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La tua penna
Inclina a sinistra
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Il buco fondo d’inchiostro
Narra l’inaudito
Rivela i segreti
Racconta di te
Di me
Delle storie antiche
Di fauni, boschi
Di pesci d’oro e principesse rapite.
All’alba ci addormentiamo
Dimenticandola lì
Tra il mio corpo e il tuo
Sul nostro sonno
Che tutto sa
Che nulla vuole più
(inedito)
Cover: Foto di Hello Cdd20 da Pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
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Il libro, come sintetizzato nel titolo, riporta l’esperienza di un insegnante all’estero, selezionato dal Ministero degli Affari Esteri attraverso un concorso, con l’obiettivo di diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. La destinazione del professor Cirelli è l’università palestinese di Birzeit, a nord di Ramallah. La durata del mandato è dal 2017 al 2023, terminato pochi giorni prima dell’attentato del 7 ottobre. Una scelta coraggiosa da parte della Farnesina, che istituisce da anni il ruolo di lettore di italiano in un’università palestinese, nonostante i tempi a dir poco drammatici per la Palestina, ma coraggiosa anche per il docente che accetta il mandato, esponendosi a pericoli ormai tristemente prevedibili.
L’autore stesso riporta l’identikit fatto dallo scrittore David Lodge di questo tipo di docente, ritratto che mi ha molto divertito perchè faccio parte anch’io della categoria, essendo stata assegnata dal ministero per quattro anni all’istituto comprensivo di Asmara, in Eritrea:
«Vagavo tra due mondi, uno perduto, e uno che aspettava di nascere»
.«Io credo che noi cerchiamo intensità di esperienza. Sappiamo che non è più possibile trovarla a casa, ma abbiamo sempre la speranza di trovarla all’estero».
Ma a volte l’esperienza assume i contorni di una realtà crudele e l’intensità trasborda nel dolore, prima di tutto per i propri alunni e le loro famiglie costretti a vivere un’immeritata e precoce perdita di innocenza.
Ritorni e ti accorgi che qualcosa si è spezzato dentro e la ferita continua a sanguinare.
Il libro è composto di trentotto brevi capitoli che narrano incontri ed episodi avvenuti all’università e/o durante la permanenza in Palestina, descritti con attenzione, rispetto e amore per una cultura diversa dalla nostra, con la presenza costante, purtroppo, dei soprusi perpetrati dagli israeliani.
Uno dei temi ricorrenti è la ricerca di un’interculturalità autentica, che scambi l’apprendimento della lingua e della cultura italiana con la cultura e gli usi palestinesi, ricca di storia, musica, danze, ricette a noi sconosciute.
Uno degli stereotipi occidentali che l’autore riesce perlomeno ad incrinare nel lettore è quello del popolo palestinese come un popolo ignorante, deprivato negli anni della possibilità di celebrare la propria storia, le proprie tradizioni e la propria memoria. Nonostante l’occupazione dei coloni, ogni episodio al contrario mette in luce la grande preparazione culturale dei giovani palestinesi, anche rispetto alla cultura occidentale. Soprattutto la loro ormai famosa Sumud, resistenza o resilienza, che consiste innanzitutto in una grande dignità individuale e collettiva di fronte a chi non li ha mai riconosciuti, e che ha progettato, con il successivo genocidio di Gaza, il loro sterminio.
Un paese che si abitua a vivere quotidianamente con queste brutture… ma la vita che va avanti nonostante tutto è una inevitabile forma di resistenza.(pag.225) scrive l’autore.
Un altro stereotipo contestato dal libro è quello del mondo musulmano catalogato in blocco come fondamentalista, disposto solo a fare la jihad islamica e a combattere il cristianesimo occidentale: L’israeliano medio, che purtroppo molto frequentemente ha una mentalità colonialista, si sente normalmente superiore al suo vicino arabo, considerato inferiore in quanto arretrato culturalmente e incapace addirittura di autodeterminarsi.(pag.251).
Il libro, nei diversi racconti di episodi e incontri da cui spesso scaturiscono amicizie delicate e profonde, ci restituisce invece l’immagine di un mondo musulmano estremamente variegato, dove ciascuno vive la propria identità in modo singolare, più o meno aderente alla pratica prescritta dalla religione, nello stesso modo in cui i cattolici interpretano soggettivamente la propria appartenenza ad un paese cattolico.
Anche la spinosa questione dell’obbligo del velo per le donne, viene sfatata dalla diversità di atteggiamento delle giovani studentesse dell’università di Birzeit: …c’erano quelle vestite all’occidentale, con jeans attillati e magliette colorate, che contemporaneamente portavano il velo, poi c’erano quelle che non portavano l’hijab… perchè erano musulmane ma non credevano nella necessità di portare il velo, e non erano poche. (pag.257). L’autore prende posizione sulla questione sottolinenando come la scelta di portare il velo o meno debba essere completamente autonoma e libera, senza pressioni esterne in un senso o nell’altro.
Lo sguardo onesto e trasparente di Roberto Cirelli osserva con la stessa equità il mondo israeliano, conosciuto da vicino in quanto residente prevalentemente a Gerusalemme Est. Gerusalemme, nel suo insieme, è abitata per il 60% da israeliani e il 40% da palestinesi.
Nonostante la legittima richiesta di risiedere a Ramallah, vicino al luogo di lavoro, il consolato ha rifiutato la richiesta senza dare troppe spiegazioni. In sintesi l’equilibrismo governativo italiano acconsente che i docenti lavorino in Palestina, ma con l’obbligo di risiedere in Israele.
Oltre alla residenza, il primo anno di mandato comprendeva alcune ore di insegnamento presso una scuola italiana a Gerusalemme ovest, dove tutti gli studenti erano ebrei. Da questo periodo scaturisce il Diario minimo di un prof. in Israele, un piccolo libro che la casa editrice Gemma ha sapientemente inserito nel testo, come libro nel libro, con altri caratteri e altra impaginatura. Questa scelta editoriale aiuta il lettore ad orientarsi nei numerosi riferimenti storico-geografici che rendono la lettura impegnativa, nonostante la scrittura immediata e efficace dell’autore.
Dal diario emerge un mondo israeliano variegato: ebrei mizrahì, cosiddetti ebrei arabi, provenienti da Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia, Etiopia e Maghreb, ebrei aschenaziti, provenienti dall’Europa centrale, ultraortodossi, ebrei di sinistra, o che si considerano tali. Su tutti, al di là della vicinanza o lontananza dalle scelte criminali del governo, grava una grande diffidenza verso i palestinesi, materializzata nello shunk, il materiale biologico puzzolente che la polizia spara ovunque sui palestinesi che protestano.
Molti ebrei hanno un doppio passaporto, spesso, oltre a quello israeliano, anche quello del paese di origine. Lo stesso diritto che invece è negato ai palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948. Tutto il libro è d’altronde permeato del tema dell’occupazione, della nostalgia struggente dei palestinesi, dell’odio feroce dei coloni israeliani.
Nonostante il dolore, Roberto Cirelli riesce a far sue le parole di un bosniaco nei confronti dei serbi: Non esistono popoli cattivi. Esistono solo leader cattivi (pag.214).
Nell’escalation di ingiustizie e orrori viste dall’autore il libro ricorda l’assassinio di Shireen Abu Akleh, prima studentessa e poi sua collega dell’università di Birzeit, l’11 maggio 2022 a Jenin, uccisa da un cecchino israeliano.
Giornalista amatissima dai palestinesi, riportava in arabo e in inglese le notizie dalla Cisgiordania per il canale televisivo Al Jazeera. A lei è stato negato anche il funerale, fra l’altro cristiano, per la presenza di bandiere palestinesi nel corteo e canti in lingua araba.
Penso che questo sia stato il momento più tragico per il professor Cirelli, che infatti scrive di aver avuto un crollo, anche fisico, dopo aver assistito a tanta crudeltà.
Concludo questa recensione con l’amarezza del senno di poi, citando le parole dell’autore su Gaza: La striscia di Gaza poteva e doveva essere un luogo normale da visitare, dove poter studiare e incontrarsi fra giovani, ma veniva continuamente occupato, isolato, penalizzato. E ora persino distrutto (pag. 278).
Il 6 gennaio il raid israeliano all’università di Bir Zeit, con un bilancio di 41 feriti e giornalisti arrestati, rende l’idea di una violenza senza limiti, né rispetto dell’istruzione e dell’informazione. Come scritto nel retro copertina del libro: Se si uccide l’istruzione si uccide una nazione.
Il volume:
Roberto Cirelli, Cronache da un paese interrotto. Diario di un prof. in Palestina, Gemma edizioni, 459 pagine, € 20
Prefazione tratta da un’intervista con Luisa Morgantini, presidente di Assopace, europarlamentare dal 1999 al 2009, vicepresidente del parlamento europeo dal 2007 al 2009.
Nota bene: I diritti d’autore di questo libro sono destinati ad Assopace Palestina, un’associazione di volontari con 13 gruppi territoriali in Italia che dal 2009 sostengono la Palestina con azioni non violente.
Roberto Cirelli Sta raccogliendo le firme per la Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in considerazione della violazione dei diritti umani da parte di Israele e 0rganizza viaggi di conoscenza e sostegno al popolo palestinese.
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Mi balzò l’anima
quando vidi i tuoi tetti
diseguali
dopo che il treno una notte
lenta d’avvicinamento
mi lasciò su una piazza desolata…
una frattura
solitaria divampò
dalla mia mestizia.
Ma i tetti non han vizi,
a’ bei solstizi
d’estate; e l’anima viaggia,
che dai tetti s’irraggia,
pei cieli asciutti,
chiari per tutti.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti 1996, 132-133; 135)
Per Carlo Betocchi la realtà è epifanica, e il balzo lo esprime, l’uscir fuori da sé stessa, il suo irradiarsi rivelandosi come un dono insperato. Nella sua poetica “balzare” è un verbo che fa breccia nella mestizia del paesaggio urbano della sua Firenze in cui vi giunse a sei anni con il padre ferroviere.
Per il poeta è un sussulto d’anima che buca la quotidianità grigia, rafferma delle cose, prigioniere di sé stesse. Allo sguardo del poeta un insieme di nuove forme, figure, paesaggi, tetti, case, nuvole, figure umane balzano fuori, come dal nulla, con una forza luminosa e improvvisa e l’anima ritorna a viaggiare di nuovo sopra l’orizzonte – un balzo un altro balzo – verso il punto più alto del sole, solstizio d’estate, promessa di un cielo chiaro e asciutto per tutti.
L’anima è forse un concetto? Poiché se troppo
credi ed apprezzi di averla, e la godi per te,
tu la svuoti; ma se per pietà d’altrui,
o delle cose, mentre pensi di non averla
in te la rivendica la tua pietà d’esser
pari al bisogno, tu darai forma a quella
che, faticosamente, sarà l’anima di tutti:
uomini e sassi, ed animali e piante.
(ivi, 461)
Così, proprio come un balzo d’anima, improvvisa increspatura, tra una parola e l’altra, sottotraccia, è affiorato in me il pensiero, che avrei potuto ridirla sostituendo alla parola anima quella di cultura, e avendolo fatto un altro orizzonte di senso è affiorato: “La cultura è forse un concetto? È un dare forma, non senza sofferenza e conflitti, all’anima di tutti”.
Nel balzo della cultura è la forza della condivisione con “uomini e sassi, ed animali e piante” che viene generata perché essa, direbbe Hans Georg Gadamer, «è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande».
Se la cultura è per sé stessa si svuota, scompare come l’anima; se invece è per pietà d’altri, al loro bisogno vitale sarà per te come un pane, come un pane condiviso che spezzandolo si moltiplica e nello stesso tempo unisce molti, fa comunità attraverso una fusione di orizzonti – direbbe Gadamer – che non toglie le diversità, il molteplice, ma consente di abitare e interpretare la complessità del mondo e di noi stessi nel solco della dignità umana. La sua essenza è l’universalità, nulla si toglie agli altri, si accresce sé stessi e la vita comune rifiorisce.
Mario Luzi commentando questo testo insiste sulla «portata caritativa di questa assimilazione paritaria con le creature» anche se non si nasconde che questa singolare qualità della cultura «non è per nulla serafica ma dovuta a un impeto vigoroso (un balzo d’anima appunto) non immune da sofferenza e da rifiuti» (ivi, 614).
Il filosofo Pierpaolo Donati, fondatore della sociologia relazionale, nel suo libro Una cultura che trasforma il mondo. La vita come relazione, Ares, Milano 2024, ripensa la cultura come modo di vivere in relazione, come prassi relazionale nel quotidiano capace di aprire orizzonti possibili all’umano e scoprire nuovi mondi vitali e modi esistenziali in cui abitare.
Nel senso datole dal Concilio vaticano II la cultura è ciò che ridà dignità e coscienza di diritti e di libertà all’uomo facendolo crescere in umanità (Gaudium et Spes, 52-62).
Nel discorso all’Unesco, pronunciato a Parigi il 2 giugno 1980 da papa Giovanni Paolo II si dice che «La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana.
Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, l’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere.
La cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, “è” di più, accede di più all’“essere”. È qui anche che si fonda la distinzione capitale fra ciò che l’uomo è e ciò che egli ha, fra l’essere e l’avere. La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l’uomo».
Si racconta che l’antropologa Margaret Mead a uno dei suoi studenti che gli chiedeva quale fosse il primo segno di civiltà e di nascita della cultura e, attendendosi come risposta, gli utensili di caccia o la fabbricazione di terrecotte o i dipinti rupestri, l‘antropologa sorprese tutti, individuando come primo segno di civiltà un femore rotto e ricomposto. Quando questo avviene è qualcosa di completamente nuovo che è accaduto, una nuova soglia dell’evoluzione: l’accompagnamento nelle fragilità e la cura che non abbandona l’altro. L’origine della cultura è la comunità educante alla convivenza e alla cura.
Questa storia è stata raccontata dal card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’educazione della Santa Sede come introduzione alla sua Lectio magistralis in occasione dell’incontro Cultura è comunità che ha inaugurato i Dialoghi di Federculture, tenuto a Roma il 3 dicembre 2025 al Palazzo delle esposizioni.
Il suo discorso ha inteso mostrare come la cultura e la comunità si generano e si intrecciano a vicenda e la riflessione poi si è sviluppata su quattro movimenti attraverso cui innestare cammini e processi generativi di cultura: “Ascolto come fondamento culturale”; “Immaginazione come risorsa di speranza”; “La cultura come cura e inclusione”; “Alleanza: intelligenza collettiva e dialogo”.
«Dobbiamo saper ascoltare le ferite sociali, le attese dei giovani, i bisogni di chi vive ai margini, la solitudine urbana che attraversa le nostre città come un fiume carsico. Fenomeni come la povertà educativa, la crisi della parola, il bisogno di comunità sono esperienze concrete che chiedono di essere riconosciute e accolte…
Ogni luogo possiede una memoria, un genius loci originale, un patrimonio fatto non solo di monumenti ma di abitudini, di tradizioni, di relazioni umane… Il nostro è un tempo che non può essere compreso con categorie del passato: è attraversato da transizioni epocali – ambientali, digitali, demografiche, spirituali – e segnato da accelerazioni vertiginose ma anche da smarrimenti profondi. La cultura deve costituire uno spazio in cui il cambiamento non viene semplicemente subito, ma viene interpretato, accompagnato, umanizzato».
«L’immaginazione è molto più di una facoltà creativa: è una forma di responsabilità verso il futuro. È la capacità di vedere ciò che ancora non c’è, di anticipare un possibile, anche quando il reale ci appare chiuso o ostile. Una società che non immagina è come un cielo senza costellazioni: vede le luci, ma non sa dare loro un significato. Nelle società complesse, spesso non mancano le infrastrutture fisiche. Mancano quelle immateriali: visioni condivise, narrazioni unificanti, orientamenti che diano senso al nostro cammino. L’immaginazione, in questo senso, è una risorsa pubblica preziosa…
La cultura è uno dei pochi luoghi in cui l’immaginazione può esercitarsi liberamente, senza essere immediatamente tradotta in utilità economica o in consenso politico. Una società che non immagina è una società che ha perso la speranza. Una città senza immaginazione genera solo traffico; una città con immaginazione genera futuro. L’impoverimento dell’immaginazione significa anche un impoverimento generale della vita. L’immaginazione è il laboratorio segreto dove la speranza prende forma e diventa visione condivisa».
«Affermare che la cultura è cura può sorprendere chi considera la cultura un lusso o un semplice intrattenimento… offre un balsamo sottile alle ferite della comunità. La cultura cura aprendo spazi di incontro, creando possibilità di riscatto, restituendo dignità alle persone. Una comunità che investe in cultura investe nella salute del proprio tessuto sociale. Tra le numerose ragioni che possono portare una persona alla fruizione culturale è spesso presente la ricerca di una guarigione interiore, di un incontro più profondo con sé stesso…
Parlare di cultura e comunità significa allora chiedersi con onestà: chi manca? Chi rimane escluso o ai margini della partecipazione culturale? Quali barriere impediscono ancora oggi a molte persone di accedere ai beni culturali, all’istruzione, alla bellezza condivisa? Una costellazione non si costruisce solo con le stelle più brillanti: conta anche la luminosità fragile, marginale, periferica. È spesso da quelle luci minute che dipende la forma complessiva.
Le politiche culturali devono diventare sempre più inclusive, capaci di coinvolgere attivamente chi spesso resta fuori: gli anziani isolati, i giovani delle periferie, le persone con disabilità, chi vive in solitudine o in povertà. Una comunità si misura anche dalla qualità delle sue porte: porte aperte, accessibili, accoglienti a tutti».
«È interessante ascoltare l’etimologia latina della parola comunità (communitas). Combinando due termini, cum e munus, spiega che i membri di una comunità non sono uniti da una radice casuale. Sono legati da un munus, cioè da un dovere comune, da un compito condiviso. Qual è questo compito? Qual è il primo compito di una comunità? Prendersi cura della vita e riabilitare il patto comunitario che è la nostra radice. Nessuna istituzione, nessun ente, nessuna comunità locale può affrontare da sola la complessità delle sfide culturali contemporanee.
L’alleanza è una forma di intelligenza collettiva che riconosce la necessità di una rete luminosa: è la consapevolezza che il bene comune non si costruisce in solitudine, ma unendo forze, competenze, creatività… Le alleanze devono manifestarsi a vari livelli: istituzionali, educativi, sociali… Ed esiste anche una dimensione spirituale dell’alleanza culturale.
Gli spazi culturali (una sala da concerto, una galleria d’arte, una biblioteca) diventano spesso soglie in cui l’umano si apre alla ricerca di ciò che lo trascende. Si tratta, qui, di riconoscere umilmente che nell’esperienza culturale è all’opera anche questa apertura al mistero, questo desiderio di un senso ultimo. Un concerto che commuove, una poesia che ci interroga nel profondo, un dipinto che ci rapisce – sono esperienze in cui ci sentiamo parte di qualcosa di più grande, di una bellezza che ci supera e ci convoca».
«La cultura può e deve essere il luogo del dialogo: non un dialogo che mira all’unanimità forzata, ma una conversabilità aperta dove le differenze possano esprimersi e incontrarsi. La cultura, infatti, non unifica cancellando le differenze, bensì unifica rendendo le differenze parlanti».
L’immagine della biblioteca come luogo in cui i libri sugli scaffali sono diversi fra loro e tuttavia vivono insieme formando una comunità testuale; come pure il silenzio che accomuna le diverse persone che la frequentano pur leggendo testi e storie diversissime formano una comunità di lettori, ciò ha suggerito a José Tolentino de Mendonça di considerare la cultura come l’arte della convivenza.
È lo spazio in cui impariamo a vivere insieme senza rinunciare alla nostra singolarità. È il luogo in cui le comunità si raccontano, si interpretano, si trasformano, trovando un senso comune che mette volti in relazione senza alterarli o cancellarli. La cultura offre il respiro lungo di cui abbiamo bisogno in un’epoca dominata dall’immediatezza e dalla reazione istantanea».
Non amare i viaggi che rendono banale la stranezza
non recarti in posti
già descritti
in fin dei conti la tradizione dice poco
e stentato indizio danno i libri della meraviglia
in cui si entra a occhi chiusi
da sempre la terra è sconosciuta e perplessa
ed è tornando a lei che ascolterai
quello che la prima volta
non avevi udito.
(J. T. de Mendonça, Estranei alla terra, Crocetti editore, Milano 2023, 91)
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/horse_girl-2212041/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1263165″>W P</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1263165″>Pixabay</a>
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L'articolo Presto di mattina /<br> Cultura, balzo d’anima sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Ho incontrato a Ferrara una donna iraniana che vive da anni nella nostra provincia, ma la cui famiglia d’origine – madre, padre, fratelli e sorelle – vive a Teheran. La chiamerò Shiraz, come la principale città della Persia, che è stata la capitale dello stato iraniano nel diciottesimo secolo. La chiamo Shiraz perché lei mi dice di sentirsi orgogliosamente persiana prima ancora che iraniana. Lo dice senza accenti razzisti, ma ci tiene a precisare che loro, i persiani, sono diversi dagli arabi. In particolare ci tiene a distinguersi da “quelli di Hezbollah”, le potenti milizie armate sciite di cui si serve il potere teocratico per sparare sulle persone che scendono nelle strade per manifestare contro il governo degli ayatollah.
Shiraz mi racconta dell’ultima volta che è stata a Teheran a trovare i suoi familiari. E’ stato qualche anno fa. Il viaggio d’andata, soprattutto, è stato travagliato, con le ultime 24 ore passate su un pullman che da Istanbul, percorrendo strade dissestate, l’ha condotta alla capitale iraniana. La sua famiglia appartiene alla borghesia persiana. Vive nella parte relativamente benestante della metropoli, che lei chiama la “zona A” , per indicare un quartiere che attiene alla parte fortunata della città, quella dove con un po’ di soldi puoi comprare tutto, anche la libertà dei costumi.
Col denaro potevi permetterti di essere musulmano ma fino ad un certo punto. Potevi comprare alcol, sigarette, col denaro potevi comprare e mangiare carne di maiale, col denaro potevi toglierti Hijab, Niqab, Burqa.
Adesso, Shiraz di queste cose non è più sicura. Non è più sicura perchè non riesce a comunicare con la sua famiglia. Internet non funziona, telefonare non funziona. Abbiamo fatto una prova in diretta. L’unico mezzo di comunicazione che funziona a intermittenza, anche se è ufficialmente vietato, è Starlink. Niente whatsapp, niente telegram. Le stupidaggini, le vanità delle quali riempiamo gli strumenti di comunicazione social fino a rendere stupido lo strumento in sè, evaporano di fronte all’importanza del poter diffondere al mondo le immagini delle proteste e delle uccisioni, della repressione. Quando la possibilità di comunicare con i propri familiari e con il mondo viene interdetta, si comprende quanto è importante far sapere. Da questo punto di vista la situazione è peggiore che a Gaza.
Quando ho chiesto a Shiraz di dirmi perchè questa protesta è diventata di massa, al punto da coinvolgere anche strati della popolazione normalmente allergici alle manifestazioni di piazza, pensavo che mi rispondesse qualcosa del tipo “le persone non arrivano più alla fine del mese”. La crisi economica in Iran sta mordendo forte: la svalutazione della moneta e l’aumento dei prezzi, aggravati dalle sanzioni internazionali riprese dopo l’interruzione, da parte del governo iraniano, dei rapporti con l’Agenzia Atomica, sono state il detonatore. La carica esplosiva però è un’altra, secondo Shiraz. Che mi indica il suo telefonino, dicendomi “è questo“. L’Iran è un paese pieno di giovani, che sono nati con il cellulare in mano. La dimestichezza non acquisita, ma organica, quasi biologica, con gli strumenti smart della comunicazione interplanetaria ha reso intollerabile per queste generazioni – le ultime due in particolare – la prospettiva di una vita sotto il giogo del teocrata. Gli ha reso inaccettabile l’accettazione di un doppio standard: da una parte lo stile di vita di chi può vestirsi mangiare muoversi fumare bere pensare in libertà; dall’altra lo stile di vita imposto da una cricca di fanatici oscurantisti (per gli altri) completamente anacronistici. Il pensiero di una vita inchiodati a queste catene ha fatto perdere loro ogni remora, soprattutto alle ragazze. Meglio rischiare la vita che accettare di essere già morte: è questa la molla che rilascia quell’energia che non si arresterà, non si fermerà davanti a nulla.
Shiraz non dorme più, e se dorme lo fa poco e male. In lei ho visto tutte le ragazze persiane che lottano per essere libere.
Il 17 gennaio in Piazza Cattedrale dalle ore 12 si tiene un presidio di solidarietà con il popolo iraniano, organizzato dalla Rete per la Pace di Ferrara.
Cover photo https://www.instagram.com/reels/DTajYqCiHeY/
L'articolo Per Shiraz e per tutte le donne di Persia sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Ripensai a ciò che era accaduto nelle ore precedenti. Uno dei clienti appena arrivati al Pontalba Hotel aveva in tasca un fazzoletto da naso verde fatto con una stoffa morbida o con un ciuffo di pelo tinto. Forse, con molta più fantasia, nella tasca poteva starci pigiata una coda di volpe verde.
Dovevo prendere tempo e comporre un articolo per Tresciaone. Pensai che invece di una intera pagina potevo scrivere un trafiletto di aggiornamento. Avrei scritto l’articolo di fondo quando avessi avuto più notizie. Estrassi il mio PC dalla sua fodera, lo accesi con la mia impronta digitale, riaprii il file word dove avevo cominciato a scrivere il giorno prima e mi rimisi a pensare a come comporre l’articolo.
Alla fine, ripresi ciò che avevo già scritto in precedenza e aggiunsi qualche notizia in più.
«Come già scritto su questo giornale, due mesi fa è morta la contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana di Pontalba. Molto conosciuta in paese per le sue opere caritatevoli, è stata trovata morta nel suo letto dalla cameriera. Eventi inspiegabili sono associati alla sua dipartita. Si racconta che il mattino in cui è stato rinvenuto il cadavere, il cielo sopra villa Cenaroli, la residenza abituale della contessa, sia diventato verde e che una volpe dello stesso colore sia uscita dalla sua tomba il giorno dell’inumazione.
In paese si parla ancora dell’accaduto e le idee a riguardo sono contrastanti. C’è chi è convinto che queste dicerie possano avere un fondamento e chi le ritiene delle assurdità. Le prime persone incontrate sono di vedute molto differenti, mentre sui documenti ufficiali del Comune e della Parrocchia non si trova alcuna nota che accenni a queste manifestazioni. Nei prossimi giorni troverete altri aggiornamenti su queste stesse pagine – Pim (Pietro Moroni).»
Rilessi velocemente, salvai il file, mi collegai ad internet e inviai le dieci righe alla redazione di Tresciaone. Sicuramente il mio capo non sarebbe stato contento, ma il trafiletto serviva a tenerlo buono ancora un po’. Non so per quanto, forse qualche ora, o nella migliore delle ipotesi, un paio di giorni. Comunque fosse, un po’ di tempo l’avevo guadagnato.
Prima di andare a pranzo lessi tutte le mail arrivate, sia quelle professionali che quelle personali. Tra queste ultime ne trovai una di mia sorella Danila che mi annunciava di essere incinta. Con il suo stile sempre molto sobrio la mail riportava le seguenti frasi:
«Ciao Pim, sono incinta di tre mesi. Quindi fra circa sei mesi diventi zio. Non so ancora se sarà maschio o femmina, ma per me e Dario non fa nessuna differenza, spero non la faccia nemmeno per te. Dalla prima ecografia il bambino risulta sano e vispo, quindi tutto ok. Spero tu sia contento della notizia. Comunque, preparati, perché fra poco dovrai trovare almeno una briciola di tempo per fare lo zio. Un caro saluto. A presto. Danila.»
Ecco una notizia inaspettata e inedita … stavo per diventare zio, una novità davvero bella affidata ad una mail quasi anonima. Nello stile di Danila, sempre molto telegrafico. Aveva ragione, avrei dovuto trovare una piccola porzione di tempo per il mio nipotino. Non avevo mai tempo per nessuno, nemmeno per i miei parenti più stretti. Quando riflettevo su questo aspetto della mia vita, mi sentivo un verme, uno di quegli esseri inutili che sembrano più automi che persone vere dotate di sentimenti e di aspirazioni amorevoli, dedicate e intense.
Pensando al bambino in arrivo, mi dimenticai per poco della volpe verde e, sapendo che a Danila piacevano le mie poesie mi accinsi a scrivergliene una che si intitolava Bambino, per poi mandargliela e dimostrarle che ero emozionato dalla notizia e la consideravo improntante.
Scrivere una poesia non è mai una cosa semplice, possono volerci molte ore, se non addirittura giorni. È impegnativo. Le parole non arrivano quando servono, o arrivano tutte insieme e sembrano lì solo per fare confusione. Cerchi di dire qualcosa di vero, ma ogni frase sembra già detta, ogni immagine sembra vecchia. Poi ti siedi, ascolti l’aria che respiri, ricominci. A volte pensi che sarebbe meglio cancellare tutto. E poi senza sapere il perché, una riga resta – e ti sembra abbastanza per scrivere ancora.
Intanto era diventata l’una, dopo due ore di parole scritte e cancellate, di rime trovate e perse, di un senso cercato e solo approssimato, la mia poesia per Danila era pronta.
Corre la luce
tra mani che spifferano sogni,
scivola sul viso
e si ferma negli occhi.
Ride del vento,
parla con le nuvole,
costruisce città
fatte d’aria e di cielo.
Si muove piano
sul ciglio del tempo,
conta le strade
e sogna un cammino.
Ogni cosa è un inizio,
ogni sasso una luna,
ogni passo
un universo che nasce.
Non chiede domani,
non conosce confini,
abbraccia l’adesso,
tutto.
E quando dorme,
il silenzio lo guarda,
attento,
come chi veglia
sul sogno che fa.
Spedii la poesia a Danila affidandola ad un anonimo messaggio di posta. Avrei dovuto mandarle un mazzo di fiori, ma in quel momento non avevo il tempo di cercare il fiorista e scegliere delle rose o delle orchidee adatte alla situazione. Quindi mi limitai a scriverle.
«Ciao cara sorella, sono molto contento della notizia, questa poesia è per il mio nipotino, chissà se quando sarà grande gli piacerà, per ora spero piaccia a te.» Aggiunsi varie altre frasi che poi cancellai e, alla fine, la poesia rimase il perno del messaggio e il senso della mia emozione per la novità. “Speriamo che apprezzi modi e forma” pensai. Invia la mail e spensi il PC.
Il trafiletto per il giornale era andato, la poesia per Danila pure.
Era ora di scendere a pranzo. Feci la doccia e mi misi jeans e maglione, un paio di calze di lana spessa, scarpe con i lacci e le suole di gomma. Presi la giacca vento rossa e il mio zaino nero milleusi. Uscii dalla camera e andai dritto all’ascensore che portava alla hall dell’albergo. Erika stava versando da bere a un cliente e Giulia, l’impiegata, parlava al telefono per fissare una prenotazione di chissà chi.
Entrambe mi salutarono con la mano. Aspettai che finissero le loro attività e chiesi se la pizzeria era aperta anche a pranzo. Erika, che nel frattempo aveva riempito il bicchiere del cliente assetato, mi rispose di sì, la pizzeria Bella mia era aperta e Amed, il pizzaiolo, stava preparando gli impasti per il pranzo. Ottimo pensai, vado là.
Poi mi venne in mente di chiedere ad Erika della Storia della Volpe Verde (così ormai chiamavo tra me e me l’insieme degli strani eventi associati alla morte della contessa Cenaroli). Lei mi guardò dritto negli occhi senza dire nulla, come se stesse riflettendo su quanto le avevo chiesto.
Forse era stupita che glielo chiedessi, sapeva che ero un giornalista di Tresciaone, ma penso non avesse ancora capito il vero motivo per cui mi trovavo a Pontalba. Allora aggiunsi: «Sono qui inviato dal mio giornale per indagare sulla morte della contessa Maria Augusta e sugli strani eventi associati alla sua morte tutti caratterizzati dalla presenza di strane manifestazioni color verde» dissi per riassumere il senso della mia presenza, contestualizzando la domanda che le avevo appena posto.
«La volpe verde interessa anche ai giornalisti … perfino da Trescia siete venuti fin qui per questo …»
«Sono – le dissi – Sono venuto solo io». Nessuna risposta, non spostò le sue sopracciglia di un millimetro. Sembrava pensierosa. Mi guardava con un misto di sorpresa e preoccupazione intensa. Stava sicuramente soppesando le mie parole. Come se ci fosse qualcosa che poteva dirmi, ma non sapeva se farlo o no.
Non doveva essere una informazione da poco se la decisione di comunicarmela necessitava di una riflessione e forse anche di un confronto con qualcun’altro. Sicuramente si fidava poco di me, ma questo non era poi così strano, non mi conosceva, potevo essere uno di quei giornalisti in cerca di pettegolezzi o di gossip.
Però doveva sapere che Tresciaone era un giornale serio. Anche a Pontalba si leggeva prevalentemente quello, nella hall dell’albergo ne avevo visto una copia a disposizione dei clienti. Non si fidava proprio di me, del resto perché avrebbe dovuto farlo. Non sapeva da dove venivo, cosa pensavo delle donne, del senso della vita e della morte, il mio senso del dovere, le innumerevoli volte in cui mi ero cacciato nei guai per scoprire qualcosa, la mia insaziabile voglia di verità.
Nessuno mi conosceva in quel paese né come persona né tantomeno come giornalista. Spesso non firmavo gli articoli con il mio nome per intero ma solo con la sigla Pim, come è usuale tra i reporter di nera. Quindi ero di fatto un’incognita, un giornalista piombato tra la gente di quel paese senza conoscerne le dinamiche, i modi usuali con cui stavano insieme o da soli, con cui si fidavano di qualcuno o di nessuno, il modo in cui le nuove persone venivano studiate e posizionate su un continuum che andava dal “forse affidabile” a “abbastanza affidabile” a “sicuramente affidabile”.
Magari la stessa Erika non aveva sufficienti informazioni per pensare che io fossi serio, attendibile, uno che, tra l’altro, non rivelava mai le sue fonti. La serietà di una testata e dei suoi professionisti è una variabile essenziale per il buon funzionamento di un giornale e per la qualità della vita di tutti coloro che vi lavorano, fattorini compresi. Senza serietà, per un giornale che vuole raccontare gli eventi importanti della vita comunitaria c’è poco da fare, muore subito. Una copertina di carta colorata si dimentica immediatamente, la foto degli innamorati di turno pure, anche se sono belli e griffatissimi, è tanto uguale.
«Vabbè – dissi a Erika che continuava a guardarmi sospettosa – parleremo della volpe verde con più calma nei prossimi giorni. Ora devo andare in pizzeria a magiare qualcosa e poi mi devo preparare per l’incontro con Costanza Del Re che mi ha invitato per il tè».
“Costanza Del Re…” ripeté a bassa voce Erika. “La conosco bene. Abita vicino ai miei suoceri. Due dei suoi tre nipoti erano amici dei miei figli. Quando erano piccoli giocavano sempre insieme”. La guardai sperando che continuasse a raccontarmi qualcosa. Magari attraverso la rievocazione di qualche vicenda familiare si apriva una breccia nel suo muro di protezione. Ma Erika non aggiunse altro e dopo poco si girò per salutare un cliente che era nel frattempo sopraggiunto in albergo.
Rimasi lì un attimo a guardare dalla finestra la strada che passava davanti all’albergo. Una strada lunga, dritta e grigia dove non si vedevano passanti, ma solo automobili che sfrecciavano per andare chissà dove, guidate da chissà chi. Le incognite sono proprio una caratteristica del mondo in cui viviamo. Ogni giorno se ne verificano tante e spesso, presi dalla frenesia della vita quotidiana, non abbiamo neanche il tempo di renderci conto che sono tali, delle vere e proprie pozze di buio.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/no-longer-here-19203/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>No-longer-here</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>Pixabay</a>
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