Sentire le voci non significa pazzia
Secondo una ricerca americana sentire le voci sarebbe un fenomeno molto complesso e non riguarderebbe solo malati psichiatrici.
Ad affermarlo una nuova ricerca pubblicata su una delle riviste più prestigiose, Lancet Psychiatry, e condotta dalle università di Durham e Stanford: sentire le voci nella propria testa non è necessariamente il primo sintomo di pazzia, come si è sempre pensato, ma un fenomeno che per diverse ragioni può interessare anche molte persone non affette da patologie psichiatriche.
Si stima infatti che tra il 5 e il 15 percento degli adulti sperimenterà allucinazioni uditive durante la propria vita. Sentire voci si è dimostrato inoltre essere un fenomeno molto complesso, a seconda della persona che vive l’esperienza. Le voci possono essere diverse: di bambino, di anziano, felici, tristi, speventose, rassicuranti.
È la storia di Rachel Waddingham, di mestiere consulente. A un certo punto Rachel comincia a sentire delle voci, ha delle visioni e non se le spiega, perché non le è stata diagnosticata alcuna malattia. “Ho sentito circa 13 voci diverse o giù di lì”, racconta. “Ognuno di loro è diverso, alcuni hanno un nome, hanno età diverse e caratteri molto differenti. Certi sono molto arrabbiati e violenti, altri sono spaventati e altri ancora maliziosi. A volte sento una bambina molto spaventata e quando lei ha paura mi capita di percepire io stessa del dolore corporeo. In generale ho capito con il tempo che posso dare un senso e far fronte alle mie voci, non mi sento più terrorizzata da loro, anche se alcuni ancora oggi mi dicono cose molto spaventose”.
Quella di Rachel non è l’unica storia raccontata da chi ha fatto diretta esperienza di questo fenomeno. Il metodo usato dal team americano è stato infatti quello di sottoporre a un campione di 153 persone, la maggioranza delle quali con malattia psichiatrica diagnosticata, un questionario online incentrato sulla descrizione delle esperienze. Gli intervistati erano liberi di rispondere con parole proprie, di narrarsi. Ciò che è emerso è stato a tratti inaspettato: l’81% degli intervistati ha raccontato di sentire più voci diverse, non solo una, e il 70% ha addirittura individuato in queste voci delle qualità caratteriali differenti.
Solo meno della metà dei partecipanti inoltre ha dichiarato che l’esperienza che vivevano fosse unicamente uditiva. Al contrario, sentire voci sembra essere per la maggior parte delle persone un qualcosa di complesso, che coinvolge anche altri sensi. Il 66% degli intervistati, per esempio, ha percezioni corporee come sensazione di caldo o formicolio nelle mani e piedi. Sentire voci sembra non essere associato solo a emozioni negative: il 31% dei partecipanti, uno su tre, dichiara di sentire anche emozioni positive durante l’esperienza.
Secondo gli scienziati questa scoperta mette in discussione l’opinione che sentire voci sia sempre un fenomeno unicamente acustico, e può avere implicazioni per futuri studi nel campo delle neuroscienze, riguardo a ciò che accade davvero nel cervello di una persona quando ha la sensazione di sentire una voce. In ogni caso, per la maggior parte delle persone sentire voci non è un’esperienza felice e per questo sarà importante in futuro lavorare anche nella direzione di terapie diversificate in grado di cogliere la complessità di tutto questo. Gli approcci attuali comprendono sostanzialmente farmaci, terapie cognitivo comportamentali, tecniche di dialogo con le voci e di altre forme di terapia e di auto-aiuto.
“Questi dati suggeriscono anche che abbiamo bisogno di pensare molto più attentamente sulla distinzione tra percezioni immaginarie, come il suono, e la percezione” afferma Nev Jones, coautore dello studio. “Anche se nella nostra società le persone che sentono voci sono spesso visti come ‘matti’ – conclude Rachel, la protagonista del caso di studio – io credo che le cose stiano cambiando. Trovo che molte persone siano sempre più interessate ad approfondire questa questione; tanti mi hanno raccontato le esperienze che hanno avuto, durante l’infanzia o in età adulta, ed è come se parlando di voci stessimo iniziando piano piano a de-stigmatizzare l’esperienza. Finché noi interpretiamo le voci come segno tangibile di malattia psichiatrica, non ha molto senso per esplorare davvero il vissuto di una persona. A me invece piacerebbe vivere in un mondo in cui siamo curiosi di sapere gli uni degli altri e a cercare di capire piuttosto che patologizzare.”
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Crediti immagine: Marco Castellani, Flickr
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