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Myanmar, rischio di nuove leggi discriminatorie

Il parlamento di Myanmar si troverà tra breve a esaminare quattro controverse proposte di legge, che da un lato presentano contenuti discriminatori nei confronti delle donne e dall’altro rischiano di esacerbare la violenza contro le minoranze etniche e religiose.

Amnesty International e la Commissione internazionale dei giuristi le hanno esaminate in dettaglio, giudicandole contrarie agli standard internazionali sui diritti umani.

La legge sulle conversioni religiose stabilisce – in barba al diritto di ognuno di scegliere liberamente il suo credo religioso – che chiunque voglia aderire a un’altra fede deve farne richiesta a un apposito ufficio governativo, composto da funzionari statali ed esponenti delle comunità locali, che deve rilasciare la relativa approvazione.

La legge speciale sui matrimoni delle donne buddiste limita la libertà di matrimonio prevedendo una serie di barriere alla possibilità delle donne buddiste di sposare uomini di altra fede religiosa. La proposta è figlia del forte stereotipo che vede le donne sottomesse e vulnerabili e a rischio di essere “convertite” dai loro mariti non buddisti.

La legge sul controllo demografico introduce un intervallo di 36 mesi tra un parto e l’altro. Non è chiaro se e come le donne che la violeranno saranno punite. Se approvata, questa legge potrebbe dar luogo a pratiche contrarie ai diritti umani come la contraccezione obbligatoria, la sterilizzazione forzata o l’aborto forzato.

Infine, la legge sulla monogamia: anziché apportare miglioramenti al diritto di famiglia, introduce il reato di relazione extraconiugale.

Il paese asiatico sta attraversando un periodo teso di difficoltà economiche e di tensioni etniche e religiose, di cui fa le spese la minoranza rohingya, di religione musulmana. Queste leggi rischiano solo d’aggravare la situazione.

 
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