Il filtro anti-AI scova Manzoni Alessandro
Se c’era proprio bisogno di un’ennesima trovata per mungere l’ego (e il portafoglio) degli autori indipendenti, la paranoia da Intelligenza Artificiale è arrivata a puntino.
Da qualche tempo sulla giostra dei social si aggirano strane associazioni e sedicenti "premi letterari" che sventolano una nuova minaccia: il bollino anti-IA. Funziona così: si proclamano inquisitori della modernità, promettono di scovare le opere "contaminate" dai software e affibbiano voti bassissimi ai manoscritti sospettati di essere stati scritti (o anche solo toccati) da un algoritmo. Il tutto, ovviamente, previa quota d’iscrizione o gabella di partecipazione.
Peccato che l'intera baracca poggi su una solenne, colossale fregatura.
Per dimostrare la ridicolaggine scientifica di questa caccia alle streghe, ho fatto un esperimento banale: ho preso alcuni dei più grandi capolavori della letteratura italiana e li ho dati in pasto ai cosiddetti "detector anti-IA" (gli stessi software che questi sceriffi della penna pretendono di usare per giudicare gli autori).
Il risultato? Una comica apoteosi.
Il 5 maggio di Alessandro Manzoni è stato bollato quasi al 100% come un prodotto generato da un algoritmo. Per quale motivo? Semplice: ha una struttura metrica geometrica, settenari perfetti, un’armonia priva di sbavature e una regolarità sintattica che per un software è il marchio di fabbrica di una macchina. Stessa sorte toccata ad ampi passi del Paradiso di Dante e alle ottave dell’Orlando Furioso. Troppo ben scritti, troppo regolari, troppo simmetrici: per l'algoritmo non può essere farina del sacco di un umano. Persino la Costituzione americana e la Bibbia sono state classificate più volte dai detector commerciali come "testi sintetici".
Il motivo è che questi software non "leggono" l'anima, l'esperienza o il sangue versato sulle pagine: calcolano solo parametri matematici di prevedibilità (perplexity) e variazione sintattica (burstiness). Se scrivi in modo rigoroso, colto e pulito, per il software sei un robot. Se scrivi come parli al bar, sei un umano.
Ma la vera perversione non sta nella tecnologia, che è solo un mezzo: sta nei soliti parassiti dell'editoria minore. Quelli che ieri si inventavano i concorsi del tipo "versa 50 euro e ti diamo la targa in finto ottone", e oggi si riciclano paladini dell'autenticità. Hanno fiutato la paura degli autori, hanno trovato una nuova scusa per farli sentire in colpa e hanno allestito la ghigliottina: "Paga la quota, altrimenti se il nostro software fallato dice che hai usato l'IA ti squalifichiamo e ti additiamo come impostore".
La verità è che l'Intelligenza Artificiale, da sola, non sa creare un bel niente: se l'autore non ci mette la carne viva, il vissuto, la rabbia, l'ingiustizia e il fango, il computer restituisce solo il solito minestrone scipito e privo di spessore. Ma usare la tecnologia per tradurre, correggere o strutturare un'opera non è un crimine: è un'evoluzione.
Il vero crimine — l'ennesimo — è la furbata di chi usa il bavaglio della "purezza letteraria" solo per spillare quattro soldi a chi tenta disperatamente di far sentire la propria voce. Chi ha talento continua a scrivere; chi è in malafede continua a inventarsi tasse sulla credulità.
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