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Il Decreto Scuola trasforma gli istituti scolastici in controllori: una deriva inaccettabile!

Il recente Decreto Scuola si configura come un atto marcatamente politico, che utilizza lo strumento normativo per imporre misure lontane dalla vocazione inclusiva della scuola pubblica.

Una delle disposizioni più controverse e per molti inaccettabile è certamente l'obbligo imposto agli istituti scolastici di segnalare ai servizi sociali i genitori degli alunni che non parlano italiano. Si tratta di una scelta dal sapore anacronistico, che rievoca epoche passate e costringe la scuola a travalicare i propri compiti istituzionali, trasformandola da luogo di educazione a organo metaforicamente quasi di "delazione".

Il meccanismo di segnalazione e i corsi obbligatori

Nello specifico, per quello che al momento è dato comprendere, il provvedimento stabilisce che, laddove sussistano "persistenti barriere linguistiche" tali da ostacolare l’integrazione e il percorso educativo dell'alunno straniero, la scuola sia tenuta a denunciare il caso ai servizi sociali. Spetterà a questi ultimi valutare la situazione familiare e, se ritenuto necessario, predisporre un progetto personalizzato. Tale piano impone ai genitori un percorso gratuito di alfabetizzazione presso i CPIA (Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti), con l'obiettivo di far raggiungere loro almeno il livello A2 di conoscenza della lingua italiana.

Sanzioni e rischi per le famiglie

Sono previste esenzioni per chi presenta gravi e certificate limitazioni all'apprendimento legate a età, patologie o disabilità. Tuttavia, per i genitori che si sottraggono ai corsi senza validi motivi di salute o forza maggiore causando un "concreto pregiudizio" all'integrazione del minore scatteranno multe dai 200 ai 1.000 euro. Ancor più inquietante è il fatto che una prima bozza del decreto prevedesse, in caso di inadempienza, persino l'allontanamento del minore dalla famiglia: uno scenario surreale che rende l'idea del clima punitivo in cui è nata la norma.

I profili di illegittimità e la giurisprudenza europea

Sul piano giuridico, queste scelte appaiono estremamente fragili, contestabili, che sicuramente determineranno dei contenziosi. La giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) ha più volte chiarito che il diritto all’istruzione si intreccia con altre garanzie fondamentali, come il rispetto della vita privata e familiare (Art. 8) e il divieto di discriminazione (Art. 14). Come evidenziato dai giudici di Strasburgo nel celebre "caso linguistico belga" (Case relating to certain aspects of the laws on the use of languages in education in Belgium), la Convenzione Europea forma un unicum. Questo significa chiaramente che le misure adottate in ambito scolastico non possono spingersi fino a ledere o interferire indebitamente con il diritto al rispetto della vita familiare. Pertanto non dovrebbe stupire che le nuove disposizioni innescheranno un'ondata di contenziosi legali destinati a superare i confini della giurisdizione nazionale. Il risultato finale sarà quello di esporre, ancora una volta, le scuole e i dirigenti scolastici a situazioni normativamente inaccettabili, gravandoli di responsabilità che non appartengono in alcun modo al mondo dell'istruzione.

Foto Governo.it

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