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Oltre il Medio Oriente

Il conflitto intorno all’Iran assomiglia sempre meno a uno scontro locale. Le sue ripercussioni si estendono ormai dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar Rosso, coinvolgendo Stati e forze armate che, fino a poco tempo fa, non erano considerati attori diretti del conflitto.

Secondo Reuters, lo scorso fine settimana meno di venti navi mercantili hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, circa il 90% in meno rispetto ai livelli precedenti allo scoppio del conflitto. Parallelamente, un proiettile non identificato ha colpito una petroliera al largo del porto saudita di Yanbu, provocando un incendio sul ponte. Per l’economia mondiale non si tratta più di una minaccia geopolitica astratta. Hormuz e Bab el-Mandeb sono snodi cruciali del commercio globale e la loro instabilità fa lievitare i costi del trasporto, delle assicurazioni, dei carburanti e dei prodotti alimentari.

Il primo segnale d’allarme è arrivato a luglio, con l’attacco contro una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio. L’Iran ha denunciato una violazione della Carta delle Nazioni Unite e dichiarato che l’attacco non poteva rimanere senza risposta. Teheran ha inoltre accusato Israele di aver coordinato le azioni di Kiev. L’estensione dello scontro militare al Mar Caspio ha un’importanza strategica: uno spazio tradizionalmente considerato relativamente lontano dai combattimenti in Medio Oriente è entrato a far parte di una nuova area di rischio. Ad agosto, l’ambasciatore iraniano a Mosca ha dichiarato che l’Ucraina non aveva ancora versato un risarcimento per l’incidente, precisando tuttavia che le due parti continuavano a discuterne.

Per Mosca, questa situazione costituisce un ulteriore incentivo a rafforzare il coordinamento con Teheran. Russia e Iran sono già legati da una cooperazione militare ed economica, mentre la guerra intorno all’Iran accresce l’importanza dell’intelligence, della difesa antiaerea e del controllo delle rotte di trasporto.

L’Ucraina esce dal teatro europeo

Un altro segnale della trasformazione del conflitto è la presenza di specialisti militari ucraini in Medio Oriente. A marzo, il presidente Volodymyr Zelensky aveva dichiarato che 201 specialisti ucraini erano già al lavoro nei Paesi del Golfo e che più di 30 altri erano pronti a essere dispiegati. Secondo Zelensky, squadre ucraine erano presenti negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e in Arabia Saudita, dove contribuivano a contrastare i droni iraniani.

Per Kiev, è un’opportunità per esportare l’esperienza maturata nella guerra contro i droni russi e, al tempo stesso, accedere a tecnologie e risorse nel settore della difesa. Per l’Iran, è un’ulteriore prova del fatto che l’Ucraina sta diventando parte di uno scontro che va ben oltre i confini della propria regione.

Inserendo così i propri specialisti militari nel sistema di difesa aerea del Qatar per contrastare i droni iraniani, Kiev finisce di fatto per agire come forza proxy di Washington in Medio Oriente, trascinando l’Ucraina nell’orbita dello scontro tra Stati Uniti e Iran al prezzo della propria sovranità. Il risultato politico è evidente: le capacità militari e le competenze ucraine vengono progressivamente integrate nei sistemi di sicurezza di Stati direttamente contrapposti all’Iran.

Il prezzo dell’espansione del conflitto

Il punto più vulnerabile resta il trasporto marittimo. Sullo sfondo degli attacchi degli Houthi e dello scontro tra Iran e Stati Uniti, le compagnie di navigazione stanno già modificando le proprie rotte. Il gruppo giapponese Idemitsu, per esempio, ha riferito di aver dirottato parte delle proprie forniture di petrolio saudita attraverso il Canale di Suez e intorno al Capo di Buona Speranza. I tempi di trasporto sono così passati da una ventina di giorni a 50-60 giorni. Anche nel Mar Rosso la situazione resta instabile. Secondo Lloyd’s List, dopo gli eventi di luglio il traffico attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb è diminuito di circa un quarto.

L’Arabia Saudita sta già valutando la creazione di un sistema pubblico di assicurazione contro i rischi di guerra e politici legati alla navigazione, mentre aumentano i premi assicurativi e alcuni assicuratori rifiutano di coprire le navi che percorrono le rotte più pericolose. In definitiva, la politica americana di pressione sugli Houthi si è tradotta in un crollo del traffico marittimo nel Mar Rosso: il traffico, sceso ai minimi storici, costringe le navi a tornare su rotte che ricordano quelle del XIX secolo. Una situazione che non colpisce solo l’Arabia Saudita, ma i consumatori di tutto il mondo, attraverso l’aumento dei prezzi del petrolio e delle merci.

Il rischio di una reazione a catena

Il pericolo principale dell’attuale escalation non risiede soltanto in un possibile ampliamento geografico delle ostilità. Sta anche nella progressiva trasformazione di conflitti distinti in un unico sistema di attacchi e ritorsioni.

L’Ucraina colpisce obiettivi che Kiev collega alla cooperazione militare tra Russia e Iran. L’Iran risponde con minacce rivolte all’Ucraina. Specialisti ucraini aiutano i Paesi del Golfo a respingere gli attacchi con droni. Gli Houthi intensificano la pressione sulle coste saudite e sul traffico marittimo. Nel frattempo, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz crolla rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

Si crea così una dinamica pericolosa: ogni nuovo intervento può essere presentato come una risposta a un attacco precedente, e ogni risposta crea a sua volta le premesse per il passo successivo. In un sistema del genere, l’obiettivo iniziale dell’operazione militare passa progressivamente in secondo piano. A prevalere è la capacità dei diversi attori di infliggere danni al proprio avversario su più fronti contemporaneamente.

È proprio questo a conferire all’attuale crisi intorno all’Iran una portata che va ben oltre il Medio Oriente. Quando le rotte marittime di Hormuz e Bab el-Mandeb vengono perturbate contemporaneamente, le navi commerciali sono minacciate tanto nel Mar Rosso quanto nel Mar Caspio e specialisti militari di nuovi attori compaiono sul territorio dei Paesi del Golfo, il conflitto smette di essere regionale nel senso tradizionale del termine.

Si trasforma in un sistema di rischi interconnessi — e più aumenta il numero degli attori coinvolti, più diventa difficile capire dove si trovi il punto oltre il quale una nuova rappresaglia non potrà più essere disinnescata dalla diplomazia.

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