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Su Mario Vargas Llosa e la Corrida

 
Come se ciò non bastasse, perfino la Chiesa Cattolica non condanna questi spettacoli, al contrario, è consuetudine che le Corride siano fatte in "onore dei santi", con l’approvazione del clero. La verità è che non esiste alcuna giustificazione morale per rifiutarsi di prendere in considerazione la sofferenza di un essere vivente, sia esso umano o non umano. Gli animali sono esseri senzienti che provano gioia, felicità, paura e dolore, proprio come gli esseri umani. Non abbiamo alcun diritto di farli soffrire per il nostro "divertimento. Se qualunque tortura inflitta ad un animale merita di essere condannata, le corride sono il peggior tipo di tortura perché sono fatte in nome dell’intrattenimento. Dobbiamo smetterla di torturare gli animali e dobbiamo fermare per sempre questi spettacoli di brutalità e violenza.
 
"Un piccolo passo separa coloro che torturano gli animali e infliggono loro sofferenze, dal fare lo stesso sui propri simili".
 
Nel 2008, in una città francese (amante delle Corride) ho fatto una mostra che non è stata molto apprezzata,semplicemente perché trattavo il tema della Tauromachia in termini filosofici, e cedendo in nulla al mito della Corrida, tanto apprezzato da Mario Vargas Llosa. Una pseudocultura questa, una barbarie indegna del nostro tempo. Mi lascia qualche perplessità il fatto che Picasso abbia abbondantemente celebrato nella sua opera il tema, anche se si dice che fosse piu una metafora personale. E infatti era lui stesso a dirlo, identificandosi con il Minotauro: "Se unite una serie di punti, luoghi e storie, vissuti nella mia vita, vedrete che ne esce fuori il disegno di un Minotauro". Tra le altre cose il pittore diceva che gli spagnoli "al mattino vanno a messa,al pomeriggio alla Corrida e alla sera al bordello". Picasso riconosceva d’essere nato dentro la Corrida, e la considerava una componente della sua identità capace di ispirarlo (rammentate il toro in "Guernica"?). Il tratto realista, la metafora del popolo ribelle, amante della libertà ecc.
 
Ai tempi tuttto questo mi fece riflettere, e finii con l’identificare nella Corrida una liturgia purificatrice di marca cristianeggiante, roba tipo: "il dolore ti redimerà". Il toro, che notoriamente è il simbolo dell’Eros umano, della sua potenza, della sua incontenibile irruenza, viene accostato dal pensiero cattolico sacrificale-dolorista-sessuofobo al diavolo, al peccato, al male; laddove il Toreador è l’eroe stoico, epico, puro nella fede, che con grazia, leggiadria, armonia e virtù uccide la "bestia" in un rituale salvifico, esorcizzante e purificatorio. Tutto questo non è altro che una rievocazione di culti sacrificali dell’antico mondo pagano: mondare i peccati, le trasgressioni e celebrare le virtù della fede. Non per niente i segni della croce e i crocefissi nelle arene si sprecano, un po’ di superstizione non guasta mai. Stanno li pure per scaramanzia, ma meglio sarebbe se ci mettessero il mago Otelma.
 
Ovviamente le cose sono un po’ più complesse: il rituale della Corrida è anche un’eredità del mondo pagano primitivo, quello in cui si sacrificava alla divinità il figlio primogenito (Cartagine), o la bestia più bella, donata al Dio crudele e geloso (Abele e Caino). 
 
Eredità presente anche nel "libro dei libri", la Bibbia, allorché il "buon Dio" chiede a un padre di dimostrargli la sua fede sacrificandogli il figlio prediletto (l’episodio è noto, e non serve che lo rammenti). Insomma, una vecchia abitudine quella di immolare, di far scorrere il sangue in segno di devozione. Sospetto pure che si volle, con la "cristianeggiante" Corrida, cancellare le tracce del culto di Mitra, che aveva al centro il toro e godeva di grande seguito nell’Impero Romano.
 
E’ curioso che un avvenimento legato allo scorrere del sangue e al dolore, possa assurgere a cultura e nascondersi dietro il paravento della tradizione. Sul piano simbolico stupisce che il machismo degli spagnoli ed il loro Eros personale trovi nel toro un degno nemico. Il malinteso in cui precipitano, letteralmente ingannati dal pensiero "cristianeggiante", una volta svelato il risvolto analitico-psicologico, ci parla di un rito di auto-castrazione effettuato dall’uomo contro il simbolo del suo stesso Eros.
 
L’uomo popola il mondo di sensi e matafore, tutto è simbolo, e l’insieme di questi interagisce nel profondo, ed emerge nelle diverse "culture".
Bravi, complimenti e tutti a casa!
 
Oggi la Corrida, dalle notizie che mi giungono, si svolge più che altro per un limitato pubblico di turisti, la metà dei quali non resiste e vomita prima della fine dello spettacolo. Uno zoccolo duro di affezionati e fanatici resiste (certi arrivano persino a produrre referti medico-veterinari che affermano che l’animale non soffre perché privo di anima!), ferocemente contrastati, sia in Spagna che in Francia, da varie organizzazioni animaliste.
 
Infine ho notato come Corrida faccia rima con alcol (una pura "coincidenza": annegare il dolore per l’Eros perduto proprio nell’alcol), il quale scorre a fiumi. Ne sono stato testimone, e lo spettacolo è impressionante tanto più che, realizzata la castrazione rituale del simbolo dell’Eros (il toro), a tarda notte, quando la Feria finisce, tutti vanno in bianco, felici e contenti, meno i tori ovviamente. Complice l’alcol, direte voi.
 
Venendo a Mario Vargas Llosa, quando dice: "Vietare le corride, oltre a un oltraggio alla libertà, è anche giocare a fare finta, rifiutarsi di vedere a viso aperto quella verità che è inseparabile dalla condizione umana: che la morte ronza intorno alla vita e finisce sempre per sconfiggerla; che, nella nostra condizione, entrambe sono sempre intente in una lotta permanente e che la crudeltà - ciò che i credenti chiamano il peccato, o il male- fa parte di essa, ma anche così la vita può essere bella, creativa, intensa e trascendente. Proibire i tori non attenuerà in nessun modo questa verità e, oltre a distruggere una delle manifestazioni più audaci e appariscenti della creatività umana".
 
Mi fa letteralmente sobbalzare sulla sedia, sembra una frase presa di pari passo dagli Ig nobel, e indegna di un grande della letteratura, quale lui è.
Mi perdonerà se liquido questo suo paragrafo con una citazione lapidaria del nostro Gabriele D’Annunzio: "Non ha nulla da insegnare chi ha molto sofferto! " Parafrasandola si potrebbe dire che nulla ha in comune con la cultura un momento di sofferenza e tortura, e che poco ci frega che esistano persone capaci di trarre godimento da questo genere di rappresentazioni primitive, che nei secoli hanno prodotto canoni estetici equiparabili al nazismo.
 
Non solo. Una cosa è nutrirsi, sia pure torturando un animale, e altra cosa è nutrire il nostro universo simbolico profondo, la nostra cosmogonia simbolica, con atti ed episodi di sofferenza inflitta gratuitamente. Ed è ancor meno lecito accettare surrettiziamente il fatto esorcistico della Corrida. Se hanno paura non hanno che da rinchiudersi in casa. Così s’interpreta la vita in termini esculsivamente doloristi, roba da "valle di lacrime" cristianeggiante, puro pensiero magico, spazzatura, superstizione impastata di sadomasochismo.
 
Poi insiste: "...riorienterà la violenza ristagnata nella nostra condizione verso forme più crude e volgari, e magari verso il nostro prossimo. In effetti, perché inferocirsi contro i tori se è molto più eccitante farlo con i bipedi in carne e ossa che, per di più, strillano quando soffrono e in genere non hanno corna?
Come a suggerirci che, abolita la Corrida, fatto altamente "pedagogico" nelle dinamiche della non-violenza, potremmo ritrovarci a praticare su noi stessi una certa forma di violenza. Lucido delirio o distrazione? A voi l’arduo quesito...
 
La Storia sembra non avergli insegnato nulla. Né quella passata, né quella che imperversa sotto i suoi occhi: basterebbe solo che accendesse il tubo catodico o il pc.
 
Quella intervista de "El Pais", ripresa da Corriere.it, potrebbe benissimo non essere mai stata rilasciata da Mario Vargas Llosa, talmente stupida da sembrare inverosimile. Un falso, come è accaduto spesso di recente. Io propendo per questa ipotesi, qualcuno più cattivo di me indagherà, almeno spero.
 
E qui termino con le parole di un sapiente, Publio Ovidio Nasone, il quale, emergendo dalle nebbie del tempo della classicità romana, dice: "crudelitas in animalia est tirocinium contras homine" ("la crudeltà contro gli animali è il tirocinio della crudeltà sugli uomini". Ndr).

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