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Tiratore scelto

Sarò lungo, ma prometto di stare poi zitto e non rispondere a una eventuale replica.
 

 

Se scrivessimo la storia utilizzando gli strumenti della propaganda, come purtroppo accade sempre più spesso, saremmo convinti che Elena fu la causa della guerra di Troia e non una questione economica, che Dio mandò i Crociati in Oriente, che nel 1914 i feroci tedeschi mozzavano le mani ai bambini del Belgio aggredito, che l’Irak possedeva pericolose armi di distruzione di massa e potrei continuare così per due anni, ma non servirebbe. Chi vuole la guerra pensa evidentemente di avere le sue buone ragioni, io ho le mie per rifiutarla e dubitare delle convinzioni di chi la vuole. Non servirebbe nemmeno ricordargli che da decenni sono nati organismi sovranazionali, caschi blu, sceriffi più autorevoli della NATO e, per quanto ci riguarda più direttamente, una Costituzione che ripudia la guerra.

Chi vuole la guerra troverebbe certamente argomenti per dimostrare che io sono uno sciocco idealista e io continuerei a credere che lui ripete un ritornello stonato, inventato quando avevamo appena perso la coda e non sapevamo ancora leggere e scrivere. Senza fare polemiche inutili, mi limiterò a riconoscere i miei peccati.

A me piacerebbe che la questione si potesse risolvere alla maniera saggia suggerita da un popolo geneticamente guerriero, che in un momento di follia pacifista mise in campo tre contro tre i difensori delle ragioni contrapposte, impegnandosi a rispettare l’esito del duello. Potremmo armarli o – perché no? – armarci di fionde, che hanno a volte fatto miracoli, regalando la vittoria ai nani contro i giganti e chiuderla così. Questo però non accadrà mai, perché nessuno alzerebbe una bandiera per la misera vendita di una cinquantina di fionde.

Per difendere diritti violati ci vogliono affari e profitti veri, occorre che chi produca armi possa venderle a chi uccide e a chi è ucciso, a chi aggredisce e a chi è aggredito, sicché alla fine il vincitore è uno ed è sicuro della vittoria: chi si è arricchito con la guerra.
Qualcuno dirà che sbaglio, io insisterò: da Neanderthal a oggi è andata sempre così. È poiché mi trovo, voglio riconoscere un altro mio limite: a me la guerra fa schifo. Sono 57 anni che quando se ne parla, mi viene da vomitare. Ne avevo 21 quando mi misero in mano un fucile americano (qualcuno ce l’aveva venduto) e mi ordinarono di sparare. A 78 anni vedo malissimo e le mani non sono più ferme, ma a 21 ero un’aquila e divenni tiratore scelto.

Quando vidi che i miei proiettili scavavano un buco largo tre dita sul fianco di un monte del Senese che era lontano da me più di trecento metri, mi chiesi che avrebbero combinato a un disgraziato colpito a pochi metri di distanza. Gli stacchi un braccio, mi fu spiegato e a me passò la voglia di sparare. Pochi giorni dopo toccò alla baionetta, rigorosamente americana come il fucile. Avevo a pochi metri un sacco legato a un palo e dovevo infilare l’arma a metà del sacco a destra, con la punta che saliva verso l’alto. Perché? Perché quella è più o meno la posizione del fegato. Se non sbagli il movimento, mi dissero, il “nemico” s’affloscia e va giù senza un grido. Non me lo dissero chiaramente, ma fosse stata una cosa come quella che molti difendono, una guerra vera, e avessi avuto l’infelice idea di scappare, ci avrebbe pensato il “fuoco amico”.

La cosa peggiore di tutte era che il mio fucile e la mia baionetta americani erano venduti in mezzo mondo. Ce l’avrei avuti io, ce l’avrebbero avuti quelli del fuoco amico e il sacco diventato sentinella. Chiunque ci avrebbe rimesso la pelle, il venditore di armi avrebbe fatto comunque il suo affare: tre fucili e tre baionette. Il morto naturalmente sarebbe caduto per un motivo nobile.

Da quel momento la guerra mi ha sempre fatto schifo e non cambierò idea. Lo so, sono un idiota, ma io spero che i nostri figli e i nostri nipoti non debbano pagare con la vita l’incremento degli affari che qualcuno sta già facendo, mentre lei parla di libertà.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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