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La lettera di Maria Sarto di qualche settimana fa (indirizzata a diverse testate giornalistiche locali e riportata qui sotto) esprime la preoccupazione di una cittadina sulla pericolosità di corso Isonzo per pedoni e ciclisti.
A memoria, l’ultimo incidente mortale è di giugno 2024: un pedone ottantaseienne investito mentre attraversava sulle strisce pedonali, deceduto il giorno dopo.
Non è un caso isolato: come riportato nella sua lettera, Maria Sarto cita i dati ufficiali pubblicati online dal Comune di Ferrara (Incidenti stradali (2004-2021), dalla Regione Emilia-Romagna (Monitoraggio incidenti stradali 2010-2024) e da ISTAT (IstatData Incidenti, morti e feriti – comuni).
Questi dati ci dicono che, in Corso Isonzo, nel periodo dal 2004 al 2024 il numero totale di incidenti gravi (cioè con morti e/o feriti) è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno), con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno).
Il rapporto incidenti/anno è in leggera diminuzione, ma con forti oscillazioni.
Da un massimo di 20 incidenti nel 2011, giù fino al minimo di 3 nel 2018 e del 2020.
Negli ultimi 5 anni si è registrato un costante e progressivo aumento.
Nel 78% dei casi (cioè 3 volte su 4) gli incidenti hanno convolto due veicoli (il restante 22% ha riguardato un solo mezzo) e in metà di questi incidenti uno dei due veicoli erano biciclette.
Quasi metà degli incidenti è dovuta ad uno scontro frontale-laterale (cioè in corrispondenza di incroci).
Nel 13% dei casi (1 su 8) si è trattato di investimento di pedoni.
Per questo motivo, mercoledì 25 febbraio alle 18 presso il Centro di Promozione Sociale “Acquedotto” si terrà un incontro (promosso dal Forum Ferrara Partecipata) per illustrare il contenuto di una petizione pubblica in cui chiedere all’Amministrazione comunale una serie di interventi di messa in sicurezza dell’asse di corso Isonzo, in coerenza con gli obiettivi del Piano Urbano di Mobilità Sostenibile.
di Maria Sarto
Ferrara è conosciuta per essere un luogo tranquillo, vivibile, oltre che essere la “Città delle biciclette”, come si legge sui cartelli di accesso alla città.
La bicicletta è il mezzo molto usato dai ferraresi sia per spostarsi nel centro urbano, che per raggiungere le vicine periferie.
Sulle strade di Ferrara, comunque, si nota una massiccia presenza di automobili, lunghe file di auto parcheggiate ricoprono lo spazio ai lati delle strade e contribuiscono a ridurre l’ampiezza della carreggiata, destinata allo scorrimento sia dei veicoli che dei ciclisti.
In Corso Giovecca, uno degli assi di attraversamento carrabile del centro storico, si è intervenuti con una segnaletica orizzontale che ha definito con chiarezza la corsia ciclabile per i ciclisti, i quali muovendosi tra le auto in sosta e quelle in movimento, sono a rischio, perché in balia del comportamento degli automobilisti.
La città avrebbe bisogno di un sistema strutturato di percorsi ciclabili e pedonali, che creino circuiti interconnessi così da formare una rete che colleghi tutte le parti della città. Ad oggi questa non è presente, non bastano i “rammendi”, ma occorrerebbe predisporre di politiche integrate che potenzino le reti ciclabili e il trasporto pubblico sostenibile, proponendosi come sistema alternativo all’uso dell’automobile.
Il trasporto su strada inoltre contribuisce assieme agli impianti di riscaldamento, a produrre l’emissione di gas inquinanti e “l’inquinamento atmosferico è il principale rischio ambientale per la salute pubblica in quanto responsabile dell’aumento di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, neurologiche, oltre ad avere effetti negativi sulla salute riproduttiva e sullo sviluppo infantile”, come si legge nel progetto nazionale “Cambiamo Aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”.
Nella zona medioevale soprattutto, sono state adottate misure per facilitare l’utilizzo della bicicletta, quali il consolidamento e l’estensione delle zone a traffico limitato e l’istituzione delle zone a 30 Km/h.
Nella zona di mia residenza, l’introduzione del limite di velocità a 30 Km orari e lo spazio delimitato per i pedoni in Via Naviglio, separando il traffico automobilistico dalle biciclette, sono state soluzioni apparentemente semplici, ma molto apprezzabili in termini di viabilità e di sicurezza per gli utenti. Altre zone della città dovrebbero essere prese in considerazione, come ad esempio la parte più moderna di Corso Isonzo/ Viale Cavour. Attualmente Corso Isonzo è uno degli assi della città molto trafficati e con alto rischio di incidenti, soprattutto durante le ore di punta, al mattino tra le 9 e le 11 ed al pomeriggio tra le 17 e le 19. Quando c’è maggiore congestione del traffico, aumenta pure il pericolo di incidenti, non solo per le auto, ma anche per gli utenti più vulnerabili come i ciclisti e i pedoni. Ho letto che dai dati estratti da
https://dati.comune.fe.it/dataset/incidenti-stradali (dal 2004 al 2021) e
da https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/mokaApp/apps/MISTER20/index.html (dal 2022 al 2024) il numero totale di incidenti gravi registrato in corso Isonzo è stato di 211 (in media, circa 10 all’anno) con 2 morti e 234 feriti (in media, 11 all’anno). Il 23% degli incidenti (48) è avvenuto nell’incrocio tra Corso Isonzo e Via Cassoli (a ovest) e Via Garibaldi (est), causando 53 feriti. Un altro 36% (75 incidenti) è avvenuto invece in corrispondenza della rotonda con Corso Piave (a ovest) e Via Piangipane (est), con 84 feriti ed un morto.
Io, ad esempio, mi sento molto in difficoltà quando sto per attraversare la via, soprattutto nel tratto da me più frequentato e che va da via Cassoli verso Via Garibaldi, perché anche se le strisce pedonali sono ben segnalate, la via è molto larga ed è difficile prevedere la risposta degli autisti di entrambe le corsie di marcia, per cui parto e mi affido al destino, in uno stato di ansia.
Io non sono un addetto ai lavori, ma penso che la moderazione del traffico per mezzo di dossi prima dell’incrocio o, in alternativa, una segnalazione semaforica con video camera, o anche l’introduzione in Corso Isonzo della velocità 30 Km/h, potrebbero essere interventi utili a rallentare la velocità delle auto, e rendere più sicuro l’utente debole.
Il tema della sicurezza sulle strade è tanto importante che dovrebbe essere al primo posto e andare oltre le visioni politiche di parte, attraverso uno studio attento e continuamente monitorato che permetta in tempi rapidi di adottare modifiche strutturali e soluzioni tecniche che riducano i rischi e la pericolosità delle strade e che abbiano una ricaduta sulla salute di tutti, in particolare per i più vulnerabili.
Maria Sarto, cittadina di Ferrara
Cover: Ferrara, corso Isonzo, pericolo per i pedoni, fare qualcosa – foto Lavocediferrara.it
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Questo non è l’ennesimo articolo che entra nelle motivazioni del referendum del 22 e 23 marzo, cercando di convincervi a votare NO oppure SI. Questo articolo esamina alcune insidiose forzature, che sembrano essere state sottovalutate, e che invece rappresentano situazioni di pericolo per la nostra democrazia, i cui effetti potrebbero manifestarsi con forza in futuro.
Prima di tutto ricordiamoci il motivo per cui dovremo andare a votare. La riforma Nordio cambierebbe diversi articoli della Costituzione: un fatto che non può essere considerato ordinario o banale. Cambiare la Costituzione significa cambiare le fondamenta su cui poggiano tutte le norme che regolano la nostra vita quotidiana; per questo, non è un provvedimento che si può adottare con superficialità. Soprattutto, non si può pensare che chi vince le elezioni abbia mano libera (anche se da qualche anno a questa parte è esattamente questa la convinzione che hanno i partiti politici). E’ stato previsto che le modifiche agli articoli costituzionali debbano essere concordate tra maggioranza e opposizione: ecco perché non basta la semplice maggioranza dei parlamentari, ma è richiesto un quorum dei 2/3. Tuttavia, nel timore di rendere troppo difficile anche apportare piccoli cambiamenti che nel tempo dovessero rendersi necessari, è stata prevista un’ulteriore modalità: se le riforme ottengono il parere favorevole della semplice maggioranza dei parlamentari, si può chiedere che siano i cittadini ad esprimersi, confermando o respingendo le modifiche proposte.
La richiesta del referendum confermativo è stata evidentemente prevista a tutela delle minoranze. La logica è: la maggioranza decide di cambiare alcuni articoli, l’opposizione non è d’accordo e può pretendere che siano gli elettori ad avere l’ultima parola. E invece, in questo caso, il referendum è stato richiesto dalla maggioranza di governo. Perché?
Perché avevano fretta. Perché volevano che si votasse il prima possibile. E il motivo è presto detto: meno la gente conosce il tema su cui si vota, più è facile che voti in base agli slogan o alle proprie simpatie politiche. E ovviamente, questo favorisce chi sembra detenere la maggioranza dei voti potenziali. Man mano che le persone approfondiscono tutti gli aspetti della riforma, il NO recupera consensi. Ed è ciò che sta avvenendo secondo i sondaggi.
Quindi questa è la prima, grave forzatura. Se si vuole cambiare la Costituzione, è fondamentale che le persone siano informate e capiscano esattamente cosa stanno votando. Orientare il loro voto con l’inganno significa renderle pedine inconsapevoli, ma fondamentali per modifiche destinate ad avere un impatto pesante sulla società.
La seconda forzatura sta nell’essersi appropriati di una prerogativa delle opposizioni, di fatto impedendogli di esercitarla. I comitati per il NO hanno comunque raccolto le oltre 500mila firme necessarie per la richiesta del referendum, producendo un risultato a dir poco paradossale. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto valide le firme e la formulazione del quesito referendario; anzi, ha stabilito che questo fosse quello giusto, in quanto quello presentato dal Governo presentava gravi carenze. Quindi, se il quesito giusto è quello presentato dalle opposizioni si rinvia il voto, considerando che la precedente richiesta era stata superata? Ebbene no: si vota con il secondo quesito, ma la tempistica rimane quella del primo. Un autentico aborto giuridico al quale, spiace dirlo, si è prestato il Presidente Mattarella.
La terza forzatura è la più grave. A differenza di quanto accaduto nelle ultime consultazioni, a lavoratori e studenti fuori sede non sarà consentito votare senza tornare a casa. Il motivo ufficiale: non ci sono i tempi per organizzare il loro voto. Rimettiamo insieme i pezzi: il Governo, che ha fatto di tutto per affrettare il voto, a costo di calpestare i diritti dell’opposizione, ci viene a dire che non c’è tempo? In realtà, il motivo della decisione è un altro. Gran parte dei fuori sede sono studenti universitari, e i sondaggi dicono che voterebbero nella stragrande maggioranza per il NO alla riforma. Quindi, per evitare il che il loro contributo possa diventare decisivo, si sceglie di calpestare il diritto al voto di oltre 5 milioni di Italiani. Facile prevedere che solo una piccola parte dei potenziali elettori tornerà a casa per esprimersi, considerando anche che i costi dei trasporti tendono a crescere esponenzialmente all’aumentare della richiesta. E così, senza che nessuno si sia ribellato apertamente, passa una logica che fa davvero paura: se non voti come diciamo noi, facciamo in modo di non farti votare.
All’inizio avevo scritto che non avrei spinto per votare SI o NO: in realtà era una bugia. Non entrerò nel merito del quesito referendario, che invito tutti ad approfondire a parte. Difficile, una volta comprese le logiche e la finalità della riforma, non votare NO.
Ma l’aspetto più inquietante è un altro. Quanto sta accadendo rappresenta un rischio concreto per la democrazia: se passano sotto silenzio queste forzature, alla prossima occasione ne vedremo di peggio. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che una maggioranza democraticamente eletta non possa comportarsi in modo antidemocratico. Abbiamo sotto gli occhi quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove la violenza è la punizione per chi non ha votato “bene”. E poi c’è sempre l’esempio più eclatante: Adolf Hitler fu eletto democraticamente nel 1933. Sappiamo a cosa portò la logica per cui chi vince le elezioni fa quello che vuole.
Pensiamoci bene. Bisogna bocciare una riforma sbagliata e pericolosa, ma bisogna anche fermare una deriva che se lasciata correre potrebbe diventare inarrestabile. E quindi noi possiamo, con solo voto, dire non uno, ma due NO. Uno più importante dell’altro.
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Sulla questione dell’evacuazione urgente di persone e famiglie dai loro appartamenti al Grattacielo di Ferrara, Periscopio ha rivolto alcune domande alla consigliera comunale Anna Zonari, eletta in Consiglio come rappresentante de La Comune di Ferrara. Anna Zonari ha un’esperienza pluriennale di formazione e di progetti di comunità negli enti del terzo settore.
Periscopio: Anna Zonari, Il sindaco Fabbri ha deciso l’ evacuazione del Grattacielo di Ferrara dopo l’ultima relazione dei Vigili del Fuoco. Ha emesso un’ ordinanza contingibile e urgente, che si adotta per fronteggiare pericoli imminenti e imprevedibili di incolumità, sicurezza, igiene o sanità pubblica. In ordine a questo punto specifico, qual è la sua posizione?
Anna Zonari: L’ordinanza contingibile e urgente è uno strumento previsto dalla legge per tutelare l’incolumità pubblica in presenza di un pericolo concreto. Se i Vigili del Fuoco hanno rappresentato un rischio serio e attuale, è evidente che la sicurezza e l’incolumità delle persone viene prima di tutto.
Il punto, però, non è discutere la legittimità dello strumento in sé, ma le conseguenze della sua applicazione. Un’ordinanza di questo tipo non è un atto neutro: ha comportato l’allontanamento forzato di circa cinquecento persone dalle proprie abitazioni. Quando un Comune esercita un potere così incisivo, deve anche assumersi la responsabilità di governarne gli effetti, soprattutto sul piano sociale e abitativo.
Altrimenti parliamo di sicurezza dell’edificio, ma non delle persone.
Allo stesso tempo, è legittimo chiedersi se l’Amministrazione fosse nelle condizioni di agire in modo preventivo, evitando di arrivare ad una decisione così drastica e solo dopo aver corso un rischio così alto. Le prescrizioni dei Vigili del Fuoco sulla necessità di lavori per la messa a norma degli impianti erano note da anni ed erano già sulla scrivania del sindaco: non si è trattato di un fulmine a ciel sereno.
P:Se si fosse trovata da sindaca a dover gestire la situazione creatasi dopo il principio di incendio, quali diverse attività avrebbe posto in essere rispetto a quelle che hanno qualificato l’operato della attuale Giunta? Mi riferisco in particolare alle attività di tutela delle persone coinvolte, che non hanno solo un problema di incolumità personale, ma di vita quotidiana: dove alloggiare temporaneamente, dove poter abitare in futuro.
AZ: Avrei lavorato prima di tutto sulla prevenzione. Proprio perché la situazione era da anni sulla scrivania del sindaco, con tanto di prescrizioni dei Vigili del Fuoco, c’era uno spazio per programmare, con un cronoprogramma serio per la messa in sicurezza e un ruolo di coordinamento molto più forte da parte del Comune che è anche condomino, in quanto proprietario di alcuni immobili.
Governare significa anche anticipare i problemi, non inseguirli quando sono già esplosi. Non avendo agito in tempo, ci si è trovati in emergenza. E lì avrei fatto scelte diverse.
Dopo le ordinanze, subito doveva essere costituita un’unità operativa dedicata esclusivamente alla presa in carico delle persone e delle famiglie coinvolte, con una mappatura reale e completa dei bisogni di tutti gli abitanti, non solo di quelli formalmente classificati come “fragili”. Per questo, avrei potenziato i servizi sociali per lavorare in modo attivo, andando “porta a porta” per dare informazioni chiare e costruire un censimento puntuale delle situazioni personali, lavorative, sanitarie e familiari.
Lo dico anche sulla base di ciò che ho visto in questi giorni: i volontari e le volontarie, che hanno supplito a un evidente vuoto istituzionale, hanno intercettato fragilità e criticità che fino a quel momento erano sconosciute ai servizi. Questo dimostra che, in situazioni straordinarie, il lavoro sociale ed educativo non può restare chiuso negli uffici né limitarsi ad attendere che le persone si presentino spontaneamente.
Trovo molto grave che, proprio perché non è stato fatto un censimento capillare e tempestivo, oggi non siamo nelle condizioni di sapere dove siano finite molte persone, in quali condizioni vivano, se abbiano trovato una sistemazione sostenibile o se si trovino in situazioni precarie, provvisorie o addirittura a rischio di esclusione. Questo non è un dettaglio amministrativo: è il cuore della responsabilità pubblica, perché senza conoscenza reale delle situazioni non è possibile costruire politiche efficaci di tutela e accompagnamento.
Avrei inoltre chiesto immediatamente il supporto del Prefetto per attivare un tavolo di coordinamento stabile e operativo con Regione, Comune, AUSL, ACER, organizzazioni sindacali, terzo settore, per costruire una risposta integrata e non frammentata.
Parallelamente, mi sarei fatta parte attiva nell’intermediazione con il mercato della locazione, coinvolgendo concretamente le agenzie immobiliari e sensibilizzando la cittadinanza, perché a Ferrara tante case sono chiuse e, con le debite garanzie pubbliche, potrebbero essere utilizzate. Avrei richiesto alla Regione l’immediata attivazione degli strumenti previsti dal Piano Casa, perché una crisi abitativa di queste dimensioni non può essere affrontata solo a livello comunale. Parallelamente, avrei utilizzato fino in fondo gli strumenti già a disposizione dell’Amministrazione, a partire da quanto previsto dallo Statuto di ACER, che consente di attivare procedure specifiche in caso di emergenza abitativa, senza intaccare le graduatorie ordinarie dell’edilizia residenziale pubblica.
Questo apre ad un tema importante: a Ferrara esistono centinaia di alloggi in edilizia residenziale pubblica oggi non utilizzabili, molti dei quali potrebbero essere resi agibili con interventi non particolarmente onerosi. In una fase di emergenza, anche questo patrimonio avrebbe potuto e dovrebbe rappresentare una risorsa importante.
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P: Il sindaco ha rappresentato il problema come “una questione privata”, poiché l’incuria che ha generato i problemi di sicurezza dipenderebbe dal fatto che parte dei condomini non ha pagato le quote di propria competenza per garantire la manutenzione del fabbricato. Lei concorda col fatto che si tratti di una questione privata?
AZ: No, non è solo una questione privata.
In un condominio esistono responsabilità dei singoli, certo. Ma qui stiamo parlando di un condominio davvero particolare, grande quanto una delle nostre frazioni, per numero di abitanti. E’ assurdo trattarlo come una normale vicenda condominiale.
Quando il Comune, come un buon padre di famiglia, ti dice “devi uscire per ragioni di sicurezza, per la tua incolumità”, non può poi considerare concluso il proprio compito con la firma del provvedimento e non preoccuparsi di cosa ti accade dopo.
Da quel momento la responsabilità diventa pubblica, perché non parliamo più solo di muri e impianti, ma di persone. Proprio per questo, dopo circa dieci giorni dall’incendio, quando è diventato chiaro che l’Amministrazione stava trattando la vicenda come una questione privata, ho inviato una diffida formale per chiedere che venisse assunta pienamente la responsabilità pubblica della gestione dell’emergenza.
Parliamo di famiglie, di bambini che devono continuare ad andare a scuola, di lavoratrici e lavoratori che in mezzo a questo caos devono continuare a lavorare, spesso pendolari, con turni anche notturni, senza sapere dove dormiranno. Parliamo di anziani spaesati, di genitori costretti a separarsi perché non si riesce a trovare una sistemazione unica.
Dire che è una questione privata significa ignorare tutto questo. Le eventuali responsabilità dei condomini verranno accertate, ma l’emergenza abitativa che ne è derivata non può essere scaricata sui singoli o sul volontariato. Le istituzioni esistono anche per questo: per farsi carico delle conseguenze quando una decisione pubblica cambia radicalmente la vita delle persone.
P:Lei in questi giorni ha assistito sia alla evacuazione delle persone dai loro appartamenti, sia alla fase successiva. A suo avviso il Comune si è attivato nella maniera migliore con i suoi servizi di assistenza alla persona? E ha messo gli enti del terzo settore nelle condizioni migliori per coadiuvare il Comune nella presa in carico?
AZ:Il Comune ha dichiarato di aver preso in carico 76 persone considerate fragili. Ma è evidente che quando perdi casa da un giorno all’altro, diventi fragile anche se fino al giorno prima eri autosufficiente.
A Ferrara trovare casa è già difficile in condizioni normali, per i costi elevati e per le discriminazioni che colpiscono soprattutto i migranti. Cito un episodio che mi ha colpita molto: un abitante del Grattacielo, non italiano, ha chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni su un appartamento e gli è stato risposto che non era disponibile. Dieci minuti dopo, la stessa agenzia è stata contattata da una persona italiana e l’appartamento risultava improvvisamente disponibile. Non voglio generalizzare, ma episodi come questo mostrano che pregiudizio e diffidenza sono ancora molto presenti. Anche per questo era fondamentale che l’Amministrazione svolgesse un ruolo di garanzia e di intermediazione. Il giorno dello sgombero erano presenti un’operatrice e un operatore di ASP, che hanno lavorato in una condizione di forte stress. Non per loro responsabilità, naturalmente: non è realistico pensare di attivare una ricerca di soluzioni abitative solo nel momento in cui le persone sono letteralmente in strada. La domanda è: perché non si è intervenuti prima nella ricerca di soluzioni abitative, considerando che molte persone si erano già rivolte al SSUI, lo Sportello Sociale Integrato?
Asp, in alcune situazioni, non trovando soluzioni abitative adeguate e disponibili ha proceduto dividendo i nuclei familiari: mamme con i figli da una parte e padri dall’altra. Immaginiamo cosa possa significare per i minori, che hanno il diritto fondamentale alla stabilità, alla serenità e alla continuità affettiva, vedersi improvvisamente separati da uno dei genitori a causa di una gestione inadeguata dell’emergenza.
Queste non sono semplici difficoltà logistiche: sono ferite profonde nella vita delle persone, soprattutto dei bambini, che avrebbero potuto e dovuto essere evitate con una presa in carico più tempestiva ed organizzata. Per quanto riguarda il terzo settore, voglio ricordare che, se non fosse stato per l’iniziativa dell’associazione Viale K, che ha messo a disposizione alcune aule per il doposcuola, e per l’impegno dell’associazione Cittadini del Mondo, che si è attivata fin dal primo momento, circa quaranta persone, alla chiusura del Palapalestre, sei giorni dopo l’incendio della Torre B, sarebbero rimaste letteralmente senza un tetto. Il volontariato, nella nostra città, è una risorsa straordinaria per generosità e competenze. Lo abbiamo visto anche con l’ospitalità a San Bartolo gestita da Caritas.
Ma non possiamo permettere che sia lasciato da solo a fronteggiare una gestione emergenziale priva di supporto e di una regia pubblica.
Il volontariato integra, sostiene, accompagna: ma non può diventare la risposta strutturale a un’emergenza che riguarda centinaia di persone. Quando accade, significa che il Pubblico rifiuta le proprie responsabilità e che diritti fondamentali vengono affidati alla buona volontà dei singoli.
P:Il Comune ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione per verificare da un lato la possibilità di trovare soluzioni abitative per le famiglie, dall’altro per studiare l’accesso a forme di credito agevolato e garantito per acquisti o affitti in altre zone della città?
AZ: Per quanto mi risulta, il Comune non ha cercato un collegamento con Prefetto e Regione, ma l’assessora Coletti ha partecipato alla convocazione del Tavolo tecnico di coordinamento indetto dal Prefetto per affrontare le conseguenze dell’emergenza Grattacielo, al quale erano invitati, oltre al Comune stesso, la Regione, le istituzioni sanitarie, le forze dell’ordine, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, i gestori dei servizi essenziali e le rappresentanze del sistema bancario.
Tuttavia, nella dichiarazione ufficiale rilasciata dall’assessora dopo l’incontro, ha voluto sottolineare come l’Amministrazione non abbia compreso né l’oggetto del tavolo né quali interventi socio-economici fossero richiesti, né il ruolo dei 27 soggetti presenti, ribadendo che per il Comune la questione è privata e che il Comune si era già attivato per la presa in carico delle persone “fragili”.
Per quanto riguarda misure come forme di credito agevolato, moratorie sui mutui o interventi con il sistema bancario, al Tavolo il tema è stato accennato, ma per quanto mi risulta non si è poi tradotto in un percorso strutturato di accompagnamento da parte del Comune o di altre istituzioni competenti.
P:Le risulta, come sostiene qualcuno, che si stiano verificando azioni speculative sul Grattacielo per trasformare quello stabile, una volta risanato, in un hub degli affitti brevi?
AZ: Al momento non ho elementi concreti che dimostrino l’esistenza di un disegno preciso in questa direzione. Tuttavia, è innegabile che quando un immobile di grandi dimensioni entra in una fase di crisi, il rischio di operazioni speculative esiste sempre.
Sarebbe anche un’ulteriore grande ingiustizia, perché nella stragrande maggioranza dei casi quegli appartamenti sono abitati da persone che hanno pagato regolarmente le quote e hanno mantenuto a norma le proprie abitazioni. È vero che nel tempo si sono accumulate anche situazioni problematiche: irregolarità, degrado, comportamenti illeciti, difficoltà gestionali. Ma è altrettanto vero che, per la maggior parte, al Grattacielo hanno vissuto e vivono persone per bene: lavoratrici e lavoratori, famiglie, giovani coppie, spesso con lavori poveri o precari, una condizione purtroppo in aumento non solo tra i migranti, ma anche tra tanti nostri giovani.
Per molte persone, il Grattacielo ha rappresentato l’unica possibilità concreta di realizzare il sogno di una casa, grazie a costi di acquisto e di affitto che in altre zone della città sono ormai inaccessibili. Questo non è un dettaglio: è il segno di un problema strutturale.
In una città in cui gli affitti crescono e la precarietà abitativa aumenta, la disponibilità di alloggi a costi calmierati diventa una condizione fondamentale per trattenere e attrarre giovani, famiglie e lavoratori, in una società in cui il lavoro povero e discontinuo non è più una dimensione marginale, ma una realtà sempre più diffusa.
Con una visione politica lungimirante, la crisi del Grattacielo potrebbe diventare un’occasione per ripensare le politiche abitative e per esercitare un ruolo di regia pubblica nella messa in campo coordinata di risorse pubbliche e private, con l’obiettivo di rendere possibile il risanamento dell’edificio, il ritorno graduale degli abitanti in regola nelle proprie case e la ricostruzione di una comunità stabile e dignitosa.
In copertina: cartolina del Grattacielo, tratta da http://www.museoferrara.it/view/s/dce1ff6f14f24787b883115e7336ef56, Archivio Assessorato alla Cultura e Turismo
L'articolo Il Grattacielo non è una questione privata <br> Intervista ad Anna Zonari de La Comune di Ferrara sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
L’economia italiana, nonostante i fondi del PNRR, cresce pochissimo da 4 anni. Ma non è novità. Dopo i primi 30 anni del miracolo economico che ci fecero diventare la 4^ potenza mondiale, è dal 1992 che il Pil reale cresce pochissimo (+0,7% l’anno) e peggio si annunciano i prossimi anni, anche perchè dal 2028 finiscono gli investimenti del PNRR.
Sono 40 anni che il paese ristagna e ciò spiega il crollo dei salari. Lo Stato ha privatizzato le sue imprese ma le privatizzate e le private investono da sempre poco e il progresso tecnico è modesto. Solo quando aumentarono i salari: dopo il 1969 e negli anni ’70 ci fu una grande stagione di investimenti.
Dal 2014 l’occupazione cresce e il Governo se ne fa un vanto, anche se, per la verità, è cresciuta di più nel 2021 e 2022 (Governo Draghi) che negli ultimi 3 anni di Governo Meloni. Perchè cresce? Perché i salari sono diminuiti e perchè molti anziani non vanno in pensione e continuano a lavorare. Infatti crescono solo gli over 50 anni.
Essendo poco pagato il lavoro, conviene fare pochi investimenti in modo che il lavoro sostituisce il capitale.
E non a caso la produttività ristagna e crescono i settori dove il lavoro è mal pagato, a bassa produttività, a scadenza, e ciò spiega perché molti giovani emigrano.
Ci sono poi contratti come quello dei giornalisti scaduti dal 2012. Le regole UE sull’austerità impediscono al governo di spendere in sanità, scuola, infrastrutture (cioè la “buona” spesa pubblica keynesiana). Di grandi imprese pubbliche ormai non ce ne sono quasi più (sono quelle che possono investire su progetti a lungo termini e ricerca). E quelle private investono poco attratte dalla finanza che garantisce rendimenti alti (finché non arriva un grande crash).
La legge di bilancio 2026 è modestissima (circa 22 miliardi di euro) perché bisogna avere “i conti in ordine” e non sposterà nulla. Del resto non si vuole tassare nessuno (neppure i figli dei grandi ricchi che darebbe un’entrata di 20 miliairdi all’anno se solo fosse come quella inglese o americana) e quindi risorse non ce ne sono e quelle poche saranno spese per un riarmo assurdo quanto inefficace, perché solo un’azione congiunta UE avrebbe senso (e si spenderebbe la metà).
Come la Germania, abbiamo sottovalutato la Domanda Interna (scuola, sanità, infrastrutture,…) per 30 anni, riducendo gli investimenti pubblici (specie dal 2009), per cui le case popolari non ci sono, molte infrastrutture sono scadenti, il territorio frana (altro che messa in sicurezza), per non parlare di scuola, sanità e ricerca.
Il Pnrr sembrava la “rinascita”. Disperso in mille voci, deciso dall’alto, ha generato un bassissimo moltiplicatore dell’economia (inferiore all’unità) e tra un anno scadrà. Una spesa che in parte dovremo ripagare in quanto se il moltiplicatore è basso non si autofinanzia.
La disuguaglianza intanto galoppa e si vede bene nei consumi dove solo il 17% delle famiglie aumenta le proprie spese, mentre tutti gli altri tirano la cinghia, per non parlare dei 6 milioni di poveri assoluti e di altri 13 milioni che rischiano di diventare poveri relativi. Siamo ormai a 20 milioni di persone (un terzo) ai margini della società.
La manifattura che regge è quella che esporta e poiché si sono formati oligopoli e rendite nelle utility, banche e assicurazioni e lì che investono (e smanovrano con la regia del Tesoro) molte grandi imprese (vedi Caltagirone, Essilux con MPS/Mediobanca/Generali). Profitti e rendite sono stati notevoli (a scapito dei salari), proprio perché le impese hanno pagato poco il lavoro e investito e innovato meno del passato.
Il Sud è alla deriva: il reddito pro capite resta quasi la metà di quello del Nord, che vuole per questo un’autonomia regionale. Difficile pensare che senza grandi investimenti pubblici in infrastrutture e una nuova “Iri”, gestita in autonomia dalla politica, il Sud possa risollevarsi, visti i modesti investimenti dei privati.
Più si avvicina la sconfitta della UE sull’Ucraina, più si profila un Nuovo Ordine Mondiale, in cui la Ue (e l’Italia) saranno ai margini. La UE (e l’Italia dentro) ha sbagliato tutte le sue politiche (comprese le alleanze) degli ultimi 25 anni.
Dentro la UE l’Italia è semimorta. Da 4^ potenza mondiale nel 1990 siamo declinati insieme ai nostri salari. E pensare che da straccioni che eravamo nel primo dopoguerra (con salari la metà degli inglesi) eravamo arrivati a pari di inglesi, francesi e tedeschi nel 1992. Poi con la 2^ Repubblica e l’ingresso nella UE siamo sprofondati.
Se guardiamo tutti gli indicatori che interessano ai cittadini (redditi, salari, consumi), sono peggiori di quando siamo entrati nella UE.
I consumi delle famiglie residenti (cioè senza i turisti dall’estero) nei terzi trimestri (per avere gli ultimi dati) sono nel 2025 minori di quelli del 2007 (fonte: Istat). Ma lo sono sempre stati negli ultimi 18 anni.
Dal 2007 il PIL Italia è cresciuto del 6%; ma i consumi delle famiglie italiane sono scesi. Poiché il totale dei consumi ha dentro quelli del 20% di famiglie che si sono arricchite moltissimo[1], possiamo immaginare come stiano i consumi delle famiglie povere o anche solo di chi lavora.
Bisogna poi considerare che, a differenza degli ultimi 30 anni, in futuro potremo contare molto meno sull’export. Gli Stati Uniti che ci impediscono di cooperare con Russia e Cina (ma loro ci commerciano), si sono chiusi a riccio coi dazi e la Cina risponde con un’aggressiva politica verso tutti (UE inclusa) ed entra così in sempre nuovi settori in concorrenza con il made in Italy, mentre la Germania di cui l’Italia è il più grande fornitore di manufatti, è entrata in una crisi strutturale da cui cerca di uscire riarmandosi.
Anche i più stupidi capiscono quanto sia importante avere una politica keynesiana di sostegno della Domanda Interna (salari, consumi, investimenti), che conta per metà del PIL, ma non possiamo farlo per le regole UE, per cui siamo condannati alla semi-recessione, anche perché verranno a mancare i fondi del PNRR dal 2027.
Dal 2007 ad oggi le spese per alimenti (e bevande non alcol) sono scese del 10% in termini reali (da 167 miliardi a 150). Stiamo, pertanto, stringendo la cinghia da 18 anni, mentre i media parlavano di crescita e sviluppo. E ciò spiega perché i discount con il loro cibo spazzatura siano diventati un quarto della grande distribuzione.
Così, anche per via dell’invecchiamento, spendiamo 6,5 miliardi in più in cure private rispetto al 2007 (ma di recente abbiamo iniziato a risparmiare anche su questo).
Per i conti in banca e le assicurazioni (che stanno in oligopoli) spendiamo 4 miliardi in più rispetto al 2007 (sempre in termini reali, post-inflazione). Idem per le bollette (acqua, elettricità, gas, + 4 miliardi in più del 2007).
In sostanza i risparmi su cibo e vestiti sono stati spesi per salute e bollette, cioè per finanziare rendite ed extra profitti di banche, assicurazioni e utility e ora anche per i profitti delle imprese Usa che ci vendono il gas al triplo della Russia.
I consumi, già deboli, sono sostenuti da clienti (anziani) che verranno meno nei prossimi anni. I giovani hanno meno potere d’acquisto e avranno pensioni più basse, mentre perdiamo (da 10 anni) 126mila abitanti all’anno. Se in futuro calano i consumi delle famiglie e non crescerà l’export (come probabile), l’Italia entrerà strutturalmente in recessione.
– Ridurre le disuguaglianze, tassare le successioni ereditarie oltre un milione di euro come fanno all’estero[2],
– aumentare la spesa pubblica in infrastrutture, scuola e sanità, aumentare i salari,
– introdurre il salario minimo, il part-time senior (pagato pieno) e il contemporaneo ingresso di giovani full time al lavoro per aumentare la produttività,
– ridurre le rendite di banche e utility, acquistare il gas non dagli Stati Uniti, avviando una nuova politica energetica nazionale.
Tutte cose che non si possono fare stando nella attuale UE. Poiché non possiamo uscire dalla UE, organizziamoci per godere del tramonto italiano, con qualche nostalgia di quando eravamo (1980) la 4^ potenza mondiale, a parte quel 20% di famiglie che scia e vola sempre più in alto e che straparla e si diverte sui media che vediamo.
Note:
[1] Che spiega perché (Fonte Nielsen) alcuni cibi ricchi crescono d volume nell’ultimo anno, come frutta esotica +47%, latte fermentato/Kefir +28%, yoghurt greco colato + 28%. Spendono di più oltre ai ricchi, i più anziani e le famiglie senza figli. Crescono anche del 3% all’anno i consumi per cane e gatto.
[2] E’ il patrimonio dei ricchi che va tassato. Prendiamo i più ricchi in Italia (gli altoatesini) hanno 189 miliardi di € di patrimoni (fonte Banca d’Italia, 2023). 129,4 miliardi (2/3) sono beni materiali (90 miliardi sono case, 39 miliardi edifici commerciali, terreni). Altri 39 miliardi sono titoli, azioni, fondi di investimento e 22 miliardi sono contanti, depositi bancari e risparmi postali. 13 miliardi sono assicurazioni e fondi pensione. Poi hanno debiti per 14,7 miliardi. Ogni abitante avrebbe in media 352mila € pro capite (beni materiali per 242mila € e da attività finanziarie per 139mila €, e debiti per 27mila €.). I trentini hanno invece molto meno: 292mila euro per abitante e 191mila gli italiani, come i ferraresi. Ma poi si scopre che solo il 44% dei lavoratori altoatesini riesce a risparmiare nei prossimi 12 mesi, mentre il 56% dichiara che ciò non sarà possibile. Possiamo immaginare nelle altre aree come si sta.Cover:
In copertina: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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