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Non è escluso che il 2026 finisca come il 2008, con una profonda recessione. Dall’inizio del Covid sono passati appena 6 anni. Quando un impero che scende (USA) non accetta che un altro (Cina) salga, la guerra è inevitabile. Ma non quella aperta che gli USA sanno di perdere, ma quella “a pezzi” di cui parlò profeticamente Papa Francesco. Rimango convinto che Trump non sia demente, ma cerchi di portare avanti un piano (demenziale) per predare risorse e non far crollare il dollaro; chi si oppone diventa nemico.
Non c’è però possibilità di successo perché troppo debole è l’economia americana e troppo forti (e ora anche alleati) i Brics. E per la stessa UE, finchè non prenderà atto che il mondo è cambiato e si sta de-occidentalizzando, sarà “pianto e stridor di denti”, con crescente immiserimento dei suoi cittadini.
Per il Fondo Monetario, se la guerra in Iran si fermasse adesso, il Pil in Italia crescerebbe dello 0,5%, ma è improbabile che ciò accada e a maggio vedremo già l’inflazione alzarsi in piedi, il dollaro e le borse vacillare. Ne stanno approfittando la Cina e la Russia, e la guerra finirà col far pagare il dazio per Hormuz (fissato ora a 2 milioni di dollari per petroliera) in yuan digitale o criptovalute.
Può essere anche che Trump accetti il dazio (se va in parte agli Usa), essendo in bolletta e dovendo uscire da una guerra disastrosa in cui si è cacciato. Dal 2023 i paesi arabi del Golfo accettano in quantità crescenti pagamenti in yuan dalla Cina e la Francia ha spostato proprio questa settimana 129 tonnellate di oro dagli Usa a Parigi (abbiamo preso in giro la Meloni ma faremmo bene a farlo anche noi). La Cina ha avviato un sistema di pagamento internazionale (CIPS) alternativo a quello dominante americano (SWIFT) e da gennaio a marzo 2026 i pagamenti internazionali su quel circuito sono raddoppiati (da 2.580 miliardi di dollari a 5mila).
Ormai sono molteplici i segnali dell’erosione del dollaro. La Cina dal 1° maggio blocca le esportazioni di acido solforico e frena quelle di nickel e rame. La Russia ha vietato l’export di elio (3° produttore dopo Usa e Qatar) che serve ai microchip e risonanza magnetica. La Cina vuole accreditarsi come il saggio contro quel matto di Trump.
E si avvicina il Minsky moment, quel momento in cui avviene una svolta radicale che sarà sia geopolitica che di Nuovo Ordine Mondiale. E’ penoso (e anche ridicolo) leggere sui nostri media invettive contro l’Iran che vuol far pagare un dazio a chi passa sullo stretto di Hormuz, in nome della sacra libertà di navigazione, come se non fosse da secoli che i paesi occidentali (UK e USA in primis) fanno pagare dazi al resto del mondo e come se Trump non avesse introdotto un anno fa una raffica di dazi contro tutti.
Al solito la “libertà” viene invocata solo quando sono in pericolo i nostri affari…e il resto del mondo “registra” il fare occidentale (doppio standard, lingua biforcuta) non solo degli Stati Uniti ma dell’Europa. Vedremo quando la UE si sveglierà a forza di strattonate di Trump. Intanto è tutto uno spiegare le mosse di Trump come se fosse solo un demente, bugiardo e cialtrone. Sarà anche vero ma si nascondono le ragioni profonde della debolezza degli Stati Uniti, che sono alla radice delle sue mattane.
Già abbiamo scritto che nel 1° anno Trump non è riuscito coi dazi a mitigare il disastroso deficit commerciale, così come il debito pubblico ormai stellare. Il dollaro si va svalutando sull’euro (1,18) e l’occupazione manifatturiera cala ancora (-75mila negli ultimi 12 mesi).
L’economia Usa, al di là delle borse che ancora volano (ma vedremo tra un mese o due), è sempre più debole e chi sta così gioca all’azzardo, come attaccare l’Iran o il Papa americano, pur sapendo che ci sono 92 milioni di iraniani e 50 milioni di cattolici americani.
Questi segnali c’erano anche prima della guerra in Iran. Il tasso di Occupazione USA, che era 61,1% nel 2019, crollato col Covid nel 2020, ha ripreso a salire nel 2022 fino al 60,4% del novembre 2023. Poi è rimasto stabile (era 60,1% in gennaio 2025 all’insediamento di Trump) ed infine ha ripreso a calare (anche negli ultimi 15 mesi di Trump 2) ed è oggi al 59,2%.
In valore assoluto è cresciuto quasi sempre per la fortissima immigrazione, ma si noterà che negli ultimi 15 mesi l’occupazione si è fermata e comunque il dato che conta è il tasso di Occupazione (Occupati su Popolazione 20-64 anni), che cala.
Nel primo anno di Trump 2 l’occupazione cresce poco (368mila unità +0,23%), a differenza degli anni di Biden, a conferma che l’età dell’”oro”, come voleva far credere Trump, non è iniziata.
Nella manifattura l’occupazione è scesa tra marzo 2025 e marzo 2026 di 75mila unità, a conferma che per re- industrializzare l’America ci vorranno anni. Un problema grande come una casa anche per l’Europa che ora si accorge che la sua manifattura è troppo debole e corre ai ripari varando una direttiva UE per tornare nella manifattura dal 17% degli occupati al 20% (ma i buoi sono già usciti dalla stalla…).
Aver decretato troppo presto (sia in Usa che in UE) la fine della manifattura e l’arrivo delle magnifiche sorti e progressive dell’Intelligenza Artificiale ha fatto dimenticare che l’AI si applica soprattutto alla Manifattura, il settore dove sono alti i salari e la produttività, tranne quelli dei professional che così migrano nella finanza.
Ma torniamo all’occupazione della nostra America. Dove cresce? Solo in pochi settori terziari: accoglienza e ospitalità (+150mila), altri servizi (+53mila) e sanità ed educazione (+773mila). Altrove è tutto un calare (edilizia esclusa, +44mila). Dunque tutta la crescita è dovuta alla sola sanità e assistenza sociale.
Come mai è cresciuta così tanto? Gli Stati Uniti sono diventati socialisti e allargano il loro welfare pubblico? No, perché tutta la sanità è privata. Se cresce vuol dire che le polizze assicurative di quei 270 milioni di americani che le pagano (70 milioni sono poveri e non se le possono permettere) stanno crescendo. Come mai?
Lo spiega uno studio di D. Autor e M. Duggan (A Fiscal Crisis Unfolding) che ha appurato che l’80% degli americani adulti non anziani sta avendo un numero crescente di malattie mentali o fisiche inabilitanti dovute a 3 fattori: 1) le leggi che hanno abbassato la soglia per ottenere i benefici per lavoratori con mal di schiena, artrite, malattie mentali; 2) benefit fiscali per i disabili che hanno incentivato i lavoratori a chiedere i sussidi; 3) un aumento delle donne lavoratrici che ha ampliato le richieste.
In sostanza anche in America c’è una crescita costante dei fabbisogni sanitari in una popolazione che è sempre più anziana, sempre più obesa (20% sul totale, max al mondo) con 89 kg. in media (+ 7 kg. a testa in 20 anni), che fa crescere la spesa anche se il welfare americano (che è solo per over 65 anni) non è certo come quello europeo.
Vale quindi quello che ha scritto Emmanuel Todd in “La sconfitta dell’Occidente” (ed. Fazi, 2024), cioè che il PIL USA è sopravvalutato, in quanto la produzione fisica reale di merci e servizi è una piccola percentuale del PIL totale che viene gonfiato da servizi, come appunto la sanità, dove gli stipendi sono doppi/tripli di quelli europei. Ma non è aumentando le retribuzioni di sanitari, avvocati e finanzieri che i Paesi crescono. E’ una finzione contabile che copre la dipendenza degli Stati Uniti dal resto del mondo, e che si manifesta con un deficit commerciale enorme ed un altrettanto enorme debito pubblico.
La globalizzazione, orchestrata paradossalmente proprio dagli Stati Uniti, ha minato la sua egemonia industriale e le stesse armi oggi hanno bisogno non solo delle terre rare cinesi ma anche di una manifattura che le produca, ma che è stata delocalizzata in Asia. Ovviamente l’America non è al tappeto, ha gas, petrolio, le big tech dell’Intelligenza Artificiale e una colossale armata navale dispiegata in 190 paesi del mondo. Ma fatica sempre più a stare in piedi a causa della Cina (e della Russia) che le tolgono la terra sotto i piedi.
Si potrà notare che negli Stati Uniti l’occupazione di sanità e scuola sul totale occupati è maggiore dell’Italia (17,1% vs 15%), ma sul PIL pesa molto di più in quanto la sola sanità pesa per il 18,8% contro il 6% dell’Italia. Non essendo possibile valutare i prezzi dei servizi si calcano per il PIL i costi che in America sono in termini reali doppi/tripli dei nostri, essendo là gli stipendi reali del personale (infermieri, medici,…) doppi-tripli dei nostri, e maggiore l’occupazione amministrativa, in quanto le assicurazioni comportano una quota enorme di contese coi clienti, curate da impiegati e avvocati.
I MAGA vorrebbero rinunciare all’immigrazione di massa per una “remigrazione” che anche da noi fa proseliti, ma se. l’occupazione Usa è salita dai 57 milioni del 1950 ai 163 del 2026, è dovuta tutta alla crescita della popolazione dovuta agli immigrati (da 151 milioni ai 347). E’ come se l’Italia fosse salita dai 46 milioni del 1950 a 110 di oggi. La crescita non è dovuta ai tassi di fecondità americani (1,6 figli per donna) che sono poco più alti di quelli italiani (1,2), ma ad una costante immigrazione di massa.
Trump e Maga vogliono farne a meno. Ma come faranno le migliaia di multinazionali? Nelle big tech i professional sono per il 40% stranieri, gli STEM workers il 25% (di cui un terzo indiani). Come farà America ad essere GREAT senza di loro? E come farà senza i milioni di non qualificati che puliscono le città, i cessi, portano il sushi a casa e fanno la manutenzione del paese a basso costo? Mistero.
Nell’inverno demografico dell’Occidente avrà un futuro solo chi saprà gestire una immigrazione legale ed ordinata. Senza immigrati o con una immigrazione illegale di massa sarà catastrofe. Chi non vuole immigrati deve spiegare come pagherà le pensioni, la sanità e i molti sussidi di cui godiamo in Occidente. Cosa succederà quando non avremo più lavoratori nativi sufficienti a pagare imposte e contributi?
Dopo anni in cui al posto delle merci si stampavano dollari è arrivato Trump a dire: “se facciamo guerra alla Cina, dopo il primo mese dobbiamo chiedere a loro di darci le munizioni…”. Da qui nasce l’idea di riportare la manifattura a casa e predare quel che si può nel mondo e più dagli amici che dai nemici (secondo un vecchio adagio). La Cina lo sa e aspetta in silenzio, com’è nella cultura confuciana più che comunista, di cui sono impregnati i “mandarini” che governano.
Idem fa la Russia, che aspetta che la UE si sveni nel finanziare la vittoria impossibile di Zelensky, l’ultimo amico della Meloni. Altro che età dell’oro promessa da Trump. Quella che si profila (senza immigrati, senza manifattura, senza il privilegio esorbitante del dollaro, con enormi deficit commerciale e di debito pubblico) è l’età della scarsità. Ma non solo per gli americani: a ruota ci siamo noi europei, trasformati in una plebe che vive del lavoro cinese e del resto del mondo (paesi che non hanno problemi di immigrazione nei prossimi 20 anni).
Corporate America è più debole di quanto non si dica e le politiche predatorie di Trump non sono solo follia, ma un tentativo disperato di portare a casa risorse che oggi il dollaro non ha e di cui ha necessità. Chi pensava (UE) di avere un grande capo (seppure solo al comando) si ritrova con un pugno di mosche e dovrà ripensarsi nel mondo.
Cover:Yann Caradec su licenza creativecommons
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Ma io dico, voi, si proprio voi, mica ci siete nati alla fine degli anni ’60 in borgata, anzi forse neppure sapete che esistono (esistevano?) le borgate. Quelle zone non troppo lontane dal centro che si assomigliavano un po’ tutte, ognuna con le sue peculiarità e differenze, ognuna con una polvere popolare dove pure i respiri erano proletari.
Ecco in una di quelle borgate, a meno di tre chilometri dal centro storico sono nato io, siamo nati noi, tra la fine dei ’60 e gli inizi degli anni ’70. Ne ho già scritto troppo, ma ancora non ho finito e vorrei brevemente parlare dei superstiti, dei sopravvissuti, dei bambini di quegli anni, che a 5 anni già bazzicavano in cortile da soli e che hanno conosciuto prima la strada che l’asilo. Pochi, pochissimi premi Nobel, ma moltissimi premi di partecipazione, con superamento di prove degne del reparto psichiatrico infantile di Aguscello.
I covi, i nidi dove nuvole di pescegattini creavano il loro biotopo erano i cortili, un dedalo di cortili, divisi da reti, cancelli, muri, tutti assolutamente valicabili e assaltabili. Lo spirito di corpo era talmente presente che il campanilismo era tra palazzo e palazzo, tra balcone e balcone, era un continuo tutti noi, contro tutti loro, dove il loro e il noi si modificava giornalmente.
Lotte, guerre, prove di coraggio e il pallone, ma di quello ho già parlato troppo e mi ci soffermerò poco, mentre vorrei parlarvi dei riti di passaggio e delle battaglie, più vere che simulate.
Il nostro palazzo aveva un passo carraio che dava accesso al cortile interno dove c’erano i garage. Ecco quel passo carraio aveva un fondo di pavimentazione simil industriale rilevata dal piano campagna di alcuni centimetri, pochi ma sufficienti al rito. La prova consisteva nello sdraiarsi a pancia in su proprio su quel piccolo scalino, il bacino dell’iniziato doveva stare giusto sul dislivello. Il maestro di cerimonia doveva tenere le gambe stese del neofita dalle caviglie, mentre il “capro” doveva starsene il più rilassato possibile nella sua scomoda posizione. Senza nessuna formula di rito e soprattutto senza preavviso, il maestro tirava a sé l’iniziando con un con un breve strattone. L’iniziato normalmente gemendo dal dolore si alzava con il marchio sulla schiena di due puntini arrossati o sanguinanti. Il rito era completato, il bambino era diventato a tutti gli effetti un adepto. Ignoranza? Tanta. Possibilità di farsi male sul serio? Si certo, ma senza rischio non c’è divertimento, si pensava allora, quando eravamo immortali.
Un’altra prova, diciamo più canonica, ma non meno ebete era saltare stando in piedi dalla copertura di un garage e planare sulla ghiaia del cortile. Rischio di farsi male? Tanto. Divertimento? Pure tanto. Mille erano le variabili, il tetto esempio poteva essere lo stesso, ma la zona di lancio no, mi ricordo di un salto da seduto a scavalcare una cancellata e atterraggio sul fondo in un cortile asfaltato ad una altezza non inferiore ai tre metri. Oppure il lancio, in notturna sempre dalla copertura di un garage, ad aggrapparsi ad un cristo “stendi panni”, con semi volteggio e atterraggio alla Yuri Chechi. Non ci credete? Beh chiedete a chi c’era.
Quello di sfidare i grandi, stuzzicarli e poi scappare era un grande divertimento, bastava non farsi prendere, e nel caso di “torture” mai parlare.
Partirei in assoluto dalla più idiota e pericolosa, la battaglia con le cambrette. Non sapete cosa sono le cambrette? Ecco, sono chiodi a piegati ad u a due teste, utilizzate in quegli anni per fissare al muro cavetti elettrici o telefonici privi di canalina o tubi. Materiale che ogni papà aveva nella cassetta degli attrezzi. Bene, prendete ora un elastico di quelli gialli non più grande di dieci centimetri, create due asole alle due estremità? Fatto? E ora colla vinilica a go-go … no, non c’entra un cazzo, ma mi era venuto un Art Attack. Quindi creata l’arma, per meglio dire la fionda, inserite le estremità sul pollice e sull’indice e prendete la cambretta. E ora? E ora tiratela contro i nemici, tra balcone e balcone, tra cortile e balcone, tra cortile e cortile. Abbiamo smesso, quando su “consiglio” degli adulti dopo il ferimento di uno di noi con una cambretta conficcata nel sopracciglio, ci fu gentilmente richiesto di ficcarci i chiodini dove non batte il sole e smetterla. Obbedimmo.
Guerre tra cortili, innumerevoli e cruente. Il nostro era un cortile asfaltato, quello dirimpetto invece era ghiaiato. In pratica era come se le armate di Vega attaccassero San Marino; quindi la strategia militare era sempre la stessa, per i primi quindi minuti i più sprezzanti o ignoranti (io ero sempre in prima linea) dovevano sfottere in campo aperto gli avversari, in modo da farsi prendere a sassate. Quando anche il nostro cortile era ricoperto dalle munizioni avversarie, cominciava il contrattacco e spesso l’invasione, scavalcando una cancellata di ferro arrugginita che in caso di ferita occorrevano undici antitetaniche per evitare infezioni. Zuffa e rientro alla base, più o meno integri.
Le armi potevano variare, al posto dei sassi i fiondini, elastici creati con fette di camere d’aria per biciclette, oppure Bolas, l’arma finale. Per creare una Bolas occorreva una catena di fiondini di 30-40 cm, poi, si rivestiva una palla di carta arrotolata e pressata sempre con rondelle di camere d’aria e la si fissava alla catena e l’arma era fatta. I killer al posto della carta mettevano un sasso col diametro di 5 – 6 cm, ma lì si parla di professionisti del crimine ed è meglio sorvolare.
Non finirò mai di scrivere di quel mondo antico, forse perché non riesco a scrivere d’altro o forse perché ne ho una nostalgia bastarda e molti, anche attempati, non sanno di cosa parlo.
Foto di copertina wikimedia commons
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di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )
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Ho amato follemente. Intensamente.
Pazzamente. Ogni istante. Ogni momento.
Ho amato senza pensare. Senza ragione.
Con disordine. Necessità. Totalmente.
Ho amato a occhi chiusi.
Con un impeto che tutto ha frantumato.
Ho dimenticato di scegliere,
di costruire, di chiedere.
Ho arraffato. Selvatica e selvaggia. Nuda.
Esposta. Affamata. Bisognosa.
Ma non è vero che non è rimasto niente.
Non è vero che ho perso tutto.
A me, è rimasto il cuore.
Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023
In copertina: occhi chiusi – Foto da pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini
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Nella cala tranquilla
Scintilla,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?
…
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
…
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
…
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
Come un cristallo.
(G. D’annunzio, L’onda, Alcyone, Mondadori, Milano 1988, 178-179).
La Pasqua somiglia, ai miei occhi, come un abissale e oscuro sprofondarsi d’onda non senza il suo innalzarsi per l’incalzante vento d’oriente. Mai l’uno senza l’altro: movimento d’onda.
L’onda è il mare, e il mare si è fatto piccolo nell’onda come il Cristo nella sua Pasqua. La Parola di Dio, come un mare, si è abbreviata, e da mare si è fatta onda, parola d’uomo, per raggiungere la riva di un’umanità terrosa.
Gesù a Pasqua è così: onda di misericordia, scrive il diacono e poeta Efrem il Siro: «Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità. Siano rese grazie alla sorgente d’onda inviata per la nostra propiziazione… La tua misericordia, nel tuo giorno, ci ha inondato, mio Signore. Facci conoscere il tuo giorno più di tutti gli altri giorni!… Dio, nella sua misericordia, si è chinato ed è sceso, per mescolare la sua clemenza alle acque». (Efrem Siro, Inni sulla Natività e sull’Epifania, Paoline, Milano 2003; 148-149; 165; 473).
In questo movimento il mare non è diminuito, né l’onda ha perso la sua consustanzialità marina: il mare è l’onda.
Credere a Pasqua è riconoscere l’altro come degno di fede, affidabile nella prossimità, che custodisce e accompagna senza prevaricare. Questo è quanto sperimenta Tommaso che aveva chiesto di vedere del Risorto, non la gloria, ma i segni gloriosi del suo “esistere per” e del suo patire, quelli dei chiodi nelle mani, nei piedi, la ferita del costato.
Egli domandava di ritrovare quell’umanità di Dio che in Gesù aveva condiviso tutto con gli ultimi, gli oppressi, gli abbandonati. Egli riconosce che la sua presenza è ancora lì con loro ed anche coloro che verranno dopo potranno dire come lui la loro fede: “sei tu Signore ti riconosco”.
Pasqua è così: quel movimento che sempre incalza la nostra fede, un movimento di fede in fede a partire da Gerusalemme, dalle donne al sepolcro, da Tommaso e poi da tutti coloro che “non hanno visto ma hanno creduto”; quelli che hanno riconosciuto la presenza del Risorto là dove si rialza chi è caduto, si cura chi è ferito, si ospita lo straniero, dovunque si continua a spezzare il pane sulla mensa della propria vita, come aveva fatto lui con loro.
Pasqua è quel movimento operante come l’onda, non solo nella sua verticalità profonda, ma pure nella sua orizzontalità, il suo incalzare avanzando, che abbraccia, nel presente, memoria e futuro: sull’orizzonte del mare nasce sempre una nuova onda. La Pasqua e il suo annuncio – «So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto» – sono ciò che continuamente ci fa partire e da bocca a bocca risuona quello che sta nel cuore: «mia gioia il Signore è risorto». A Pasqua si riapre una via nel mare della disumanità, “un sentiero tra le onde” direbbe ancora Efrem.
Movimento incalzante quello della Pasqua. Fin dal mattino si dice che le donne vanno in fretta al sepolcro e l’angelo nunziante le incalza dicendo: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È Risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”». Poi, quando Gesù va loro incontro le invia di nuovo ad andare dai suoi fratelli.
Nel racconto dell’esodo, la prima Pasqua, al popolo schiavo in Egitto viene chiesto di mangiare l’agnello pasquale in fretta «con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore».
Giunto al mar Rosso il Signore, rincalza le onde: «durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto e le acque si divisero». Così allo stesso modo lo spirito del Risorto incalza le onde della fede verso Cristo che precede sempre e riapre sempre di nuovo una strada al vangelo della pace.
C’è un altro movimento che rinasce a Pasqua: quello degli affetti, l’affectus fidei, l’onda degli affetti. Nelle parole di Gesù riportate da Giovanni: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32) ritroviamo il gesto che ricapitola tutta la sua vita quello del “prendere con sé”. Ad esso il mattino di Pasqua corrisponde l’affectus fidei delle donne, quello del saluto orientale della proskýnesis (dal greco proskynéō, “inviare un bacio”), quel sentimento che le porta ad abbracciargli i piedi, come a loro volta a volerlo “prendere con sé”, nell’abbraccio della loro fede.
Anche nel racconto di Emmaus ci viene narrato un altro prendere con sé, ma questa volta è detto a uno straniero che si era accompagnato ai due discepoli lungo la via nella notte: «Egli fece come se volesse andare oltre. Essi gli fecero forza, insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc 24,29). L’invito incalzante equivale al gesto di “prendere con sé”.
Queste parole, per noi, vengono facili a dirsi, sapendo già in precedenza chi si sta invitando con noi. Ma per i due di Emmaus non è stato così. L’invito è rivolto a uno sconosciuto, un forestiero incontrato nella notte. Come a dire che il Maestro, la sua compassione, continuavano a vivere in loro, a restare loro vicino attraverso quell’ospitalità aperta a tutti che Gesù aveva vissuto insegnato e condiviso con i suoi prima della Pasqua.
Diranno poi: «Non ardeva il nostro cuore dentro di noi, mentre egli ci parlava per la via e ci apriva le Scritture? In quello stesso momento si alzarono e ritornarono a Gerusalemme, dove trovarono gli undici e quelli che erano con loro riuniti insieme».
Scrive don Primo Mazzolari: «Ma se per noi, che ci scordiamo di tenere il posto dei personaggi evangelici, il pellegrino è già il Signore, per i due è ancora il forestiero. Noi gli diciamo di restare per il bene che vogliamo a noi stessi, ma i due lo sforzano a rimanere perché hanno pena di lui, che di notte vuole avventurarsi lungo strade malsicure. Son degli smarriti, ma da quando il pellegrino ha parlato, avvertono la pena di un altro cuore e possono ospitarla nel loro povero cuore.
La notte è paurosa per chi deve continuare la strada, non per chi è arrivato. Un uscio stava per aprirsi, una casa li avrebbe accolti, un po’ di fuoco, un po’ di pane, facce sicure. Lo invitano quindi a restare, offrendogli l’ospitalità in una maniera così delicata che par quasi ch’essi la ricevano da lui, s’egli accondiscende a rimanere.
Gli avvenimenti avevano consumato la loro fede: il messia era stato inghiottito dal sepolcro tre giorni prima: ma qualcosa del maestro era rimasto in loro e si era ravvivato lungo il cammino mentre quegli parlava… Invitando il forestiero a rimanere, i due sentivano di rendere un omaggio alla memoria del maestro: era la maniera più giusta di commemorarlo, di averlo vicino ancora, di stargli ancora insieme. La loro anima ritornava ospitale: avevano pietà del Cristo povero, del Cristo pellegrino che camminava nella notte verso una mèta ignota…
Ospiti anch’essi di qualcuno, avrebbero chiesto per lui o pagato il taverniere per lui, proprio come il samaritano. Gli avrebbero fatto posto, come a uno di loro e secondo il comandamento della carità, offerto il pane. Non è il pane della carità che viene benedetto e spezzato da due mani trafitte nel gesto che mostrerà nel forestiero il vero volto del Figliuolo dell’Uomo? Perché questo è appunto lo splendore del mistero del pane: il Cristo visto, sentito, amato, adorato in ogni creatura», (Tempo di credere, Dehoniane, Bologna 1977, 153-155).
Non saprei dire quanti nella nostra città hanno fatto Pasqua, ma sono certo che quanti partecipando o non partecipando alla veglia pasquale e alla celebrazione della domenica di risurrezione hanno saputo dire al forestiero tra noi le parole dei due di Emmaus: “resta con noi perché si fa sera”; essi, credenti e non, hanno incontrato il Cristo della Pasqua e praticando l’ospitalità sono stati ospitati dal Cristo povero, dal Cristo pellegrino che cammina ancora per le vie della città cercando i suoi fratelli.
Certamente, tra di loro, sono i volontari dell’unità di strada della Caritas, gli scout, i Cittadini del mondo e quanti si sono presi a cuore i residenti sfollati dal grattacielo dicendo loro “restate con noi”.
Narra l’evangelista Marco: «Gesù salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: “Salvaci, Signore, non t’importa che moriamo!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di poca fede?”».
La barca non teme l’onda
né la luna che viene e va
né il salire e scendere la prua
incalzando l’onda
in quel mare non sprofonda
Inquieto mozzo
perché t’affanni?
se non è piena
sarà luna nuova
e a Pasqua
nuova fede
Cover: Foto di Kanenori da Pixabay
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