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Polonia, la “legge sull’Olocausto” viola la libertà di espressione

“Chiunque affermi pubblicamente e in contrasto coi fatti, che la nazione polacca o la Repubblica di Polonia è responsabile o corresponsabile dei crimini nazisti commessi dal Terzo Reich (…) sarà sottoposto a una multa o a una pena detentiva fino a tre anni”.

Eccolo, il testo dell’emendamento alla Legge sull’attività dell’Istituto della memoria nazionale (meglio noto come “legge sull’Olocausto”) che il presidente della Polonia, Andrzej Duda, ha firmato il 6 febbraio, dopo il voto favorevole del Senato che, come la Camera, è controllato dal partito di destra al governo Diritto e giustizia. Un emendamento che ha creato molte polemiche.

L’ha firmato, il presidente, ma contemporaneamente lo ha trasmesso alla Corte costituzionale perché ne stabilisca la compatibilità con l’art. 54 della Costituzione che garantisce “la libertà di esprimere opinioni”.

Amnesty International non ha dubbi: quella compatibilità non c’è e, così com’è scritta, la nuova norma viola il diritto alla libertà d’espressione previsto da trattati internazionali che la Polonia si è impegnata a rispettare.

Il diritto internazionale non tutela l’adozione di leggi che proteggano l’onore di uno stato o che penalizzino l’espressione di opinioni su fatto storici.

L’emendamento alla Legge sull’attività dell’Istituto della memoria nazionale, inoltre, potrebbe avere un effetto raggelante sul dibattito pubblico su questioni d’interesse nazionale e potrebbe anche essere utilizzato per ridurre al silenzio espressioni di critica nei confronti delle istituzioni polacche.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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