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“Ogni persona è una stella. Ovunque sia, in qualsiasi epoca e sotto qualsiasi cielo. Ha il diritto di brillare. E di tornare a vivere senza più nascondersi”. Matteo Corradini
C’era una volta un bambino che non sapeva di essere una stella. Quando glielo dissero, all’inizio ne fu felice, perfino orgoglioso: sembrava una cosa bella. Ma la sua stella, ahimè, aveva una punta di troppo. Così, poco a poco, cominciò a provare vergogna… E più si vergognava, più la stella cresceva. Dopo un po’, il bambino non si vedeva nemmeno più: si vedeva solo la stella dentro di lui. Qualcosa che cresceva e travolgeva.
Intorno, intanto, le altre stelle correvano di qua e di là, piene di paura. Terrorizzate.
Un giorno, i temibili e spietati cacciatori di stelle le catturarono e le portarono via sui terribili lunghi treni neri…
Con un linguaggio poetico, Il bambino stella racconta la Shoah senza nominarla, affidandosi alla forza della metafora e alla potenza delle immagini.
La stella cucita addosso diventa simbolo di identità negata, di vergogna imposta, di dolore condiviso, per poi trasformarsi in segno di resilienza e luminosa rinascita. Un albo illustrato di grande delicatezza, capace di toccare il cuore e accendere la speranza.
Rachel Hausfater, Olivier Latyk, Il Bambino stella, Lapis edizioni, Roma, 16 gennaio 2026, 32 p.
Rachel Hausfater
Autrice francese di numerosi libri per ragazzi, ha vissuto in Germania, negli Stati Uniti e in Israele. Per 25 anni ha insegnato inglese in una scuola di Parigi. Oggi si dedica interamente alla scrittura, con particolare attenzione al racconto delle vicende della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah.
Olivier Latyk
Ha studiato Tipografia e Graphic design a Parigi e ha perfezionato la sua formazione a Strasburgo. Le sue opere sono comparse in oltre 100 pubblicazioni, in Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Corea. Negli anni ha collaborato con importanti quotidiani e riviste, come il New York Times, il Wall Street Journal, il Washington Post e il Boston Globe. Oggi vive e lavora nel Sud della Francia.
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Il progetto “Curare con la bellezza”, che ANDOS – Ferrara porta avanti con il sostegno del Comune, è nato per offrire alle donne spazi di benessere in cui l’arte diventa strumento di cura, ascolto e consapevolezza. Fra le iniziative, la visita alla mostra di Marc Chagall al Palazzo dei Diamanti, che ha permesso alle partecipanti di immergersi nei mondi di figure sospese, ricordi, sogni, memorie e radici lontane di questo meraviglioso artista. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Marcella Marchi, presidente dell’Associazione nazionale donne operate al seno (ANDOS), Comitato di Ferrara, e con la psicologa Dorina Adelaide Lombardo
La bellezza cura, è un dato di fatto, oltre che provato scientificamente. La rivista VITA ne ha parlato a proposito dell’indagine del Cultural Welfare Center sullo stato dell’arte della prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia e in occasione dell’uscita del libro Art Cure, della psicobiologa ed epidemiologa Daisy Fancourt, che fornisce risposte scientifiche alla correlazione tra esperienza culturale, espressione creativa e ben-essere.
Secondo Fancourt, le canzoni supportano lo sviluppo strutturale del cervello dei bambini, gli hobby creativi aiutano a rimanere resilienti contro la demenza, l’arte visiva e la musica agiscono come farmaci per ridurre depressione, stress e dolore, la danza costruisce nuovi percorsi neurali per le persone con lesioni cerebrali, e partecipare a eventi musicali dal vivo, a mostre e spettacoli teatrali riduce il rischio di solitudine e fragilità future.
In generale, praticare l’arte migliora il funzionamento di tutti i principali organi del corpo. E, cosa più importante, l’arte aiuta non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare e a fiorire. La bellezza, però, è anche quella delle imperfezioni, quella dei sognatori. È pure quella morale, fatta di tatto, attenzione, ascolto e gentilezza.
Alcune politiche socio-sanitarie del Comune di Ferrara hanno fatto propria la convinzione che la bellezza possa essere un fondamentale stimolo a superare la malattia. Così, dal 2024, l’amministrazione comunale supporta il progetto “curare con la bellezza“, promosso dall’Associazione nazionale donne operate al seno, ANDOS, comitato di Ferrara.
La presidente dell’associazione ferrarese, la dottoressa Marcella Marchi, e le psicologhe Dorina Adelaide Lombardo e Chiara Campagnoli portano avanti, con cura e dedizione, le attività dedicate dal progetto dedicato a pazienti e caregiver, ad oggi 20 in totale, volto a favorire un’esperienza mente-corpo che permetta di entrare in contatto con sé stesse, per alleggerire il carico emotivo e mantenere una mente lucida.
“In un mondo dove tutto pare caderci addosso”, racconta la dottoressa Marchi, “c’è sempre più urgenza di dare spazio al bello. Per questo abbiamo dato vita al progetto ‘curare con la bellezza’, dedicato alle pazienti ma anche a chi sta loro vicino. L’arte in tutte le sue dimensioni porta emozioni che aprono alla speranza, crediamo fortemente nella guarigione dalla malattia attraverso l’osservazione delle cose belle”, ci dice.
Tante le attività del progetto, nel tempo: una visita al Bosco Officinale di Mesola, dove le partecipanti hanno ricavato sensazioni positive attraverso profumi naturali e oli essenziali; l’organizzazione di un laboratorio di scrittura dove elaborare un proprio pensiero dalla lettura di due pagine di un libro scelto casualmente; l’esperienza di quadri di Botticelli e Pollock a confronto (una tela incarnava il caos emotivo di una diagnosi di malattia, l’altra, la forza del gruppo che abbraccia e protegge le parti di noi da custodire), la creazione di una canzone con il maestro Andrea Poltronieri e appuntamenti al cinema, come la visione e commento a “La pazza gioia”, una riflessione su fragilità, diversità e accoglienza.
Diverse le motivazioni delle protagoniste nel prendere parte al progetto.
Per Marcella Marchi, medico in pensione che ha prestato lungo servizio presso l’Arcispedale Sant’Anna di Ferrara in qualità di Aiuto responsabile, prevalentemente al Day Hospital (DH) oncologico, la motivazione è forte. “La vera riflessione”, racconta “è relativa al concetto di cura. Bisogna prendersi cura della persona e non solo curarla. La malattia, se aiutata, può essere un’occasione per dare al malato qualcosa di più della cura stessa. Molte associazioni, come ANDOS, colmano una lacuna, quella del dopo, dei difficili momenti a casa, accompagnando le persone attraverso un sostegno fisico e psicologico. Il segreto è tenere insieme le persone, farle entrare in un gruppo che dà loro forza”, continua. “Tanti reparti di oncologia, oggi, cercano di rendere i DH più accoglienti, con pareti colorate che diano una certa serenità”, sottolinea. “Il bello aiuta, su questo mi ha sempre ispirata il ricordo del film “Una breve vacanza”, con la bravissima Florinda Bolkan, la storia di una donna ammalata inviata a passare un periodo di guarigione in montagna, in un posto bellissimo, con una sua funzione sociale fondamentale”, conclude.
La psicologa Dorina Adelaide Lombardo, dal canto suo, racconta: “ho svolto, in passato, il lavoro di infermiera. Serve passione per fare questo lavoro, amore per l’altro, per la persona nella sua totalità. Quando l’Ospedale di Ferrara è stato trasferito dal suo centro città a Cona, tutte le attività principali sono state decentrate. Ho sentito quindi la necessità di fare altro, di cambiare”, continua. “Ciò mi ha portato a completare gli studi di psicologia e a diventare una volontaria presso ANDOS. Nel momento in cui ho iniziato a conoscere i pazienti oncologici, ho capito l’enorme ricchezza emotiva che sanno trasmettere. Volevo che le donne parte del percorso non si sentissero più pazienti da curare e potessero ricominciare a guardare il mondo, con un orizzonte davanti senza limiti”, conclude
Il bisogno di ascolto e la volontà di darlo sono anch’essi doni di bellezza, quella dell’anima.
Se dicembre è un mese freddo, una visita guidata alla mostra di Marc Chagall, presso il rinascimentale Palazzo dei Diamanti di Ferrara (visitabile fino all’8 febbraio), può scaldare.
Ecco allora che ANDOS Ferrara accompagna le partecipanti al progetto nei mondi di figure sospese, ricordi, sogni e radici lontane, di un artista visionario capace di trasformare memoria e sentimento in colore. Dopo la visita, un incontro moderato dalle psicologhe Dorina Lombardo e Chiara Campagnoli, ha dato voce alle emozioni suscitate dai dipinti.
L’arte di Marc Chagall è sicuramente una forma di cura perché le sue opere, ricche di sogni, ricordi, colori e simboli, parlano all’anima, offrendo benessere, conforto, oltre che un ponte tra memoria, speranza e dolore, trasformando l’esperienza umana in bellezza e spiritualità. Vi sono, infatti, anche progetti di arte terapia o di sostegno alle disabilità, come il progetto Calamaio, che usano le sue creazioni per consapevolezza e guarigione.
Quanto a colore e sogno, Chagall usa un linguaggio onirico e fiabesco, con colori vibranti, per evocare emozioni e superare la realtà, portando luce e speranza anche nelle difficoltà.
Ci sono poi memoria e radici: i dipinti attingono a infanzia e tradizioni ebraiche, dando un senso di calore, appartenenza e connessione con le proprie origini, anche di nostalgia.
E, infine, c’è un simbolismo universale: elementi come l’albero della vita, il violinista, gli animali e l’amore simboleggiano la resilienza, la pace, la spiritualità e la trascendenza, unendo culture e fede. L’amore che fluttua sopra la città natale, simboleggia un amore che trascende i limiti e porta a una dimensione quasi angelica, un violinista sul tetto rappresenta la musica e la tradizione che continuano a vivere nonostante le avversità.
Le figure dell’artista sono profondamente connesse con il mondo delle emozioni, meccanismi sensibili da tutelare, da perseguire come “La Pace”, tema della decima sezione della mostra, dipinta nel 1949, al rientro dall’esilio americano. Dopo anni di guerra e sradicamento, Chagall affida a una colomba bianca il suo messaggio di speranza, una necessità per chi ha vissuto l’esilio, la perdita della patria. La colomba porta un libro aperto sulle cui pagine si leggono “La Vie” e “La Paix”, inscindibili, in basso, un uomo e una donna. Emerge la convinzione che la bellezza possa ancora vincere sulla distruzione, che l’immaginazione possa ancora costruire mondi migliori, fatti di amore e memoria
Nella visita organizzata da Andos tutto questo è emerso in maniera esplicita. Le impressioni, diverse da donna a donna, hanno però trovato un filo comune: Chagall parla all’anima, con la sua favola intensa e malinconica. Racconta un’infanzia povera, ma traboccante di affetti, calore e umanità; evoca la nostalgia per la propria terra e le radici che continuano a nutrire la vita, anche quando si è lontani, persi e stanchi; fa sentire che la patria non è necessariamente un luogo fisico esterno ma la sensazione di sentirsi a casa e in ordine con se stessi; ricorda che, anche nel dolore può esistere una luce, un colore, un ricordo che salva e aiuta trovare l’uscita dal tunnel. Questo grande artista rappresenta l’arte di restare in equilibrio.
Ogni partecipante ha riconosciuto qualcosa di sé nelle tele: una sensazione, una memoria, una sfumatura emotiva, la capacità di migliorarsi e rinascere dopo una difficoltà, di superare i traumi, di ritrovare un equilibrio ancorandosi ai valori della vita, dopo tanto fluttuare. La stanza finale con i quadri di fiori riconcilia con il mondo, chiude un cerchio.
È proprio in questa pluralità di vissuti che l’arte mostra la sua forza, regalando speranza.
A testimonianza del suo potere terapeutico, perché permette di esprimere, alleggerire, reinterpretare ciò che a volte le parole non svelano. La bellezza – quella autentica, che tocca e trasforma – può essere parte del percorso di recupero, di rinascita e di riappropriazione del proprio benessere. Nulla di più vero.
Immagini, cortesia ufficio stampa della Mostra, Arthemisia e Fondazione Ferrara Arte
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Il 2025 è stato un anno di grande fragilità globale, caratterizzato da quello che il World Economic Forum (WEF) definisce un panorama di “frammentazione crescente“. Con questo termine si indica una tendenza alla divisione e alla rottura di blocchi precedentemente uniti (economici, politici, sociali), con l’emergere di tensioni, disuguaglianze, nazionalismi e interessi contrapposti, portando a un sistema internazionale più complesso, instabile e diviso in aree di influenza separate.
I conflitti armati tra Stati sono diventati il rischio immediato più grave per la stabilità mondiale, superando persino le emergenze climatiche, demografiche e la povertà. La guerra è una catastrofe devastante che distrugge vite, comunità e ambiente, causando sofferenza umana, fame, impoverimento, migrazioni forzate e danni irreparabili a scuole, ospedali ed ecosistemi, con un impatto profondo e duraturo sulla salute e sul futuro delle persone e dei Paesi.
Il Global Peace Index 2025 mostra un deterioramento della pace mondiale, con lo “spettro della guerra” che condiziona ormai le politiche economiche globali. In Italia, Confartigianato ha stimato che l’instabilità geopolitica del 2025 ha messo a rischio il 40,7% delle importazioni di energia e quasi il 10% dell’export nazionale.
Gli eventi bellici di questo ultimo anno sono stati talmente tanti che fa impressione solo il loro elenco.
– Crisi in Medio Oriente. Secondo i dati di Statista, ad agosto 2025 il bilancio delle vittime nell’area ha superato i 60.000 palestinesi e i 1.700 israeliani dall’inizio delle ostilità nel 2023. L’International Crisis Group ha evidenziato come il conflitto si sia allargato coinvolgendo direttamente l’Iran, oltre a Hamas e Hezbollah, trasformando la regione in un teatro di scontro tra grandi potenze.
– Guerra in Ucraina. Entrato nel suo quarto anno, il conflitto rimane una minaccia primaria per la sicurezza europea. Il Global Risks Report 2025 sottolinea come l’incertezza sul sostegno finanziario internazionale stia portando il conflitto verso scenari di ulteriore escalation o di un congelamento forzato.
– Crollo del Regime in Siria. Dopo 54 anni, il regime di Assad è caduto nel dicembre 2024/inizio 2025, lasciando il Paese in una fase di transizione estremamente violenta e incerta, monitorata come uno dei 10 conflitti più critici del 2025.
– Carestia e Massacri in Sudan. L’ONU (OCHA) ha classificato il Sudan come una delle crisi più gravi al mondo, con costanti uccisioni di massa e una popolazione civile devastata dalla fame.
Secondo l’OCHA, nel 2025 circa 305 milioni di persone hanno necessitato di assistenza umanitaria urgente a causa di conflitti e cambiamenti climatici. Nonostante ciò, il sistema di aiuti ha affrontato un deficit di finanziamenti drammatico, ricevendo solo il 21% dei fondi necessari entro settembre.
Un report del Centre d’Estudis per la Pau dell’Università di Barcellona riporta che il 60% dei conflitti attivi nel 2025 ha registrato un aumento della violenza rispetto agli anni precedenti, alimentato principalmente da lotte per le risorse e crisi di governance.
Quando si afferma che una guerra è causata da lotte per le risorse, si intende che il conflitto armato nasce dalla competizione per il controllo di beni essenziali (petrolio, acqua, minerali preziosi) o strategici, dall’accesso a territori fertili, o dalla gestione dei loro redditi, spesso esacerbato dalla scarsità delle risorse stesse, dal cambiamento climatico, o dalla “maledizione delle risorse”, che rende i governi vulnerabili e alimenta scontri interni ed esterni per il potere e la ricchezza.
Una guerra è invece causata da una “crisi di governance“ quando il conflitto nasce da problemi nel modo in cui uno Stato o un’area è governata, indicando un fallimento delle istituzioni nel gestire conflitti interni, fornire sicurezza, garantire diritti, distribuire risorse o mantenere la stabilità, portando a caos, divisioni, rivendicazioni e, infine, a violenza organizzata o guerra civile/internazionale. Una crisi di governance ha molteplici conseguenze nefaste.
Inefficienza e Corruzione: Le istituzioni non funzionano, sono corrotte, e incapaci di amministrare il paese efficacemente, creando malcontento. La corruzione e l’inefficienza distruggono la fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle istituzioni pubbliche. Quando i cittadini percepiscono che il sistema è pilotato da interessi privati o di parte, si crea un senso di ingiustizia e disuguaglianza sociale. L’inefficienza della pubblica amministrazione può causare più danni dell’evasione fiscale in termini di perdite economiche per il paese. Questi costi si manifestano attraverso uno spreco di risorse, servizi scadenti e barriere legali: norme complesse e poco chiare che favoriscono la discrezionalità e le opportunità di corruzione, ostacolando l’efficienza.
Mancanza di Legittimità: Il governo perde il sostegno popolare perché non rappresenta gli interessi di tutti, magari favorendo un gruppo a scapito di altri. Il fenomeno riguarda la crisi della rappresentanza politica e si verifica quando l’azione di governo viene percepita come parziale o sbilanciata.
Ci sono alcuni importanti meccanismi attraverso cui questo accade, ad esempio la “Cattura dello Stato” (State Capture) che si verifica quando interessi privati o gruppi di pressione (lobby) influenzano i processi decisionali a proprio vantaggio. In questo scenario, le leggi non servono più il bene comune, ma proteggono i privilegi di una minoranza, generando sdegno e senso di ingiustizia nella popolazione. Oppure la “Cattura del Regolatore” (Regulatory Capture) che si verifica quando un’agenzia di regolamentazione, che per mandato dovrebbe agire nell’interesse pubblico, finisce per promuovere gli interessi commerciali o politici dei gruppi che è incaricata di supervisionare.
Svantaggio per i consumatori: Prezzi più alti o servizi di minor qualità a favore dei profitti aziendali.
Percezione di ingiustizia sociale: Quando il governo promuove riforme che favoriscono categorie già avvantaggiate (ad esempio attraverso politiche fiscali agevolate per i redditi alti o tagli ai servizi per le fasce deboli), si crea una frattura sociale.
Gestione della Fiducia e Sfiducia Istituzionale: un governo che non bilancia gli interessi di tutti rischia di trasformare la democrazia rappresentativa in una forma di tutela per pochi, alimentando la totale disaffezione dei cittadini.
Tutti questi meccanismi di deterioramento si acuiscono in situazioni di conflitto prolungato e di violazione costante dei diritti umani, trasformandosi in una crisi sistemica che travalica ogni confine nazionale. In questo contesto, la guerra non si limita alla distruzione fisica, ma agisce come un catalizzatore di instabilità globale: nel 2025, l’insicurezza alimentare ha colpito milioni di persone anche a migliaia di chilometri dal fronte, mentre la sistematica distruzione degli ecosistemi rende interi territori inabitabili per le generazioni future.
Questo dramma geopolitico si estende ormai alla dimensione digitale, dove attacchi alle infrastrutture critiche paralizzano servizi essenziali e minano la sovranità degli Stati, dimostrando che il conflitto moderno è un’onda d’urto invisibile ma totale. Distruggendo i pilastri del diritto internazionale e calpestando la dignità umana, la guerra si conferma un fenomeno globale, che non coinvolge solo chi imbraccia le armi, ma minaccia le basi stesse della convivenza civile e della sicurezza collettiva mondiale.
Fermare la guerra non è quindi soltanto un nobile ideale umanitario, ma è diventata una condizione indispensabile per la sopravvivenza del nostro sistema globale. Se guardiamo allo scenario del 2025, ci rendiamo conto che ogni giorno di conflitto in più agisce come un veleno che si diffonde ben oltre le trincee, colpendo le fondamenta stesse della vita umana.
Inoltre, la guerra sta sgretolando il tessuto stesso della civiltà moderna: il diritto internazionale. Se si accetta che la forza bruta prevalga sulla giustizia, si mette a rischio la sicurezza di ogni nazione. La crisi dei diritti umani e l’esodo forzato di milioni di profughi non sono “emergenze temporanee”, ma il risultato di un ordine mondiale che sta perdendo la sua bussola morale.
Fermare i conflitti significa quindi ridare valore alla dignità umana e impedire che l’odio diventi l’unica lingua parlata tra i popoli. Inoltre, fermare la guerra è un atto di puro pragmatismo: significa scegliere di investire nell’intelligenza, nella tecnologia e nella cooperazione, anziché nella distruzione reciproca. In un mondo interconnesso come quello attuale, la pace è l’unica infrastruttura capace di garantire un domani a un’umanità che non vuole l’autodistruzione.
Nonostante la situazione geo-politica attuale, non va assolutamente dimenticato il cammino possibile verso la pace. La forza della speranza si nutre della resistenza quotidiana di chi rifiuta la logica della violenza. Educare alla pace, promuovere lo sviluppo sostenibile e proteggere i diritti umani, sono atti di fede nel futuro. Si può continuare a sperare, perché la storia insegna che anche i conflitti più lunghi hanno avuto una fine, inoltre la tecnologia e la scienza, se ben usate, possono essere strumenti di unione e conoscenza condivisa per un futuro sostenibile.
In definitiva, sperare nella pace significa credere che la volontà umana di costruire un mondo “buono” sia più forte dell’impulso a distruggere. È una scelta coraggiosa che richiede perseveranza, ma che trova fondamenta reali in ogni gesto di solidarietà e in ogni appello alla ragionevolezza che continua a levarsi da ogni angolo del pianeta.
Infine, avendo io due nipoti giovanissimi, non posso che dedicare un pensiero a loro e ai loro coetanei: “non arrendetevi mai e continuate a credere che la pace sia una meta possibile”. Un augurio per un anno che porti pace nel cuore di ciascuno e su tutta questa terra. Mi auguro che a nessuno piaccia vedere grondare sangue di gente morta inutilmente.
Cover: foto di Annette Jones immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
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Scrive il sindaco Alan Fabbri nell’ultimo post sulla sua pagina Facebook
Siamo tutti un po’ Cenerentola. L’opera lirica messa in scena il 9 e l’11 gennaio 2026 al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara racconta una storia che coinvolge ognuno di noi. In un modo o nell’altro, chiunque può identificarsi o ritrovare echi personali di vessazione e sconfitta nelle vicende dell’eroina. Per lo stesso motivo un po’ tutti gli spettatori possono poi trarre sollievo e piacere dall’altrettanto condivisibile evoluzione della vicenda. Con l’eroina che, dopo aver subito ingiustizie e avversità, attraverso una serie di peripezie riesce a ottenere il riconoscimento del suo valore e ad avere quella che – nella storia – è la più alta ricompensa e garanzia di apprezzamento duraturo ed esclusivo: la conquista del principe.
Una formula così vincente da far sì che la trama di Cenerentola compaia in oltre trecento varianti di tradizioni popolari anche molto lontane tra loro nel tempo e nello spazio, come documentano le ricerche dell’antropologa inglese Marian Roalfe Cox . Si parte dall’egiziana Rodopi del VI secolo avanti Cristo citata da Esopo, per proseguire con la Ye Xian cinese del IX secolo. Nella letteratura occidentale la prima versione è quella della Gatta Cenerentola (1634), scritta in napoletano da Giambattista Basile e ambientata nel Regno di Napoli nel ‘Cunto de li cunti‘. Seguono poi Cendrillon di Charles Perrault (dai “Racconti di Mamma Oca”, 1697) di impostazione più elegante e fiabesca, focalizzata sulla magia e l’aspetto aristocratico-sociale; la Aschenbrödel dei fratelli Grimm (nelle “Fiabe del focolare”, 1812), cruda fino allo splatter truculento, con una morale più severa, che enfatizza il riscatto ottenuto in termini di punizioni e giustizia sovrannaturale. Senza dimenticare la Cinderella del celebre film d’animazione di Walt Disney del 1950, che ha forgiato l’immaginario visivo della principessa.
Nel caso del dramma giocoso allestito a Ferrara, mirabile è il modo in cui Gioachino Rossini ha scelto di mettere in musica la vicenda, affidandola alla narrazione di Jacopo Ferretti (1817). Il libretto – che venne scritto di getto nell’arco di poche settimane – lascia fuori dal palco tutti gli elementi magici e favolosi.
Nella storia vengono invece inseriti quell’umorismo e quella brillantezza comica che Rossini sa poi valorizzare così bene con i suoi ritmi. Tolti gli incantesimi e la magia, la rilettura della fiaba prende toni realistici. Il risultato è più vicino a una visione attualizzata di giustizia ed equità. Il valore che spicca è quello del perdono, come forza (e non debolezza) che azzera i rancori e dà ulteriore luce al trionfo personale, in netto contrasto con gli istinti di vendetta che affollano le antiche favole. Il perdono, l’umiltà, ma anche la grande forza di volontà e la consapevolezza di sé e dei propri valori aggiungono alla trama una valenza di riscatto, sociale e personale, consapevole.
Un’aura di spiritualità avvolge la protagonista. Non a caso il titolo dell’opera è “La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo”. E sul palco del Comunale l’opera – realizzata come coproduzione del Teatro Comunale Abbado di Ferrara e del Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca – evidenzia il valore della personalità a discapito delle apparenze. Non a caso l’incontro dove il principe resta colpito dalla giovane non è al ballo.
Nell’opera rossiniana la fanciulla viene scoperta dal principe in anonimato, con il suo paggio sotto mentite spoglie di mendicante che chiede carità e viene assecondato solo da lei, Cenerentola attenta e generosa a dispetto degli abiti coperti di cenere. E anche alla fine, l’abbraccio domestico tra eroina e principe avviene con i costumi cinerei di Rosanna Monti, composti da una spartana giacchina e gonna dello stesso tono grigio. Una visione etica che pone al centro autenticità e positività come forze capaci di trasformare il destino. Privata degli elementi magici, l’opera attribuisce ogni svolta all’agire umano, alle scelte morali e alla rivincita del perdono sulla rivalsa. Una narrazione che trasmette un messaggio di valore quasi filosofico e invita a credere nella forza silenziosa di altruismo, semplicità, mitezza, ma anche risolutezza. E quella di Cenerentola si delinea come una personalità consapevole dei propri valori, priva di ostentazione e orgogliosa della propria equilibrata rettitudine.
Sul podio dell’Orchestra della Toscana uno dei più giovani e acclamati direttori d’orchestra: l’australiano Daniel Smith. La regia è affidata ad Aldo Tarabella, che enfatizza una lettura visionaria e poetica e interpreta l’opera come una continua metamorfosi scenica, in cui travestimenti, illusioni e giochi teatrali diventano metafora della ricerca di identità e felicità. Le scene sono di Enrico Musenich, i costumi di Rosanna Monti, il progetto luci è curato da Marco Minghetti, le coreografie da Giulia Menicucci, il Coro Arché è preparato da Nicoletta Cantini.
Nel ruolo di Cenerentola è Giulia Alletto, affiancata da Alikhan Zeinolla che veste i panni del Principe Don Ramiro. Accanto a loro Pasquale Greco interpreta Dandini, Gianluca Failla è Don Magnifico, Ilaria Monteverdi e Greta Carlino sono rispettivamente Clorinda e Tisbe capaci di gustose scenette, mentre Valerio Morelli veste i panni di Alidoro.
Tanti applausi alla fine e quella frizzante, un po’ spensierata vaghezza che solo la musica di Rossini sa infondere.
In copertina: La Cenerentola di Rossini nell’allestimeento al Teatro Abbado di Ferrara- foto Marco Caselli Nirmal
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