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Riconoscimento facciale: perché non dovreste mettere le vostre foto su Facebook

 
 
Joseph J. Atick è un fisico, uno dei pionieri dell'industria biometrica che lavora sul riconoscimento facciale. Ha inziato negli anni Novanta, aiutando le agenzie del governo americano ad identificare criminali o a prevenire frodi dell'identità.
 
Oggi questa industria genera 7,2 miliardi di dollari all'anno, dice il New York Times, riportando i dati di Frost & Sullivan. Secondo le previsioni si arriverà a 20 miliardi nel 2020
 
Oggi il dottor Atick si trova al centro di una riflessione sul futuro dell'industria biometrica. 
 
Cosa fanno le compagnie con i i dati del riconoscimento facciale? È possibile identificare le persone senza il loro consenso? Questi dati vengono poi passati a enti governativi? Atick pensa che ci siano degli usi - soprattutto da parte governativa - positivi. Per esempio? L'uso legato all'immatricolazione dei veicoli, che potrebbero evitare le frodi legate al furto di documenti; oppure, naturalmente, la prevenzione del terrorismo.
 
Quello che lo preoccupa, invece, è lo sfruttamento di queste tecnologie per identificare i cittadini quando questi si muovono nello spazio pubblico, senza che ne siano al corrente. 
 
Online siamo tutti tracciati, ma la strada, secondo Atick, dovrebbe essere un posto dove questo non succede. Il riconoscimento facciale, oggi, potrebbe portare alla sorveglianza di massa, "rubando a tutti il proprio anonimato", dice al New York Times. Il riconoscimento facciale può essere usato a distanza senza che una persona se ne renda conto, semplicemente facendo il match tra una foto e le altre che si possono trovare on line
 
Quali sarebbero i vantaggi di queste tecnologie? Una maggiore sicurezza per l'individuo. Ogni cittadino è in possesso di un codice unico, che lo accompagna ovunque: la sua faccia. Invece di aver qualcosa che si può perdere, come un documento di identità, o qualcosa che si può hackerare, come un pin, la faccia è qualcosa che potenzialmente può sbloccare il proprio smartphone o il proprio conto corrente, e che non si perde, né si ruba (a meno che non si parli - ma arriverà anche questo - di scenari fantascentifici). La Apple, tra l'altro, sta lavorando a un software del genere per i suoi dispositivi. 
 
Esiste già oggi un'applicazione che si chiama FaceTag, disponibile per coloro che usano i Google Glass: guardando una persona con i Google Glass è possibile fare il match dei dati e ottenere nome, occupazione e profilo Facebook, se questa persona ha messo, ovviamente, i suoi dati on line. L'applicazione è stata bloccata da Google dopo che il Senatore democratico Al Franken ha chiesto di posticiparne il rilascio, preoccupato per le possibili conseguenze sul piano sociale e politico. Google ha dichiarato che non approverà il riconoscimento facciale sui Google Glass. Almeno per ora. 
 
Intanto le grandi aziende informatiche si occupano di biometrica: nel 2011 Google ha comprato la Pittsburgh Pattern Recognition, un'azienda sviluppata da ricercatori della Carnegie Mellon University; nel 2012 Facebook ha comprato Face.com, una start-up israeliana che si occupa di riconoscimento facciale. 
 
Per ora negli Stati Uniti non esiste un codice che regoli il riconoscimento facciale: questa settimana il Commerce Departement organizzerà un meeting con gli esponenti delle industrie e i consumatori per iniziare a pensare a un codice di condotta per gli usi commerciali del riconoscimento facciale.
 
Perché? Queste tecnologie sono già usate nel commercio. Il New York Times fa alcuni esempi: la prima e la più famosa è la tecnologia che permette a Facebook o a Google di suggerire i tag per le persone riprese in una fotografia; Google, inoltre, sta lavorando a un metodo che permetterà di farlo con i video; i ricercatori di Facebook stanno lavorando a un sistema chiamato DeepFace che, dicono, ha raggiunto capacità quasi umane (oltre il 97%) nel riconoscere un volto. 
 
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L'idea che un computer possa riconoscere un volto non è fantascienza: è necessaria un'enorme quantità di dati ma, se questi esistono, la "topografia" di un viso viene trasformata in un codice matematico, un sorta di impronta digitale, che permette poi di essere collegata a qualunque altra immagine esistente. Questa tecnologia negli Stati Uniti viene già usata dalla polizia (New York, Pennsylvania e California) o nei casinò. Come? Una foto di un furto in banca permette di incrociare i dati con le foto segnaletiche. Nei casinò invece, si usa in maniera più ingegnosa: qui vengono identificati i "buoni clienti", quelli che spendono e che quindi vanno trattati bene; in Giappone alcuni negozi usano il riconoscimento facciale per classificare i clienti o per "blacklistare" quelli che si lamentano molto; in Inghilterra la catena di supermercati Tesco sta pensado di installare software di riconocimento facciale per personalizzare ulteriormente le pubblicità per i suoi clienti; 400 bar americani usano SceneTap un'applicazione per mobile che si collega a delle telecamere che scannerizzano in tempo reale i bar e danno informazioni, per ora non tanto accurate, sul genere e sull'età degli avventori, per aiutare i clienti a scegliere il bar dove passare la serata. 
 
Nel 2001 il riconoscimento facciale è stato utilizzato durante un Super Bowl: la polizia ha scannerizzato decine di migliaia di fan senza il loro consenso, identificando così diversi criminali. Chiaramente la cosa ha sollevato diverse polemiche. 
 
Un altro esempio, tra i tanti: CreepShield è un sito americano che si pone come obiettivo quello di riconoscere i potenziali aggressori sessuali sui siti di appuntamenti on line. Basato su una tecnologia ridicola in termini di risposta, permette di fare un incrocio tre la foto messe on line dagli utenti sui siti con quelle presenti nei casellari giudiziari. Ne ha parlato il Telegraph
 
Un esperimento del 2011 portato avanti da Alessandro Acquisti alla Carnegie Mellon University ha dimostrato come da una foto è possibile risalire alla data di nascita, al numero di previdenza sociale e a tutta una serie di informazioni personali, come la religione e l'orientamento sessuale. L'esperimento di Aquisti e della sua équipe è stato in grado di ottenere informazioni corrette sul 70% dei volontari che hanno accettato di partecipare. Detto questo: resta un 30% di errore, perché non sempre le informazioni sui social network sono affidabili. In quanti si inventano un nome, una religione, una lingua? 
 
E questo è un altro problema: se queste tecnologie venissero usate per estrapolare un grande numero di dati, incrociando il riconoscimento facciale con le informazioni presenti sulla rete, quanti sarebbero gli errori possibili? «Diventerà un incubo per chi sarà vittima di [quel 30% di] errori», dice Acquisti. Perché, continua, «non c’è nulla che noi, come individui, possiamo controllare». La questione diventa: come le nostre società gestiranno questa enorme mole di dati? 
 
Il dottor Atick si chiede come usare il "faceprint": è solo una fotografia o invece, come l'impronta digitale, necessita il consenso prima di essere presa? Ogni tipo di controllo su queste tecnologie spaventa le industrie perché, ovviamente, rallenta (se non blocca) la ricerca. 
 
Cosa dovrebbero fare le aziende, secondo Atick? Dovrebbero rendere pubblico il fatto che stanno usando queste tecnologie e chiederne, preventivamente, il permesso ai clienti. L'uso, inoltre, dovrebbe essere limitato solo a quello per il quale è stato chiesto il consenso.
 
I cittadini dovrebbere essere informati del fatto che le loro foto servono (anche) a questo. 
 
 
 
Foto: Bruss Bowman
 
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