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Storie dell’Egitto taciuto: Ahmer Sahi

La vicenda di Ahmer è una delle tante storie ignote della gente d’Egitto vessata dal regime di Al Sisi. Storie sconosciute perché è impossibile cercarle in una nazione che il regime costringe a vivere in stato d’assedio, con l’informazione interna tacitata e quella esterna impossibilitata a lavorare, come dimostra, tanto per citarne uno, il caso di Mahamoud Hussein, giornalista di Al Jazeera detenuto a oggi da 722 giorni. 

Lo impedisce con minacce e arresti, comprensivi quest’ultimi di torture e conseguenze ancor più gravi. Nell’orizzonte disegnato dai militari, che governano col consenso dettato dal terrore, il monito è stato dettato dal 25 gennaio 2016, quando Giulio Regeni, sparì nel nulla alla fermata Dokki della metropolitana cairota. Chi non vuol fare quella fine deve evitare di ficcare il naso nelle questioni nazionali, e qualsiasi impegno in tal senso viene considerata un’ingerenza spionistica da estirpare con leggi speciali. Quelle che probabilmente salveranno i cinque o venti indagati dalla procura di Roma dalle dirette responsabilità nell’assassinio dello studioso friulano. Prima che Regeni finisse rapito, seviziato, ucciso dai collaboratori di Sisi e Ghaffar, molti attivisti politici, dei diritti e giornalisti avevano vissuto situazioni simili a Ahmer Sahi che nel 2014 era appena maggiorenne.

Una mattina venne bloccato dalla National Security con la semplice accusa d’essere un simpatizzante del movimento ‘6 Aprile’. Questo, che prende il nome dal giorno del 2008 in cui ci fu il grande sciopero industriale ad al Kubra, aveva guidato la rivolta anti Mubarak di piazza Tahrir, restando attivo anche durante l’anno di presidenza Morsi e nei messi seguenti la sua caduta. Ma dopo aver attaccato la Fratellanza Musulmana, con l’eccidio della moschea Rabaa dell’agosto 2013, l’apparato militar-politico di sostegno a Sisi, iniziava a colpire i gruppi laici fra cui gli stessi alleati post nasseriani e liberali. Nel mirino coercitivo finivano anche i giovani ribelli della Primavera 2011, di cui il gruppo ‘6 Aprile’ era una delle realtà più attive, che pure aveva partecipato all’ubriacatura anti-islamica della raccolta di firme per chiedere la rimozione di Morsi nel maggio-giugno 2013. I fermi e gli arresti, giustificati da motivi di “sicurezza nazionale” diventarono legali nella primavera 2014 con un pronunciamento della Corte Suprema del Cairo che parlava di “diffamazione delle autorità interne e pericolo di spionaggio a favore di potenze straniere”.

Ecco, dunque, che le accuse rivolte a elementi simili a Ahmer si fanno gravissime. Così il ragazzo finisce in una di quelle galere dove i poliziotti oltre ai colpi proibiti, alla ‘posizione del pollo’ inflitta al detenuto, riempivano la cella d’acqua dopo aver collocato fili con corrente elettrica attiva. Centocinquanta giorni di quest’inferno, dal 30 settembre 2014 al 29 gennaio dell’anno successivo. Quindi un barlume: un mattino Ahmer sentì stridor di ferri e chiavi e nel giro di un’ora la sua cella s’apriva, l’ufficio detenzione gli aveva fatto firmare delle carte e un sole, pur invernale, risplendeva sulla sua testa. Sembrava un regalo, a quattro anni dalla rivolta che voleva cambiare l’Egitto, ma non c’era riuscita. Però la liberazione di Ahmer durò un soffio. Non s’accorse che continuava a essere pedinato e dopo qualche giorno venne nuovamente fermato. Gli spiegarono che doveva pagare diecimila euro per una liberazione definitiva. Grazie al giro di amici e aiuti familiari il giovane trovò l’ingente cifra. Eppure l’angoscia l’assillava, pensò alla fuga in Turchia, nazione che all’epoca rilasciava facilmente i visti. Pagò nuovamente, pur sapendo che se il visto non gli fosse arrivato avrebbe perso il denaro.

Passavano le settimane, poi i mesi. Alla fine è stato così: nessuna autorizzazione a causa d’un accordo fra i governi dei due Paesi che non concedevano reciprocamente permessi d’ingresso a ex detenuti politici. Ahmer dalle pene della prigionìa è passato a quelle della depressione. Doveva obbligatoriamente restare in un luogo che sempre più l’angosciava, perché nonostante la giovane età vedeva che la sua nazione era addirittura peggiorata rispetto a quanto ricordava del clima della propria infanzia e adolescenza. L’Egitto diventava di per sé una galera, un posto dove o sei omologato e servile (atteggiamento che, comunque, non esclude possibili vessazioni e persecuzioni) oppure l’esistenza diventa un inferno, e questo a prescindere dalla condizione socio-economica personale più o meno disagiata. Se nessun posto al mondo è un paradiso, certo la situazione egiziana precipitava sempre più. Lo stesso assassinio Regeni, faceva meditare gli oppositori interni, che conosciuti e schedati, potevano in qualsiasi momento subìre una fine altrettanto atroce. Un buco nero sempre aperto per tanti, troppi egiziani. 

Enrico Campofreda

 

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