombere alla rovina del tempo, il processo di decadimento è, nello stesso tempo, anche un processo di cristallizzazione: nelle profondità del mare – in cui affonda ed è dissolto tutto ciò che un tempo era vivo – è possibile un rovesciamento di prospettive tale che alcune cose sopravvivono in nuove forme e configurazioni cristallizzate che, rese imperturbabili dagli elementi, attendono soltanto che il pescatore di perle le raccolga dagli abissi e le porti un giorno nel mondo dei viventi: come “frammenti di pensiero”, come qualcosa di “ricco e di strano” o anche come degli immortali Urphänomene (fenomeni originari/primordiali)» (ivi, 229-230).
Come a dire rimane un resto di umano che la disumanità non riesce a inquinare fino in fondo; resta sempre qualcosa di primordiale, di risorgente umanità che continua sempre ad affiorare nel fiume della storia anche quando il suo corso viene di continuo inquinato.
Per Ungaretti il ritorno in Italia nella condizione di emigrante fa nascere malinconia nel “patire” la città natale come straniera. A tal punto dal sentirsi, sulla nave di ritorno da Alessandria, come in una notte cieca, o come in ore di tempesta. Il dubbio assale ubriacando i pensieri, ma il suo “colore di perla” prelude al soffio dell’aurora da cui fiammeggerà la brace solare a render l’Italia ai suoi occhi ancora chiara e dalla voce familiare.
Ferrara era parsa estranea anche a me per i fatti del grattacielo. Era come se fosse venuta meno e oscurata la sua vocazione di portatrice di una cittadinanza solidale, unificatrice di pluralità culturali, storiche molteplici, verso minoranze diversificate, chiamate ad abitare insieme. Ma poi la tenacia amicale di quanti non se ne sono lavate le mani ne ha reso nuovamente il volto chiaro e ancora parla ai migranti di oggi e agli sfattati da casa loro.
Sono d’un altro sangue e non ti persi,
Ma in quella solitudine di nave
Più dell’usato tornò malinconica
La delusione che tu sia, straniera,
La mia città natale.
A quei tempi, come eri strana, Italia,
E mi sembrasti una notte più cieca
Delle lasciate giornate accecanti.
Ma il dubbio, ebbro colore di perla,
Come avviene nelle ore di tempesta
Spuntò adagio ai limiti,
E s’era appena messo a serpeggiare
Che aurora già soffiava sulla brace.
Chiara Italia, parlasti finalmente
Al figlio d’emigranti.
(Vita d’uomo. Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1996, 161-162).
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Il conflitto italo-etiope ha segnato l’inizio della crisi internazionale che ha portato alla seconda guerra mondiale. Nato dalla violenta invasione coloniale del fascismo, non può non rimandare a vicende attuali, come il piano coloniale denominato “Board of Peace” a Gaza, figlio del genocidio palestinese e che vede proprio l’Italia scalpitare per un posto d’eccezione nella “gestione” della Striscia.
Parallelismi che si individuano nella distruzione provocata dal conflitto: l’invasione fascista dell’Etiopia produsse circa un milione di morti e danni ambientali e morali incalcolabili. Così come pratiche immorali e continue violazioni del diritto internazionale: uso di gas venefici, stragi, violenza, stupro, abusi sui civili e sui religiosi.
Un olocausto dimenticato, quello del popolo etiope, ma anche la storia di una grande lotta anti-coloniale e anti-fascista, oltre che un grande insegnamento di pacifismo e una grande lezione di cultura della pace impartita dall’imperatore Haile Selassie al termine del conflitto.
Proprio in questi giorni cade la ricorrenza Yekatit 12 del calendario etiope
Giornata di Lutto Nazionale nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massacri del colonialismo italiano e per questo ci proponiamo di riscoprirne la storia con l’etiopista Nicolò Matyas Tekle Selassie Bonifati, attraverso una mostra fotografica sull’invasione fascista dell’Etiopia e un incontro con dibattito sul tema.
Introduce e dialoga Franco Ferioli, attivista, ricaricatore e documentarista, insieme a cui rifletteremo sulle analogie delle pratiche coloniali e delle ferite che si lasciano dietro e sugli aspetti di quella che potrebbe essere definita l’altra metà del 25 aprile o il lato oscuro del colonialismo italiano, quello cioè con cui, noi italiani brava gente, non abbiamo mai fatto i conti.
Dj Set REGGAE/DUB a cura di Al Anárch, Clood, Edo Connection
Esposizione di artigianato etiope
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Free Entry
Circolo Blackstar
FERRARA
via Ravenna 104
Franco Ferioli ha dedicato diversi articoli ad una accurata storia del colonialismo italiano, dei suoi miti e dei suoi crimini. Per leggerli clicca sulla rubrica Controcorrente.
Cover: L’opera utilizzata nel Flyer è un dipinto di MATTEO DI DOMENICO
L'articolo ITALIANI BRAVA GENTE(?) <Br>Dagli eccidi fascisti in Etiopia alle nuove forme di colonialismo. <br> Domenica 1 marzo, dalle 17 – Circolo Blackstar Ferrara sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Non è un avvenimento comune che artisti di vario genere accettino di esibirsi gratuitamente in un carcere a favore di persone detenute ma, nelle varie occasioni in cui ciò è avvenuto a Ferrara, c’è sempre stato un arricchimento reciproco e si è sempre percepita una grande emozione, sia da parte delle persone detenute che di chi entrava per la prima volta in una prigione.
Il non sentirsi isolati dal resto del mondo, insieme a diverse altre attività, è di una importanza vitale nel percorso di rieducazione e di preparazione al rientro in società dei ristretti.
La costruzione di quel ponte fra carcere e città, di cui spesso parliamo e in cui crediamo, inizia anche da queste aperture: dall’affrontare i pregiudizi e dal superamento degli stereotipi; le attività culturali, proprio per il loro linguaggio universale, rappresentano un ottimo messaggio di vicinanza e di accoglienza.
Nel tempo, oltre agli spettacoli teatrali, alle maratone di lettura, alle presentazioni di libri, presso la Casa Circondariale di Ferrara si sono esibiti diversi musicisti più o meno conosciuti (fra questi vale la pena ricordare Teresa De Sio, l’Orchestra a plettro Gino Neri, il gruppo Ferrara Gospel Choir Academy, buskers da vari paesi del mondo, gli allievi del Conservatorio della città e altri.
Il 6 febbraio scorso si è svolto un concerto fra i più singolari che si siano mai tenuti in un carcere.
Marco Vignazia alla chitarra e Sara Piolanti alla voce hanno presentato un progetto musicale unico e davvero speciale: “Prison Songbook”, una ricerca fatta sul blues carcerario a cavallo tra gli anni 20 e gli anni 50. In pratica si tratta di una lunga serie di canzoni sulla e dalla prigione scritte da musicisti che interpretavano il blues e che la galera l’hanno vissuto sulla propria pelle.
Prison Songbook racconta la musica e la poesia di grandi artisti a cui veniva letteralmente pagata una cauzione dai pochi filantropi del tempo perché potessero almeno per un giorno uscire di prigione e registrare le opere senza le quali la musica, per come la conosciamo e apprezziamo oggi, non esisterebbe.
Sono tanti gli artisti blues che, giustamente e ingiustamente, hanno vissuto l’esperienza della carcerazione. Qualcuno di loro ha registrato canzoni (Bukka White al Mississippi State Penitentiary e Lead Belly allo Lousiana State Penitentiary) o interi dischi (Robert Pete Williams registrò Angola Prisoner’s Blues nel 1959).
Altri bluesmen hanno tenuto concerti memorabili in varie prigioni, fra questi: B.B. King che suonò in oltre 50 prigioni americane e registrò un paio di dischi stupendi come Live in Cook County Jail del 1970, e Live at San Quentin del 1990; John Lee Hooker che con il suo Live at Soledad Prison del 1972 ci ha lasciato un disco diretto e potente. Anche se eseguiti da musicisti country e non blues, è giusto menzionare altri tre dischi dal vivo registrati in carcere; sono: Folson Prison del 1968 e At San Quentin del 1969 di Johnny Cash e In prison, in person del 1977 di Sonny James che suonò con una band di musicisti detenuti: Tennessee State Prison Band.
Sembra che il termine “blues” derivi dall’espressione “To have the Blue devils” (Avere i diavoli blu) cioè uno stato d’animo caratterizzato da una forte tristezza, dalla malinconia, dalla depressione, spesso dovute alla mancanza di diritti delle persone nere e alle loro condizioni disumane causate dall’odio razziale, dai soprusi, dalle ingiustizie, dai tormenti interiori.
Ebbene Marco Vignazia e Sara Piolanti, con Prison Songbook, hanno voluto omaggiare quel blues che racconta la perdita della libertà e della dignità cioè il blues delle carceri e dei campi di lavoro.
Lo spettacolo era già stato presentato in vari teatri, ma loro due l’hanno eseguito per la prima volta in un carcere proprio a Ferrara e lo hanno fatto in una maniera straordinariamente espressiva, emozionante e coinvolgente.
Il pubblico presente ha risposto ascoltando la musica ma soprattutto sentendola dentro, provando gli stessi stati d’animo di chi l’ha composta molti anni fa… stupenda suggestione che solo il blues riesce a trasmettere in maniera così intima, commovente e travolgente (vedi uno spezzone della loro esibizione in carcere a Ferrara qui).
Questa la serie di canzoni eseguite da Sara e Marco: When can i change my clothes di Bukka White, Penitentiary blues di Otis Webster, I’m lonesome blues di Robert Pete Williams, Ball and Chain for me di Otis Webster, Duckin’ and dodging di Hogman Maxey, Judge Harsh di Furry Lewis, Some got Six Months di Robert Pete Williams, No More My Lord (brano traditionale), Penal Farm di Scraper Blackwell, Electric Chair di Guitar Welch, Parchman Farm di Bukka White, Good Road Champ Blues di Skip James, Mississippi County Farm di Son House.
Il fatto che gli autori abbiano pensato di proiettare i testi sia originali che tradotti ha creato una enorme empatia tra il pubblico ed i musicisti che ha portato ad una partecipazione incredibile. Chi ha assistito al concerto ha apprezzato moltissimo la tecnica sopraffina di Marco e le grandi doti della voce “nera” di Sara.
Altri mi hanno riferito di aver sentito il cuore e la passione di chi stava suonando e cantando e questa cosa ha creato una grande sintonia e simpatia intesa nel senso del “patire insieme”. L’entusiasmo creato da brani particolarmente ritmati ha fatto battere le mani e ballare.
Marco Vignazia, dopo il concerto, ha scritto: “Non mi sarei mai aspettato una partecipazione così sentita da parte dei detenuti della casa circondariale di Ferrara. È stata per me un’esperienza fortissima emotivamente. Un crescendo di energia mai provata prima in trent’anni di musica suonata tra Teatri, Blues Festival e Club in Italia e all’estero. Il battito delle mani ci restituiva il quadruplo dell’energia che noi inviavamo al pubblico in un crescendo che sembrava non avere mai fine.
La dimensione poetica dei brani eseguiti è stata resa accessibile grazie alla videoproiezione in doppia lingua e questo ha fatto capire ai detenuti come le canzoni dei vari Bukka White, Robert Pete Williams, Guitar Welch, Son House, Hogman Maxey, Otis Webster parlassero di cose che in qualche modo riguardavano anche loro.
Pensando alla distanza culturale e generazionale di un repertorio così particolare colpisce come il blues sia ancora un linguaggio vivo, liberatorio e capace di coinvolgere anche persone non appassionate al genere.”
Il dottor Mario Pantaleoni che, grazie al suo gran lavoro di intermediazione, ha reso possibile l’iniziativa, esprime così il suo stato d’animo: “Sono particolarmente contento ed orgoglioso che proprio nella Casa Circondariale della mia città sia avvenuto questo battesimo inaugurale per questo meraviglioso progetto che trova la sua appropriata location proprio in questo luogo. La data 0 è stata fatta nel 2021 allo String Theory Music Fest a Lendinara ma quella di Ferrara è stata la prima esibizione all’ interno di un istituto carcerario.
Da molti anni durante il mio lavoro come consulente infettivologo presso l’Istituto pensavo come il blues potesse entrare nelle carceri con tutto il suo potenziale valore taumaturgico/riabilitativo. La scoperta dei due artisti Marco e Sara ed il loro lavoro encomiabile ha fatto il resto! L’evento al suo debutto esclusivo in carcere in Emilia Romagna ed ancor di più riferito alle carceri su tutto il territorio nazionale ha sancito un successo inaspettato con partecipazione empatica dei numerosi detenuti presenti tra cui molti extracomunitari. Le sensazioni e le vibrazioni che abbiamo ricevuto sono all’unisono estremamente positive e meritano valorizzazioni. Auspicabile ora un effetto domino e l’implementazione del progetto a diffusione capillare.”
Il fotografo Alessandro Corona ha riassunto in questo modo il suo pensiero: “Il progetto è molto interessante perché è sicuramente una strada che porterà lontano, un mio forte dubbio è quanto sia fattibile in altre situazioni carcerarie e quanto, mi sento di dire, il sistema politico carcerario italiano potrebbe sostenere una cosa del genere. Per farlo funzionare bene creando una catena perfetta ci vorrebbero aiuti non solo economici ma anche politicamente corretti. Anche con realtà estere, e magari un promoter che crede ciecamente al progetto Prison Songs di Vignazia/Piolanti.”
L’iniziativa, realizzata grazie al supporto della direttrice della Casa Circondariale Maria Martone e dalla capo area trattamentale Annamaria Romano, è sicuramente riuscitissima e sarebbe da proporre ad altri penitenziari per portare la bellezza dove non c’è ma dove ce ne sarebbe un gran bisogno perché è solo coltivando bellezza che si può sperare in un altro futuro a partire dalla consapevolezza che ciò dipende dal piccolo che ciascuno di noi potrà metterci.
Sara e Marco, a dispetto del luogo, sono riusciti in un’opera enorme: hanno coinvolto, appassionato ed avvicinato persone che prima non conoscevano il blues ma soprattutto sono riusciti a creare un’atmosfera di libertà unica e ad insegnare che la partecipazione è il primo passo verso un processo di crescita personale e sociale.
In copertina: foto di Alessandro Ettore Corona
Le fotografie scattate all’interno del carcere di Ferrara sono di Alessandro Ettore Corona.
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Come tutti sanno, le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono state uno spettacolo importante, basti pensare al numero di medaglie vinte e di prestazioni eccellenti che l’Italia ha saputo esprimere. La nostra nazionale ha dimostrato una notevole bravura, conquistando medaglie in quasi tutte le discipline, dallo short track allo sci, passando per snowboard, pattinaggio, slittino, curling e biathlon.
Questo successo è il frutto non solo del fattore campo e del calore del pubblico di casa, ma anche del lavoro congiunto di un’eccellenza tecnica invisibile come quella di medici, fisioterapisti, allenatori, specialisti dei materiali (ad es. gli esperti nella preparazione delle lame per pattini e slitte), nutrizionisti e altri ancora, che hanno lavorato al meglio.
Lo spettacolo è stato all’altezza delle aspettative, con una successione incalzante di premiazioni spesso accompagnate dalle note dell’Inno di Mameli. L’evento ha goduto di una risonanza mediatica straordinaria, le emittenti nazionali hanno trasmesso quasi ogni gara in diretta, mentre la stampa e i canali social hanno garantito una copertura costante, aggiornando le testate cartacee e i portali online praticamente in tempo reale.
Il ruolo dei social in queste Olimpiadi merita una seria riflessione. Non si tratta di demonizzarli o censurarli, dato che rappresentano uno strumento di libertà e partecipazione unico, ma di riconoscerne i limiti. Se da un lato sono una risorsa, dall’altro sono stati proprio loro la cassa di risonanza per le espressioni di odio e la volgarità più becera, mostrandoci il peggio del comportamento umano durante la più importante festa dello sport.
Diversi atleti sono stati oggetto di polemiche proprio sui social, fino ad arrivare ad attacchi privi di senso che manifestano un odio non giustificato dalla prestazione dell’atleta, ma da un atteggiamento degli autori dei post pieno di odio e invidia. Spesso, la ferocia di questi commenti non ha nulla a che fare con i risultati in gara, ma riflette esclusivamente l’atteggiamento tossico degli utenti, mossi da un’invidia insensata e da una cattiveria gratuita.
Ad esempio, l’atleta tedesca Vanessa Voigt (Biathlon) è stata sommersa di insulti sui social dopo aver mancato il podio in una gara decisiva. La situazione è stata talmente grave da spingerla a “spegnere i social” e allontanarsi temporaneamente dal web per preservare la propria salute mentale.
Lo Statunitense Ilia Malinin (Pattinaggio di figura), dopo una prestazione al di sotto delle aspettative, ha denunciato un’ondata di odio online e una pressione psicologica insostenibile derivante dai commenti dei fan. La sciatrice polacca Pola Bełtowska (Salto con gli sci) è stata “massacrata” dai follower dopo un errore tecnico durante un salto.
Gli atleti della nazionale canadese di Curling sono diventati protagonista di meme e video virali contenenti insulti a causa di presunte scorrettezze durante le gare. I tredici atleti russi ammessi a gareggiare sotto bandiera neutrale sono stati bersaglio di critiche e polemiche costanti sulle piattaforme social a causa del contesto geopolitico.
Sconcerta osservare quanto odio possa generarsi attorno a una prestazione sportiva, un sentimento che ignora la natura stessa dello sport. Un atleta, anche il più straordinario, resta un essere umano soggetto a mille variabili e non può garantire l’eccellenza in ogni istante.
Arrivare alle Olimpiadi è già di per sé un traguardo che testimonia un grande talento sportivo. Al di là del risultato finale, si dovrebbe imparare a riconoscere il percorso intrapreso, un lungo cammino fatto di anni vissuti lontano da casa, allenamenti costanti, infortuni e rinunce. Ogni atleta olimpico porta con sé una storia impegnativa che merita rispetto, a prescindere dal metallo della medaglia, dal risultato in classifica, dai possibili sbagli che a chiunque possono capitare.
Come è diventato evidente soprattutto in queste ultime settimane, l’odio sui social verso gli atleti olimpici nasce da un complesso intreccio di meccanismi psicologici e dinamiche sociali proprie delle piattaforme digitali. Lo schermo crea una barriera fisica che riduce l’empatia verso l’atleta. L’utente non percepisce il dolore reale causato dalle proprie parole, sentendosi libero di ignorare le normali regole di convivenza civile, si può così parlare di “Disinibizione Tossica Online”.
John Suler è lo psicologo più autorevole su questo specifico tema. Ha introdotto il concetto di “disinibizione tossica” nel 2004 con un celebre articolo accademico e lo ha poi approfondito nel suo libro fondamentale Psychology of the Digital Age (2016), citato spesso in italiano come Psicologia dell’era digitale. Suler spiega che utilizzando piattaforme online le persone dicono e fanno cose che non farebbero mai di persona. La disinibizione tossica è quindi quella tendenza a insultare, criticare aspramente o minacciare, causata da fattori come l’anonimato, l’invisibilità (non vedere la reazione dell’altro) e l’asincronia (il ritardo tra l’invio del messaggio e la risposta).
Molti confondono l’invisibilità con l’anonimato, ma per Suler sono meccanismi diversi. Anche se si usa il proprio nome e profilo, il fatto che non ci si possa guardare negli occhi, cambia la dinamica. Quando si scrive sui social a qualcuno, non si vede la sua espressione ferita, il suo disappunto o il suo disagio. Senza il feedback visivo, si disattiva la nostra naturale capacità di provare empatia. Ci si sente protetti da una specie di scudo fisico. Suler spiega che è come se si potesse dire qualunque cosa senza dover sopportare lo sguardo dell’altro, questo dà il coraggio di essere molto più aggressivi, o stranamente intimi, di quanto non saremmo di persona.
L’asincronia riguarda invece il tempo. A differenza di una conversazione verbale, nello scambio online non c’è bisogno di rispondere subito. Questo crea l’effetto “mordi e fuggi”. Si può lanciare un commento d’odio, un insulto pesante o una critica feroce e poi semplicemente chiudere l’app e “scappare” dalla conversazione.
Non dovendo affrontare la reazione immediata della vittima, l’“insultatore” non percepisce la gravità delle sue azioni. Il post diventa come un messaggio in una bottiglia lanciato nel mare. Una volta inviato, per chi lo ha scritto smette quasi di esistere, anche se per chi lo riceve il dolore è reale.
Inoltre, alcuni utenti scaricano sugli atleti le proprie insoddisfazioni personali attraverso una proiezione della frustrazione. Il fallimento di un campione olimpico viene vissuto come un tradimento di un’aspettativa, trasformando la delusione sportiva in rabbia diretta. Gli sportivi di alto livello vengono spesso deumanizzati e visti come “superuomini” o macchine da prestazione, dimenticando la loro vulnerabilità umana. Questo porta a considerare legittimo l’attacco feroce in caso di errore.
Oltre alle determinanti psicologiche, esistono fattori di natura sociale altrettanto significativi. Sebbene tale distinzione possa apparire superflua in un’ottica di mera condanna del comportamento, diventa fondamentale quando l’obiettivo è elaborare strategie di contrasto mirate.
Durante le Olimpiadi, lo sport diventa un simbolo di identità nazionale. Un errore di un atleta è percepito come un danno al prestigio di un intero Paese, innescando attacchi da parte di “tifosi” che vedono la critica violenta come una forma di attaccamento alla loro Nazione.
In Sport e aggressività (2001), Elias e Dunning spiegano che lo sport moderno non elimina la violenza, ma la trasforma attraverso un processo di “raffinamento”. La distinzione tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è si basa su alcuni pilastri fondamentali, tra i quali la distinzione tra “violenza legittima”, che si manifesta in capo attraverso le regole del gioco e la “violenza illegittima”, che rompe la cornice della “simulazione” per diventare reale, come nel caso del tifo tossico.
Quando il tifoso smette di vedere la gara sportiva come una “finzione ludica” e la vive come una minaccia alla propria identità (o a quella della nazione, come nel caso delle Olimpiadi), scatta una “de-civilizzazione”. Se l’atleta fallisce, il tifoso tossico non vede l’errore come una criticità tecnica, ma come un attacco al prestigio del suo Paese. In questo caso, l’aggressività non è più incanalata dalle regole del gioco, ma esplode in attacchi verbali o fisici che Elias definisce come un “ritorno a stati sociali meno civilizzati”.
Oltre a questa importante componente, resta il fatto che tutti i mezzi di comunicazione, social compresi, riflettono e amplificano tensioni sociali. Le atlete sono colpite da sessismo e commenti sul corpo, mentre gli atleti di minoranze etniche subiscono attacchi razzisti. Durante i giochi olimpici si è anche registrato un aumento del volume di scommesse sportive. Gli scommettitori, che perdono denaro a causa di un risultato imprevisto, spesso reagiscono insultando e minacciando direttamente gli atleti coinvolti.
Infine, la possibilità di utilizzare profili anonimi protegge l’aggressore dalle conseguenze legali e sociali, mentre la struttura dei social può anche premiare i contenuti provocatori con maggiore visibilità (like e condivisioni), incentivando indirettamente l’hate speech. Alla luce di queste dinamiche, emerge chiaramente come gli atleti debbano imparare a schermarsi dalle offese social, evitando di dare risonanza a critiche distruttive che sono, purtroppo, tanto prevedibili quanto scontate nel contesto digitale odierno. Invece di farsi logorare dall’odio, la loro attenzione deve spostarsi sul massimizzare la soddisfazione che deriva dal supporto dei veri appassionati.
Come insegna il grande maestro di pallavolo Julio Velasco, la chiave del successo mentale non sta nel farsi abbattere dalle componenti negative, ma nel valorizzare ed esaltare quelle positive. È fondamentale ricordare che la tifoseria tossica, per quanto aggressiva, rappresenta solo una minoranza rumorosa. Al contrario, il vero tifoso — quello che ama lo sport e rispetta l’atleta — agisce spesso in silenzio, ma costituisce la stragrande maggioranza della popolazione.
Proprio come recita la celebre frase: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”, il compito dell’atleta (e della società) è imparare a non essere sordi al fruscio della foresta a causa dello schianto di un singolo albero. Nella foresta che cresce c’è il futuro dello sport nazionale e di una comunità di persone che sa esprimere civiltà.
Credo infine, per concludere, che si possano estendere queste riflessioni a tutto il mondo dello sport, incluso quello non agonistico. Penso, ad esempio, a mio nipote P. che, giocando a calcio in una squadra dilettantistica, rischia anche lui di trovarsi esposto agli insulti di una tifoseria tossica. Questi tipi di aggressioni gratuite non dipendono dai meriti o dagli errori in campo, ma dal solo fatto di praticare uno sport. Quindi avanti senza indugi, mettendocela tutta e riempiendo il cuore dei veri sportivi di immagini indimenticabili.
BIBLIOGRAFIA
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/blazarus-3078403/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1584741″>BLazarus</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1584741″>Pixabay</a>
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