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Stato Islamico, la messa in scena della violenza

Chi comanda lo Stato Islamico? Loulouwa Al Rachid, Christoph Reuter, Olivier Roy e Corrado Formigli ne hanno discusso al Festival di Internazionale a Ferrara.

Forza e terrore. La guerra è in atto e ci riguarda tutti. IsisIsDaesh, il nemico ha facce e nomi diversi riuniti sotto l’ormai auto proclamazione di Stato Islamico. Quello che sappiamo è quello che vogliono farci vedere. I militanti hanno imbracciato le armi in nome di Allah e, cavalcando il web, basano la propria strategia sulla propaganda della paura.

Ma chi c’è veramente dietro? Chi comanda lo Stato Islamico? Questo l’interrogativo che ha dato il via, durante il Festival di Internazionale a Ferrara, ad un appassionato scambio di opinioni sul Medio Oriente. Ospiti sul palco del Teatro ComunaleLoulouwa Al Rachid (International crisis group), Chirstoph Reuter (Der Spiegel), Olivier Roy (orientalista e politologo), introdotti e moderati da Corrado Formigli di Piazzapulita-La7.

Le lunghe file di persone, l’attesa e la pazienza per accedere al teatro dimostrano la voglia di capire e approfondire un fenomeno percepito da tutti come destabilizzante.

L’IS, o Stato Islamico, comunica al suo interno e al mondo intero attraverso video raffinatissimi, in modalità “flusso continuo”. Vuole creare un immaginario eroico e vincente, studiato nei minimi dettagli, dove trionfa la violenza, sotto la tetra bandiera nera, che giustizia gli infedeli, mette al bando i loro stili di vita e tutto ciò che non rientra nel rigido schema del Califfato. Da quel “format” non si scappa, non si discute, non si pensa, non si interpreta. È legge, parte integrante della vita quotidiana. Secondo la loro visione, il trionfo della giustizia.

Il Califfato avanza, inghiotte e ingloba territori, rade al suolo tracce di culture passate. Le truppe sono imbottite di soldi, dollari, di armi sofisticate, piccole telecamere e telefonini di ultima generazione.

Quella di Kobane è diventata una guerra simbolo, l’unica città che li ha sconfitti, grazie all’impegno in prima linea dei Peshmerga kurdi, uomini e donne, armati non certo allo stesso livello dei miliziani dell’IS. L’unica arma in più, quella dell’umanità, il valore e l’impegno sociale, il coraggio e la forza di combattere per una giusta causa. Ma la guerra non è finita, si rimane in costante stato di allerta. La strategia militare dell’IS è come una partita a scacchi, così l’ha definita un combattente italiano al fronte di Kobane, un gioco a lungo termine. L’errore più grossolano è quello di sottovalutarli e cadere nei loro trucchi.

Si tratta di uno Stato a tutti gli effetti, anche se non riconosciuto da alcuna autorità internazionale- ha introdotto Formigli - che ha una sua consistenza territoriale, grande quanto la Gran Bretagna, ed una sua ideologia. Si diffonde sul web ed è capace di accendere "lupi solitari" in qualunque parte del mondo. Di straordinaria capacità strategica, oltre a quella di incutere paura e di mettere in fuga il nemico; utilizza una propaganda hollywoodiana, dietro cui c'è un genio militare che scavalca il fanatismo religioso. Ma la loro efficienza e la loro accattivante propaganda, non spiegano il loro successo. In fondo, la loro forza militare non è così forte. "Chi compra il petrolio di contrabbando dello Stato Islamico, finanziando le loro casse? Ci troviamo di fronte ad un pazzesco gioco di specchi, in cui l'IS non è forse l'unico nemico da abbattere, ce n'è sempre un altro prima. Lo Stato Islamico è, in qualche forma, eterodiretto."

L'orientalista e politologo Oliver Roy specifica: I Kurdi sono gli unici che combattono L'Isis sul territorio. Sciiti e iracheni non sono interessati. I Sauditi, che sono contro l'Isis, temono in realtà il crollo dell'Isis. Per quanto riguarda Assad, il suo problema è interno, ed è quello di vincere l'opposizione. L'intervento dei Russi non arriva a caso, vengono ad aiutare Assad per conquistarsi un ruolo nel Medioriente. Putin vuole restituire alla Russia il ruolo internazionale, quello che aveva un tempo l'Unione Sovietica. Putin sta aiutando Assad a due livelli: combattendo chi gli si oppone e facendo in modo che conquisti un po' di legittimità nella lotta al terrorismo.

Loulouwa Al Rachid consiglia di fare un passo indietro, al 2003, e focalizzarsi sulle questioni irrisolte. Dopo il rovesciamento del regime sunnita di Saddam Hussein, Mosul non è mai stata pacificata. La popolazione covava risentimento nei confronti degli americani e verso il nuovo governo sciita iracheno. Fondamentale è cogliere l'importanza del trauma subito dalla popolazione sunnita, che sentiva di aver perso la centralità in Medio Oriente.

Fino a quando gli americani erano presenti in Iraq, fungevano da "arbitro" tra sunniti e sciiti; hanno mediato ed arbitrato in il gioco politico, proprio loro che erano i responsabili dell'umiliazione subita dai sunniti, in quella che è in fondo una lotta tra clan, una battaglia ideologica, che riguarda 'identità dell'Iraq.

Riguardo alla compattezza dello Stato Islamico, Chirstoph Reuter constata la buona organizzazione dei campi di addestramento ed i cospicui finanziamenti. Si capisce che dietro a tutto questo fenomeno ci sia un progetto ben definito, frutto di un grande lavoro di spionaggio, una rete di intelligence, redatto in piani molto ampi. Sono "ingegneri del potere" , pianificatori, perfetti nell'attendere, che utilizzano l'Islam e che faranno tutto il necessario per espandere il potere.

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