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Quella nave saudita che fa shopping di armi nei porti europei

Partita all’inizio di aprile dal porto di Corpus Christi, USA, per poi arrivare a Sunny Point, il più grande terminal militare del mondo, all’inizio di maggio il cargo “Bahri Yanbu” (nella foto di Pasaje Seguro) è entrato nei mari europei.

La “Bahri Yanbu” appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare del regno. Il porto di destinazione è Gedda, sul mar Rosso. Ovviamente, Arabia Saudita.

Il 4 maggio la “Bahri Yanbu” ha attraccato nel porto belga di Anversa, dove ha caricato – secondo alcune organizzazioni della società civile locale – sei container di munizioni. L’8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto francese di Le Havre per caricare otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi locali per i diritti umani.

Dopo uno scalo tecnico nel porto spagnolo di Sandander, la “Bahri Yanbu” ha fatto rotta verso Genova, con arrivo previsto domenica o, più probabilmente, lunedì mattina (secondo notizie non confermate di ieri sera, potrebbe esserci anche uno scalo a Cagliari).

Qui l’attendono i “camalli”, i portuali genovesi, con la Camera del Lavoro e la Filt Cgil di Genova, che hanno raccolto l’appello di Amnesty International Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo e Save the Children Italia: quella nave va bloccata.

La richiesta fa parte di quella più generale che le associazioni stanno facendo da tre anni alle istituzioni italiane: cessare di inviare armi all’Arabia Saudita.

Nonostante il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso 28 dicembre abbia affermato che “il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen”, nessuna sospensione è stata ancora definita e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi ammontando a un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018(come risultante dai dati ufficiali governativi elaborati dall’Osservatorio Opal di Brescia).

Sospendere l’invio di sistemi militari all’Arabia Saudita e in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte dalla RWM Italia, che vengono sicuramente utilizzate dall’aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile dello Yemen, è l’unico modo per rispettare la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi, ratificato dall’Italia.

Il Trattato impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari (cioè anche nel transito e nel trasbordo) verso paesi coinvolti in conflitti armati di verificare (art. 6.3) se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani e di conseguenza di sospendere le forniture (art. 7).

Questo articolo è stato pubblicato qui

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