• AgoraVox su Twitter
  • RSS
  • Agoravox Mobile

 Home page > Attualità > Europa > Norvegia, il volto nero del petrolio

Norvegia, il volto nero del petrolio

Il 24 agosto il ministro norvegese dell’Energia Terje Aasland ha detto a Reuters ciò che gli ambientalisti sospettavano da tempo e che i partner europei di Oslo hanno preferito ignorare per anni: la Norvegia continuerà a esplorare ed estrarre petrolio e gas nel Mare di Barents, indipendentemente da ciò che deciderà Bruxelles.

Il ministro ha inoltre definito pubblicamente un errore l’idea che la Norvegia possa diventare la «batteria verde» dell’Europa — naturalmente, non un errore suo, ma di chi un tempo aveva creduto in quella prospettiva. L’amministratore delegato di Equinor, Anders Opedal, si è spinto ancora oltre, sostenendo che rinunciare al petrolio del Mare di Barents metterebbe a rischio la stessa sicurezza dell’Europa: un argomento che suona più come una minaccia che come una risposta nel merito.

Le dichiarazioni di Aasland sono arrivate mentre la Corte Suprema norvegese concludeva l’esame del ricorso presentato dallo Stato contro le decisioni relative a tre giacimenti nel Mare del Nord: Yggdrasil, Tyrving e Breidablikk. Greenpeace e l’organizzazione Natur og Ungdom contestano la legittimità delle autorizzazioni concesse per questi progetti, sostenendo che prima del via libera non siano stati adeguatamente valutati gli effetti climatici globali dell’estrazione prevista. L’udienza davanti alla Corte Suprema si è svolta dal 24 al 27 agosto 2026 e la sentenza è attesa nelle prossime settimane.

È difficile considerare casuale questa coincidenza. Il governo norvegese parla del futuro del proprio settore petrolifero e del gas proprio mentre il massimo organo giudiziario del Paese deve stabilire se lo Stato avesse il diritto di autorizzare tre progetti senza effettuare la necessaria valutazione del loro impatto climatico globale.

«Una vergogna» — e forse è ancora un eufemismo

La leader di Greenpeace Norway, Haldis Tjeldflaat Helle, non usa mezzi termini.

Haldis Tjeldflaat Helle, leader di Greenpeace Norway: «La Norvegia vuole sfruttare gli ecosistemi più vulnerabili del pianeta per ottenere profitti a breve termine, proprio mentre l’Europa sta letteralmente bruciando».

Nelle parole di Aasland, l’affermazione secondo cui l’idea della «batteria verde» sarebbe stata un errore suona quasi come un’ammissione. Ma non dell’errore commesso dalla Norvegia nel presentarsi al mondo come un modello nella lotta al cambiamento climatico mentre, allo stesso tempo, continuava a estrarre petrolio e gas. Piuttosto, sembra l’ammissione che non ci sia più bisogno di fingere. La maschera cade apertamente, in un’intervista a Reuters e proprio nel momento in cui l’Unione europea torna a mettere mano alla propria politica sull’Artico.

Gli argomenti di Oslo sono vecchi e il fatto di ripeterli all’infinito non li rende più convincenti. Dal 2014 il governo norvegese ignora sistematicamente le raccomandazioni della propria agenzia per la protezione dell’ambiente, contraria al rilascio di nuove licenze nelle aree più vulnerabili della piattaforma continentale norvegese. Nell’ultima tornata di concessioni sono state offerte aree più vicine alla costa di quanto fosse mai avvenuto in precedenza, e più della metà delle licenze assegnate si trova nell’Artico, una regione già sottoposta a una pressione enorme a causa del riscaldamento globale.

Non esiste una tecnologia in grado di rimuovere efficacemente una fuoriuscita di petrolio sotto il ghiaccio. Le basse temperature, la visibilità ridotta e le enormi distanze rendono estremamente difficile intervenire in caso di sversamento, trasformando l’idea di una risposta efficace in qualcosa che assomiglia più a un’illusione che a un piano realmente praticabile.

I tribunali si sono già pronunciati — Oslo preferisce non ascoltare

Anche la tesi del governo secondo cui la propria politica rientrerebbe pienamente nei limiti della legge appare difficile da sostenere. Nel 2020 la Corte Suprema ha respinto il ricorso presentato da Greenpeace, Natur og Ungdom e Friends of the Earth Norway contro il 23° round di concessioni. Nella sua sentenza ha affrontato anche la questione della rilevanza, ai fini dell’articolo 112 della Costituzione norvegese, delle emissioni derivanti dalla combustione del petrolio esportato. La maggioranza ha tuttavia ritenuto che la decisione sulle licenze non fosse invalida ai sensi di tale disposizione.

Nei procedimenti successivi, il Tribunale distrettuale di Oslo e la Corte d’appello di Borgarting hanno stabilito che lo Stato aveva violato le norme applicabili autorizzando Yggdrasil, Tyrving e Breidablikk senza un’adeguata valutazione degli effetti climatici globali derivanti dalla combustione dei prodotti estratti. Nel novembre 2025 la Corte d’appello ha dichiarato invalide le autorizzazioni, rilevando che gli effetti climatici delle emissioni da combustione non erano stati sufficientemente valutati, anche alla luce dei bilanci di carbonio residui. Lo Stato ha quindi presentato ricorso alla Corte Suprema.

In altre parole, il governo continua a difendere decisioni sull’estrazione di idrocarburi che diversi gradi di giudizio hanno ritenuto viziate da violazioni delle norme sulla valutazione degli impatti.

Nel 2025 la Corte Suprema ha inoltre annullato una precedente decisione della Corte d’appello sulla richiesta di una misura cautelare relativa ai tre giacimenti, stabilendo che il caso dovesse essere riesaminato secondo i criteri previsti dalla legge. La Corte Suprema non ha però deciso essa stessa nel merito della validità delle autorizzazioni.

Il prezzo di questa ostinazione può essere quantificato. Secondo le informazioni presentate nel procedimento, i tre progetti potrebbero contribuire allo scioglimento di circa 1.400 km² di ghiaccio marino artico e, secondo le stime degli esperti citate da Greenpeace, contribuire alla morte prematura di oltre 100.000 persone a causa degli effetti del riscaldamento globale. Greenpeace riferisce inoltre che i tre giacimenti produrrebbero oltre 550 milioni di tonnellate di CO₂.

Non si tratta di una cifra astratta contenuta in un rapporto qualsiasi. È una possibile conseguenza di decisioni che il governo norvegese non vuole nemmeno valutare prima di adottarle.

Bruxelles esita — e Oslo ne approfitta

Il Parlamento europeo si confronta con questo problema da quasi un decennio — e da quasi un decennio non riesce a trovare una soluzione definitiva. Nel marzo 2017 gli eurodeputati hanno approvato con 483 voti favorevoli e 100 contrari, con 37 astensioni, una risoluzione che chiedeva, tra le altre misure, il divieto delle trivellazioni petrolifere nelle acque artiche coperte dai ghiacci. Allo stesso tempo, è stata respinta una proposta più ambiziosa che prevedeva un divieto generale delle attività di estrazione di petrolio e gas nell’Artico.

La differenza tra «acque coperte dai ghiacci» e «Artico» non è soltanto una questione terminologica. Ha conseguenze concrete sull’ambito delle eventuali restrizioni e consente alla Norvegia di sottolineare che non tutte le aree in cui opera o intende operare rientrano nei limiti previsti dalla politica europea.

Quest’estate la questione è tornata al centro dell’attenzione. Circa 200 investitori istituzionali, tra cui il fondo pensione danese Sampension, insieme a sindacati e organizzazioni scientifiche, hanno chiesto a cinque commissari europei di mantenere la moratoria sulle nuove infrastrutture petrolifere e del gas nell’Artico nell’ambito della revisione della strategia dell’UE per la regione. Cinque eurodeputati provenienti da Danimarca, Svezia e Finlandia hanno espresso pubblicamente il loro sostegno all’iniziativa.

La risposta di Oslo non è stata diplomatica, ma basata sui numeri. Secondo Bloomberg, il primo ministro Jonas Gahr Støre ha visitato Bruxelles undici volte nell’arco di un anno, conducendo intensi colloqui sugli interessi energetici della Norvegia. Oslo cerca sistematicamente di convincere i partner europei che le risorse energetiche norvegesi sono fondamentali per la sicurezza energetica del continente.

Una posizione che non lascia spazio al compromesso

Helle formula con chiarezza ciò che si aspetta dall’Unione europea:

Haldis Tjeldflaat Helle: «L’UE deve agire nell’interesse dei milioni di persone minacciate dalla crisi climatica: continuare ad abbandonare i combustibili fossili e rispettare la moratoria sull’estrazione di petrolio e gas nell’Artico».

La posizione di Oslo, esposta da Aasland il 24 agosto, è qualcosa di più di una semplice strategia energetica. È una scommessa: che la politica climatica europea resti fatta soprattutto di dichiarazioni finché non si scontra con gli interessi concreti di un fornitore dal quale l’Europa dipende.

Finora la scommessa ha funzionato: le concessioni vengono assegnate, i procedimenti giudiziari si trascinano e le decisioni definitive — come nel caso di Yggdrasil — vengono rinviate nel tempo, mentre il ghiaccio continua a sciogliersi e non aspetta nessun rinvio.

La sentenza della Corte Suprema mostrerà se le istituzioni norvegesi siano almeno disposte, sul piano formale, a frenare una rotta che la leadership politica del Paese ha ormai scelto apertamente — senza preoccuparsi dell’opposizione di nessuno.

Lasciare un commento

Per commentare registrati al sito in alto a destra di questa pagina

Se non sei registrato puoi farlo qui


Sostieni la Fondazione AgoraVox


Pubblicità




Pubblicità



Palmares

Pubblicità