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Quel giorno che doveva finire il mondo

Ma all'epoca era difficile spiegare che forse a qualche fetta della popolazione iniziava a stare stretto vedere un presidente, un governante, discutere seriamente dei problemi economici e sociali, di crisi mondiale e lavoro, con persone vestite da guru.

Il sale sulla coda degli anni 60. Al ragazzino si spegneva la fantasia mentre la zitella della dottrina gli ripeteva che l'Inferno sarebbe durato tutto il tempo per svuotare gli oceani con un cucchiaino da caffè, contato tutti i granelli di sabbia e spolverato il Gran Sasso con un fazzoletto.

Prima ancora, in braccio alla mamma, un “fortissimo” d'organo a canne lo aveva spaventato così tanto che cominciò a vedere ovunque, pure nei sogni intraducibili in incubi, i fantasmoni neri dalle gonne svolazzanti agitare il dito della reprimenda di energumeni con la tonaca e del loro capo, con la fascia rossa sulla pancia. Eppure, qualche nota stonata l'orecchio lo percepiva. Ci sono montagne più grandi degli Appennini. L'Inferno non dura per tutti lo stesso tempo. Ecco qua che si svelano le prime ingiustizie su questa terra. La nevicata del 2012, i bollori di Lucifero e Caronte, chi non se li ricorda. In rete c'era pure Ingroia, un magistrato sgradito. Se la prese per alcuni “pettegolezzi” tra mafiosi e qualcun altro. E giù con le critiche, i distinguo e i moniti, alti e bassi, provenienti da tutte le parti.

La libertà di stampa venne presa come luogo di pensiero. Uno spazio mentale malinconico nel quale identificarsi. Quante risate. Ma all'epoca era difficile spiegare che forse a qualche fetta della popolazione iniziava a stare stretto vedere un presidente, un governante, discutere seriamente dei problemi economici e sociali, di crisi mondiale e lavoro, con persone vestite da guru. I mago Otelma e le donne nascoste nei burqa senza la mascherina per le mosche sugli occhi. La messa non era soltanto un semplice rito da officiare, una obbedienza per procura. Comunque, se dicevi qualcosa sui i taumaturghi e i loro organi di stampa finanziati da denaro pubblico, sulle loro scuole private, non eri d'accordo sul ripagare a prescindere dal successo editoriale qualcosa che sul mercato non si reggesse da sola, si diveniva per tutti “Intollerante”. A nulla sarebbero valse le spiegazioni sulle differenze fra chi invoca la sparizione di ciò che non si gradisce, dalla censura imposta istituzionalmente.

La confusione era ingenerata da un concatenamento di eventi complicato. A quei tempi, si chiamava spot. Un linguaggio di suoni, segni e parole a sublimare. Non era percepita come un diritto, la scelta di criticare ciò che non piaceva. Neppure nel pieno rispetto delle norme che regolavano la civile convivenza. In occasione della “Centesima Edizione del Festival della Canzone italiana”, ancora oggi un grande evento atteso. Come quello che fu nel 1999 per il presidente Gorbaciov. “Siete così tanti, chissà cosa avrete da chiedermi!”, pronuncia a fior di labbra il Pontifex maximus nel suo ologramma parafrasando il propugnatore dei processi di riforma, perestrojka e glasnost', di mezzo secolo prima.

Diffuso da un beam-expander, nell'affollatissima sala stampa del Teatro Ariston; l'aria sorniona e soddisfatta di chi è riuscito a mettere a segno un punto e non ne fa mistero: "Come avrete notato anche se sono al Festival mi sono occupato di quello che preferisco: l'amministrazione degli Ultimi. Non amo assumere il ruolo di Gesù. Non farò delle prediche. In questo confronto che abbiamo con il futuro, difficilmente ci può essere qualcuno davvero pronto e preparato. Non solo i politici, ma anche gli scienziati, tutti abbiamo difficoltà a capire dove stiamo andando. Fondamentalmente credo che sia importante che la gente cerchi di unirsi, la coesione può permettere di trovare non una fede ma una certezza di progresso”.

Con i Maya 2012, “Dominus illuminatio mea, et salus mea, timebo quem?” (Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?, Salmo 26:1) si concretizzarono argomenti sulla metafisica come donazione di senso e la positività del finito. Storicamente, si preferì poi la posizione filosofica di una civiltà meno conosciuta, non di certo meno degna di fede, la quale riteneva rilevante da un punto di vista conoscitivo solo ed esclusivamente la scienza. L'universo primariamente conoscibile, ma nessuna consapevolezza ammissibile se non istituita da metodologie fondate sulla scienza. Così parlò Yama Anninze: “Rimanete affezionati alla terra e non confidate nelle fantasticherie, nelle aspettative sovraterrene di abili avvelenatori della mente. Spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure, noi proseguiremo il cammino”. (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

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