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Figli assassini

Si parla - per spiegare la genesi dei continui eventi delittuosi a carico di minori che riempiono le cronache recenti - di genitori che non trasmettono valori positivi ai propri figli o ne trasmettono piuttosto, specie con 1′ esempio, di negativi.

Ma per gli psicologi dell’età evolutiva la violenza dell’adolescente non è tanto qualcosa che si forma in lui e deflagra a causa di fattori negativi quali l’esempio dei genitori, quanto piuttosto l’esito di un blocco del suo sviluppo psichico dovuto in primo luogo al mancato apporto genitoriale.Quindi, il primo problema sembra essere quello della scarsa presenza o meglio spesso dell’assenza dei genitori dalla vita dei figli. La conferma viene dall’indagine dell’Osservatorio nazionale sulle famiglie presso il ministero del Welfare.

A fronte di dati che parlano di un venti per cento di bambini tra O e 12 anni con chiari segni di sofferenza psichica e per oltre il 50 per cento bisognosi comunque di assistenza specialistica , colpisce ad esempio che solo un’infima di genitori usufruisca dei congedi parentali , in particolare di quelli previsti dalla legge 53 del 2000 (dal primo all’ottavo anno d’età del bambino si può stare a casa per un massimo di dieci mesi di congedo riscattabile – il primo dei quali interamente retribuito - ed in ogni caso di malattia del bambino): appena il 4 per cento del totale dei dipendenti pubblici, ad esempio , nel 2004 , in particolare 2 maschi su cento (tutti o quasi concentrati nel primo mese, quello retribuito) e sei donne su cento. 

 Gli esperti ci dicono che questi genitori maschi, soprattutto i più giovani, vorrebbero essere di più in famiglia, ma si fanno condizionare dalla pressione sociale (in sostanza, dalla paura di essere considerati “scansafatiche” o magari addirittura irrisi per una scelta considerata tuttora “controcorrente”).

Questo nonostante la legge affermi un diritto autonomo, non alternativo a quello materno, di esercizio della paternità : niente da fare, gli uomini italiani restano fanalino di coda in Europa in termini di tempo dedicato alle cure familiari e domestiche. 

Anche le lavoratrici vorrebbero in buon numero riorganizzare diversamente lavoro e famiglia a vantaggio della seconda, ma in questo caso - dicono sempre gli esperti - sono le regole di lavoro troppo rigide ad ostacolarle.

Per la verità , ci sono norme che cercano di garantire prospettive di carriera e non discriminazione anche alle donne che scelgano ad esempio il part-time, ma loro non si fidano, tanto che solo il 15, 7 % delle lavoratrici italiane sceglie questa modalità di lavoro contro una media europea del 33,5% (e meno ce n’è, meno le altre sono invogliate a sceglierlo) .

In più, a dissuadere tante donne e’é anche la voglia di non darla vinta ad un maschio che, come abbiamo visto, continua a latitare, almeno in Italia, per non ribadire una propria inferiorità. Per tante, probabilmente, questo é più forte di rimorsi, scrupoli di coscienza e pressione sociale (ancora assai forte) per un ritorno in famiglia (soprat­tutto da parte di madri e suocere).

Il problema è che i figli da grandi saranno probabilmente spietati nell’attribuire la fonte di tutti i loro eventuali problemi a quest’assenza genitoriale, specie materna, nei momenti cruciali dell’infanzia e dell’adolescenza . Così come per i genitori sarà raggelante, una volta andati in pensione, scoprire di non conoscere a fondo i propri figli, così come accade ad Arnoldo Foà in una commedia che si rappresenta in questi giorni a teatro.

Dunque, pensaci Giacomino ( e Giacomina) !

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