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Sia la "remigrazione" a fare i bagagli ed emigrare dalle nostre scuole

 La scuola italiana è, a tutti gli effetti, il primissimo porto d'attracco; è lì che avviene il miracolo quotidiano dell'integrazione. La scuola lo fa sobbarcandosi, in modo quasi eroico, i disastri e i fallimenti di un sistema politico che negli anni si è fatto sempre più becero, sempre più incattivito e incapace di dare risposte strutturali.Le fantomatiche circolari amministrative calate dall'alto, cercando di imporre il famoso tetto del 30% di alunni stranieri per classe. Ma di cosa stiamo parlando?

È pura fantascienza, roba tecnicamente inapplicabile in una miriade di contesti territoriali. Anzi, superiamo questa banalità e guardiamo in faccia la realtà amministrativa e demografica: in un Paese stravecchio come il nostro, senza i ragazzi stranieri avremmo già perso decine di migliaia di cattedre e posti di lavoro. Basta spulciare i piani di dimensionamento scolastico – insomma, i tagli e le chiusure dei plessi – per capire che l'immigrazione è l'ossigeno che tiene in piedi le nostre scuole. Ma c'è una questione più profonda. In un'Italia che sta affrontando un mutamento sociale ed epocale, la scuola ha un ruolo imprescindibile. I processi d'integrazione devono partire subito, fin dalla scuola dell'infanzia – che, lo sappiamo, sfugge purtroppo all'obbligo scolastico – e devono essere accompagnati strenuamente per evitare quel tasso di dispersione e abbandono che, specialmente tra i ragazzi di origine straniera, ha raggiunto livelli sconcertanti. E attenzione, perché qui dobbiamo capirci su cosa significhi "integrazione". Non vuol dire costringere i ragazzi a studiare in modo acritico le nostre "fantomatiche radici", su cui peraltro, in un Paese composito, frammentato e complesso come l'Italia, c'è tutt'altro che una memoria pacificata e condivisa. Siamo onesti: noi esaltiamo i Romani, ed è giusto perché furono dei geni assoluti del diritto e dell'infrastruttura, ma furono anche dei formidabili, spietati massacratori di popoli! L'integrazione non passa dal programmino ministeriale ingessato, passa dall'universo-scuola nel suo complesso: dal farti sentire accolto, parte di una comunità, e non escluso o marchiato per le tue origini. Chi coltiva idee di tutt'altro tenore, chi vaneggia di "remigrazione", dovrebbe molto semplicemente cercarsi un'altra occupazione, perché ha una visione del mondo radicalmente incompatibile e inconciliabile con la missione costituzionale di una scuola che opera in un'Italia già di fatto plurale e multietnica. A voler essere precisi, dovrebbe essere proprio la parola "remigrazione" a dover fare i bagagli ed emigrare fuori dalle aule scolastiche. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il mettersi l'etichetta dei "buonisti comunisti" o dei "cattivisti fascisti". Queste sono categorie pigre. Il punto è che il ragazzo straniero, una volta che lo hai accolto e gli hai dato gli strumenti per capire il mondo, si farà le sue idee sulla politica e sulla società. E magari, un domani, andrà alle urne e voterà tranquillamente a destra, come peraltro accade già in tantissimi casi. Perché è così che funziona una società viva, ed è questo che fa una scuola vera.

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