FerraraItalia.it presenta inchieste, analisi, opinioni per favorire la formazione di una consapevole coscienza del reale e la pratica di una cittadinanza partecipe.
La spesa per il riarmo supera i 32 miliardi di euro e aumenta di oltre il 20% rispetto alle ultime due leggi di bilancio. Nel 2026 arriverà a 32,4 miliardi, con una crescita di oltre 1,1 miliardi rispetto al 2025. In dieci anni la spesa militare è cresciuta di 12,5 miliardi (+63,8%).
Mai come oggi l’Italia investe così tanto in armamenti e così poco in diritti.
A Ferrara, nel ventunesimo anno della nostra Campagna di obiezione alle spese militari registriamo 205 adesioni per un totale di 5.060 euro di contributi di pace. Un trend crescente a dire il vero ma che quest’anno ha aumentato significativamente il numero dei nuovi aderenti.
Forse proprio a causa delle guerre che ci attorniano, la campagna portata avanti a Ferrara dal nodo locale della Rete Lilliput, ha avuto un nuovo impulso.
Promossa da Lega Obiettori di Coscienza (L.O.C.), Lega Disarmo Unilaterale (L.D.U.), Disarmisti esigenti, WILPF Italia, la Campagna OSM fa parte di quella Rete di movimenti che non si arrendono al pensiero dominante della Difesa armata.
Ogni anno, da tutta Italia, i moduli di adesione alla campagna spediti al Presidente della Repubblica, chiedono la riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali, il riconoscimento legale della opzione fiscale che dia la possibilità ai cittadini di indirizzare le proprie tasse verso la costruzione di una difesa alternativa civile e nonviolenta, il cambiamento del sistema di difesa offensivo realizzando una struttura per la difesa civile non armata.
In attesa di una legge che ci permetta di agire in sede di dichiarazione dei redditi noi obiettori anticipiamo quanto vorremmo detrarre dalle tasse per sostenere un progetto di pace.
La somma di 5.060 euro è stata appena inviata, come da anni, alla Fondazione Alexander Langer Stiftung- Onlus per il sostegno al progetto “Adopt Srebrenica” che da dopo il conflitto nei Balcani agisce per il recupero della memoria del genocidio (avvenuto nel 1995) e per ristabilire le relazioni “umane” tra le persone delle diverse etnie. Il difficile lavoro dei reduci di Srebrenica dovrebbe ricordarci che oltre l’orrore della guerra c’è un dopo che è altrettanto spaventoso.
La raccolta del contributo, per quanto possa sembrare modesto testimonia la volontà degli obiettori di voler devolvere la quota della loro futura detrazione fiscale a sostegno dei progetti di pace ed è diventata essenziale per il mantenimento dell’attività di Adopt Srebrenica.
E’ dunque molto importante essere riusciti ancora una volta a raccogliere una cifra che consentirà ai ragazzi superstiti di Srebrenica di continuare la loro difficile opera di ricostruzione del tessuto sociale devastato dalle guerre etniche, attraverso il lavoro “Centro di documentazione della
memoria”.
Chi volesse saperne di più può scrivere utilizzando la mail [email protected]
Davide Scaglianti per
Rete Lilliput Ferrara
Cover: Progetto Adopt Srebrenica: il futuro poggia sulle fondamenta del passato -Fonte Balkan Diskurs
L'articolo OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI: LE ADESIONI CRESCONO sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Parole a capo <br> Vincenzo Russo: «All’ingresso del giardino» e altre poesie
Le poesie, che pongo questa settimana all’attenzione di chi legge questa rubrica, rivelano a mio giudizio una crescita nell’espressione poetica di Vincenzo Russo. La conferma di questo mio pensiero credo la si possa trovare, in particolare, nelle liriche “Il coraggio sottile del ramo”, “Ai giorni di silenzi” (…Alle rincorse che non fanno rumore/ alle mete raggiunte in punta di cuore), nelle parole semplici che bucano le indifferenze della vita in “Grandezza nel poco”. (PLG)
Il coraggio sottile del ramo
C’è aria gelida.
Per strada, ancora un po’ di neve
dei giorni che non vogliono passare.
Da un’asola del muro
spunta un ramo solitario,
magro come un pensiero ostinato,
con poche foglie rimaste
per distrazione o coraggio.
Il vento le convince una a una,
le prende senza fretta,
le porta via
come promesse sussurrate
che non hanno trovato casa.
Il muro resta,
freddo e antico.
Il ramo trema,
ma insiste.
E nel silenzio d’inverno
la vita fa questo:
si sporge appena,
resiste al gelo,
impara a lasciare andare.
Ai giorni di silenzi
Ai giorni di silenzi,
di pensieri che sfiorano l’alba
e speranze posate leggere
sul bordo del domani.
Agli sguardi che parlano piano,
ai sorrisi che nascono senza chiedere nulla,
agli incontri che riconoscono l’anima
prima ancora del volto.
Alle rincorse che non fanno rumore,
alle mete raggiunte in punta di cuore,
ai passi incerti che pure avanzano
come preghiere in cammino.
Al cuore che si sfuma nei colori delle lacrime,
nelle ombre dell’ansia,
nei sospiri che tremano
e nei sogni che resistono.
All’amore, paradigma di vita,
che accende e consola,
che lascia impronte di luce
anche nei giorni più stanchi.
Al bene che vibra sottopelle,
alle emozioni in ogni loro declinazione,
che ci fanno vivi, fragili, immensi —
umani, fino in fondo.
Brindo alle donne coraggiose
Brindo alle donne coraggiose,
che portano il mondo negli occhi,
e non temono il vento né il giudizio,
perché conoscono la forza del cuore.
Brindo alle madri, sentinelle dell’amore,
che vegliano nel silenzio della notte,
che stringono la vita tra le braccia,
difendendo un sogno, un respiro, un domani.
Brindo alle mogli, compagne leali,
che conoscono l’arte del rispetto,
che costruiscono pace con gesti gentili
e parole che curano come carezze.
Brindo alle donne tutte,
a chi cade e si rialza,
a chi ama senza misura,
a chi cammina fiera, anche da sola.
Perché in ogni donna vive un canto antico,
un fuoco che non si spegne,
una promessa al mondo:
essere vita, anche nel dolore.
All’ingresso del giardino
Entra piano,
non serve bussare.
Qui il vento conosce il tuo nome
prima ancora che tu lo ricordi.
Togli le scarpe del rumore,
lascia fuori i pensieri stanchi.
Ogni fiore che vedi
è nato da un verso che ha pregato in silenzio.
Non cercare risposte,
né domande da sciogliere tra i rami.
Siediti accanto alla luce
e ascolta ciò che non ha voce.
Questo giardino non ti parla,
ti ascolta.
E ti riconosce
anche quando tu ti sei dimenticato
Grandezza nel poco
Non è ciò che hai
a farti luce nel mondo,
ma ciò che accendi dentro
quando tutto sembra spento.
Puoi avere mani vuote,
ma se stringono speranza
diventano fiumi che nutrono
terre aride di sogni.
Non serve oro né corona
a chi porta nel cuore il sole —
basta un passo sincero,
una parola che scalda,
un gesto che cura.
Perché la vera grandezza
non si pesa col possesso,
ma con la forza di restare
puri,
umani,
vivi,
anche con poco.
Vincenzo Russo nasce ad Aversa l’8 marzo 1966. Nel luglio del 1990 si trasferisce a Ferrara, dove tuttora vive. È qui che le radici del Sud si intrecciano con una nuova terra e con una nuova stagione della sua vita, senza però spegnere la scintilla che fin da ragazzo lo spinge a scrivere: la poesia come urgenza dell’anima.
Le sue prime parole, appuntate di getto su fogli consumati, nascono da un bisogno profondo: dare forma a emozioni, inquietudini e nostalgie; raccontare l’amore e le fragilità; custodire la memoria del dolore e della speranza.
Laureato in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, affianca alla sua attività lavorativa un intenso impegno culturale, convinto che la scrittura non sia soltanto espressione personale, ma anche strumento di condivisione, incontro e solidarietà.
Nel 2021 la poesia Messaggio d’amore sospeso si classifica al 9° posto al concorso “La Panchina dei Versi” promosso da Aletti Editore, entrando a far parte dell’antologia dedicata.
Nel 2022 pubblica il suo primo libro di poesie, Quando il cuore sfugge, destinando i proventi a un progetto solidale a favore di associazioni locali. Da quel momento la sua scrittura diventa sempre più strumento di connessione, incontro e resistenza umana. Ne sono testimonianza i progetti collettivi che cura e promuove: dal fotolibro “Poeti al trivio – Dissonanze” (2023, con Rita Consiglio e Nicola Corrado) alla rassegna internazionale “Fantasie Tricolori”, che porta alla pubblicazione dell’omonima antologia contenente sei sue liriche inedite.
Nel 2024 organizza la prima edizione della rassegna poetica “Il Giardino dei Versi”, uno spazio aperto e sensibile dove parole, volti e storie si incontrano tra poesia e vita. Nello stesso anno, con la poesia “Auschwitz”, ottiene il 4° posto al concorso internazionale “Un cuore, una voce”, a conferma della sua capacità di affrontare temi profondi con delicatezza e verità.
Il 2 giugno riceve dal Prefetto di Ferrara l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per il suo impegno culturale e solidale.
Nel 2025 realizza la seconda edizione de Il Giardino dei Versi. In febbraio pubblica Ritorni, una raccolta poetica dal respiro intimo e autobiografico, che segna un punto di arrivo ma anche un nuovo inizio.
In novembre coordina “Il Giardino dei Poeti”, un progetto che dà vita a un luogo dell’anima, uno spazio senza confini in cui venticinque autori si raccontano in stile giornalistico, lasciando che le parole diventino radici, foglie e silenzi.
Pubblica “Il tempo dentro”, un libro nato dall’incontro tra memoria e immaginazione: cento racconti brevi, cento piccole lanterne capaci di illuminare emozioni che tutti abbiamo vissuto, sfiorato o solo sognato. Il 1° dicembre Radio 24, emittente de Il Sole 24 Ore, dedica al primo capitolo del libro – Il pane nel lavatoio – una puntata della rubrica matteocacciaracconta, dal titolo Pane secco.
È membro del Collettivo poetico “Ultimo Rosso”, con cui condivide l’idea della poesia come gesto civile, capace di smuovere coscienze e creare legami.
In “Parole a capo” sono state pubblicate diverse poesie di Vincenzo Russo. In particolare il 31 marzo 2022; l’8 giugno 2023 e il 18 aprile 2024.
L'articolo Parole a capo <br> Vincenzo Russo: «All’ingresso del giardino» e altre poesie sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Sono arrivata in fondo e a meno di tre pagine dalla fine avevo un nodo alla gola, che all’ultima pagina si è fatto lacrime. La canzone di Achille di Madeline Miller è il racconto incantevole dell’umanità per come l’hanno vissuta l’eroe Achille, l’aristos achaion della guerra di Troia, e il suo amatissimo compagno Patroclo. Achille, figlio del re Peleo e della ninfa Teti, dunque un semidio. Patroclo, un principe esiliato e umbratile, poco capace di combattere.
In due, una potenza di umana predilezione per quanto si amano l’un l’altro, per quanto godono di ogni giorno vissuto insieme da un’età all’altra, da un punto dell’Egeo all’altro.
Si amano nella vita di pace e quando la guerra che con gli altri Greci vanno a combattere a Troia li espone alle logiche della grandezza degli eroi, l’uno cerca fino in fondo la salvezza dell’altro e il suo onore. Fino alla morte, fino alle loro ceneri mischiate sotto lo stesso mausoleo che rimane a risplendere sulla spiaggia di Troia, anche quando le navi achee ripartono per il ritorno a casa.
La storia del conflitto greco-troiano è noto dal grandioso poema omerico Iliade, e nel racconto di Miller, mirabilmente tradotto da Curtoni e Parolini, la vicenda viene nel complesso rispettata.
Il valore aggiunto nel libro della scrittrice di Boston sta nell’aver lasciato che la voce narrante appartenesse a Patroclo, al suo sguardo innamorato rivolto alle fattezze di Achille, ai minuscoli dettagli della sua pelle e della voce, alla velocità superumana dei suoi movimenti. Alla sua aura di giovane bellissimo e aggraziato, dai capelli come oro.
La voce di Patroclo è una continua diminutio di sé al cospetto della grandezza di Achille, fin da quando all’età di dieci anni è stato esiliato a Ftia presso il re Peleo, padre di Achille. A Ftia Patroclo diviene amico del principe, che l’ha prescelto tra i tanti adolescenti che si addestrano alle armi, ospiti di Peleo, e lo fa dormire nella sua stessa stanza.
Quando Achille e Patroclo si trasferiscono sul monte Pelio presso la caverna di quarzo rosa del centauro Chirone “che insegna agli uomini”, la parte migliore della loro adolescenza si svolge lì, nell’idillio della vita secondo natura, nell’avvicendarsi delle stagioni e degli apprendimenti a cui li accosta il maestro. Sono regole della vita pratica e sono storie di eroi e di uomini.
Restano con lui fino a sedici anni e imparano ad amarsi e a concepire un futuro che li tenga uniti. Non conta la tenace avversione di Teti, madre di Achille, verso Patroclo. L’unicità che questi riveste per Achille l’ha ben compresa e accettata Chirone, ma Teti ha in mente un altro ordine di grandezza per il figlio.
Lo vorrebbe trasformato in divinità, non può accettare che Achille parta per Troia a conquistare da umano il massimo dell’onore tra gli uomini in qualità di aristos achaion, disprezza Patroclo che non sa combattere e non salverà Achille, nemmeno morendo con addosso la sua armatura.
Cosa attiri Achille della figura di Patroclo non sappiamo. Patroclo stesso, che racconta, non sembra poterlo sapere. La predilezione verso di lui è data ed è totale. La sua per Achille è semplicemente ragione di vita. Tanto che, come sappiamo dall’Iliade, va a combattere al posto suo indossandone l’armatura per porre rimedio al contrasto con Agamennone e per salvare la cara Briseide, la schiava contesa.
Ciò che mi commuove in questo epilogo della guerra e della vita dei due giovani, che dopo i dieci anni trascorsi a Troia si sono fatti uomini vicini alla trentina, è che sanno guardare in faccia il proprio destino.
Achille nei modi che sono noti, puntando a conquistare morendo una gloria immortale e versando a fiumi il sangue dei Troiani che ha ucciso. Patroclo stando nelle retrovie a curare i feriti e andando a combattere solo se Achille sente il bisogno di averlo accanto.
Patroclo finisce il suo racconto quando è già morto per mano di Ettore. Morto, ma non ancora arrivato nell’Ade in quanto gli mancano ancora una degna sepoltura e un nome sulla tomba. La prima arriva quando anche Achille viene ucciso dalla freccia fedifraga di Paride e dopo la pira vengono mescolate le ceneri sue e dell’amico, secondo la sua volontà.
Sotto il marmo bianco del mausoleo che i Greci edificano sulla spiaggia di Troia prima di ripartire, Achille e Patroclo sono insieme per sempre.
Il lettore si è intanto accorto che al compagno di Achille è appartenuta una umanità straordinaria: l’ha dimostrata andando a combattere per rimediare agli eccessi di superbia di Achille, non prima di avergliela rimarcata apertamente.
L’allievo straordinario di Chirone, bravo nel canto e nel suonare la lira, amico della natura e della naturalità, il più veloce di tutti nel manovrare le armi, il figlio della dea, si è ora lasciato travolgere dalla fame di onore quanto e più di Agamennone, la cui hubris ha già procurato la pestilenza nell’accampamento greco.
Come dire che il meglio di noi può appartenere alla giovinezza, alla adolescenza, prima dell’ingresso nel mondo adulto.
L’umanità di Patroclo, così piccola agli occhi di Teti, sa essere ancora più grande quando le parla presso la tomba che lei visita ogni giorno. Le rimprovera di avere amato più di Achille stesso suo figlio, il crudele giovane Pirro, le rimprovera che la fama di Achille dipenda dalla crudeltà con cui ha ucciso Ettore e Troilo e gli altri Troiani: “Forse, tra gli dei certe cose passano per virtù. Ma che gloria c’è nel togliere una vita?… Lascia che ciò che si racconta di lui sia qualcosa di più.”
Che cosa di più? chiede Teti. “Quando ha restituito a Priamo il corpo di Ettore, dico. Questo dovrebbe essere ricordato. Il suo talento con la lira. La sua bellissima voce…Le ragazze. Che prendeva come bottino perché non dovessero soffrire nelle mani di altri re”.
A Teti, cui non è riuscito di fare del proprio figlio un dio, resta un gesto: incidere sulla pietra il nome di Patroclo, così che possa raggiungere Achille nell’Ade.
Nota bibliografica:
Cover: https://pixabay.com/it/images/search/eroe%20greco%20achille/
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
L'articolo Vite di carta /<br>La bellissima canzone di Achille sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
Gallup ha mostrato come nel 1935 i due principali problemi per gli americani fossero la disoccupazione e il budget nazionale e nel 2025 le politiche interne del Governo e l’immigrazione. Si è passati da problemi economici a problemi di politica interna (come anche l’inflazione e la disunità della Nazione). Ciò spiega molto di Trump e dell’America di oggi, ma anche dell’Italia, dove il consenso al Governo Meloni dopo 3 anni è intatto.
James Vance (vicepresidente USA) ha detto che il vanto degli Stati Uniti è che sono una nazione cristiana. Zohram Mamdani neo sindaco Dem a New York, musulmano, giura sul Corano. Meloni e Trump sono contro gli immigrati, i Dem a favore. I valori e i temi interni premiano le destre e spingono i giganteschi problemi socio-economici in secondo piano. Forse per questo non cambia il consenso al Governo Meloni.
Viviamo una nuova era dove la forza, più che il diritto, spinge verso nuovi equilibri mondiali. Ma non è vero, come ci racconta la retorica mainstream, che prima era tutto “democrazia e diritto internazionale”. L’Europa (e l’Italia, visto il patrono che ha) potrebbe essere più francescana e dare l’esempio, come invitava a fare il frate che abbracciò l’estrema povertà. Vuole un mondo “con rimedi che sappiano meno di muffa”?
Scrive Violante: “Riesamini i suoi limiti per superarli. Una politica onesta sull’immigrazione, riduca le disuguaglianze, accresca i salari (e quello minimo), curi l’istruzione non solo per i ceti urbani e progressisti, difenda il diritto internazionale (di tutti aggiungo io), si munisca di grandi valori (in cui la spiritualità o l’etica non può mancare, aggiungo io) per respingere una laicità che si esaurisce nel relativismo”. Manca la sanità e una tassazione progressiva (a partire dall’eredità oltre un milione di patrimonio), ma c’è quasi tutto.
Gallup (news.gallup) ci dice anche che i lavoratori dipendenti in Europa non sono affatto contenti. Lo sono di più nelle democrature o dittature e in USA. Com’è possibile se in Europa salari, libertà e diritti sono migliori (a parte USA)? Perché probabilmente chi lavora si aspetta di più da società ricche.
I dipendenti che si sentono attivamene impegnati nel proprio lavoro e come tali soddisfatti sono in Italia solo il 10% (erano il 14% dieci anni fa).
L’Italia ha una delle peggiori posizioni in Europa. Solo in Francia, Spagna e Polonia i dipendenti dicono di stare peggio e che sono peggiorati come Italia e Germania negli ultimi 15 anni. In Nord Europa si sta meglio, specie in Svezia dove le cose sono migliorate.
Ma anche in Romania e Ungheria. Meglio di noi dicono di stare i dipendenti in tutti i paesi Brics e ancora di più negli Stati Uniti, dove i dati sono migliorati, come anche in Cina e India e pure in Russia (nonostante la guerra). Gallup usa dati rigorosi e non è sospettabile di truccare i dati.
Basterebbe guardare la distribuzione in Italia tra profitti e salari per capirlo ma, come abbiamo detto, si vota non solo sull’economia ma anche sull’immigrazione e le politiche del Governo (interne ma anche il riarmo che ha poi effetti interni) e qui “casca l’asino”.
Allarme rosso quindi per i paesi europei e specie per i big: Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, dove i Governi dicono che tutto va bene, mentre chi lavora come dipendente (ed è la maggioranza) non la pensa affatto così. Il fondatore George Gallup (1901-1984) amava dire: “La democrazia si basa sulla volontà del popolo, ma qualcuno dovrebbe andarla a scoprire”.
Negli Stati Uniti gli “impegnati” sono il triplo dell’Italia, ma le cose non vanno bene neppure lì. Alla domanda se si è soddisfatti della direzione in cui procede il proprio paese (Fonte: Gallup, Americans End Year in Gloomy Mood), solo il 24% degli americani risponde affermativamente e sono 20 anni che le cose vanno più o meno così, mentre negli anni ’80 e ’90 andavano meglio.
Insomma, molta inquietudine nel mondo nel 2026; e chi vota guarda al portafoglio ma anche ai grandi valori e a questioni che hanno effetti sulla politica interna.
L'articolo Se gli europei (che lavorano) sono insoddisfatti sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
La polizia si muove nella logica degli eserciti: ecco il nesso tra il Minnesota, il Venezuela e le nostre strade. In nome della sicurezza, interna e internazionale
Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese.
Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale.
In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense.
La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare.
– Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico.
– Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.
In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.
Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degrado, dispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.
Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.
Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente.
Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.
Parafrasando Von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.
Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era.
Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera. In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.
Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo.
La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, che la crisi si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali.
Riusciremo a fermarci in tempo?
*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).
L'articolo La continuazione della guerra sembra essere il primo su Periscopionline.it - l'informazione verticale.
... | 120 | 125 | 130 | 135 | 140 | 145 | 150 | 155 | 160 |...
AgoraVox Italia