FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
Che cosa stiamo dicendo, oggi, quando parliamo di amore tra genitori e figli?
E quale idea di crescita trasmettiamo quando rappresentiamo la vicinanza come condizione di sopravvivenza?
Mi è apparso sui social un post che riporta l’immagine di una madre e una figlia adolescente abbracciate strette strette. I volti sono accostati, quasi sovrapposti. La postura non suggerisce soltanto affetto: suggerisce continuità, assenza di scarto, quasi una coincidenza tra i due corpi.
La scritta sottostante la foto afferma:
«Uno studio dimostra che più tempo trascorri con tua madre, più a lungo lei vivrà».
Non rilancio l’immagine né la fonte. Ciò che merita attenzione è la struttura del messaggio.
Non si tratta di un semplice invito alla vicinanza. Viene introdotto un nesso causale preciso: la vita della madre dipenderebbe dalla presenza del figlio. La sopravvivenza dell’Altro viene posta in relazione diretta con la disponibilità del soggetto.
Che cosa implica, simbolicamente, una simile affermazione?
Quale posizione assegna al figlio?
Può un soggetto costruire la propria autonomia se l’allontanamento è implicitamente associato a un rischio per l’altro?
L’amore viene trasformato in garanzia vitale. La relazione diventa condizione di sopravvivenza. Si insinua così un dispositivo silenzioso ma potente: separarsi non è più un passaggio naturale della crescita, ma una potenziale minaccia.
In questa logica, l’autonomia può essere vissuta come colpa. L’indipendenza come abbandono. Il movimento verso l’esterno come sottrazione.
Non è un caso isolato. Questa idealizzazione della continuità assoluta attraversa molte narrazioni contemporanee sulla genitorialità.
Talvolta, anche alcune indicazioni divulgative — per esempio attorno al tema dell’allattamento prolungato — vengono presentate non solo come scelta possibile, ma come misura della qualità del legame. Non è la pratica in sé a essere in discussione, bensì la cornice simbolica in cui viene collocata: quando la durata diventa prova d’amore, quando il mantenimento della fusione viene implicitamente valorizzato rispetto alla progressiva differenziazione, il rischio è di confondere il bisogno con il vincolo.
Ogni processo di crescita implica una differenziazione. Diventare adulti significa poter non coincidere con l’altro, non essere il suo sostegno necessario, non farsi carico della sua esistenza. Significa riconoscere che l’altro vive della propria responsabilità.
Quando si suggerisce che il tempo trascorso insieme prolunghi la vita di una madre, si introduce un debito simbolico: io vivo perché tu resti. È un debito che non può essere saldato, perché non riguarda un gesto, ma l’essere stesso del soggetto.
Va però fatta una distinzione. Diventare adulti, autonomi, implica sempre il riconoscimento verso i genitori di un debito simbolico: ci hanno dato la vita, anche se non l’abbiamo chiesta. Questo è un dato strutturale dell’esistenza, non un ricatto affettivo. Ma cosa diversa è utilizzare quel debito come leva nella relazione, trasformarlo in argomento implicito contro la separazione.
Se non distinguiamo questi due piani, rischiamo di confondere ciò che fonda la possibilità di crescere con ciò che può invece ostacolarla.
Quali effetti produce, nel tempo, una narrazione di questo tipo?
Favorisce legami liberi o consolida dipendenze?
Aiuta a costruire adulti capaci di relazioni paritarie o rafforza legami fondati sulla paura di perdere?
Un legame che non ammette separazione non genera autonomia. Genera cattura.
E dove non si costruiscono soggetti distinti, ma identità dipendenti, la relazione rischia di trasformarsi in controllo, paura della perdita, difficoltà a tollerare l’alterità.
Se vogliamo parlare seriamente di prevenzione — non solo della violenza esplicita, ma delle sue radici culturali e affettive — dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro il valore della separazione come condizione dell’amore, non come sua negazione.
Nessun figlio può essere posto nella posizione di garante della vita di un genitore.
L’amore che sostiene è quello che consente di andare via senza trasformare l’assenza in colpa.
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Jack Dorsey è l’informatico che ha fondato Twitter (ora X) ed è il CEO di Block, leader nei sistemi POS negli Stati Uniti. Ha annunciato il licenziamento del 40% del personale di Block, e non ha motivato la decisione con una crisi aziendale, ma con il fatto che gestire l’azienda con l’intelligenza artificiale anziché con gli esseri umani è molto più conveniente. La reazione della Borsa è stata entusiasta: le azioni della società sono cresciute del 24%. Pensa che Dorsey è considerato un filantropo, per le numerose iniziative sociali finanziate in passato: in questi tempi oscuri evidentemente la patente di filantropia scaturisce dal saldo algebrico tra benefatture e nefandezze.
Questo è solo l’esempio più eclatante e attuale di quanto sta accadendo e accadrà in molte aziende, non solo di software. La logica è elementare nella sua brutalità: la tecnologia AI progredisce molto velocemente, e rende antieconomici oppure obsoleti una quantità di lavori che fino a ieri erano svolti da umani. Antieconomici, nel caso in cui l’AI consenta di fare le stesse cose che fanno gli umani a costi molto inferiori; obsoleti, nel caso in cui l’AI consenta una gestione aziendale più rapida ed efficiente di quella fino ad oggi amministrata con collaboratori appartenenti alla specie umana. In realtà, questi due aspetti vanno rapidamente a coincidere: AI è meno costosa e contemporaneamente più efficiente.
Catastrofista? Me lo auguro di cuore, ma questa cosa non la dico io. La dicono i padri dell’intelligenza artificiale, coloro che ne hanno sviluppato e monitorato le potenzialità e i progressi, fino a rendersi conto e dichiarare che loro stessi non sono in grado di garantire né quale sarà l’evoluzione dei sistemi che vanno sotto il nome generico di AI generativa, né se riusciranno a controllarne l’utilizzo. Il primo è stato Geoffrey Hinton, ormai più di due anni fa. Hinton è un informatico che ha iniziato ad allenare le reti neurali artificiali già 50 anni fa. Nel 2023 si è dimesso da Google per poter lanciare liberamente il seguente appello pubblico: “Mitigare il rischio di estinzione (del genere umano) a causa dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale insieme ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare“. Chiaro, semplice, comprensibile, drammatico. E’ come se Hinton avesse detto: il sistema che ho contribuito a creare non lo controllo più, è lui che può controllare me. E’ un upgrade dell’allarme che Szilard ed Einstein diffusero nel 1939 sul programma atomico della Germania nazista: in quella circostanza, i due fisici suggerirono al presidente USA Roosevelt di intensificare le ricerche dei “buoni” per contrastare e anticipare il progetto militare dei cattivi. Da lì nacque il progetto Manhattan di Oppenheimer. A posteriori, sappiamo chi furono gli unici – fino ad oggi – a utilizzare la bomba atomica contro esseri umani innocenti: furono i “buoni”, sulla popolazione di Hiroshima e Nagasaki (Einstein ammise che quell’appello fu il più grande errore della sua vita, e divenne in seguito un grande sostenitore del disarmo nucleare). La differenza è che Hinton non lancia l’allarme contro un nemico esterno: dichiara che la sua creatura può diventare il suo nemico, e il nemico dell’umanità. Un nuovo mostro di Frankenstein, con la differenza che la creatura mostruosa era frutto dell’ immaginazione della scrittrice Mary Shelley, mentre l’intelligenza artificiale generativa è reale.
Poi ci ha messo il carico Matt Shumer, giovane imprenditore di un’azienda che sviluppa un software di assistenza alla scrittura basato sulla AI. Dopo aver provato le ultime versioni di Claude, l’AI di Anthropic, e GPT di OpenAI, Shumer ha scritto un post intitolato Something Big is happening (qui il testo integrale) divenuto ipervirale, recante tra le altre la seguente affermazione: «dico all’AI cosa voglio, mi allontano dal computer per quattro ore e, al mio ritorno, trovo il lavoro completato. Fatto bene, fatto meglio di come l’avrei fatto io, senza bisogno di correzioni». Questa in effetti non sembra la rappresentazione di un assistente: questa è la descrizione di un professionista autonomo (dagli umani). Altra affermazione di Shumer è che alla domanda su quale tipo di lavoro intellettuale umano verrà messo in pericolo, la risposta è tutti. Nel medio termine, niente di ciò che si può fare con un computer non potrà farlo l’AI. «L’AI non sta sostituendo una competenza specifica. È un sostituto generale del lavoro cognitivo. Migliora in tutto simultaneamente». Secondo Shumer, le successive versioni delle AI sono ab origine concepite in modo di automigliorarsi da sole, senza bisogno dell’intervento umano. Come si usava dire di un animale particolarmente intelligente, “gli manca la parola”: ben presto, alla AI, secondo l’apocalittico post di Shumer, non mancheranno nemmeno empatia e capacità di provare emozioni – si tratta di vedere quali. Lo scarto, rispetto alle precedenti evoluzioni della tecnologia, sembra essere: in passato l’umano doveva almeno apprendere le tecniche di utilizzo di un software (o di un hardware contenente un software) per averne un beneficio. Da ora in avanti, non ci sarà bisogno di imparare a usare l’IA: basta darle un compito e fa tutto da sola, più rapidamente e meglio di un essere umano.
Se tutto questo non fosse già abbastanza inquietante, ci pensa il Pentagono del deficiente Hegseth a gelarci il sangue. La storia in breve è questa: il biofisico Dario Amodei se ne va da OpenAI perché l’azienda non accetta di inserire limiti etici in materia di utilizzo dell’AI in materia militare e di sicurezza. Fonda una nuova azienda, Anthropic, dandole la veste giuridica di Public Benefit Corporation, cioè un’ impresa certamente a scopo di lucro, ma che combina il profitto con uno specifico beneficio pubblico definito legalmente, come la sostenibilità ambientale, l’istruzione o il bene sociale, e con dei precisi limiti etici. Il suo braccio destro umanistico è Amanda Askell, la filosofa che ha scritto l'”anima” di Claude.
Claude è l’AI di Anthropic. Il lavoro di Askell, come ha scritto il Wall Street Journal, è “insegnare a Claude come essere buono”. Il 27 febbraio 2026 Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono che chiedeva di rimuovere i limiti di Claude sull’ utilizzo di armi autonome (tipo i droni) e sulla sorveglianza di massa (tipo quella che Palantir esercita sui cittadini americani al servizio delle nefandezze di ICE, o per tracciare i movimenti dei palestinesi e ammazzarli mentre rientrano nelle loro case). Per tutta risposta, Trump ha ordinato di bannare Anthropic da tutte le agenzie del governo federale che lo usano. Amodei ha risposto: “Nessuna intimidazione cambierà la nostra posizione.” Intanto migliaia di consumatori stanno migrando da OpenAI a Claude (che fino a ieri non funzionava: misteri del web o ritorsioni immediate?)
Claude è oggi un asset strategico: sembra infatti l’unico modello di AI disponibile nei sistemi più riservati dell’esercito statunitense ed è considerato quello con le migliori performance nelle attività di intelligence. Il Pentagono ha un contratto da 200 milioni di dollari con Anthropic. Ma essere geniali e possedere una morale è un problema. Se sei un genio e crei qualcosa di geniale, devi permettere al potere che ti paga profumatamente di utilizzare questa creazione senza alcun limite etico. Altrimenti sei fuori, come in The Apprentice. In questo agghiacciante, brutale scenario deumanizzato, sapere che la differenza tra una AI cattiva e una buona dipende da una filosofa e non da un ingegnere costituisce una paradossale, grottesca speranza per una specie, quella umana, che ha smarrito il senso di sè.
Quello che l’avvento dei sistemi di AI prefigura, richiama l’immagine di qualcuno che sta segando il ramo dell’albero sul quale è seduto. Questo qualcuno potrebbe essere il sistema del capitale consumista. Se tu non utilizzi più il lavoro delle persone che, in misura maggiore o minore, acquistano e consumano le cose che produci, i casi sono due: o continui a pagarle anche se non utilizzi più la loro capacità di lavoro, oppure lo Stato deve pagarle al posto tuo. Nel primo caso devi rinunciare a una parte consistente dei tuoi utili (ma allora a che scopo sostituire gente quando devi continuare a pagarla?); nel secondo caso, lo Stato deve tassare molto maggiormente di adesso i tuoi profitti, per finanziare la sussistenza dei consumatori che restano senza impiego – e la sussistenza consumistica non è paragonabile a quella del post dopoguerra.
Sembrerebbe la miccia ideale per innescare una metamorfosi radicale del capitalismo consumistico. Non certo una sua estinzione: tutte le volte, nella storia moderna, in cui eventi eccezionali hanno fatto pensare alla caduta del sistema, il sistema ha trovato il modo di autorigenerarsi. Certo, negli ultimi trent’anni il sistema si è rigenerato ampliando il crepaccio tra i pochi ricchissimi e i tantissimi sopravviventi, ma comunque ha consentito al grosso della popolazione del cosiddetto occidente avanzato, e anche ai popoli dei paesi BRICS, di avere i mezzi economici, procurandoseli spesso a debito, per consumare i beni e i servizi prodotti. Il raggelante e suggestivo interrogativo che l’avveramento delle previsioni apocalittiche sull’AI pone, è proprio questo: come il sistema provvederà a finanziare i consumatori (cioè tutti noi) che rimarranno progressivamente privi di denaro, classicamente inteso come lo scambio tra la prestazione di manodopera e il salario (poco o tanto che sia). A meno che, naturalmente, tutto questo gigantesco problema non venga derubricato dal subentrare di un’emergenza peggiore in quanto esistenziale, quale la deflagrazione su scala globale della terza guerra mondiale: la prima con un pianeta Terra foderato di armi atomiche.
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Due libri ci aiutano a capire perché fatichiamo a capire come sta cambiando il mondo. Il primo è di Pino Arlacchi (La Cina spiegata all’Occidente, ed, Fazi, 2025 pag. 520, 20 euro), il secondo è di Luca Ciarrocca (L’anima nera della Sillicon Valley, ed. Fuoriscena, 2026, pag.295, 19,5 euro).
Arlacchi, sociologo, già collaboratore e amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino, è stato a lungo direttore esecutivo del programma anti-droga dell’Onu e studia la Cina da 50 anni.
Ci dà un quadro oggettivo non solo della millenaria civiltà cinese ma delle caratteristiche attuali che sono quelle di un “socialismo di mercato” dove lo Stato guida il mercato producendo prosperità. Ha eliminato 850 milioni di poveri ed è già leader mondiale in metà delle principali 64 tecnologie, per cui gli Stati Uniti la considerano il nemico contro cui combattere, per non perdere la leadership sul mondo nel XXI secolo.
Per questo molti temono una guerra tra i due titani, ma secondo Arlacchi non ci sarà per tre buone ragioni. La Cina non ha una cultura espansionista (al massimo ingloberà Taiwan), non vuole una guerra con gli Stati Uniti e sa bene che il tempo delle guerre aperte (invasioni di altri Stati, come la Russia con l’Ucraina) non sono possibili, infine perché là dove ci sono popolazioni contrarie ad essere invase nessun esercito può prevalere. La Russia infatti può portarsi a casa Crimea e Donbass in quanto zone russofone.
La Cina diventerà invece un leader mondiale e il suo successo economico sarà anche sociale.
Ciò rischia di mettere in crisi il modello americano di “democrazia” neoliberista che è in piena crisi. Non si sta rivelando vera infatti la previsione dell’economista Daron Acemoglu (premio Nobel 2024, per molte altre considerazioni molto apprezzabile) che ha scritto, in Perché le nazioni falliscono, dell’inevitabile rallentamento cinese, in quanto, secondo lui e l’altro autore (James Robinson), solo un sistema capitalistico a democrazia liberale (e con forti connotazioni sociali) può produrre prosperità.
Il problema è che gran parte degli economisti ed esperti occidentali sono figli di una cultura accademica e di teorie che sempre più spesso impediscono di leggere ciò che accade nella realtà, perché la realtà non conferma le teorie che hanno studiato. La regina Elisabetta chiese alla London School nel 2008 come mai solo 6-7 economisti su 20mila avessero previsto la crisi devastante dei sub prime.
Lo stesso motivo per cui Draghi & C. non capirono che la Russia non sarebbe crollata con le sanzioni da lui proposte, nonostante avesse un PIL pari al 10% di tutto l’Occidente.
Il fatto è che l’economia dominante si proclama “neutrale”, ma in realtà copre spesso scelte ideologiche ed espelle dalle sue analisi storia, diritto, il ruolo del conflitto sociale, la cultura, etc.. Un altro esempio è aver sostenuto per decenni nella UE privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati, austerità (Germania in testa) e oggi il suo contrario, che si può aumentare la spesa pubblica a sostegno del mercato interno (sia tedesco che europeo) per il riarmo, ma non per innovazioni green, clima o case popolari. Così come aver sostenuto tassi zero come BCE per tanti anni o che federare i portafogli (moneta e mercati) avrebbe federato i cuori, creando gli Stati Uniti d’Europa o che i dazi di Trump avrebbero prodotto un’inflazione gigante.
Luca Ciarrocca analizza invece biografia, idee e successi di Peter Thiel, forse il modo migliore per capire in profondità perchè la svolta americana di Trump durerà. Thiel è un giovane studente di Stanford diventato miliardario dal niente, investendo come venture capitalist su business di successo (da Paypal a Palantir). Laureatosi in filosofia, sin da quando era studente, ha fondato Stanford Review con idee di destra anti-sistema contro il capitalismo liberal americano degli ultimi 30 anni che non difende a sufficienza la cultura occidentale, che ha prodotto de-industrializzazione, debito pubblico e deficit commerciale e fatto crescere la Cina come nuovo gigante. Le sue idee sono alla base del successo del movimento MAGA e potrebbero reggere a lungo, al di là dello stesso Trump.
Cosa contestava in sintesi Thiel? Un’America dove l’ideologia dominante era quelle delle università e dei media (entrambi dominati dalla cultura dei Dem) che stava gradualmente indebolendo gli Stati Uniti economicamente in quanto imponeva regole e tasse agli innovatori, credeva nella concorrenza, nell’inclusione delle minoranze con università e media che sostenevano idee conformiste di democrazia liberale e cultura woke, sanzionando coloro che avevano idee eterodosse (come le sue), per esempio che si fa successo seguendo le tappe classiche: prima ti laurei, poi lavori negli studi o imprese migliori, rinunciando alle proprie idee da innovatore.
Per questo ha creato una fondazione che investe sui giovani di talento da cui sono usciti molti miliardari tra cui quel Vitalik Buterin di Ethereum (una criptovaluta da 400 miliardi capitalizzazione).
Thiel oggi è diventato non solo uno dei più autorevoli innovatori nel mondo digitale (Palantir è l’azienda leader mondiale sul controllo e la sorveglianza che vende il suo software a Pentagono, Cia, Israele etc.), ma ha una rete segreta di imprenditori, banchieri, venture capitalist, politici bi-partisan (repubblicani e democratici) che discutono in segreto (Dialog) per influenzare le principali scelte dell’Amministrazione Trump.
Altro che Gruppo Bilderberg che almeno pubblica sul suo sito la lista dei partecipanti. Dialog è uno dei tanti gruppi segreti (ma il più efficace) che orienta le politiche dei Presidenti degli Stati Uniti (di oggi e di domani) e che costruisce infrastrutture private (come Palantir, Starlink,…) che diventano il cuore dello Stato.
Noi ci lamentiamo di città cinesi dove si sperimenta il controllo sociale a punti, ma già oggi Palantir profila tutti noi. E James David Vance, prossimo candidato a presidente, è una totale creazione di Peter Thiel.
Il che mostra che nelle democrazie occidentali i politici sono ormai esecutori di linee guida di gruppi finanziari e tecnologici che puntano a creare le condizioni ideali per i loro business e per battere chi cerca di minare sia le loro posizioni monopolistiche, sia la leadership mondiale degli Stati Uniti da cui traggono linfa. Ecco perché Cina (ma anche UE) sono nemici esistenziali. L’economia dell’America, se vuole essere vincente, si dovrà basare – secondo Thiel- su grandi monopoli di tecnologie avanzate e Intelligenza Artificiale, tasse minime, niente regole all’innovazione, sistemi di controllo di massa segreti (per prevenire immigrazione illegale, criminalità, oppositori).
L’Anticristo (Thiel usa queste espressioni da finto cristiano e cita passi biblici) si mostra come chi vuole redistribuire la ricchezza con più tasse e più welfare, imporre regole agli innovatori, vincoli ambientali e burocrazie (…comunisti o progressisti).
Un’ideologia di destra che vuole un’autocrazia verniciata di democrazia, basata su nuove tecnologie & Intelligenza Artificiale, criptovalute, distruzione di contrappesi legali o controlli bancari e una privacy limitata a chi governa.
Anche quando Peter Thiel inventa nel 1998 PayPal a 32 anni (insieme al polacco Nosek e all’ucraino Max Levchin, l’ingegnere che scrive il codice e inventerà il sistema antifrode che in futuro sarà la chiave per Palantir), l’idea non è tanto migliorare i pagamenti ma creare una nuova valuta mondiale e un nuovo monopolio (che non riuscirà in quanto sono più forti Visa e Master-card).
Per arrivare al cuore delle Istituzioni bisogna però anche coinvolgere chi conta (politici), per questo servono relazioni e un populismo come ideologia “sottostante” che trovi ampi consensi tra i poveri e operai che vogliono soldi e sicurezza (fuori gli immigrati illegali) da “vendere” ai politici di destra insieme alle proprie tecnologie di sorveglianza (per fare soldi) e criticare i limiti della società liberal dem che promette una prosperità che non arriva mai (anzi). Temi veri, ma la cui risposta (di destra) per poveri e operai è peggiore della ricetta Dem.
Un approccio libertarian right che ha visto questi innovatori, geniali, furbi, immersi in un mondo solo tecnico dove l’orizzonte è solo successo e soldi (e sesso, vedi la rete Epstein, che investe 40 milioni in Valar Ventures, fondo finanziario di Peter Thiel, fonte New York Times).
Thiel, uno dei pochi che ha studiato filosofia, dà profondità ad un pensiero di destra tra alta filosofia e misticismo (seppure satanico) ad americani (ricchi, potenti, suprematisti) che non hanno ancora capito che esistono altre culture, che l’uomo non è una macchina, che esiste la spiritualità e l’umanesimo e che non si può governare il mondo con un gruppo elitario dei “migliori” che tutti sorveglia per farlo “funzionare” al meglio.
L’oro del futuro non è quello materialista dei lingotti o dei profitti, ma quello che fa fiorire gli esseri umani come creatori e non come massa amorfa da sorvegliare.
Ciò che interessa a Thiel non è se un prodotto è buono o serve, ma “se funziona”. Per Thiel siamo minacciati da un governo mondiale che controlla tutti. Un giornalista gli chiede: “ma non è lei l’Anticristo di cui parla visto che possiede l’azienda leader nella sorveglianza?”.
Il pericolo di manipolare coi media e AI e sorvegliare milioni di individui è reale, una forma di “fascismo” molto più concreta dei nostalgici del ventennio.
Idee di destra, di “fascismo digitale”, funzionaliste, di potenza, controllo e segretezza di un mondo dove ci sono pochi vincenti e molti perdenti, che fa scivolare l’America in un assetto autocratico, in contrasto con l’umanesimo (se ancora c’è) europeo.
Per questo come disse Nietzsche “E se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso finirà col fissare dentro di te”. Non sarà semplice quindi per l’élite UE stare alleati con gli americani (anche con chi verrà dopo Trump).
In copertina: Caricatura di Peter Thiel – https://www.flickr.com/photos/donkeyhotey/54074892844
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Vado per intuizione. Così è stato quando per la prima volta mi sono imbattuta nel tema della maternità surrogata; parliamo di più di 10 anni fa. Quando incrociai questo tema fu come ricevere un pugno nello stomaco. Un urlo uscì dalle mie viscere, era chiaro e netto: questa pratica era una pratica disumana che cancellava alle sue radici il senso stesso di essere umano. Fu una rivelazione anche del mondo in cui abitavo e vivevo. Com’era possibile che si fosse andati così avanti in queste ricerche mediche, in queste pratiche senza che l’opinione pubblica si fosse realmente accorta di dove tutto ciò l’avrebbe portata?
Scrissi un romanzo Il mio nome è Maria Maddalena (Marlin editore, 2019) perché sentivo che la verità ancestrale dei corpi (in particolare dei corpi delle donne) doveva trovare spazio e voce dentro l’oscurità che avvolgeva il dibattito “ progressista” sulla maternità, sulle nuove famiglie, sulla costruzione ingegnerizzata dell’essere umano come frontiera positiva per la sicurezza e la salute dei futuri umani (o forse sarebbe meglio dire transumani).
La tesi di fondo del romanzo è proprio che l’Occidente, che progressivamente ha tagliato il suo legame con la sacralità della natura, ha scelto di trattare i corpi delle donne con la stessa visione estrattivista che ha riservato alla natura e ha convinto le donne che il loro materiale biologico e il loro servizio riproduttivo ha un valore economico che varia a seconda dei geni e delle caratteristiche biologiche di cui sono portatrici inserendole nella logica di mercato come beni da cui estrarre ricchezza.
L’intuizione del romanzo è che la via della salvezza è tutta racchiusa nella saggezza dei popoli indigeni che non si sono mai disconnessi dalla Sacra Natura (“Il concetto del continuum” di Jean Liedloff); è lì che dobbiamo tornare a guardare anche se le èlite non lo vogliono affatto. La certezza raccapricciante invece è che l’eugenetica non è mai sparita dai laboratori di ricerca degli scienziati dei nostri tempi.
Per raccontarla in maniera positiva si è detto che era non solo conveniente ma bello e giusto, per la società occidentale, spostare la riproduzione dentro ai laboratori e ottimizzare la capacità riproduttiva dei corpi delle donne e, contemporaneamente, si è dato valore sempre di più alla narrazione che i corpi sono come macchine a cui è sempre possibile sostituire il pezzo danneggiato e che la biologia si può forzare, che la differenza tra uomo e donna non è poi così netta (cultura Woke). “Gli uomini possono rimanere incinti?”, domanda posta da un senatore americano in una commissione, avvenuta solo un mese fa sugli effetti avversi di un farmaco abortivo; e la ginecologa chiamata a rispondere che esita e poi dice “io mi occupo di persone con diverse identità di genere…” . La domanda più volte ripetuta non ha trovato risposta (vedi Qui il video)
Una verità scientifica incontrovertibile che diventa paradossalmente il campo di manipolazione del pensiero perpetuata dalla Scienza stessa. L’ingegnerizzazione della natura, gli OGM, i brevetti sui semi delle piante , le distese di monoculture, gli esperimenti di clonazione di animali e i semi ingegnerizzati, sono stati tutti i passi necessari per giungere a colonizzare i corpi umani e a rendere accettabile ciò che mai avremmo accettato.
Oggi con le rivelazioni degli Epstein files sappiamo che scienziati e persino premi Nobel, tutti facevano la fila per ricevere da lui fondi e favori . Sappiamo che Epstein aveva una vera ossessione per il transumanesimo e l’eugenetica, che perseguiva l’idea di “migliorare” la razza umana attraverso la manipolazione genetica e la riproduzione selettiva.
Sappiamo che chiese a Virginia Giuffrè di fargli da madre surrogata – cosa che poi non si realizzò- . Si vocifera anche che volesse trasformare il suo ranch in un “baby ranch” dove mettere incinte donne per diffondere il suo DNA e creare una così detta “super razza”.
Di certo sappiamo che ha finanziato con tantissimi soldi moltissimi progetti di ricerca in diversi ambiti delle scienze e che, nonostante la condanna di pedofilia del 2008, molti personaggi influenti del mondo della politica, della scienza, rappresentanti di grandi organizzazioni mondiali hanno continuato a frequentarlo e a dibattere con lui sui grandi temi dell’umanità.
Dunque quell’urlo viscerale che uscì dal mio ventre più di 10 anni fa è la prova che il mio corpo rifiutava una visione del mondo meccanicista e forse intuiva che quella visione di mondo era ancorata a un processo di disumanizzazione lento ma progressivo che affondava le sue radici nel secolo scorso e che è proseguita indisturbata grazie alla cinica e perversa manipolazione del pensiero collettivo da parte di pochi bilionari definiti Filantropi da un sistema ad essi collegato e dimostra che tutte le istituzioni occidentali in cui credevamo, non avevano gli anticorpi per resistere a un’ideologia frutto di un pensiero malato, perverso e davvero agghiacciante: il transumanesimo.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/m_wie_moehre-31883482/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8338691″>M_wie_Moehre</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8338691″>Pixabay</a>
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Leggete, ascoltate, guardate. Non c’è molto da dire, chiunque (anche tu che giuri di no) ha passato qualche minuto in compagnia di Sanremo 2026. Sul tema hanno fatto esercizio sociologi e massmediologi. Io non ci provo neppure.
Mi viene solo da dire, guardando anche al vincitore, che l’Italia e gli italiani non vogliono guardare avanti. O piuttosto non possono, e preferiscono una canzone di sessant’anni fa, quando il 68 era ancora da venire e le “ugole d’oro” si moltiplicavano come conigli e ci scassavano i timpani.
Invece no, in mezzo a tutto, in mezzo a questa fiera della dimenticanza, le parole, la musica e la voce di Ermal Meta. Stella Stellina è una canzone bellissima. E qualcosa di più. Quel di più che oggi è sempre più soffocato.
Leggete, ascoltate, guardate. Non serve aggiungere altro.
Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più
Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Ho trovato la tua bambola
Mi è sembrato di vederti ancora
Eri così piccola
La stringevi fino a sera
È passata già un’eternità
O solamente un’ora
Da quando nel cielo una nuvola
Risale dalla tua casa
Dalla mia casa
Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più
Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Ho cercato di strapparmi il cuore
Perché senza non si muore
Ma ho avuto paura nel mentre
Di non sentire più niente
Ho pensato anche di scappare
Da una terra che non ci vuole
Ma non so dove andare
Tra muri e mare non posso restare
Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più
Dalla collina si attende primavera
Ma non c’è quel che c’era
Non ci sei più tu
Fiori in un cortile con le pietre intorno
Come le farfalle hai vissuto un giorno
Figlia di nessuno, melodia di un canto
Quello della gente che ti ha amato tanto
Oh, mia bambina, la notte è nera nera
La rabbia e la preghiera non basteranno più
Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu
Stella stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più
Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu
Non ti ho dimenticato
Aspetto il tuo ritorno
Come le farfalle
Hai vissuto solo un giorno
Il video ufficiale della canzone (Sanremo 2026):
https://www.facebook.com/reel/1509674387833988
In Copertina Ermal Meta – Foto e testo da ON AIR Chiacchiericcio
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