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Riscatto pensionistico dei titoli universitari conseguiti lavorando: valorizzare il merito, assicurare equità

Il riscatto pensionistico dei titoli universitari conseguiti lavorando è un tema che mira a valorizzare il merito e assicurare l'equità nel sistema previdenziale. In sostanza, permette di riconoscere ai fini pensionistici gli anni di studio universitario, anche se svolti contemporaneamente all'attività lavorativa, trasformandoli in periodi contributivi validi. Questo può portare a un anticipo del pensionamento o a un aumento dell'importo della pensione stessa. 

Nel nostro ordinamento previdenziale, è oggi possibile riscattare ai fini pensionistici gli anni di studio universitario soltanto se il titolo è stato conseguito prima dell'inizio dell'attività lavorativa. Chi invece ha conseguito la laurea durante il percorso lavorativo, magari affrontando anni di studio serale, corsi online, sacrifici personali e familiari, ne resta escluso. Una norma che poteva apparire coerente nel vecchio sistema retributivo, ma che oggi - con il passaggio al sistema contributivo, l'innalzamento dell'età pensionabile e il grave squilibrio demografico - è palesemente anacronistica.

È ora che il legislatore e le forze sociali affrontino seriamente questa disparità.

Con la riforma Dini (1995) prima e la riforma Fornero (2011) poi, il sistema previdenziale italiano ha compiuto una trasformazione radicale: si è passati da un sistema retributivo - che calcolava la pensione sulla base delle ultime retribuzioni - ad un sistema contributivo, che si fonda sulla totalità dei contributi versati nell’arco della vita lavorativa.

In tale quadro, ogni contributo conta, a prescindere dal momento in cui è stato versato o dal contesto in cui è maturato. È quindi del tutto incoerente che si continui ad escludere dal riscatto gli anni di studio universitario svolti durante un'attività lavorativa. Non esistono ragioni logiche, né attuariali, per questa esclusione. Si tratta di una stortura giuridica che produce una ingiustizia sostanziale, penalizzando lavoratori che hanno dimostrato intraprendenza, determinazione e spirito di crescita professionale.

Nel nostro Paese, lo sforzo per garantire il diritto allo studio viene sempre più accompagnato dal principio del lifelong learning, la formazione continua lungo tutto l’arco della vita. Anche l’Unione Europea ha più volte sottolineato la necessità di promuovere l’aggiornamento professionale, la riqualificazione e la crescita delle competenze in un mercato del lavoro in continua evoluzione.

In questo contesto, chi si laurea lavorando non solo non pesa sul sistema, ma contribuisce a renderlo più solido e dinamico. Parliamo di operatori sanitari, educatori, tecnici, impiegati, addetti alla logistica, operai qualificati. tutti profili che, spesso fuori da qualsiasi tutela, si rimboccano le maniche per migliorare la propria condizione professionale e offrire maggiore valore al datore di lavoro e alla collettività.

Eppure, la normativa previdenziale continua a escluderli da un diritto che invece riconosce a chi ha potuto studiare a tempo pieno e senza lavorare.

Estendere il diritto al riscatto anche a questi lavoratori non avrebbe costi per lo Stato. Il riscatto degli anni universitari, infatti, è un istituto a titolo oneroso: il cittadino versa volontariamente un contributo, che viene conteggiato nel suo montante contributivo. Non si tratta di assistenzialismo, ma di un investimento individuale che rafforza le casse dell’INPS.

In un contesto segnato dalla denatalità strutturale (tasso di natalità ai minimi storici), dall’aumento dell’età pensionabile (oggi sopra i 67 anni, con previsioni di superare i 70 entro il 2045) e da un mercato del lavoro caratterizzato da discontinuità contributiva, questa proposta andrebbe anche nella direzione di:

  • ampliare la platea dei contributi versati, migliorando la sostenibilità del sistema pensionistico;

  • incentivare il risparmio previdenziale privato e la pianificazione di lungo periodo;

  • ridurre le disuguaglianze tra chi ha potuto studiare in condizioni favorevoli e chi lo ha fatto in un contesto di difficoltà economica o familiare.

Questa non è solo una battaglia individuale. È una battaglia collettiva, che chiama in causa le istituzioni, i sindacati, le associazioni di categoria, i partiti. Oggi più che mai è necessario promuovere una riforma equa, che riconosca la dignità del lavoro e del merito.

Chi si laurea lavorando è un cittadino che ha già dimostrato senso del dovere, resilienza e capacità di sacrificio. Non c'è alcun motivo per cui debba essere escluso da uno strumento previdenziale che, nella sua logica contributiva, dovrebbe essere universale e proporzionale.

Si tratta di un intervento semplice, attuabile con un emendamento mirato alla normativa sul riscatto, che potrebbe essere incluso in una legge di bilancio o in un disegno di legge organico sulla riforma pensionistica.

Rendere riscattabili ai fini pensionistici gli anni di laurea anche per chi ha studiato lavorando è una riforma di civiltà, che non solo corregge una distorsione normativa, ma riafferma il principio di uguaglianza sostanziale, sancito dall’art. 3 della Costituzione.

È un atto di rispetto verso il lavoro, la formazione e la responsabilità individuale. È una scelta giusta, equa, e perfettamente coerente con i princìpi del sistema contributivo.

Serve ora il coraggio politico per trasformare questa richiesta diffusa in una norma di legge. I tempi sono maturi. La coerenza, l’equità e la sostenibilità del nostro sistema pensionistico non possono più attendere.

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