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Raffaele Spidalieri, la svolta del neurologo cantautore

L'affermato professionista, che vive e lavora a Siena, sta per licenziare il suo terzo disco al quale collaborano artisti che hanno fatto la storia della musica italiana (tra gli altri il grande Ares Tavolazzi, ex Area): “La vita è un viaggio di sola andata senza data di scadenza. Voglio essere libero di raccontare le mie storie senza pensare troppo al resto. Il cervello si nutre leggendo, studiando, cercando, amando”. Leggi l’intervista e ascolta il suo fantastico singolo ‘In viaggio’.

di Maurizio Cavaliere

La sua e nostra generazione, quella nata tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, è una specie di enclave sospesa tra le certezze che non abbiamo mai avuto. C’è una voglia matta di riabbracciare la bella infanzia e adolescenza attraverso il presente, in quasi tutti noi. Quel passato, però, è talmente lontano, offuscato e malinconico che incontrarsi a metà strada, di nuovo, sarebbe impossibile oltre che doloroso.

Raffaele Spidalieri, medico e cantautore, è un eccellente prodotto di questa ‘terra straniera’, senza confini, né bandiere, la terra di chi ha vissuto gli anni Ottanta in Molise e tutto il resto fuori. Oggi parliamo di lui e della clamorosa svolta che sta per dare alla sua vita.

Raffaele si è affermato a Siena come neurologo, guadagnandosi la stima della gente e lo status di affermato professionista nel campo della neuroriabilitazione; ha diretto il Centro di Riabilitazione neurologica dell’Istituto ‘Agazzi’ di Arezzo, oggi è neurologo presso l’Auxilium Vitae di Volterra. In soldoni, è uno di quelli che si occupa di far rinascere le persone dopo i danni seri. Quindi un ottimo lavoro, una ben custodita cittadina del Centro Italia, gli affetti e non solo: tanto, forse anche troppo per uno che sognava semplicemente di svegliarsi un giorno in un mondo più libero, aperto, tollerante.

Perciò, il nostro non ha mai soffocato quella voce che gli chiedeva di trovare l’altra strada, quella del cuore, quella che immaginava quando suonava l’organo nella sua cameretta, metà anni Ottanta, attingendo dal repertorio tipico dei giovani impegnati di allora: i grandi cantautori, De André in cima, poi il pallore cupo dei Cure, ma anche i Rolling Stones, non troppo in voga allora, oggetto di una sfrenata passione: a 11 anni compra il suo primo disco ‘Still life’, il live che gli Stones portarono in Italia nel 1982, appunto. Un bel po’ di roba buona che il giovanotto combinava con gli studi di musica classica, Bach e Mozart i suoi preferiti. Poi c’era naturalmente la voglia di esibirsi su un palco.

Il giovane Spidalieri suonava la tastiera nei Transizione, band campobassana composta da ragazzi che condividevano la stessa vocazione artistica e la fame di vita e cultura che facevano la differenza, allora. Tra gli altri Carmine La Pietra e Adelchi Battista che hanno continuato a lavorare, e bene, con la musica.

Ricordiamo nitidamente i Transizione (line up completato da Luca Cufari e Pier Paolo Giannubilo) a un Festival del Dilettante, nel vecchio Cinema Ariston. Cantarono un brano dal titolo ‘Giuda’, mentre, più o meno in contemporanea, a Sanremo Raf si chiedeva che ‘Cosa resterà di questi anni Ottanta?’. Rispondiamo noi: niente, a Campobasso non è rimasto niente. Cinema Ariston e Festival giovanili sono un ricordo annebbiato come una vecchia Polaroid, o le videocassette Agfa, che a stento riescono a restituirne la memoria. Filtri che definiamo vintage, ma a rivederle oggi, quelle foto, c’è ben poco da filtrare: sembrano arrivare dall’aldilà. Una botta di nostalgia.

Il Molise e il mondo sono stati stravolti. Nel bene e nel male, pro e contro con la bilancia in costante perdita. Eppure, trent’anni e passa dopo, sono sempre di più gli ex ragazzi di allora, pure quelli che hanno fatto ottime cose, desiderosi di tornare nel piccolo Molise, magari per rivivere quell’unica dimensione rimasta intatta in un modo o nell’altro: la collina, il clima, la natura non ancora violentata, i luoghi dell’adolescenza, l’abbraccio della famiglia d’origine.

A differenza di altri, Raffaele non tornerà alla base, ma la... transizione è finita anche per lui. E si realizza oggi in un sostanziale passo indietro, viaggiando e viaggiando.

Il neurologo con la chitarra ha deciso di osare in maniera diversa, di rimettere in piedi qualcosa di autentico, azzerare i compromessi: dare un ceffone al sogno infranto. Come fa un uomo di 50 anni a ridare un senso alle cose, oggi? Magari, mollando il primariato e la carriera per imbracciare di nuovo la chitarra, ma non tra un paziente e l’altro: sempre!

Sì, Spidalieri vuole fare quello che in realtà ha fatto a sprazzi, ma piuttosto bene, finora: cantare e suonare, ritrovare la magia delle musica, i rapporti umani cementati da più ‘session’ insieme. Semplicemente, vuole farlo con lo spirito dei vent’anni. All or nothing.

Il ragazzo che suonava l’organo, poi il pianoforte e la chitarra oggi si gode la confidenza di Ares Tavolazzi, il mitico bassista degli Area, con il quale, tra un fraseggio musicale e un bicchiere di vino, è diventato amico. 

Proprio così: il piccolo grande Ares suona nel nuovo album di Raffaele Spidalieri che uscirà in primavera. Per uno nato e cresciuto in puntina di vinile è incredibile: l’uomo che ha fiancheggiato l’immenso Demetro Stratos negli Area, rimpiazzando Patrick Djivas, nel frattempo entrato nella Premiata Fonderia Marconi, suona nel suo disco. Siamo nella storia della musica, ragazzi. Qualità, aneddoti, sguardi e parole: la Fonte delle Fonti della musica italiana, la Arcana gli fa un baffo al gaudente ‘Spida’: del resto, c’è qualcosa di più importante a questo mondo di una partnership musicale lllustre, a parte la salute e l’armonia tra i popoli?

La nostra intervista con Spidalieri non può che partire da qui, dagli anni del Covid e dai giorni del ritorno alla paura di una guerra nucleare, come quando eravamo bambini, ai tempi di ‘The day after’, Anno Domini 1983. Brividi che non sono di piacere.

Giorni duri, Raffaele, ti aspettavi questa recrudescenza dei malesseri sociali e morali che parevano essere sotto il nostro controllo?

“Sinceramente sì. E credo anche che non siamo all’apice. Abbiamo perso tutti i punti di riferimento. E la società è troppo veloce. Perde pezzi per strada. Credo che la maggior parte delle persone non viva bene. E il problema è che non se ne rende conto. Anestetizzata da pseudo vite virtuali”.

Tante volte la musica ha giocato un ruolo lenitivo sulle sofferenze del pianeta. Credi ancora in questo potere? L’arte e la bellezza possono salvarci? Ed è questa la molla che ora ti spinge a ripartire daccapo o meglio, a recuperare il ‘tuo’ tempo?

“Sono l’unica speranza le arti. E la ricerca della bellezza. Che ci salverà. Ma non so per quanti possa valere questo augurio. Non sono molte le persone che la cercano. Questa molla fortunatamente, ma anche grazie a chi me l’ha messa dentro (quindi la mia famiglia), c’è da sempre. Ripartire daccapo vuol dire dare spazio al cuore. Che è l’unico modo per vivere davvero. Il tempo non si recupera. C’è un disegno che dobbiamo vivere. Colorandolo meglio possibile. E credo che finora ho onorato questo viaggio che si chiama vita”.

Com’è nata l’amicizia con Tavolazzi?

“Per caso mangiando una pizza. Dopo pochi minuti abbiamo iniziato a parlare di cose strane e belle. Ipnosi regressiva, esoterismo, filosofie antiche. In perfetta sintonia come se ci conoscessimo da tempo. Ci siamo scambiati i numeri e continuiamo a parlare di cose belle. Della ricerca della verità. Del senso del vivere. Quelle cose di cui puoi parlare con pochissime persone”.

In viaggio è il primo singolo estratto dal tuo terzo album. Delicato, ispirato, uno spartiacque tra passato e futuro, come la copertina che ritrae i piedi di un uomo o forse un bimbo, che guardano avanti. Una scena universale se non fosse che i vecchi pavimenti a scacchiera sono in bianco e nero e che la prima strofa del brano dice: “Che ne sa, che ne sa, che ne sa questo inverno...”. E’ un brano che parte dal crepuscolo, per arrivare dove? (Link In viaggio)

“Per arrivare dove vorrà il cielo. Ma non è un crepuscolo. Solo una delle tante rinascite della vita. Un passo in più guidato dalla consapevolezza di voler essere chi sei realmente dentro. Dopo aver scavato e scavato. Un cammino tra il bianco e nero della vita. Ma anche il bianco e nero interiore. Gli opposti che creano l’unitá. Cercando di eliminare il superfluo in funzione dell’essenziale. Mi piace molto quella frase che dice Le cose più belle della vita non sono cose… ecco io sto cercando quelle”.

Quando esce l’album? Chi sono gli altri musicisti coinvolti?

“Esce i primi di maggio. I musicisti sono tutti di altissimo livello. Mauro Grossi, Luca Ravagni, Diego Perugini, Franco Fabbrini e Gianni Cerone. Più qualche altro compagno di merende che ogni tanto si aggiunge e lascia una traccia. Le cose belle della vita…”.

Gli anni ‘70 segnano l’avvento dei grandi cantautori, da Guccini e De André, e anche l’epopea della musica prog. Che idea ti sei fatto di quegli anni, non avendoli vissuti, musicalmente parlando?

“L’idea che c’era una libertà incredibile. Con tutte le assurdità che questo può portare. Però c’era impegno, sperimentazione, ricerca, studio. E la musica rifletteva il fervore della vita di tutti i giorni. La maggior parte delle volte che leggi i testi di quegli anni ti rendi conto dello spessore e della potenza che avevano quelle parole”.

Poi sono arrivati gli Ottanta. Molti hanno nostalgia di quei tempi, ma erano davvero migliori di questi o è la solita magia dell’adolescenza che l’uomo si porta dentro, in tutte le decadi ed epoche?

“Sicuramente erano i nostri anni felici. Però se guardiamo cosa è stato prodotto in quegli anni credo che possiamo facilmente affermare che sono migliori di questi. Banalmente perché quando cercavi qualcuno lo trovavi sempre. Oggi siamo isolati nelle nostre bollicine tecnologiche. E spesso consideriamo le persone come avatar. Il che non è bello. Poi volendo possiamo trovare qualcosa di buono in ogni epoca. Ma in quegli anni c’erano più possibilità. E davi valore ancora alle cose. Pensa alla bellezza di comprare un disco, ascoltarlo, leggere i contenuti. Oggi abbiamo perso questo valore. Non vorrei però sembrare catastrofico o bacchettone. Non è che sia poi tutto male, oggi. Credo che La Rappresentante di lista abbia dipinto in maniera magistrale a società di oggi”.

 

Sei molto legato alla tua città. Sei tornato per i tributi a De André e Jannacci. Hai scritto l’inno delle due squadre sportive regionali attualmente più forti e ambiziose, il Campobasso Calcio e la Magnolia Basket. Soffri anche tu di saudade alla molisana? (Link inno Cb o Molisana)

 

“Io amo la mia città e la mia terra. Soprattutto ora che con la maturità posso capire che tesoro è. Sotto tutti i punti di vista. A volte sento la necessità fisica di tornare. Se sia saudade o meno non so dirlo. Ma devo comunque alla mia città la fame di voler fare le cose nel miglior modo possibile. Quando non hai veramente nulla devi ingegnarti per sopravvivere. Soprattutto dentro. E dopo questa palestra in età giovanile ho trovato il modo di affrontare qualsiasi situazione”.

Rispetto ai primi album c’è una maturazone di intenti. Che forse non si sposa con l’evoluzione (o involuzione) della musica di oggi, la maggior parte della quale realizzata nei laboratori dei produttori, spesso con il solo fine di fare breccia nella testa di un adolescente. Ecco, tu che sei del settore: come si comportano i miliardi di neuroni del nostro cervello quando ascoltano un suono fatto al computer? E’ lo stesso principio di connessioni e stimoli azionati dall’ascolto di un brano di musica classica?

 

“Tendenzialmente sì. Quello che cambia è la cascata di emozioni che il suono genera. E oggi mi sembra che di emotività ce ne sia poca in giro. La musica, come dicevo prima, è lo specchio della società. E oggi alla società non servono tanti talenti. Serve leggerezza funzionale (come l’analfabetismo). Leggerezza veloce. Quella che non lascia traccia. Impalpabile. La maturazione porta alla consapevolezza. E la mia è che voglio essere libero di raccontare le mie storie senza pensare troppo alle regole di mercato. Faccio la mia musica liberamente. E mi sembra un privilegio enorme”.

A proposito di classica, è il genere che sta pagando maggiormente dazio alla digitalizzazione musicale. Invece il rock e il vinile vivono una fase di rilancio. Cosa pensi di questo momento e in che formati uscirà ‘In viaggio’.

“In parte ti ho detto prima. La classica paga dazi sempre. Ma grazie a Dio va avanti da centinaia di anni. E sempre lo farà. Perché è bellezza assoluta. Non credo che sia un genere in particolare a vivere fase di rilancio. Ma è il rispetto per questa forma d’arte imprescindibile. Quando ascolti un vinile non puoi essere distratto. Devi concedergli (e concederti) tempo di ascolto. E questa cosa mi fa incredibilmente piacere. E mi piace che ci sono tante persone che hanno ricominciato a comprare vinili.

L’album, che non si intitolerà ‘in viaggio’ uscirà in formato liquido e in vinile. Il titolo definitivo non l’ho ancora deciso. Sarà l’ultima cosa che farò”.

La musica applicata alla neuroriabilitazione: raccontaci un’esperienza vissuta nella tua professione. Come si fa a tenere il cervello sempre ‘In viaggio?’ (Link Raffaele a Ted X Talk)

”Mi sono trovato spesso ad utilizzare schemi musicali nella professione medica. E viceversa. Ho capito dopo anni di lotta che le cose potevano coesistere. Anche perché sono la stessa persona. Che cerca di tenere i canali di collegamento sempre aperti. Flussi continui che si interscambiano tra di loro. Il cervello per essere sempre in viaggio deve lavorare. Interessarsi. Leggere. Studiare. Cercare. Innamorarsi e perdersi per poi ritrovarsi”.

Nel meraviglioso racconto di Dino Buzzati ‘I giorni perduti’ si avverte il peso che tali giorni ‘non vissuti’ hanno alla lunga nella coscienza dell’uomo. Irrimediabilità e irreparabilità sono evenienze che accompagnano anche alcuni aspetti collegati alla tua professione. Alla fine il tuo viaggio è un richiamo a vivere il presente con maggiore leggerezza, a spostare lo sguardo oltre il benessere materiale? E’ la tua filosofia? E’ un nuovo inizio?

 

“Credo che in vita mia non ho perso nenche un giorno. Proprio perché ho capito subito che la vita è un viaggio di sola andata senza data di scadenza. Va vissuto il presente. Hai solo quello. Il passato non puoi riviverlo e il futuro non sai come sarà. Anzi sarà sicuramente figlio del presente. Quindi non hai altra scelta. Il problema è come lo vivi il presente. Qui è ora risale ad Ermete Trimegisto. Quindi a circa 6000 anni fa. Ma sembra che lo abbiamo capito poco. Ogni giorno è un nuovo inizio. Ogni scoperta è un nuovo inizio. Basta non smettere di cercarsi. Sopratutto dentro”.

 

Allora, per dirla con Chiambretti, arrivo il nostro ‘domandone’. E’ vero che lascerai in gran parte la tua importante carriera professionale per compensare la tua passione per la musica? Quindi ridurre al minumo tutto il resto, e fare il musicista a tempo pieno?

“Sì, è vero. Sarà così”.

Non aggiunge altro Raffaele Spidalieri, 50enne che chiede al mondo e a se stesso una sola cosa: cantare con la chitarra in mano. Lo gridava prima di lui Toto Cutugno. Ma qui siamo in un territorio artistico differente, altrettanto spontaneo, ma differente. Semmai, in fatto di citazioni, ‘In viaggio’ e ‘viaggiano i viandanti’ (ci prendiamo la licenza poetina e lo trasformiamo in ‘viaggiano i cantanti’) sono il titolo e la strofa più acuta di un celebre brano dei Csi. Chissà, forse il grande Giovanni Lindo Ferretti quelle liriche le immaginava proprio per quelli come Raffaele Spidalieri, in grado 30 anni dopo di farlo per davvero quel viaggio, indietro o in avanti è solo una prospettiva. L’essenziale è muoversi, mangiare, creare, vivere. Stimolare il cuore oltre che il cervello. Seguire il cammino.

Il terzo disco di Raffaele Spidalieri, ancora senza titolo, uscirà nei primi di maggio, verosimilmente il 6, dato che i dischi, come da tradizione, escono il venerdì. 

Link al brano 'In viaggio'.

 

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