Ogni dollaro speso in armi è sottratto alla lotta contro la povertà, contro la crisi climatica, contro le pandemie. Non dimentichiamo l’appello dei Nobel e grandi scienziati
Quattro anni fa, nel dicembre 2021, oltre cinquanta premi Nobel insieme a presidenti di accademie scientifiche di diversi Paesi e altri grandi scienziati (come il fisico italiano Carlo Rovelli, nella foto) lanciarono un appello per ridurre la spesa militare globale, che già allora sfiorava i duemila miliardi di dollari l’anno. Una cifra vertiginosa, quasi raddoppiata dal 2000 a oggi, e che continua a crescere.
di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Quella petizione, rilanciata in Italia da rivista.eco e coordinata dal fisico Carlo Rovelli, si inseriva in una lunga tradizione di impegno intellettuale per la pace, dai tempi di Picasso, Einstein, Neruda e Vittorini fino agli scienziati contemporanei.
Oggi, quell’appello risuona con ancora maggiore urgenza. La guerra in Ucraina, l’escalation in Medio Oriente, la ripresa della corsa agli armamenti atomici ci ricordano che il mondo non ha affatto imboccato la strada del disarmo. Anzi, la dipendenza da un’economia di guerra sembra essersi radicata ancora di più, presentandosi come inevitabile e “necessaria”. Ma è proprio questa retorica dell’inevitabilità che dobbiamo contestare.
Gli scienziati e i Nobel che nel 2021 si rivolsero ai governi ricordavano una verità semplice: ogni dollaro speso in armi è sottratto alla lotta contro la povertà, contro la crisi climatica, contro le pandemie. È una verità che si scontra con la logica di chi, oggi come ieri, preferisce prepararsi alla guerra piuttosto che investire nella pace.
Non è la prima volta che artisti, intellettuali e movimenti popolari provano a contrastare la deriva militarista. Nel secondo dopoguerra nacque il grande movimento dei Partigiani della Pace: milioni di donne e uomini che, attraverso appelli, manifestazioni e una partecipazione diffusa, si opposero al riarmo e all’incubo atomico. Le firme raccolte allora furono centinaia di milioni in tutto il mondo, in un’epoca in cui organizzare campagne globali era infinitamente più difficile di oggi. Pagando un prezzo altissimo in termini di repressione e ostracismo, quel movimento seppe però trasformare la paura in impegno politico, alimentando la speranza di un futuro senza guerre.
Quella stagione, con i suoi protagonisti – da Picasso a Quasimodo, da Guttuso a Ginzburg, fino al movimento operaio e ai cattolici pacifisti come Guido Miglioli – ci consegna una lezione preziosa: la pace non è mai un dato di fatto, ma un processo collettivo. È partecipazione, organizzazione, conflitto culturale. È rifiuto della rassegnazione e del fatalismo che vorrebbe la guerra come “inevitabile”.
Oggi, riprendere quell’eredità significa non solo ricordare gli appelli dei Nobel e degli scienziati, ma trasformarli in strumenti di mobilitazione. Significa legare la lotta al disarmo alla giustizia climatica, sociale ed economica. Significa chiedere a gran voce che le immense risorse destinate alle armi vengano reindirizzate verso sanità, istruzione, transizione ecologica, cooperazione internazionale.
Quattro anni fa, i Nobel ci hanno ricordato che ridurre la spesa militare è possibile. Settant’anni fa, milioni di cittadini ci hanno dimostrato che opporsi alla guerra è un dovere collettivo. Oggi sta a noi raccogliere questa doppia eredità e trasformarla in una nuova, urgente stagione di impegno per la pace.
Laura Tussi
Nella foto: un italiano illuminato che spesso ha fatto da apripista in questa direzione, e figura fra i firmatari del documento, è il grande fisico Carlo Rovelli che ci esorta, sul Corriere della Sera di oggi, a dare fiducia ai giovani: alla domanda “Ma lei è fra coloro che si lamentano dei giovani e che dicono che quelli di prima erano migliori?” risponde senza esitare: “No, i giovani oggi sono fantastici e li trovo tutti molto più colti di noi, pieni di idee bellissime. Noi eravamo tutti, anche quelli che vivevano a New York, molto provinciali a confronto con i ragazzi di adesso”.
Lasciare un commento
Per commentare registrati al sito in alto a destra di questa pagina
Se non sei registrato puoi farlo qui
Sostieni la Fondazione AgoraVox







